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I feticci imbambolati della Storia. Il caso Elena Ferrante/4

0000Alfano «A partire dall’ottobre 1976»: inizia così la Storia della bambina perduta, quarta e ultima parte della saga di Elena Ferrante dedicata a L’amica geniale. È un incipit significativo, col quale l’autrice mostra di voler restare fedele al suo impianto narrativo: attraversare la Storia d’Italia attraverso la profonda relazione personale di due donne meridionali.

In quest’ultimo volume, l’amicizia tra Elena Greco e Raffaella Cerullo si svolge nel clima alterno delle maggiori vicende nazionali, dal terrorismo di sinistra al femminismo, dal cosiddetto riflusso alla diffusione nella società italiana di un relativo benessere, il cui risvolto – almeno al Sud – fu però il radicarsi dei poteri malavitosi e lo scatenarsi della guerra di camorra. Il percorso, che qui si apre con gli effetti sociali e culturali del movimento giovanile e operaio, si chiude infine con gli anni a noi più vicini, con in particolare il riferimento all’improvvisa quanto drammatica trasformazione del quadro politico intercorsa tra il 1992 e il 1994.

Da questo punto di vista, Storia della bambina perduta può essere ricondotto alla vocazione storiografica tipica della tradizione romanzesca italiana. Fin dai suoi esordi d’inizio Ottocento, il romanzo ha da noi assunto di frequente la forma della ricostruzione storica del presente. Una tendenza a mio avviso profonda, che ha spesso fatto della narrativa uno strumento di indagine sociale e di riflessione politica, ma filtrato attraverso un punto di vista (e, direi anche, un “foro di coscienza”) estremamente circoscritto. Si tratta, credo, di una tendenza ancora attiva, testimoniata in questi ultimi anni, per limitarmi a due esempi, da Francesco Pecoraro e Giorgio Falco, che hanno proposto (rispettivamente con La vita in tempo di pace e La gemella H) due ricostruzioni del passaggio tra la guerra e il dopoguerra utilizzando il punto di vista ristrettissimo (e idiosincratico) di personaggi minimi, quasi vuoti.

Il personaggio della Ferrante però non è né minimo né vuoto. Anzi, padrona della sua storia, che racconta in prima persona, Elena fa della scrittura uno strumento di analisi personale. Attraverso le grandi campiture degli eventi collettivi, l’opera continua dunque a gravitare sul vincolo profondo, a tratti misterioso, da copularità gemellare, che lega Lina e Lenuccia, vincolo duplicato in questo volume dal parto quasi simultaneo con cui le protagoniste danno alla luce le loro ultime figlie, Tina e Imma, rinnovando in carne viva il feticcio delle due bambole in cui si rispecchiavano da bambine. E anzi, proprio il protrarsi del legame attraverso le generazioni successive costituisce il nucleo più esplicito del racconto, che l’autrice persegue anche con effetti narrativi plateali, come mostra l’asimmetria tra la sparizione congiunta delle due bambole al tempo dell’infanzia (più volte ricordata anche in questo volume) e la scomparsa di una sola bambina (l’evento che, peraltro, dà titolo a questo quarto romanzo) nel nuovo tempo della maturità. Asimmetria appunto eclatante, ulteriormente sottolineata dalla conclusiva riapparizione, non si sa se ironica o perturbante, se maligna o benefica, delle due bambole che, «quasi sei decenni prima, erano stati gettate [...] in uno scantinato del rione» (p. 450).

Se dunque la presenza profonda dell’«amica geniale» resta il ganglio della saga, d’altra parte questa stessa gemellarità è più volte proposta come chiave per leggere la storia d’Italia. Lo mostra il ruolo assunto in questo ultimo volume dalla figura di Nino, legato a Lina da un appassionato amore adolescenziale e poi stretto a Lenuccia da una relazione tormentata quanto superficiale, sigillata dalla nascita di Imma ma al tempo stesso resa inerte dalla sua volubilità sensuale. Anche per questo suo carattere psicologico, Nino appare il rappresentante di un’intera generazione che, protagonista di uno spettacolare movimento di emancipazione, ha finito col collocarsi in posizioni di potere (cioè di subordinazione alle logiche del potere): da qui il progressivo spostamento del personaggio dalle fila della sinistra extraparlamentare alla carriera politica nel PSI all’ultimo approdo nel sistema della “seconda repubblica”.

L’opera di Ferrante sembrerebbe dunque trovare la sua più profonda ragione in questo rapporto tra vicenda intima e storia collettiva. Ma qui essa trova anche il suo limite più evidente per la genericità dei riferimenti, se non addirittura per la grossolanità dello sfondo. Il susseguirsi tumultuante di episodi grandi piccoli e minimi nella vita privata e nella stessa mente di Lenuccia satura infatti tutto lo spazio narrativo del romanzo, mentre i grandi movimenti storici servono per lo più per inscatolare quegli episodi in partizioni o epoche distinte.

Quel che sembrava non solo un’affascinante storia femminile, ma anche il tentativo di raccontare il costituirsi in Italia di una nuova borghesia piccola e media a partire dagli anni Cinquanta del Novecento si rivela una grande macchina evenemenziale, del tipo dei Tre moschettieri di Dumas (non certo di Il conte di Montecristo), vòlta ad attrarre il lettore negli effetti narcotici della sua trama, lasciando che la Storia sia soltanto un’evocazione, come mostrano alcune formule davvero rivelatrici: «Fummo sempre in movimento in quegli anni» (p. 76: e dove andarono, chi incontrarono,?); «Il clima politico e culturale stava cambiando» (p. 212: e chi lo stava egemonizzando, quali libri si leggevano, quale editoria si stava organizzando?).

Sembra insomma che alla Ferrante succeda lo stesso che all’altra Elena, la quale, deve difendersi dall’accusa dell’amica geniale di non aver fatto nomi, ma di aver raccontato «molte cose che si riconoscevano». È qui il punto: un’ambizione narrativa così ampia, la tentazione della grande campitura non può ridursi in fiaba, sia pure amara. Appare allora davvero emblematico che alla fine della sua storia, Elena, che ha scritto – come la sua controfigura in copertina – «un po’ romanzo un po’ no» (p. 268), si ritrovi in mano le bambole dell’infanzia, i feticci «poveri e brutti» dell’identità soggettiva che, ignorando le ferite della storia, si possono, finalmente, addomesticare sistemandoli inerti sugli scaffali della libreria (cfr. p. 451).

 

 

 

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