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Davide contro Golia. Moravia e la Palestina

 00001Moravia Alberto Moravia in Impegno controvoglia dedica sette articoli alla situazione in Medio Oriente. Gli scritti sono concentrati nel periodo tra il 1971 e il 1973: sono gli anni in cui Israele ha espanso e consolidato i confini, ma allo stesso tempo il popolo arabo ha preso «consapevolezza della propria forza». Il tono lucido e distaccato di Moravia riesce a interpretare in maniera avveniristica la situazione mediorientale e di conseguenza quella mondiale. Partendo dall’analisi delle condizioni dei palestinesi, la riflessione di Moravia coglie l’importanza dei complessi equilibri nei territori arabi che porteranno negli anni seguenti alle trasformazioni geopolitiche attuali.

La tragedia del popolo palestinese comincia con la nascita dello stato di Israele. Per Moravia quindi la diaspora è «fatalmente collegata con la storia d’Europa»: «il male nazista» è «il padre di tutti i mali in Medio Oriente», che ha destabilizzato l’equilibrio sociale e politico europeo. Tuttavia Moravia inserisce subito il conflitto all’interno di dinamiche mondiali, nello specifico nella Guerra Fredda, riuscendo a cogliere la pericolosità della situazione. USA e URSS, spinti dalla necessità di “sopravvivere”, armano i due schieramenti, prolungando e alterando la guerra: «la grande colpa» dell’occidente, come la definisce l’autore, ha causato l’ingigantimento del conflitto le cui spese sono tutte ai danni dei palestinesi. Moravia sembra cogliere il significativo spostamento del baricentro bellico: una volta esaurita la guerra fredda, la situazione in Medio Oriente diventerà il nuovo terreno di conflitto. In particolare emerge la preoccupazione per la portata che potrebbe assumere, degenerando in una funesta terza guerra mondiale. L’unione di «motivi ideali» e «motivi materiali» in Israele e nei paesi arabi riproduce in piccola scala il conflitto tra le due superpotenze, così da delineare un mosaico:

Quale mosaico? Quello di una guerra non soltanto non dichiarata cioè fredda ma anche probabilmente ancora inconsapevole contro le strutture economiche dell’Europa. Ora quello che si deve ad ogni costo evitare è che di questa guerra prendano coscienza sia gli arabi sia gli europei. Una simile consapevolezza da ambedue le parti potrebbe portarci di colpo di fronte all’irreparabile.

Fino al settembre nero, “il gioco” è stato retto da un sistema di equilibri, mantenendo la situazione in fermento, senza mai essere portata al collasso. Le potenze Occidentali non hanno però tenuto conto della lenta, seppur inevitabile, presa di “coscienza” del mondo arabo. L’inizio Moravia lo fa risalire al 1956, alla crisi del canale di Suez, quando Nasser e l’intero Medio Oriente con lui, comprende che il grande sviluppo economico occidentale altri non è che il punto debole contro il quale colpire. Questo vale sia dal punto di vista economico-sociale, come dimostra la successiva crisi petrolifera, ma anche per quello strettamente militare. Le due guerre arabo-israeliane, del 1948 e del 1967, avevano dimostrato la superiorità militare di Israele e alleati: una prima fase, in cui la causa palestinese si lega a doppio filo con la Lega araba. Con “guerra dei sei giorni” inizia la seconda, nella quale i palestinesi, sdoganati dalle logiche nazionalistiche panarabe, adottano la strategia asimmetrica. Moravia individua due complementari momenti: quello «difensivo» della guerriglia, unito al terrorismo, la parte «offensiva» (A. Moravia, Tre o quattro maniere di essere libero, in Impegno controvoglia, cit., p.220). La strategia del terrore è sfruttata come macabra pubblicità di morte mettendo al centro obiettivi sensibili come i civili per colpisce indirettamente il nemico. Moravia cita l’attentato a Fiumicino del 1973, che rappresenta «il risultato aberrante della scoperta di un’altra debolezza» (A. Moravia, Guerra e Pace, p. 250) sfruttata dal terrorismo: il traffico aereo. L’indebolimento della Lega araba e il mutare della strategie militari però, come individua perfettamente Moravia, non portano alla cessazione del conflitto, ma a una sua modificazione sistematica. Si modifica da guerra a guerriglia, o meglio, si stabilisce una volta per tutte il passaggio da guerra simmetrica a asimmetrica. Con occhio freddo Moravia ricostruisce la parabola araba che partita «dalla deformazione razzista del nazionalismo», passando per «l’idea della giustificazione assoluta perché basata sul dato nazionale», finisce «alla logica della corresponsabilità di tutto l’Occidente» (ivi, p.251). In questo senso le modificazioni politiche sono collegate al drastico cambio delle strategie militari. La guerra iniziata tra Israele e Palestina perciò travalica i confini, comprendendo «un equilibrio di calcoli e di timori» destinato a «prolungarsi indefinitamente» (A. Moravia, L’arabo errante, in Impegno controvoglia, cit. p.194).

Moravia riconosce quindi le importanti trasformazione strategiche impiegate in seguito, giunte fino ad oggi: il lancio dei sassi nella prima Intifada esemplifica bene il conflitto creatosi tra il “piccolo” Davide arabo e il “grande” Golia occidentale.

 

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