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Curare la geostoria con l’odeporica contemporanea: Giorgio Bettinelli a scuola

strada nel deserto File vettorialeGeostoria, edumostro?

In una delle sessioni parallele del recente convegno MOD per la Scuola tenutosi a Perugia (10-13 giugno), è risuonato in aula l’epiteto edumostro, a indicare quell’anomalia didattica che in effetti è l’insegnamento della Geostoria nel primo biennio della Scuola Secondaria Superiore. Per darsene ragione è sufficiente sfogliare un qualsiasi manuale di Geostoria: già l’indice ci parla dell’anomala giustapposizione della storiografia di un mondo che non c’è più, accanto alla geografia di un mondo che c’è adesso (e viceversa). Se poi dall’indice si passa ad immaginare la prassi didattica di un anno intero, ora per ora, a cercare di far coesistere riscaldamento globale e PIL con guerre persiane e sacco di Roma, si comprende l’innaturalezza di una disciplina così rabberciata. Spesso la soluzione non detta e abusata dai docenti risulta essere quella di relegare nelle nostre aule la Geografia a ruolo di sorella minore (non gradita) appannaggio della Storia. In merito a ciò e anche alla luce delle annose complessità nel determinare un nuovo statuto epistemologico per l’insegnamento della Geografia (il convegno di Perugia ha tentato di ragionare su come la Letteratura possa dare il proprio contributo in questo senso), è interessante in questa sede provare a sottoporre al confronto una piccola e limitata esperienza personale.

Un’esperienza odeporica

Un po’ per la trafila di dieci anni di precariato prima di arrivare al ruolo, un po’ per inclinazione personale, mi sono spesso trovato ad insegnare in contesti scolastici catalogabili come difficili, ossia generalizzando e sgrossando di molto, istituti non liceali con un vertice alto nell’Istituto tecnico economico e un vertice basso nell’ Istituto professionale. Quel tipo di scuole insomma dove a detta di molti fare Letteratura, Storia e quindi anche Geografia può sembrare spesso una chimera rispetto al ben più concreto risultato di sopravvivere all’anno scolastico. Convinto e supportato dall’esperienza che in questi contesti si possano costruire prassi estremamente positive e gratificanti (si veda a riguardo https://vibrisse.files.wordpress.com/2014/12/pagine_a_prova_di_alunno.pdf), ho verificato come anche la didattica della Geografia possa suscitare soluzioni di rinforzo interdisciplinari persuasive e non solo convenzionali per motivare gli alunni.

Nel caso particolare di una prima classe di un istituto professionale ad indirizzo meccanico in cui la mia cattedra era completa (Italiano e Geostoria), ho utilizzato lo spazio che ogni anno riservo al laboratorio di lettura (quindi un’attività di potenziamento e non sostitutiva della programmazione canonica di Italiano) per un testo contemporaneo di letteratura di viaggio ascrivibile al genere dell’odeporica. La ratio della scelta è stata strumentalmente quella di rinforzare attraverso le ore di Italiano anche la disciplina della Geografia, cercando di far leva sull’idea di voler vedere il mondo ancor prima che descriverlo. In sintesi si è trattato di tentare la strada del suscitare l’interesse degli studenti attraverso l’unico strumento capace di consegnarci il mondo, quello del viaggio. Va detto che nel corso del curricolo scolastico (di tutti gli ordini) gli studenti si trovano spesso a fare i conti con diversi viaggi, ma si tratta per lo più di viaggi immaginari e mai reali: il viaggio di Ulisse, il viaggio di Dante, ma anche quelli di Ariosto o di Renzo Tramaglino. Nel caso specifico di quella classe, all’inizio del quinquennio, mi è sembrato opportuno farli viaggiare (anche se con il mezzo della pagina scritta) con il fine dichiarato di fondare l’importanza di conoscere il mondo attraverso l’esperienza.

Per quanto riguarda il testo utilizzato, il primo istinto è stato quello di andare subito a cercare qualcosa nei due splendidi Meridiani curati da Luca Clerici. Alla fine, la peculiarità della Scuola mi ha spinto invece verso un autore meno accademico ma più adatto a mio giudizio agli studenti che avevo difronte. Il Virgilio scelto è stato quindi Giorgio Bettinelli, musicista, viaggiatore e scrittore misconosciuto ai più (ma idolatrato dallo zoccolo duro dei suoi lettori, in genere viaggiatori o aspiranti tali), a fronte di quattro volumi continuamente ristampati da Feltrinelli, nei quali descrive i suoi incredibili viaggi a bordo di una Vespa che lo portarono dal 1992 al 2006 a coprire tutto il globo terrestre. Il libro scelto è stato il secondo, Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa, dove Giorgio Bettinelli descrive tre dei suoi cinque viaggi più importanti: il secondo, quello dall’Alaska alla Terra del fuoco (dal 1994 al 1995 lungo un percorso di 36.000 chilometri), il terzo, quello Melbourne a Città del Capo, (52.000 km percorsi in un anno esatto, fra il settembre 1995 e il settembre 1996) e infine il vero e proprio giro del mondo da lui ribattezzato World Wide Odyssey (dall'ottobre del 1997 al maggio del 2001 con partenza dalla Terra del Fuoco ed arrivo in Tasmania, con in mezzo anche un rapimento subito in Congo).

In classe e in Messico

Ma vediamo concretamente come tutto questo ha funzionato in classe, raccontando una delle esperienze di lavoro. La penna di Bettinelli è senz’altro felice e godibile, di formazione umanistica (lo testimoniano il valore di alcuni racconti che intervalla ai resoconti su cui sarebbe interessante dedicare attenzione critica), ed è soprattutto nei luoghi più remoti che emergono i momenti migliori. I ragazzi ogni settimana avevano la consegna di leggere una parte del libro da me assegnata, che io avevo cura di far poi coincidere per quanto possibile con un argomento di Geografia. Avendo Bettinelli girato praticamente tutto il mondo e strutturando i suoi diari come capitoli a se stanti, non è stato particolarmente difficile di volta per volta trovare il brano giusto.

Nel caso che andrò a sintetizzare si trattava di affrontare il macrotema geografico del continente americano. L’episodio odeporico di cui avevo bisogno era già pronto, trattandosi di uno di quelli che a suo tempo avevo particolarmente apprezzato da lettore di Bettinelli. Durante il viaggio dall’Alaska alla Terra del fuoco, ad un certo punto il viaggiatore si deve inoltrare in una striscia desertica al confine tra Usa e Mexico, da Mexicali a Sonoyta. Si tratta di percorrere 276 Km nel nulla del deserto con la minaccia concreta di essere assalito da bandoleros, banditi che controllano una zona ad alta densità di narcotraffico ed emigrazione clandestina. Al di là della bellezza e della suggestione del racconto (ad un certo punto Bettinelli si imbatte in un moncherino di piede abbandonato sulla striscia infuocata dell’asfalto) è stato paradigmatico (anche grazie all’ausilio della Lim, di Google maps e di Street View) vedere in classe con gli alunni un posto assolutamente anonimo ma per questo unico. Arrivato a metà percorso, Bettinelli descrive l’unico punto di ristoro incontrato durante il tragitto: Pozo de Dona Victoria. Invito il lettore a rintracciarlo a sua volta attraverso Google maps con queste coordinate e poi a visualizzarlo con Street View: 32.230249, -114.032846. Il nulla di un chiosco abbandonato nel deserto, ma un nulla di grande suggestione per gli studenti attraverso le parole di Bettinelli:

Arrivo al rancho di Pozo de Dona Victoria, le cui porte di legno sono sprangate da travi e catene; rallento fino quasi a fermarmi, ma non scorgo tracce di vita: i resti arrugginiti del motore di un camion, un poncho sfilacciato appeso a un chiodo, tre segmenti di una canna fumaria tra la sabbia, e nient’altro. Comincio ad avvertire un' agitazione fastidiosa; le parole dei militari mi martellano in testa, suggestionandomi mio malgrado; un paio di volte mi trovo persino a immaginare qualcuno nascosto dietro gli arbusti o le rocce, che sta aspettando proprio me, e cerco di zittire questo pensiero mettendomi a fischiettare un motivetto qualsiasi, concentrandomi sui numeri del contachilometri che sfilano con una lentezza esasperante, o sul modo di evitare le buche, procedendo a zigzag come sul percorso di una gincana. Mi fermo per accendere una sigaretta, smonto dalla Vespa e fisso a lungo l’orizzonte sabbioso, poi mi guardo dietro le spalle; gli occhi mi si riempiono di fluttuanti macchie nerastre, di piccoli punti impazziti nel chiarore abbacinante del giorno.

Perché un non luogo come viatico privilegiato per suscitare interesse alla conoscenza e quindi alla descrizione del mondo? Rimandando alla bella introduzione di Luca Clerici, forse per lo stesso motivo per cui nel XVIII secolo iniziarono le grandi narrazioni odeporiche: l’irrompere della riflessione estetica e quindi della suggestione del bello che porta prima ad amare e poi a raccontare luoghi sconosciuti. Semplificando: si conosce il mondo perché lo si percepisce bello o comunque interessante. E a mio giudizio un chiosco abbandonato in una strada del deserto messicano poteva essere, nel caso della mia classe, il miglior viatico estetico, il miglior contenitore d’immaginario suggestivo per mettere in moto l’interesse di studenti totalmente impermeabile a biomi, climi e biosfere.

L’analisi preliminare del capitolo messicano è durato in classe il tempo di due lezioni. Alcuni ragazzi hanno volontariamente proposto un approfondimento sul tema del narcotraffico in Messico che io ho poi rinforzato successivamente attraverso passi scelti dal libro di Roberto Saviano Zero Zero Zero. Anche la componente storico-culturale, che spesso troviamo giustapposta nel manuale a quella più specificamente geografica, è stata dunque affrontata con la molla dell’interesse. Da un chiosco abbandonato siamo quindi risaliti alla geofisica del Messico, alle sue città e alle sue aree disabitate, alla sue economia, passando anche per la sua nazionale di calcio. La verifica finale è stata classica ma con un dato degno di nota, ad una domanda aperta su quale fosse stato l’aspetto di maggiore interesse, uno degli studenti ha significativamente risposto: «un po’ tutti, ma io ci vorrei andare in vacanza in Messico».

Bilancio

Ad esperienza conclusa mi sono trovato a constatare come il laboratorio di lettura su Giorgio Bettinelli (perché poi di una laboratorio di lettura si è trattato e quindi primariamente fatto per il suo scopo principe, quello di stimolare e favorire l’amore per i libri) sia stato di notevole rinforzo anche per la Geografia. Il modus operandi è stato più o meno omogeneo per tutto l’anno: partire da non luoghi, o meglio luoghi dimenticati e non presenti nei manuali, con l’idea di creare suggestione, curiosità, interesse ai fini di una descrizione più strutturata e compiuta. Qualche volta i non luoghi hanno ceduto il passo ai grandi luoghi della Geografia (come nel caso della lettura sul Taj Mahal o sui marosi della Terra del fuoco), ma la molla è stata sempre la stessa, suscitare bellezza per stimolare conoscenza.

Insomma vedendo il mondo attraverso le piccole ruote della Vespa e le parole di Giorgio Bettinelli, in quella classe è nata anche un po’ di voglia (ovviamente non in tutti) di conoscere e di descrivere il mondo: il senso profondo della Geografia se ci pensiamo bene.

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