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Il sole e la morte

Orlando 1 Il sole e la morte è l’ultimo libro pubblicato da Valentino Baldi per Quodlibet. Si tratta di un saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando composto da cinque capitoli. Alla fine del libro, Baldi ha composto una “piccola enciclopedia orlandiana”, un lemmario in cui vengono trattate alcune questioni critiche e teoriche che potrebbero aiutare i lettori più lontani dalla produzione di Orlando ad avvicinarsi alle sue opere. Riproduciamo una parte del primo lemma intitolato Autore.

(V. Baldi, Il sole e la morte. Saggio sulla teoria letteraria di Francesco Orlando, Quodlibet, Macerata, 2015, pp. 167-72).

     Come amava ricordare nei suoi libri e nei suoi seminari, Francesco Orlando è promotore di uno approccio critico che è stato opportunamente definito «freudiano non psicanalitico» (1) . Il segreto dell’ossimoro sta nell’inedito rapporto del critico con la figura dell’autore del prodotto letterario, raramente chiamato in causa nelle fasi di analisi ed interpretazione. Le prime pagine della Lettura freudiana della «Phèdre» (e, quasi specularmente, di Per una teoria freudiana della letteratura) fanno i conti con una consuetudine critica che è stata dominante in Occidente fin dai primi scritti freudiani su arte e letteratura.

Si prenda un passo tratto dal primo capitolo dello studio su Racine in cui, dopo essersi interrogato sul significato convenzionalmente attribuito all’espressione ‘lettura freudiana’, Orlando definisce le caratteristiche principali del suo metodo di lavoro:

Ma né la biografia dell’autore né la psicologia della sua creazione possono essere decisive per la comprensione di un’opera: e ciò per la buona ragione che un’opera non è un discorso che l’autore rivolge a se stesso, bensì un discorso rivolto ad altri. A partire dal momento in cui l’opera è un prodotto finito, comincia un suo funzionamento che presuppone un numero imprecisabile, e un tipo più o meno esattamente definibile, di lettori, spettatori, interpreti, critici, ecc (2).

Prodotto di un destinatore scomparso (o comunque legato ad una precisa condizione storica) in continuo scambio con destinatari sconosciuti (o appartenenti ad epoche diverse), il testo letterario non può essere ridotto ad un campionario di sintomi attraverso i quali risalire ad una psicologia individuale. Oltre che più pertinente in campo storico e biografico, l’esercizio interpretativo che si appoggia continuamente sulla figura autoriale è spesso vano: «cominciamo col dire che costanti provenienti dal vissuto biografico interesseranno certamente la dimensione psicologica e psicanalitica legittima degli studi biografici veri e propri, ma — come ogni altro tipo di costanti — possono essere entrate nel testo oppure no».(3)In caso negativo è inutile continuare, ma anche nel caso in cui un elemento di natura biografica sia effettivamente presente in un testo «viene a confermare […] interpretazioni raggiunte per vie testuali interne»: al massimo, spiega Orlando, si tratterà di una «controprova» (4) di cui dare conto in una nota a piè pagina.

È una polemica che resta attuale, nonostante sia frutto di un’impostazione teorica nata attorno alla metà degli anni Sessanta. È senz’altro singolare che la perdita di centralità della figura autoriale fosse stata invocata anche da Barthes, esponente di quel decostruzionismo a cui Orlando riservò solo critiche o insofferenze. Freudiano convinto, ostinato avversario dell’autoreferenzialità, l’autore palermitano ha rifiutato le derive rappresentate da biografismo e contenutismo, ma non ha mai assecondato gli entusiasmi decostruzionisti. Anche in anni recenti, la critica letteraria psicoanalitica ha spesso tentato di ricondurre ogni cosa in una prospettiva psicobiografica. Studi come quelli di Freud su Shakespeare, o della Bonaparte su Poe, non hanno evitato di ricostruire biografie interiori, incoraggiando interventi che hanno contribuito alla formazione di una cattiva fama della psicoanalisi quando al servizio di indagini estetiche. Basandosi sulle convinzioni che gli provenivano da retorica, strutturalismo e storicismo, Orlando è ritornato a Freud dopo aver sacrificato la sua eredità più ingombrante: il riduzionismo biografico. Nella speranza di superare i limiti convenzionalmente attribuiti alle letture freudiane, e alla luce di una nuova considerazione della storiografia delle idee, Orlando arriva ad invertite i rapporti solitamente esistenti tra autore ed opera: non dunque inchieste sulle modalità attraverso le quali un individuo fosse stato in grado di produrre una determinata opera, ma all’opposto «perché è potuto toccare a quell’individuo così fatto di esprimere certi significati della sua epoca e imporli in essa e al di là di essa, producendo quella determinata opera?».(5) Sono proprio le contaminazioni fra strutturalismo, marxismo e psicoanalisi che gli consentirono di non assecondare indagini psicobiografiche sui misteri della creazione.

Chi ha conosciuto il critico palermitano sa che c’è un testo in particolare che ha condensato l’essenza del suo rapporto con la persona dell’autore di un’opera letteraria. Si tratta del saggio proustiano Contro Sainte-Beuve, risalente all’estate del 1909 e rimasto incompiuto. Il lettore italiano può oggi leggerlo in un’edizione introdotta da uno scritto di Orlando: è una vera miniera di citazioni che aiutano a definire il rapporto fra vita ed opera d’arte. La natura di questo strano libro proustiano, a metà tra saggio e racconto, unita al periodo in cui è stato scritto, sono circostanze che lo hanno reso un documento prezioso. Il titolo si riferisce ad una nota disputa fra Proust e l’intellettuale Sainte-Beuve, fervente sostenitore di un metodo che presupponeva la conoscenza dettagliata della vita di uno scrittore al fine di avere un accesso diretto alla sua opera. Proust, all’inizio della sua ricerca, non esita a citare estesamente brani di Sainte-Beuve che diverranno oggetto di caricature:

Per me — diceva Sainte-Beuve — la letteratura non è distinta o, per lo meno, separabile dal resto dell’uomo e della sua organizzazione… Per conoscere un uomo, ossia qualcosa di diverso da un puro spirito, non ci saranno mai abbastanza mezzi o angoli visuali sufficienti. Finché, su uno scrittore, non ci saremo posti un certo numero di quesiti, e non avremo dato a essi una risposta, sia pure per noi soli e a bassa voce, non potremo essere sicuri di tenerlo tutt’intero, quand’anche tali quesiti possano sembrare i più lontani dalla natura dei suoi scritti.(6)

In un altro celebre passaggio, che non a caso ha costituito la chiave con cui generazioni di critici hanno letto il capolavoro della Recherche, Proust si fa esplicito avversario di simile metodologia, diventando capostipite di un atteggiamento purtroppo minoritario se si riflette sulla futura evoluzione della critica letteraria psicoanalitica: «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei vizi. Un tale io, se vogliamo cercare di comprenderlo, possiamo attingerlo solo nel profondo di noi stessi, sforzandoci di ricrearlo in noi». (7) Orlando, oltre a rispettare simile impostazione nel suo ciclo freudiano, non ha indugiato a seguire le tracce della Recherche in questo breve scritto polemico. È solo alla luce della struttura del romanzo, infatti, che il saggio proustiano del 1909 assume un valore esemplare:

Per Proust la ricerca biografica di Sainte-Beuve sta all’atto di ricreazione interiore che è indispensabile di fronte a un’opera d’arte, come la memoria volontaria o “intelligenza” sta al fatto di resurrezione interiore che solo può restituire il passato, e che è tema d’elezione dell’opere d’arte proustiana. (8)

La raffinatezza del grande scrittore francese sta nello sconfessare il metodo di Sainte-Beuve proprio partendo da una situazione che, potenzialmente, dovrebbe confermare tutte le sue posizioni: la Recherche è il più grande romanzo su una vita interiore che sia mai stato scritto, territorio ideale per chi proprio dalla biografia vorrebbe trarre la materia per leggere criticamente un testo. La ricerca che dà il titolo all’epopea proustiana è però duplice: è, ovviamente, la rievocazione del passato da parte di un protagonista che è anche narratore, ma, allo stesso tempo, è anche una attività che si sviluppa nel corso del testo, alla ricerca dell’ispirazione letteraria: «Questa seconda ricerca si svolge durante sei romanzi e mezzo in direzione sbagliata, essendo proprio la vita di un dilettante quella che Proust ci racconta, la sua vita, in cui un novello Sainte-Beuve avrebbe cercato a vuoto il suo genio — se esso non si manifestasse proprio nell’averla assunta retrospettivamente come un oggetto».(9) Proust è l’autore letterario del Novecento più amato da Orlando, tanto che le incursioni nel territorio della Recherche sono numerose e vengono testimoniate da una serie di opere appartenenti a fasi diverse della sua carriera: (10) la parte finale di Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai romantici; la raccolta di saggi Le costanti e le varianti; i numerosi riferimenti in Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, fino all’introduzione di Da distanze diverse. Il saggio introduttivo a Contro Sainte-Beuve ha però il merito di farsi simbolo di un’impostazione critica formale in un momento (1974) in cui i lavori per il ciclo freudiano erano nel vivo. Accanto a Proust, essenziale è stato il contributo di Charles Mauron, uno dei primi interpreti ad applicare le scoperte freudiane a studi letterari in maniera non piattamente psicobiografica. I primi lavori su Baudelaire e Mallarmé di Orlando risentono grandemente dell’influenza di Mauron: l’incontro con il Freud ‘logico’ [Bi-logica] e lo spostamento di interesse dagli scrittori post-romantici al teatro di Racine, consentirono a Orlando di inaugurare la sua strada freudiana non psicoanalitica allo studio di arte e letteratura.

 

 (1) Thomas Aron, Présentation de Francesco Orlando, ou Une approche freudiane non psychanalytique de la littérature, in Semen I. Lecture et lecteur, «Annales littéraores de l’Université Besançon», n. 278, 1983, pp. 39-6

 (2) Orlando, Lettura fraudiana della «Phèdre», Einaudi, Torino, 1971, p. 8.

 (3) Francesco Orlando, Dodici regole per la costruzione di un paradigma testuale, in Per una teoria freudiana della letteratura, cit., p. 230.

 (4) Ibidem.

 (5) Orlando, Lettura freudiana della «Phèdre», cit., p. 9.

 (6) Marcel Proust, Contro Sainte-Beuve, Einaudi, Torino 1974. Il saggio di Sainte-Beuve, citato lungamente da Proust, è raccolto nei Nouveaux lundis, Calmann-Lévy, Paris 1863-1870, vol. III, p. 16.

 (7) Ivi, p. 16.

 (8) Francesco Orlando, Proust, Sainte-Beuve, e la ricerca in direzione sbagliata, in Proust, Contro Sainte-Beuve, cit., p. XXII.

 (9) Ivi, p. XVII.

 (10) Cfr. Mariolina Bertini, «Savoir» contre «Voir». Francesco Orlando e la modernità di Proust, in Amalfitano, Gargano (a cura di), Sei lezioni per Francesco Orlando, cit., pp. 153-167.

 

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