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Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi

ilpresentedigramsci 325x487 Pubblichiamo l'introduzione del volume di prossima uscita Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi (Galaad edizioni), a cura di Paolo Desogus, Mimmo Cangiano,Marco Gatto e Lorenzo Mari. Ringraziamo l'editore per averci concesso di pubblicarlo.

Con Gramsci era il titolo di un fortunato libro di Eugenio Garin. Quell’opzione è ancora oggi valida: senza il pensiero di Gramsci poco si comprende del mondo attuale e delle sue complesse stratificazioni; e senza lo strumentario concettuale depositato negli scritti giovanili e nei Quaderni del carcere, lo stesso marxismo ha poche possibilità, in tempi odierni, di rifiorire.

Questa raccolta di saggi ha una semplice e diretta ambizione: dimostrare che il confronto con i testi gramsciani non può limitarsi a una passiva pratica di richiamo bibliografico (un destino, questo, che i classici del marxismo vivono sulla pelle ormai da qualche decennio), bensì deve dirigersi verso l’orizzonte della politica, invadendo quei campi – e gli studi letterari rientrano fra questi – tradizionalmente tentati dal vizio dell’autonomia disciplinare. L’ambizione può essere letta anche come una fortiniana insistenza: ha a che vedere con la riabilitazione del nesso tra teoria e prassi. Che, nell’ambito sempre meno politico degli studi letterari, ha un significato assai preciso: le traiettorie interpretative, le riflessioni sullo statuto della letteratura, il modo in cui una certa produzione viene letta e pensata, la discussione sui valori e sulle categorie – tutto ciò influenza e determina il campo culturale, produce visioni del mondo, abilita punti di vista, che, inevitabilmente, si legano alle pratiche quotidiane.

Gramsci ha insegnato a concepire queste modalità espressive e concettuali in termini davvero politici, secondo uno storicismo assoluto che a qualsivoglia elemento della realtà lega le condizioni di emersione, di permanenza e di diffusione. Per dire, cioè, che il sapere, in un’ottica gramsciana, non può dirsi neutro, ma corrisponde a interessi materiali ben precisi. Dietro un apparato di pensiero, dietro una tendenza, una poetica, vi è sempre il lavoro di una volizione materialisticamente determinata. In letteratura, ciò vuol dire semplicemente che la produzione letteraria è anche e soprattutto una produzione ideologica, la cui presenza nella società è sempre connessa a questioni di egemonia. 

Non sfugge ai curatori di questo libro – in gran parte accomunati da un dato anagrafico e generazionale, senza che questo si trasformi in una blanda etichetta di costume – una doppia difficoltà.

In prima istanza: la letteratura e il sapere umanistico in generale vivono oggi una profonda crisi. Essa ha caratteri assai riconoscibili: l’industria culturale si è mutata in un contenitore estetico sempre più indifferenziato; gli istituti di trasmissione della conoscenza, dalle scuole fino alle università, riflettono l’egemonia acquisita dall’ottica liberistica e privatistica, con inevitabili contraccolpi sulle fasce sociali più deboli; il ceto intellettuale ripropone, in modalità più o meno conformistiche, il tema – che fu all’ordine del giorno nelle riflessioni di Gramsci – dell’autonomia e dell’indipendenza aristocratica, secondo una falsa rappresentazione delle proprie mansioni, sempre più degradate, anche quando apparentemente oppositive, a sterile geremiade sulla perdita di valori, di idee e di prospettive; il lavoro critico sui testi si muove su crinali antitetici solo in superficie: molti si rifugiano in uno specialismo sempre più annacquato (a volte, persino indisciplinato), altri nella prospettiva attualizzante del culturalismo o della chiacchiera da terza pagina, annichilendo, dietro la facies della supposta apertura democratica, ogni pretesa critica; il precariato e la flessibilità – ossia, il ricatto con cui il capitale calmiera le ansie di un’intera generazione – produce tentazioni di aderenza passiva all’esistente, generando un qualunquismo teorico senza precedenti, certamente figlio dell’esplosione delle grandi narrazioni e della superfetazione senza limiti di sedicenti discorsi culturali.  

In secondo luogo, chi pure volesse oggi collocarsi in un ambito fieramente contrario ai dettami culturali del tardo capitalismo correrebbe il rischio di vedersi invaso, anzitutto a sinistra, da veri e propri orientamenti favolistici. La distruzione del pensiero dialettico nel suo medesimo ambito di appartenenza, accanto alla manomissione di categorie come “totalità” e “mediazione”, è l’esito di un marxismo che, almeno a partire dalla svolta inaugurata da Louis Althusser per mezzo di un’incontrollata ingerenza delle metodologie strutturalistiche, si è convertito a logiche del tutto inconciliabili col suo corredo tradizionale: le miscele di decostruzionismo, post-operaismo, psicoanalisi lacaniana, neo-ermeneutica, debolismo, culturalismo, si spiegano con la deflagrazione di quel corpo teorico unitario che aveva fondato le sue strategie di riconoscimento sul rapporto, di volta in volta verificato, tra concetti e conflitti materiali. Anche il pensiero di Gramsci ha patito questo rischio. La sua straordinaria diffusione ha incontrato un contesto teorico assai incerto, producendo non poche contraddizioni. Pensatore sistematico, dialettico e storicista, Gramsci, nel tempo della conoscenza per statuto frammentaria, è stato troppo spesso smembrato in partizioni molecolari, quando non ridotto a un mero florilegio di citazioni.

Modesto scopo di questo volume è dimostrare, al contrario, quanto quel pensiero possa oggi dirsi attuale – a patto di verificarlo costantemente – se collocato in un contesto di riabilitazione della dialettica e del pensiero marxiano. E ciò può tradursi non in una pretestuosa difesa della lettera materiale, ma in una chiarificazione permanente dei nessi concettuali che legano Gramsci a una precisa e netta tradizione di pensiero, che non può incontrare, pena antinomie e aporie, la perdurante vulgata post-strutturalistica e post-operaistica. Anche nello studio della letteratura, la sua lezione non può essere ridotta al mantra di uno sterile sociologismo. Gramsci ha sempre insistito sulla relazione tra conoscenza specifica della letteratura e sua presenza nella società, al fine di chiarire quanto la produzione letteraria e culturale possa servire l’edificazione di un’egemonia socialista. Perdere di vista questo proposito è un errore grossolano di prospettiva, che i curatori di questo volume augurano non si commetta.

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