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La poesia e lo stalinismo: Anna Achmàtova

len 20160812 0508 “Il Palazzo d'Inverno e i Musei, li odio quanto voi. Ma la distruzione è vecchia come la costruzione ed è altrettanto tradizionale. Distruggendo quel che odiamo, siamo stanchi e disgustati non meno di quando consideriamo il processo della costruzione. Il dente della storia è molto più velenoso di quanto pensiate” (Da una lettera di Aleksandr Blok a Majakovskji)

Ho l’impressione che una delle ragioni culturali più profonde dell’evaporazione della sinistra sia annidata nella rimozione dello stalinismo, la cui traccia o memoria, - capace di produrre al più spallucce, negazioni, pentimenti o rossori in chi l’ha introiettata - è stata interamente abbandonata alla grossolana propaganda del  “libro nero del  comunismo”, edito a suo tempo da Silvio Berlusconi.

La vicenda di Anna Achmàtova (pseudonimo di Anna Gorenko, 1889-1966) emblematizza esemplarmente il “dente della storia” (Blok), e il rapporto contraddittorio e dialettico tra letteratura e ideologia. L’aveva ben compreso l’altra grande voce femminile della poesia russa, Marina Cvetaeva, sua coetanea, che non a caso dedicò a Achmàtova questi tre versi lapidari:

“Un solo destino. / E un comune foglio di via ci è dato/ nel vuoto senza contenuto” (in Verste).

Il “foglio di via”, carta di espulsione e negazione di legittimità, e il conseguente “vuoto”, negli anni dello stalinismo riguardano il crescente fastidio del potere verso gli intellettuali e verso ogni tipo di problematicità artisticamente rappresentata. In quell’epoca, la poesia e il dubbio sembrarono inessenziali alle semplificazioni della prassi e della propaganda, un po’ come oggi, sotto l’imperio di un’altra ideologia proterva e dominante, quella neoliberista, la letteratura sembra socialmente degna solo se si autoproclama intrattenimento e surrogato del marketing

Le idee nuove di emancipazione e di democrazia diretta, messe in circolazione nel 1917 dei Soviet, però, prima di divenire una caricatura di se stesse e di precipitare nella dittatura di Stalin, avrebbero potuto trarre speranza  e giovamento problematico delle inermi  conquiste della  lingua poetica, qualora avessero saputo nutrire rispetto per “l’inutilità” della ricerca letteraria e per la sua indocile irriducibilità all’ideologia.

Anna Achmàtova, con Osip Mandel’stam, Gumilev e Zenkevic, aveva aderito al movimento poetico dell’Acmeismo, fino ad assumerlo nel nome: contro l’avanguardismo futurista e contro la concezione della poesia come attività mistica, tipica del simbolismo, questi poeti cantavano gli oggetti più quotidiani proponendosi di raggiungere la loro essenzialità concreta (l’acme, appunto ). La lingua poetica di Anna Achmàtova, dunque, diversamente da quella dei simbolisti, epifanizzava e rivalorizzava gli oggetti e la loro physis: in essa le cose ridiventano “la carne del mondo”. Mostrando l’importanza del sensibile nella conoscenza del mondo, e quindi degli oggetti che lo popolano, Achmatova realizzava una forma poetica di realismo modernista ben difforme dal “realismo socialista” imposto da regime. Anna Achmatova sembra insomma agire nei suoi versi come Cézanne nelle proprie tele: l’oggetto “non è più coperto di riflessi né perduto nei suoi rapporti con l’aria e con gli altri oggetti, ma è come illuminato sordamente dall’interno, la luce emana da lui, onde ne risulta un’impressione di solidità e di materialità” (M. Merleau-Ponty, Senso e non senso,  p. 30) . 

Un movimento politico e culturale consapevolmente rivoluzionario e materialistico avrebbe potuto intuire come questa forma d’arte radicava i segni poetici nella materia, nella verità del concreto, benché parlasse soprattutto il linguaggio del “privato” privilegiando   la messa in forma dell’interiorità, dell’intimità.

La formazione cosmopolita e raffinata della Achmatova (che aveva incontrato a Parigi Modigliani e l’Europa delle avanguardie) nonché l’apparente “intimismo” dei suoi componimenti, invece, irritavano i dirigenti politici stalinisti. Zdanov, in particolare, giunse a lanciare contro di lei anatemi e accuse ingiuriose e volgari, appellandola “metà suora e metà puttana”. Anna Achmatova venne espulsa dall’Unione degli scrittori “per mancata partecipazione nell’opera di edificazione socialista”, il che significò il bando della sua opera e la proscrizione del suo nome.

Gli intellettuali dissidenti in genere emigrarono, altri si tolsero la vita (come la stessa Marina Cvetaeva). Achmatova rimase viceversa testardamente nel suo paese, respingendo sia il richiamo della società emigrée che l’”angoscia del suicidio”, cercando di “tapparsi l’udito con le mani”, concentrata e chiusa in se stessa. Venne riabilitata soltanto negli anni del “disgelo” e assunse consapevolmente il conflitto tra l’intimità e il “dente della storia” nella propria ultima opera, il Poema senza eroe (composto tra il 1942 e il 1962).

Le segreterie del Comitato Centrale non avevano notato, per grossolanità di giudizio estetico, che nelle liriche della “suora puttana” non si udiva solo la voce dell’io ma anche quella delle “schegge rugginose delle bombe” (in Proprio sul mare).   Che non vi era solo il ripiegamento ma anche quella forma di prefigurazione che Ernst Bloch, marxista eretico, chiamerà più tardi Principio speranza

“Prima di primavera c’è dei giorni/ che alita già sotto la neve il prato, / che sussurrano i rami disadorni,/ e c’è un vento tenero e alato. (Prima di primavera).

Che, infine, in una sua potente immagine lunare, tornava la figura della casa e della finestra con cui il grande Puskin aveva evocato, nelle ultime sequenze del romanzo in versi  Eugenio Onegin, la morte violenta del poeta, il giovane Lenskij:

“Sul lago s’è fermata ora la luna, / e sembra una finestra spalancata/ in una casa calma e illuminata, / dove sia penetrata la sfortuna.” (Sul lago s’è fermata ora la luna)

Fotografia: Vienna 2016.

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