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Flatlandia e l’impensabilità dell’inconscio simmetrico di Matte Blanco

labirinto-escher1Pubblichiamo un intervento di Alessandra Ginzburg che rielabora alcune posizioni del suo saggio Lo scandalo dell’indivisibilità, in «Psiche», n. 1, 2007. Ginzburg ha spesso sottolineato i vantaggi dell’applicazione del sistema di pensiero di Ignacio Matte Blanco alla sfera letteraria, si veda in particolare il suo recente Il miracolo dell’analogia (Pacini, Pisa, 2011). Quello di Matte Blanco è un esempio essenziale perché consente di utilizzare la psicoanalisi per lo studio della letteratura seguendo un approccio logico e formale, che prescinde il più possibile da biografismo e contenutismo. Come ha rilevato Orlando, citato anche da Ginzburg all’inizio del suo intervento, «Matte Blanco viene […] a confermare quanto un lettore profano di Freud può avere sospettato da sempre: che le forme tipiche del discorso dell’inconscio hanno portata ancora più universale, più onnipresente dei suoi contenuti tipici» (Illuminismo, barocco e retorica freudiana, Einaudi, Torino, 1997, p. 7). Nonostante questo tipo di impostazione non si possa considerare dominante in Italia, ottimi spunti sono proposti nel volume Aa. Vv., L’emozione come esperienza infinita. Matte Blanco e la psicoanalisi contemporanea, a cura di A. Ginzburg, R. Lombardi, Franco Angeli, Milano, 2007.

 ***

Ad un secolo dalla geniale intuizione freudiana sul funzionamento dell’inconscio contenuta ne L’interpretazione dei sogni, colpisce che di questa scoperta fondamentale e ineguagliata si continui a fare un uso limitato tanto in ambito clinico che epistemologico. Da quando le 5 caratteristiche dell’inconscio individuate da Freud sono state riprese ed ampliate da Ignacio Matte Blanco grazie all’apporto della logica simbolica, ci si sarebbe aspettato che concetti basilari necessari a descrivere i livelli più profondi della mente, quali indivisibilità, infinitizzazione e simmetria preziosi per illuminare fenomeni altrimenti oscuri ed incomprensibili, trovassero una collocazione più evidente nella storia delle idee. Così non è stato e Matte Blanco, nonostante la potenzialità delle applicazioni del suo pensiero, è rimasto per la maggior parte degli psicoanalisti e degli studiosi un personaggio stravagante, le cui idee sulla multidimensionalità dell’inconscio e dell’ emozione in opposizione ai limiti tridimensionali della coscienza sono troppo astratte per poter essere riprese e sviluppate. In campo letterario è stato però Francesco Orlando (e sulla sua scia altri lo hanno seguito), ad individuare l’utilità delle categorie matteblanchiane per la comprensione dell’opera d’arte.

Tuttavia, volendo indagare su quello che altrove ho chiamato lo scandalo dell’invisibilità, cioè sulla remora che ostacola a livello emotivo tutte le acquisizioni che mettono in discussione gli strumenti logici che usiamo abitualmente a favore di un inquietante principio di compatibilità, Flatlandia, un’opera geniale apparsa anonima in Inghilterra nel 1882, e definita dall’autore Edwin Abbott, “un racconto fantastico a più dimensioni “, rappresenta una metafora illuminante della paura che la mente prova, in prossimità degli strati più profondi dell’inconscio, nell’avvicinare una dimensione superiore a quella tridimensionale a cui è abituata, o, ancora peggio, nell’accostarsi all’indivisibilità, uno stato se possibile ancora più inquietante perché è caratterizzato dalla soppressione di ogni criterio di differenza su cui poggia la capacità stessa di pensare. Se tutto è o persino se soltanto appare uguale, la mente può andare incontro a pericolosi corti circuiti emotivi. La creazione del concetto stesso di infinito diventa allora l’unica via di fuga per produrre attraverso l’apparente moltiplicazione degli oggetti una possibilità di pensare la realtà evitando il gorgo pericoloso dell’indeterminato.

L’ipotesi è che sia stato proprio lo scandalo del concetto di indivisibilità, così intollerabile in una cultura come quella occidentale profondamente marcata dal pensiero aristotelico, che abbia condannato ad una forma di isolamento rispetto alla comunità analitica Matte Blanco, il pensatore che della realtà indivisibile ha affermato con forza l’attualità, riproponendo la descrizione dell’Essere fatta a suo tempo da Parmenide per porla al centro della propria riflessione sull’Inconscio.

Il presupposto innovativo è che questo inconscio sia tale non per i divieti della censura, ma a causa di una traduzione della dimensione indivisibile operata dal pensiero in una multidimensionalità che la coscienza con i suoi angusti limiti non è in grado di accogliere e contenere in forma diretta.

Una vicenda analoga di isolamento e persino di ostracismo, quando scopre l’esistenza della tridimensionalità, vive il quadrato abitante di Flatlandia, ovviamente ignaro della terza dimensione in un luogo in cui non è concepita l’altezza e dove tutti appaiono perciò gli uni agli altri come delle linee rette. In questo universo bidimensionale in cui nessuna forma a prima vista si differenzia dall’altra, il quadrato riceve improvvisamente la visita di un essere sconosciuto che sembra un circolo ma è in realtà una sfera ( equivalente cioè ad un numero infinito di Circoli). La sfera proviene da un altro spazio e intende rivelargli l’esistenza della tridimensionalità. All’inizio essa ricorre a ragionamenti analogici, ma infine, vista la scarsità dei risultati, approda bruscamente ad una dimostrazione concreta che consiste nel sollevare a forza il quadrato ad una altezza da cui è impossibile non percepire la profondità dei solidi.

La risposta del quadrato è inizialmente di ostinato quanto terrorizzato rifiuto ed evoca la reazione catastrofica al cambiamento proposta da Bion. Ciò che la sfera non prevede tuttavia è che il quadrato, illuminato dal vangelo delle tre dimensioni, pretenda in seguito di immaginarne una quarta, se non addirittura altre successive. L’opposizione del maestro di fronte a tanta tracotanza non è dissimile dal divieto ad usare l’immaginazione che inchioda alla bidimensionalità gli abitanti di Flatlandia: il quadrato viene rimandato con violenza dalla sfera al suo paese dove finirà in carcere per tutta la vita per aver cercato vanamente di propagandare fra i suoi concittadini la visione mirabolante di un mondo a molte dimensioni, una visione che con il tempo sempre più gli appare come un sogno.

Proprio in un sogno, del resto, la sfera presenta al quadrato la adimensionalità come una condizione ridicola e insensata. Il Punto viene descritto in questi termini spregiativi dalla sfera: «Quel Punto è un essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo mondo, tutto il suo universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, perché non ne ha esperienza; non ha cognizione neanche del numero Due ; né ha un’idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente…» (1).

Parmenide si era servito di espressioni non tanto diverse per esaltare la compiutezza dell’essere, che per Matte Blanco corrisponde alle aree più profonde della mente nelle quali non è concepibile la morte come non è concepibile la vita in quanto essa implica comunque movimento e successione temporale quando secondo le parole che ci sono state tramandate diceva:

«..E come potrebbe l’essere esistere in futuro? E come potrebbe essere stato in passato?

Poiché se fu non è, e così non è se dovrà essere in futuro.

Così si estingue la nascita e la morte scompare.

E inoltre non è divisibile, perché è tutto uguale:

né c’è in qualche parte un di più d’essere che possa impedirgli la contiguità di sé con se stesso,

né un punto in cui meno prevalga, ma è tutto pieno di essere.

Per questo è tutto continuo: che l’essere all’essere è accosto

Ma immobile, costretto nei limiti di vincoli immensi

E’ l’essere senza principio né fine, poiché nascita e morte

Furono respinte lontano, e le allontanò la vera convinzione.

Identico nell’identico luogo restando, giace in se stesso

E così vi rimane immobile, che la forza imbattibile della necessità

Lo costrinse nelle catene del limite che intorno lo avvolge,

poiché l’essere non può non esser compiuto …» (2).

Senza le categorie di tempo e spazio ogni sequenzialità viene infatti abolita, tutto è infinitamente uguale a se stesso. Freud aveva intuito l’esistenza di questo abisso all’interno della psiche quando a proposito della coazione a ripetere aveva parlato di eterno ritorno dell’uguale, oppure aveva intravisto l’assoluta intercambiabilità della classe nella scelta sempre identica dell’oggetto d’amore, ma come la sfera di Flatlandia non era potuto andare al di là dei limiti impostigli dalla cultura del suo tempo, limiti che tuttora frenano la nostra immaginazione, proponendo il binomio indivisibilità-infinito come una astrazione pericolosa, forse addirittura mortale.

E’ questo il livello estremo in cui cessa ogni distinzione fra il Sé e l’oggetto e che Matte Blanco ha denominato matrice di base della proiezione e dell’introiezione per sottolineare come proprio la simmetrizzazione estrema sia alla base di questi due fondamentali processi della vita psichica. Se il livello della matrice di base avesse la possibilità di parlare forse utilizzerebbe le stesse orgogliose parole con cui si descrive il Punto in Flatlandia, il quale, non distinguendosi dal mondo, parla di sé in terza persona: «Esso riempie ogni spazio…e quello che Esso riempie, esso è. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è l’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah la felicità di Essere!» (p. 141).

Ipotizzare un oggetto che diventa potenzialmente tutti gli oggetti e in questo modo coincide sostanzialmente con il soggetto stesso di cui è l’emanazione implica che vi sia un livello in cui le relazioni spaziali e temporali sono catapultate l’una nell’altra fino a rendere ogni cosa e avvenimento identico ad ogni altro (3). Siamo così tornati allo scandalo dell’indivisibilità, per sua natura aliena al pensiero e perciò fonte di ansietà per chi ne fa una esperienza condivisa nella stanza di analisi.

Come fa il quadrato con la sfera, Matte Blanco ha suggerito che sia possibile accogliere nella mente «uno Spazio ancora più spazioso, una Dimensionalità ancora più dimensionale» (Flatlandia, p. 133) tanto da essere percepita come un’unità indivisibile. È allora una nostra difficoltà a servirci concretamente dell’immaginazione che condanna al carcere o all’isolamento tutti i coraggiosi visionari che percorrono nuove strade fino a costringerli persino a mettere in dubbio le proprie idee «come il parto di una fantasia malata, o come l’edificio senza fondamenta di un sogno». (Flatlandia, p. 151).

 

NOTE

(1) E. Abbott, Flatlandia, Adelphi, Milano 1966, pp. 143-44.

(2) Parmenide, “Frammenti” in I presocratici, Laterza, Bari 1969.

(3) I. Matte Blanco, Pensare, sentire ed essere, Einaudi, Torino 1995, p. 301.

Commenti   

#1 UNA RETORICA TUTTA DA COSTRUIREGiuseppe Corlito 2013-03-10 02:42
Fa bene Alessandra Ginzbug a chiedersi come mai a distanza di un secolo "la geniale intuizione freudiana sul funzionamento dell’inconscio contenuta ne L’interpretazione dei sogni, produca "un uso limitato tanto in ambito clinico che epistemologico" e aggiungerei nell'ambito della critica letteraria, che da noi finisce per ridursi ad orlando e poco più. Per me la risposta sta nella lettura prevalentemente simbolica che ne è stata fatta e che ne ha distrutto le potenzialità critiche materailiste, costruttiviste ed allegoriche. Si continua ad ignorare il fatto che nell'IdS Freud definisca "accessorio" il metodo di analisi simbolica dei sogni.
La psicoanalisi nasce come una dottrina scientifica, utilizzabile a fini pratici quale terapia, ed insieme come un’ermeneutica, utilizzabile sia per interpretare il testo fornito dal racconto complessivo dell’analizzando (al cui interno stanno i singoli aspetti processati: sintomi, sogni, atti mancati, lapsus ecc.) sia ogni altro testo compreso quello letterario (a partire dal saggio sul Motto di spirito). Questo la colloca in una zona di confine tra scienze della natura e scienze dell’uomo, da cui non può essere tratta da una parte né dall’altra senza snaturarla. Essa condivide la collocazione di quelle scienze della natura, che si sono più avvantaggiate da un discorso storico evoluzionista (la biologia, la medicina, la psicologia, la psichiatria ecc.) o, volendo, di quelle scienze dell’uomo (le stesse), che si sono più avvantaggiate di un discorso a struttura scientifica (statistico ed epidemiologico; Foucault lo ha dimostrato nel suo libro migliore, Nascita della clinica). Tale posizione epistemologica è derivabile anche da Timpanaro con la critica alla stessa divisione idealistica tra scienze dell’uomo e scienze della natura. Di possata possiamo notare come il punto di vista "eracliteo" di Timpanaro è diametralmente opposto a quello parmenideo sostenuto dalla Ginzburg in relazione a Mette Blanco.
Analogamente va rivendicata anche la posizione materialistica di Freud e la sua critica agli assetti sociali dominanti ne Il disagio della civiltà. In proposito è utile ricordare quanto dice David nella II edizione del suo Psicoenalisi e letteratura al capitolo “25 anni dopo”: voler rubricare la psicoanalisi tra le “scienze molli” (con il contributo del decostruzionismo) serve a ridurne la portata critica nell’epoca del trionfo dell’uomo neuronale, proprio quando secondo me le neuroscienze stanno confermando alcuni fondamenti della psicoanalisi, a cominciare dalla nozione stessa di “inconscio”, che ha avuto una conferma sia dalle scienze cognitive sia dalla teoria computazionale della mente umana. In questo senso la critica di Popper sulla scientificità della psicoanalisi, che tende a rubricarla come “pura narrazione” insieme al marxismo, è stata ampiamente contraddetta dall’epistemologo Grunbaum, che si è giovato anche delle tesi di Timpanaro sul lapus per dimostrare che la psicoanalisi è falsificabile e verificabile (appunto statisticamente ed empiricamente anche se con la difficoltà dovuta alla sua complessità). In generale vale il discorso di Thomas Mann, contro ogni rinnovata “crisi” della psicoanalisi: essa non può essere eliminata dalla cultura occidentale, come non può esserlo il materialismo di Marx (oggi più attuale che mai), a meno che non finisca la cultura occidentale. Se le dottrine psicoanalitiche sono sopravvissute per oltre un secolo, nonostante le diaspore, le lotte ei franitedienti, ci sarà pure qualche loro fondamento.
Tutto questo per dire che è comprensibile quanto sia affascinante per un letterato il discorso lacaniano dell’inconscio come linguaggio o la sua matematizzazione logica di Matte Blanco, ma non se ne può dimenticare il suo fondamento materiale, anche se il modello pulsionale, idraulico ed energetico di Freud non ha più alcun fondamento scientifico. La teoria del "materialismo emergente" sostiene che l’organizzazione della mente umana (e della coscienza come metafora, recentemente argomentato da Jervis nel suo libro postumo) emerge progressivamente dal substrato biologico sottostante, differendo dall’intelligenza artificiale solo perché il substrato dei computer è elettronico, ma i percorsi “emergenti” sono gli stessi, dato che i secondi nascono per imitazione dei primi. Così anche le macchine elettroniche hanno un “inconscio”, cioè gli algoritmi e i linguaggi secondo i quali funzionano e che di fatto ignorano i loro stessi programmatori. L’inconscio umano è un infaticabile produttore di immagini con cui la parte biologica della natura umana (potremmo dire anche "simmetrica" e "indivisibile" nella terminologia di Matte Blanco) emerge alla luce nell’universo linguistico del pensiero evoluto lungo lo sviluppo filogenetico della specie umana e lungo quello ontogenetico di ogni individuo della stessa specie. Come interfaccia natura-cultura, che produce immagini (oniriche e altre, l’inconscio ha un suo linguaggio, più che essere un linguaggio, più o meno comunicante come sostiene Orlando, se non altro nel nostro dialogo interiore. Questa funzione struttura la mente umana metaforicamente, cioè come capacità di descrivere le cose in un altro modo. A pensarci bene per esempio anche il modello atomico è una metafora planetaria. Ciò è il presupposto per cui “comprendere il linguaggio dell’inconscio” è una forma di dialogo comprensivo con se stessi che ha una funzione terapeutica. Per apprendere questa forma occorre lavorare in due (analista e analizzando) a costruire un testo, che ha un suo fondamento materiale filologicamente esistente, ed apre la strada ad un’ermeneutica semantica e materialistica, che è stata la posizione di Allegoria nel dibattito degli anni Ottanta contro il decostruzionismo. Lo stesso processo è quello che collega al testo autore e lettore ed è il fondamento di quella che Luperini ha definito “comunità interpretante” con tutto il conseguente conflitto delle interpretazioni. Il testo può essere diversamente interpretato, ma ha una sua esistenza oggettiva, che fonda il suo “valore” letterario.
Perciò non ha senso distinguere troppo le strutture formali dal loro contenuto, come è negli esempi migliori della critica letteraria psicoanalitica, cosa che corrisponde ancora al fatto che la letteratura sta nel particolare equilibrio tra forma e contenuto, banalmente nella versione di De Sanctis. Si può concordare con Lavagetto che anche il biografismo è un particolare accesso alla comprensione dell’opera d’arte, purché non sia l’unico e ancor meno il principale.
Tutto sarebbe più chiaro se gli studiosi e i critici tenessero presente uno degli ultimi scritti di Freud sull’interpretazione che è Costruzioni in analisi (1937), che invera la posizione metofdologia centrale dell'IdS e che rivede la posizione “archeologica” precedente, per rivendicare la costruzione del testo analitico comune tra analista ed analizzando come unica legittima interpretazione “non autoritaria” perché co-costruita e non imposta. Ciò emancipa Freud dal simbolo (esplicitamente definito come metodo interpretativo “accessorio”) e apre la strada ad una costruzione di senso di tipo metaforico ed allegorico (nella definizione aristotelica dell’allegoria come metafora continuata). In proposito colpisce la persistenza millenaria dei tropi della retorica classica e la loro periodica riattualizzazione. Se essi permangono in epoche e culture tanto diverse, vorrà dire che hanno una base anche antropologica nel modo di funzionare della mente umana. La costruzione di una critica letteraria di ispirazione psicoanalitica, che tenga conto delle forme e insieme dei contenuti, dovrà continuare a fare i conti con esse.
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