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Falsi perfetti o falsi d’autore? Democrito e il pensiero che non si falsifica. Su Lettere immaginarie di Democrito alla figlia di Vincenzo Fano

 

00000000000000001Democrito Fano The Perfect Fake è il titolo di uno dei paragrafi del libro Languages of Art: an approach to a theory of symbols (1968) in cui il filosofo della scienza Nelson Goodman (1906-1998) discute della conoscenza artistica1. Il “falso perfetto” è un dilemma per il collezionista, lo storico e il critico d’arte, il curatore di mostre. Il “falso perfetto” è l’orgoglio dei falsari, la delizia dei cronisti, l’ambizione degli artisti picareschi. Per costruire un falso d’arte serve arte. Un esame microscopico o un rilevamento a raggi X possono attestare che esso sia un manufatto recente per opera di ignoto, ma i sensi sviano: se il falso è ben fatto, si confonde drammaticamente con l’originale. Al contrario dell’arte visuale, la musica non è analogamente falsificabile, lascia intendere Goodman. La musica prevede un’esecuzione e il patto è chiaro fin dal principio: l’artista segna sul pentagramma note e ritmo, stabilisce la strumentazione nell’orchestra, ma permette che l’esecuzione sia del direttore. La performance può essere non ottimale, ma a parità di correttezza tutte le buone esecuzioni sono la lecita riproduzione dell’opera d’arte.

Anche la letteratura, la poesia, la filosofia hanno i loro falsari. Esistono testi di dubbia attribuzione, che impongono anni di lavoro filologico e finisco per qualificare con uno Pseudo- il nome dei loro autori. Esistono, però, anche i “dichiaratamente falsi”, scritti ispirati a un autore, a uno stile, a un pensiero, utile per sviluppare e attualizzare riflessioni che hanno bisogno di essere elaborate sotto esplicite condizioni: Copernico offriva a Leopardi l’occasione per illustrare come “sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l'impero”; Adriano permetteva a Yourcenar di parlare dell’uomo “quando gli dèi non c’erano più, ma Cristo non era ancora apparso”. Si prende, si svuota, si riempie, si imita, si amplia un pensiero riconosciuto originario in un’epoca o un autore. Il falso è dichiarato, poiché costituisce la regola del gioco. La regola stabilisce i criteri dell’esecuzione, senza chiarire quanto il pensiero sia falsato. Implicitamente si ammette che il pensiero abbia prodotto modelli: non schemi di argomenti e di ragionamenti riproducibili, ma idee dalle quali estrapolare bozzoli fecondi di altre idee ancora.

La filosofia, in quanto pensiero, ammette falsari? Dopo Socrate molti tra i logoi socratikoi vollero imitare lo stile del dialogo per spaziare in contenuti filosofici ispirati dall’Ateniese morto di cicuta. Si perpetra uno stile perché in esso si possano annidare pensieri. Se l’esecutore è particolarmente capace, la distinzione non è sempre semplice – si pensi a Platone; ma se l’esecutore è successivo di secoli, la distinzione è chiara. Siamo invitati così a tornare al IV secolo a.C. con un’esecuzione filosofica ispirata a Democrito di Abdera: autore di numerosi trattati, scrisse di matematica, logica, geografia, linguistica, strumenti scientifici e di astronomia. Il pensatore non si fermava a nozioni e informazioni dagli interessi circoscritti: egli era un sapiente che colse il mondo in maniera particolare.

È questa la condizione sotto la quale vengono offerte le riflessioni di un filosofo contemporaneo, ammiratore di Democrito, Vincenzo Fano, che redige Lettere immaginarie di Democrito alla figlia. Un invito alla filosofia (Carocci, Roma 2018). Le lettere costituivano uno stile praticato al tempo dell’Abderita (si pensi alla Lettera a Meneceo o sulla felicità di Epicuro), ma l’appellativo “immaginarie” è in questo caso ridondante: Democrito, l’uomo soprannominato “sapienza”2, non doveva essere propenso ad aver figli o figlie3. Si svela subito, dunque, che non è Democrito il protagonista, ma la sua saggezza, che lo mette in ricerca continua per “invigilare” (come diceva Benedetto Croce, ricorda Fano) su se stesso. Perché scrivere a una figlia? Si tratta di un testamento, spirituale e speculativo, scritto per mano di un uomo che ha dedicato la vita allo studio e che sta vivendo l’esperienza della malattia: egli decide quindi di lasciare alla figlia la cosa più preziosa che ha avuto nella vita, seconda solo a lei, ovvero la possibilità di provare a comprendere la vita e il mondo e provare «una delle più grandi gioie della vita, lo studio» (p. 29). Si avvia così un epistolario in cui le parole traspongono un pensiero, un logeion dove a esibirsi non sono gli attori ma la filosofia come occasione per confrontarsi con la totalità del sapere. Gli ambiti esplorati sono tanti, perché si va dalla teologia all’etica, dalla matematica all’informatica e alla fisica, dalla chimica alla biologia, dalla psicologia alla sociologia, fino all’economia, all’arte e alla politica. Nel mondo specialistico della cultura odierna non possiamo sapere tutto, ma possiamo confrontarci con molti esperti che hanno consegnato risultati importanti: da qui la preziosa appendice bibliografica che raccoglie spunti e suggerimenti per avere un primo accesso ai temi affrontati (pp. 125-141). Campeggia, al centro delle riflessioni dipanate tra i ricordi e le conoscenze del protagonista, l’interesse per la scienza, di cui si chiarisce di volta in volta l’oggetto in esame: ogni volta, l’oggetto è vicino, è di vitale interesse, perché riguarda le nostre esperienze quotidiane. Come misuriamo, come organizziamo il tempo, come percepiamo chi ci è accanto, come viviamo insieme agli altri. Nelle lettere del Democrito contemporaneo troviamo accessibili, con rara chiarezza e ragionata leggerezza, problemi noti della letteratura filosofica e scientifica come il paradosso del mentitore, il gioco dell’imitazione, il ruolo degli inosservabili nella fisica, il nesso tra correlazione statistica e causalità, la natura della conoscenza storica rispetto a quella scientifica. Alcune delle più importanti conoscenze che la filosofia della scienza ha elaborato diventano un patrimonio per vivere la quotidianità. «Noi abbiamo un accesso alla realtà limitato e distorto» (p. 87): questo è il miglior punto di partenza per non illuderci. Ma la nostra mente non è prigioniera di un corpo, come molti stranamente sostengono (p. 116): possiamo invece ragionare, stabilire, vagliare ciò in cui credere, fino addirittura a decidere di limitare il bene privato per il bene collettivo. I vincoli, però, «non devono essere mai arbitrari, come invece purtroppo sono sempre sotto le dittature» (p. 120).

I falsi d’arte pesano, come le teste di Modigliani del Fosso Reale a Livorno nel 1984; pesano le fake news, ultimo prodotto delle fabbriche dell’informazione, che non portano conoscenza ma tristezza sociale. Nelle pagine di Fano il falso, al contrario, ribalta la scena. Democrito permette l’esecuzione artistica di un istinto originario che si conserva e non si può alterare: è l’istinto alla filosofia, che soppesa e distingue, valuta e sceglie; la filosofia diventa un vaccino, accessibile a quanti credono che anche oggi, nella selva globalizzata degli eccessi di informazione, sia possibile aprire una via ragionevole alla felicità.

1 Disponibile in italiano per la cura di Franco Brioschi I linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, Milano 2008.
2 Come si evince dalla raccolta H. DIELS – W. KRANZ, I Presocratici, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano 2006, testimonianza numero A 1.
3 Cf. Idem, frammento B 276.

 

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