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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

I modi della poesia italiana del Duemila: la rete della madre Commento a e-mother di Elisa Biagini

th.jpg Elisa Biagini, e-mother

sei nuovamente

il tramite col mondo:

se non è l’ombelico

è il cavo ottico

adesso, altra

fibra

che regge i nostri acidi,

le tue parole

colostro contro il buio

Questa poesia di Elisa Biagini è stata inserita nell’antologia Poesie dall’inizio del mondo (Roma, Sossella, 2003); è stata poi scelta per chiudere la prima parte di un’antologia più recente sulle relazioni matrilineari nella poesia italiana contemporanea: Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi, a cura di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porstner e A. M. Robustelli (Milano, La Vita Felice, 2018).

Libreria Mannaggia (Perugia)- Inchiesta Librerie Indipendenti/2

libreria mannaggia 1 a cura di Morena Marsilio ed Emanuele Zinato

Continua a cadenza quindicinale l’inchiesta che il blog dedica alle librerie indipendenti con l’intento di dare voce a una realtà marginale rispetto alla grande distribuzione – oggi imperante anche nel web -  ma preziosa per la resistenza opposta alla mercificazione della letteratura e capace di offrire risposte alla crisi del libro. Le librerie indipendenti spesso non solo semplici negozi, ma luoghi di aggregazione, incontro, impegno civile e solidarietà: la recente chiusura della libreria romana “La Pecora Elettrica”, nonostante la risposta del quartiere e di molti donatori, evidenzia la necessità di valorizzare e presidiare questo settore culturale 

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

In effetti, al momento dell’apertura, ci hanno chiamati folli, coraggiosi, eroi, e l’hanno fatto anche amici e collaboratori che, come noi, lavorano nel campo dell’editoria e che quindi, in teoria, dovrebbero possedere la stessa quantità di follia e coraggio. Ma, proprio come loro, sappiamo che la retorica del coraggio e della follia è solo in parte rispondente a verità, e più che nell’avventatezza del “gesto” la follia risiede, semmai, nel compiere il gesto a dispetto di un’estrema consapevolezza dei rischi e delle difficoltà di un’impresa come la nostra. Si tratta quindi di un’ossimorica follia razionale. In quanto all’eroismo, pure tirato in ballo da molti, be’, crediamo che l’eroismo risieda in comportamenti di eccezionale coraggio in situazioni impreviste, estreme, drammatiche: nel nostro caso, se la situazione delle vendite può raggiungere a volte il livello di pericolo estremo, non è certo, come si diceva, una cosa imprevista. Purtroppo. Ci siamo occupati entrambi per anni, in maniera precaria e discontinua e in vari modi, di editoria, ed entrambi desideravamo un luogo in cui promuovere un certo tipo di libri: quelli pubblicati da piccole e medie case editrici indipendenti, non facilmente reperibili e spesso sorprendenti. La nostra voleva essere ed è, insomma, una proposta basata sull’alternativa alle librerie di catena e sulla bibliodiversità. Perugia, con il suo centro storico e con le sue attività culturali già attive (e con la contestuale mancanza di una libreria impostata in tal modo) ci è sembrata adatta a questo tipo di proposta.

2. Incontri con autori, corsi di lingua, attività di animazione: quali attività, oltre alla vendita libraria, promuovete e quale vi sembra essere, oggi, il loro impatto?

Come la maggior parte delle librerie indipendenti non ci limitiamo alla vendita ma cerchiamo di portare avanti una serie di attività culturali e promozionali all’interno del nostro piccolo spazio: presentazioni con autori, incontri con editori per conoscere i mestieri che stanno dietro a quel che leggiamo, incontri tematici come quelli degli ultimi mesi dedicati alla letteratura latinoamericana o il ciclo di letture monografiche ad alta voce che abbiamo portato avanti per due stagioni a cadenza quindicinale. La presenza di pubblico non è mai prevedibile, questo va detto, ma una cosa che ci rende felici è che alcune proposte vengono dai nostri clienti e dai nostri amici lettori. Con loro, ogni giorno, ci confrontiamo, e le chiacchiere spaziano da Borges a Carver, da Buzzati a Wallace, dal graphic novel alla poesia, dalla microeditoria ai colossi editoriali. Così, ogni giorno, abbiamo la conferma che per quanto la lettura sia un’attività solitaria è sempre interessante, poi, parlarne, darsi consigli e, perché no?, anche essere in disaccordo.

Risalire e ridiscendere i Tre piani di Eshkol Nevo

Tre piani 01.jpg IL CONDOMINIO

In attesa che Nanni Moretti ci conduca per i Tre piani del suo nuovo film (nelle sale in aprile), entriamo con le parole di Eshkol Nevo nel condominio elegante e discreto nella periferia residenziale di Tel Aviv.

...al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinti, l’Es. Al piano di mezzo abita l’Io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà. E al piano più alto, il terzo, abita sua altezza il Supero-Io. Che ci richiama all’ordine con severità e ci impone di tenere conto dell’effetto delle nostre azioni nella società. (p.192)

La celebre triade freudiana disegna l’architettura del romanzo (Neri Pozza, 2017; traduzione di O.Bannet e R.Scardi) e dispone – appunto – su tre piani le vicende dei tre protagonisti e implicitamente delle loro famiglie e degli altri inquilini.

Al primo piano vive una giovane coppia. Arnon, un designer rampante, e Ayelet, una impegnata avvocatessa, hanno due bambine, Ofri e Yaeli: la prima acuta, determinata e silenziosa; la seconda, semplice e con qualche problema di salute. Per fronteggiare le difficoltà logistiche (e non solo), Arnon e Ayelet hanno preso l’abitudine di affidare Ofri ai vicini di casa, due anziani, marito e moglie, i cui nipoti vivono lontani da Israele e non si vedono che raramente. Hermann e Ruth, distinti, educati, disponibili, conquistano subito la fiducia dei giovani e l’affetto della piccola Ofri, verso la quale Hermann si mostra particolarmente tenero. Finché un giorno Hermann, l’ex ragazzo più bello del kibbutz (p.16), quello che cambia(va) le ragazze come i calzini (p.17), sparisce con la bambina, innescando ricerche angoscianti: Hermann infatti da qualche tempo manifesta i segni dell’Alzheimer. Il gigante e la bambina vengono ritrovati in un frutteto, ma questo non allenta l’angoscia di Arnon il quale, osservando i comportamenti della figlia, inizia a sospettare che Hermann le abbia usato qualche violenza. Il pensiero diventerà ossessione e non si arresterà nemmeno di fronte all’avanzare inesorabile, nel vecchio, della malattia, travolgendo Arnon fino a trasformarsi da inquisitore in inquisito: la nipote minorenne di Hermann, una sorta di Lolita parigina, lo accuserà di abusi.

Il secondo piano è abitato da Hani e dai suoi fantasmi: i conoscenti malignamente la chiamano la vedova (p.88), perché il marito, Assaf, con enorme frequenza è costretto all’estero dagli impegni di lavoro. La giovane donna dunque, grafica di un certo successo, ha abbandonato la sua professione e gestisce in solitudine i due figli piccoli e la routine quotidiana, assediata dal pensiero asfissiante della madre, che la follia confina in un ospedale psichiatrico. Un giorno, mentre il marito è in viaggio d’affari, si presenta alla sua porta il cognato Eviatar: non si vedono da anni perché fra lui e Assaf non corre buon sangue, ma l’uomo, stretto nella morsa di pericolosi creditori, ha bisogno di qualcuno che lo nasconda per qualche giorno. Hani acconsente, approfittando della assenza dei vicini, il cui appartamento le è stato in qualche modo affidato per lo spazio breve della loro vacanza. Nonostante si muovano entrambi con grande circospezione, fra i due si istaurano presto dinamiche familiari e una certa complicità: uscita di sicurezza dalla solitudine, o forse solamente vicolo cieco di una mente malata.

Libreria Nina. Inchiesta Librerie Indipendenti/1

Nina libreria A partire da oggi ospiteremo una serie di interviste a librai indipendenti italiani. Ci auguriamo che i nostri lettori possano apprezzarla.

A cura di Morena Marsilio

Via Mazzini 54, Pietrasanta (LU)

Tel 058470060 – 3498643700 info@ninalibreria.it

  • Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

Abbiamo iniziato per amore dei libri. Quasi subito abbiamo capito che l’amore per i libri è requisito necessario (e da coltivare, perché se si smette di leggere bisogna cambiare mestiere) ma non sufficiente. Il luogo non lo abbiamo scelto, abbiamo colto un’occasione fortunata. Abbiamo iniziato ad amare questa città che non era la nostra, che è bella e difficile. Reagisce alle iniziative culturali con entusiasmo o talvolta con indifferenza senza che sia facilissimo per noi - dopo undici anni - capirne i motivi. La presenza dei turisti è indubbiamente una ricchezza inestimabile ma richiederebbe anche di essere più generalisti ed è una cosa che non possiamo né vogliamo permetterci. Pur considerando pericoloso e controproducente (oltreché sbagliato) un atteggiamento censorio nei confronti della letteratura più commerciale, il motivo per cui continuiamo ad esistere è ciò che proponiamo, che non può prescindere dal gusto dei librai, che non deve essere imposto - o proposto con spocchia - ma deve essere ben visibile.  La presenza turistica, massiccia in estate, è ovviamente una ricchezza, ma ha conseguenze pesanti sui costi di gestione: un comune “di lusso” si paga salato. I temporary store che fioriscono in estate rappresentano a nostro avviso una forma di concorrenza sleale che andrebbe scoraggiata, e un indubbio svilimento del tessuto commerciale come rete sociale.

  • Case editrici, tematiche, generi letterari: praticate delle scelte elettive in questi campi? Da che criteri e progetti sono guidate?

Una libreria indipendente che non sceglie – o che sceglie in base a criteri bislacchi – non ha ormai alcun senso. E’ lì che ci si gioca tutto. Su internet c’è tutto, in libreria no. Può essere la nostra debolezza o la nostra ricchezza se siamo capaci di spiegare perché, e se la nostra selezione è percepita come un aiuto e non come un limite, o un’imposizione. La quantità di libri che escono annualmente è priva di ogni senso logico. Con un’immagine un po’ barocca si potrebbe dire che noi siamo la freccia di Cupido tra il lettore e le storie, sconosciuti nella folla. Noi siamo l’agenzia matrimoniale. La suddivisione per generi è uno strumento utile, ma non assoluto: i gialli Sellerio sono a scaffale con gli altri Sellerio, perché lì il marchio vince sul genere. I libri Sellerio sono letteratura e basta, e i lettori lo sanno. Alcuni generi che riteniamo assurdi logici, come la cosiddetta letteratura femminile, non li trattiamo. I libri belli scritti da scrittori di ogni sesso, che parlino di donne o di uomini, sono invece i benvenuti. Abbiamo poi uno spazio bambini, che cerchiamo di gestire con cura, perché i bambini sono i lettori più importanti. Anche qui le suddivisioni (per età e soprattutto per genere) sono uno strumento da trattare con molta cautela: un libro è un libro, e i lettori a tutte le età vanno certamente indirizzati ma non costretti.

 

La traduzione: il come e i perché

0CC85407-571F-4FCE-B91A-A070236038E2-e1556121369669.jpeg Ascoltare i traduttori che parlano di traduzione, per chi esercita questa professione, è un’esperienza assai frequente. Accade alle presentazioni di libri, alle riunioni di lavoro, ai saloni dell’editoria; accade anche fuori dalle sedi ufficiali, agli incontri conviviali, alle cene, ogni volta sia presente un numero anche ridotto di professionisti del campo. Persino se i traduttori non sono più di due si parla di traduzione, talvolta anche in luoghi e situazioni impensabili. Del resto la traduzione al giorno d’oggi è un argomento molto studiato e di cui molto si scrive, e sempre più spesso – per fortuna, direi – sono proprio i traduttori a scriverne, mostrando una presa di coscienza e un senso di riappropriazione di spazi mentali nei quali vivono la loro quotidianità. Ma di cosa parlano davvero i traduttori quando parlano o scrivono di traduzione?

Quando ho accettato di concludere questa serie di interventi con qualche mia riflessione ero incuriosito all’idea di confrontarmi con altri punti di vista paralleli al mio, perché ogni traduttore ha il suo personale percorso, la sua singolare pratica di una quotidianità mai uguale, i suoi modi, le sue idee: due diversi traduttori di fronte allo stesso testo ne proporranno inevitabilmente due diverse interpretazioni, diverse perché due traduttori uguali non esistono. Due diversi traduttori hanno anche necessariamente modalità di lavoro diverse. Avendone incontrati molti, so che c’è chi teme di non riuscire a concludere in cinque mesi le 300 pagine previste e chi invece ne macina quasi il doppio in metà del tempo e la fa anche buone; chi è tormentato dalle revisioni e si rilegge sette volte consegnando alla fine solo con grande sofferenza e chi invece è “buona la prima” (o quasi), salvo un paio di riletture per aver la coscienza pulita; pare invece ormai estinta la categoria estrema di coloro che, decenni fa, pestando sui tasti della macchina da scrivere lavoravano praticamente in bella, perché ribattere una revisione era fatica fisica e quindi per correggere c’erano solo striscioline di carta incollate, o più tardi il bianchetto. C’è chi legge l’intero testo prima di cominciare e prende appunti sul lessico, e chi invece no, se non ha già letto, perché è tempo perso e non pagato. C’è chi addomestica molto, a fronte di chi invece non riesce a staccarsi dal testo di partenza cui fa voto di fedeltà. Tutte modalità di lavoro estremamente variabili, perché ovviamente dipende anche dal libro, dalle difficoltà, dal momento, dal contesto editoriale, perché ogni testo è una nuova sfida e richiede un metodo diverso.

Il Gattopardo raccontato a mia figlia e l’arcipelago incantato delle grandi storie

il gattopardo Doni e mappe

Ho iniziato la stesura de Il Gattopardo raccontato a mia figlia, in una casa silenziosa, apparentemente deserta, alle prime luci dell’alba, alcuni mesi prima che la mia bambina, ora quindicenne, compisse nove anni.  Desideravo farle un regalo di compleanno diverso. Una lettera che le svelasse quanto è importante leggere; e, soprattutto, quanto è importante immergersi in quelle opere-mondo chiamate Classici. Una lunga consuetudine di studi mi legavano alla figura sfuggente del Principe palermitano e alla sua opera. Gli avevo già dedicato anni di ricerche.

Eppure, il primo incontro con questo grande protagonista del Novecento, che risaliva agli anni ingrati dell’adolescenza, non era stato per nulla positivo. Come racconto nel libricino, frequentavo quella che allora si chiamava Scuola Media ed ero un’allieva particolarmente svogliata. Fu un lettore appassionato, il mio docente di Lettere, a consigliare alla classe quel romanzo e a leggerne per noi, con la sua voce sensibile, da cantastorie, le pagine iniziali. Naturalmente, poiché Il Gattopardo è un libro straordinario ma complesso, io non potei, allora, né apprezzarlo, né comprenderlo. L’appuntamento con una tra le opere più amate della letteratura italiana venne così rimandato a lungo. Solo sul finire degli studi universitari mi ritrovai infatti di nuovo tra le mani quel capolavoro e, vincendo l’antica diffidenza, presi a sfogliarlo. Fu una scoperta.

La sontuosa, sensuale e abbacinante bellezza della prosa lampedusiana mi travolse. Anche a libro ultimato, i suoi personaggi continuavano a chiedermi udienza.  Da allora, la magia si rinnova. Mi basta sfogliare le sue pagine per ritrovarmi al cospetto di un uomo-gattopardo pensoso e malinconico; per lasciarmi investire dalla risata sguaiata di Angelica la Bella; o perché giunga nitido, alle mie orecchie, il fruscio di sete e crinoline di vecchie e giovani dame d’alto lignaggio, che si muovono sui pavimenti di marmo pregiato, nelle stanze superbamente affrescate delle loro vetuste dimore regali, ignare del destino di rovina che le attende di lì a poco.

L’idea di trasformare l’avventura umana e letteraria del Principe in un racconto da donare alla mia bambina, scaturiva, dunque, da un doppio cortocircuito affettivo e aveva radici antiche. Memore dei miei trascorsi tristi di lettrice riottosa, desideravo consegnarle una sorta di piccola mappa, che le permettesse di raggiungere prima possibile l’isola del tesoro tomasiana. E che, da lì, le consentisse in seguito di procedere, sempre più spedita, verso l’arcipelago incantato delle grandi storie.

Ce la faremo. Per Nanni Balestrini

nanni La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Ce la faremo: ecco la chiusa di una poesia tutta protesa in avanti, incentrata com’è su forme di chiusura così rigorose da produrre esplosioni anziché sigillare. Ce la faremo è l’ultimo verso di un poemetto intitolato Le radiazioni del corpo, scritto da Balestrini tra agosto e novembre 2018 e uscito postumo, il 20 maggio, su “alfabeta2”. Esplosioni si chiama, invece, l’ultimo libro da lui licenziato e da poco andato in stampa, per le Edizioni del Verri. Disposti in fila, questo titolo e quel verso conclusivo si risemantizzano a vicenda assumendo un valore testamentario e insieme profetico: un lascito che sia incitamento al futuro.

Proviamo allora a parlare dell’opera di Nanni Balestrini. Proviamo a farlo a partire alle sue evoluzioni più recenti, quelle del nostro secolo. Proviamo a puntare lo sguardo su Caosmogonia, il libro del 2010 che ha tutta l’aria di una summa, che porta insomma il lettore nel cuore della ricerca artistica di Balestrini.

Tutta la prima metà del libro è occupata da un trittico dedicato a tre grandi artisti del Novecento: un pittore, Francis Bacon (Tre studi per un ritratto di F. B); un compositore, John Cage (Empty Cage); un regista, Jean-Luc Godard (Fino all’ultimo). A questo trittico è affidata, prima di tutto, la dichiarazione della necessità di una vicinanza tra la poesia e le altre arti, di un loro dialogo, all’interno dell’attività artistica di Balestrini straordinariamente profondo e ininterrotto, tanto da costituirne una delle cifre: poeta, narratore, artista visivo, autore di testi per musica. Il dialogo tra le arti è portato dentro i versi, dove vengono continuamente sollecitate modalità conoscitive fondate sulla simultaneità, ma a partire da una prima percezione sequenziale, con l’ambizione di far uscire la scrittura dalle gabbie della linearità, per spiccare «un salto nella linearità», «frantumare la loro linearità/perché tutto possa accadere». Ciascuno dei tre pannelli del trittico è organizzato in strofe di sei versi. La rigorosissima struttura formale fa perno sulla dialettica tra ripetizione e variazione: il primo pannello è articolato in tre parti di undici strofe ciascuna, per un totale di trentatré strofe; il secondo non ha suddivisioni interne oltre a quella in strofe (venti) numerate; il terzo è organizzato in due parti formate rispettivamente da dodici e tredici strofe. L’ultimo pannello, inoltre, ostenta una struttura circolare: l’ultimo verso è identico al primo («prima non c’è nulla e poi all’improvviso»), a chiudere significativamente il cerchio con un’esplosione («all’improvviso»).  I principi compositivi della ripetizione e della variazione vengono messi a reagire tra loro: ripetere per creare nuovi legami («ogni ripetizione deve creare un’esperienza del tutto/ nuova») e variare per far brillare le forme nell’esplosione («provocare un altissimo grado di disordine/ un clima molto ricco di gioia e di smarrimento»).

Fuga da Lipari. L’incredibile evasione di Lussu, Nitti e Rosselli quel sabato 27 luglio 1929

fuga La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Lipari, sabato 27 luglio 1929. La sera sta calando sull’isoletta siciliana divenuta la principale colonia di confino del regime fascista. All’imboccatura del porto alcuni carabinieri di guardia notano un motoscafo. Non danno tuttavia l’allarme: si tratta di certo di uno dei mezzi del servizio di sorveglianza, magari preso in prestito da qualche papavero dell’isola per un giretto serale in dolce compagnia.

Il motoscafo ha il motore spento. A bordo, però, nessun gerarca, niente militi o carabinieri. Tre antifascisti: il capitano Italo Oxilia, già responsabile della fuga di Filippo Turati in Francia nel 1926 al timone, ai motori Paul Vonin e a prua, a scrutare l’orizzonte, Gioacchino Dolci, ex confinato proprio a Lipari. I minuti passano. Interminabili.

Finalmente un uomo procede a nuoto. Si tratta di Paolo Fabbri, classe 1889, socialista e dirigente del Movimento contadino in provincia di Ravenna. Si avvicina, saluta. Poi torna indietro. Va ad avvisare i compagni che stavolta è quella buona. Pochi minuti e un altro uomo a nuoto raggiunge l’imbarcazione. È Francesco Fausto Nitti, nipote dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Dieci anni più giovane di Fabbri, impiegato di banca, repubblicano. Sale a bordo. Sono quasi le 21.30: tra pochi minuti passerà la ronda di controllo per il paese e darà di certo l’allarme. L’attesa è febbrile.

Finalmente due sagome si notano in acqua. I motori partono. I due in mare sono issati a bordo: uno è il professor Carlo Rosselli, anche lui implicato nella fuga di Turati, l’altro è l’ex deputato ed eroe di guerra sardo Emilio Lussu. Fabbri, trattenuto, non potrà invece raggiungerli. Il tempo di uno sguardo e il motoscafo, che porta il nome evocatore di Dream V, sfreccia a tutta velocità verso la Tunisia. I tre ce l’hanno fatta: sono sulla strada della libertà. E sono euforici. Forse lo immaginano, la loro fuga resterà uno dei colpi più audaci dell’antifascismo.

27 luglio 1929. Novant’anni fa. In questa Italia tumultuosa e distratta da problemi reali e fake news è giunto in sordina questo anniversario. E sembra, in apparenza, l’anniversario di un fatto minore nell’economia della grande storia, trascurabile. Non è così, non lo era allora e non lo è oggi. Scriveva a tal proposito Lussu nell’aprile 1945:

Di fronte a quanto d’azione si è fatto nell’Europa occupata in questi anni di guerra, di fronte a quanto fanno i nostri partigiani, il raid di Lipari appare come un misero granello di sabbia nell’immensità del deserto. Ma, allora, la situazione italiana era silenzio. Con le leggi eccezionali e con un regime di polizia, con le frontiere chiuse, tutto era immobile. Il raid di Lipari fu come un sasso gettato al centro di un lago calmo in una giornata di sole. Attorno al punto toccato dal sasso, i cerchi si formano, si moltiplicano, si estendono, e ridanno animazione all’immobilità, vita improvvisa alla morte apparente (Lussu 1997, pp. 8-9).

 

Rileggere Stanisław Lem. Solaris, ovvero le angosce della civiltà della scienza

9788838929106_0_0_596_75.jpg Lo scrittore polacco Stanisław Lem (Leopoli 1921 - Cracovia 2006) è oggi in Italia poco conosciuto dal grande pubblico e le sue opere quasi tutte fuori catalogo. La divulgazione dei suoi romanzi di fantascienza nel nostro Paese iniziò nella prima metà degli anni Settanta grazie al successo del film Solaris di Andrej Tarkovskij del 1972. Nel 1973 la casa editrice Nord pubblicò l’omonimo romanzo di Lem da cui era stato tratto il film; seguì la pubblicazione da parte di vari altri editori, tra cui soprattutto Mondadori e Editori Riuniti, delle più importati opere dello scrittore, che vennero in parte ristampate fino all’inizio degli anni Novanta. L’interesse per Lem declinò poi parallelamente all’interesse per la letteratura fantascientifica e i suoi libri scomparvero dai cataloghi. Si ebbe una breve ripresa di interesse subito dopo la morte dello scrittore, quando Bollati Boringhieri e Marcos y Marcos rieditarono qualche titolo. Attualmente l’unico libro veramente importante di Lem reperibile in Italia è il citato romanzo Solaris, che Sellerio ha ripubblicato nel 2013 in una nuova traduzione. Sarà quindi esclusivamente di Solaris che si parlerà qui, non perché sia l’unico testo di Lem degno di interesse, né perché sia necessariamente da considerare come il migliore: semplicemente perché la sua lettura è l’unica che il lettore italiano può intraprendere senza problemi.

Solaris venne scritto tra il 1959 e il 1960, e pubblicato a Varsavia nel 1961. Prima di addentrarci nell’analisi del romanzo, è necessario far cenno all’ideologia tecnologica diffusa nel periodo storico in cui il libro venne ideato, alle idee e alle aspirazioni della civiltà alla quale Lem si rivolgeva. Sono cose note, ma vale sempre la pena rammentarle quando si parla di fantascienza. Per rievocare il clima di quel periodo, basti ricordare che già dalla fine degli anni Cinquanta aveva avuto inizio l’invio di satelliti artificiali nello spazio circostante la Terra sia da parte dell’Unione Sovietica sia degli Stati Uniti e che tali ricerche sembravano progredire in modo sorprendentemente rapido. Concepire la fantascienza come semplice proiezione fantastica degli sviluppi delle esplorazioni spaziali appare, tuttavia, molto limitante. Erano i presupposti di fondo della società ad essere messi in scena nella science fiction. L’idea di progresso era il cardine su cui si reggeva l’ideologia di quegli anni; progresso della civiltà tutta, che però poneva le proprie basi concrete sul progresso tecnico: gli esseri umani sarebbero stati sempre più capaci di progettare il proprio futuro grazie alla scienza, che permetteva il controllo sulle forze della natura e il loro pieno sfruttamento. Su questa mentalità, che potremmo definire sviluppista, ebbe grande impatto il progresso nell’impiego dell’energia nucleare, che lasciava ipotizzare la rapida soluzione del problema del reperimento delle fonti energetiche. A questa civiltà del progresso dava voce la letteratura fantascientifica. Se leggiamo la raccolta di racconti Io, robot dello statunitense Isaac Asimov, pubblicata nel 1950, un testo fondamentale per lo sviluppo della fantascienza, vediamo già ampiamente espressa questa visione. Nei Paesi socialisti l’egemonia del marxismo dava ulteriore profondità e peso all’idea della costruzione della civiltà del progresso fondata sulla scienza. Secondo il marxismo infatti la liberazione dell’essere umano dallo sfruttamento e la costruzione della società socialista è possibile solo grazie al progresso tecnico dei mezzi di produzione: la scienza renderà possibile la liberazione degli esseri umani e permetterà l’edificazione di una civiltà fatta dagli esseri umani per gli esseri umani. Nei Paesi socialisti, quindi, alla scienza veniva assegnata una centrale funzione liberatrice e il cammino dello sviluppo era il cammino verso la nuova civiltà: l’uomo scientifico era l’uomo nuovo.

Stefano Dal Bianco, Una nuova edizione di Ritorno a Planaval

ritorno_planaval.jpg Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, uscito nel 2001 per Mondadori, è stato ripubblicato da poco per i tipi di Lieto Colle-Pordenonelegge, con una postfazione di Raffaella Scarpa e due interventi dell’autore e di Fernando Marchiori.

Pubblichiamo cinque testi e l’intervento dell’autore Il suono della lingua e il suono delle cose, ringraziando Stefano Dal Bianco e l’editore per la disponibilità.

***

È successo che avevamo rinunciato a sognare, e a riconoscere il profilo e il colore delle cose. Attraverso di noi cresceva la stagione peggiore. Un principio di immobilità aveva assunto i connotati della concentrazione. Pensavamo che rimanere all’erta fosse necessario per non farci trascinare dall’onda della vita altrui. E restavamo fermi, e se qualcuno ci chiedeva: Tu cosa pensi?, noi pensavamo che non volevamo pensare niente.

***

La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto

come se fosse la mia libertà ad accogliermi,

ma se tu chiami

da dentro una presenza di lenzuola, ecco

io sono pronto

a stringermi nel sonno, a prendere atto

di quanto sia rimasto, in questo letto,

e quanto sia, di te, rimasto fuori.