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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

La critica come "discorso sull'umano". La risposta di Demetrio Paolin

 

pov Vorrei aggiungere poche battute rispetto agli interventi di Romano Luperini e Morena Marsilio, legati al mio pezzo su critica e qualità. Non è questa una vera e propria risposta punto su punto, quando un corollario e una migliore specificazione di quello che volevo dire, perché mi sono reso conto di essere stato sibillino in certi passaggi.

Parto da una notazione di Morena che sostanzialmente dice (mi scuso per la semplificazione brutale), che le mie idee di testo e di critica siano in qualche modo “neutre”; come a suggerire che per me l’esercizio della critica esuli dalla bellezza pagina che viene studiata. Ora ammetto che scrivere un libro o curare una rubrica dal titolo “esercizi di critica di un testo brutto” potrebbe essere di per sé stimolante, ma vorrei provare a non cavarmela con una semplice battuta. Uno dei dati cruciali quando si prova a fare un ragionamento di critica letteraria su di un testo è la sua diffusione: questo valeva quando la circolazione del libro era minima e quindi si discuteva di numero di manoscritti, presenza di copie dell’opera in contesti diversi etc etc, ma ha una sua centralità ancora oggi nell’economia di mercato. Perché uno degli aspetti più rilevanti di un testo, che la critica non deve dimenticare, è il numero di lettori raggiunti, che non è indice di qualità, di valore o di bellezza, ma può permetterci di fare alcuni discorsi interessanti.

Su classifiche di qualità e giudizio di valore: i compiti della critica

 

biblioteche Senza preamboli e false diplomazie dico subito che l’articolo di Demetrio Paolin non mi trova d'accordo: trovo tuttavia molto interessante che, riguardo alla funzione della critica, vi siano delle divergenze nel seno stesso della redazione di questo blog e credo che le questioni che vengono poste siano così importanti da meritare una discussione e un confronto.

In questi decenni di sovraffollamento editoriale, di sovrapproduzione libraria, di smercio inarrestabile di titoli, la funzione del critico a mio parere resta - deve restare e deve essere - quella del discernimento e della selezione: il critico si pone davanti al testo per mediarlo al lettore, cioè argomentando il suo grado di valore o di disvalore e suggerendone o meno la lettura.

Scrive Demetrio: "La critica letteraria, almeno come la intendo io, è essenzialmente studio del testo, riflessione sulla lingua e sulle strutture sintattiche e, infine, restituzione dello stesso testo sotto forma di discorso. Non stabilisce cosa è buono e cosa no, né stabilisce cosa è letteratura o cosa non lo è; essa si occupa essenzialmente dei testi che sono costituiti “da una serie più o meno lunga di enunciati verbali più o meno provvisti di significato” (Genette, Soglie. I dintorni del testo). Immergendosi in questi enunciati, cerca di raccontare qualcosa, tenta di mettere in chiaro, di rendere nitido, ciò che il testo produce. Non è la qualità la preoccupazione principale del critico letterario".

Viceversa per me la critica deve stabilire “cosa è buono e cosa no”: non deve sottrarsi al giudizio di valore. Il rischio infatti è che, rinunciando a giudicare, ci si avvicini all’idea inclusiva e indistinta, presente nel recente libro La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti (edito da Il Mulino, 2018) in cui si dà più spazio alla scrittura di Fabio Volo o di Federico Moccia che a quella di Michele Mari o di Giorgio Falco e dove si ribadisce a ogni piè sospinto quanto oggi la letteratura sia intrattenimento. Per me non è così. Se voglio "intrattenermi" leggo un’inchiesta del commissario Montalbano di Andrea Camilleri (autore certo non privo di una sua ricerca in particolare linguistica e sociologica); ma se voglio leggere un testo letterario di qualità e di valore compro Mauro Covacich, Luca Ricci, Laura Pariani e Simona Vinci (e l’elenco potrebbe continuare, sia chiaro). Soprattutto, se faccio lavoro critico, in un blog o in classe, devo spiegare al mio pubblico le differenze fra questi libri. Trovo anche che il compito del critico non sia quello di mostrare alle case editrici le loro storture promozionali o quelle insite nella logica del mercato o dei premi: credo che le conoscano benissimo e che ne cavalchino gli eventuali vantaggi.

Il critico e il "significato per noi"

 

matisse 2900039b Pubblichiamo la risposta di Romano Luperini all'intervento di Demetrio Paolin sul problema dei premi letterari e del giudizio di qualità.

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Due parole sulla discussione in corso. Diceva Kant che il giudizio del critico è particolare, ma esige di essere considerato universale. In altri termini, il giudizio ha sempre un valore e una implicazione sociale: il critico vuole persuadere tutti che la sua valutazione è l’unica giusta, pur sapendo che altri hanno opinioni diverse dalla sua.

A me interessa questo valore sociale del giudizio, perché solo grazie a tale valore il critico acquista una legittimità nella società. La legittimità non sta nel descrivere i libri, ma nel giudicarli e così collaborare al conflitto delle interpretazioni che si intreccia nella società e magari alla formazione di un canone regionale, nazionale e magari internazionale. Ne deriva una conseguenza ovvia: perché possa mantenere una funzione sociale la critica non può rinunciare al giudizio di valore. È su questo punto che non concordo con l’articolo di Demetrio, che ho trovato molto originale e che comunque contiene molti spunti interessanti e condivisibili. Il critico, svolgendo una mediazione fra testo e tempi attuali, deve enuclearne quei significati che ne possono legittimare la sopravvivenza e tramandarlo al futuro. Compie una operazione allegorica: dimostra che un testo dotato di un significato storico puntuale significa anche altro e che questo altro è attuale e ci riguarda. Il critico cerca il significato per noi di un testo, non scrive per sé, si rivolge a una collettività di cui fa parte. E indicare il significato per noi di un testo significa dirne il valore (il valore è sempre sociale e riguarda sempre una società), esprimere un giudizio.

La critica letteraria come dono e discorso

Lattimo fuggente  Pubblichiamo qui un intervento di Demetrio Paolin sul problema dei premi letterari e del giudizio di qualità. Si tratta di uno scritto ricco di idee e di provocazioni, che ha suscitato anche all'interno della redazione un ricco dibattito. Ridotto all'osso il problema potrebbe essere sintetizzato così: ha senso, o addirittura è ancora possibile, cercare la qualità letteraria in una produzione segnata dall'inizio alla fine dalle esigenze della produzione commerciale? Insomma: si può ancora perseguire e valutare la qualità letteraria? Sarebbe bello, e utile soprattutto, se questo dibattito si allargasse anche all'esterno. Chiunque può dunque intervenire. La prossima settimana usciranno intanto gli interventi di Morena Marsilio e di Romano Luperini e poi una replica di Paolin.

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Ognuno di noi ben ricorda una delle scene iniziali dell’Attimo fuggente, il film di Peter Weir, in cui il professore (Robin Williams) inizia la sua lezione, facendo leggere a uno degli alunni l’introduzione del libro di testo sulla poesia inglese. E mentre l’alunno legge, il professore anticipa le parole del libro disegnando sulla lavagna gli assi cartesiani, esemplificando come si possa in qualche modo misurare la capacità poetica di un autore. La scena si conclude con l’invito perentorio del professore a strappare quelle pagine come inutili e deleterie.

Ora a prescindere dal film, chi scrive trova quella pellicola molto discutibile, il problema posto in quella scena è centrale. Esiste una possibilità di “quantificare” la letteratura, di produrre un parametro per definirla e se sì in che modo questo può essere un dato oggettivo.

L’episodio de L’Attimo fuggente mi è tornato alla mente, quando mi è arrivata la richiesta di partecipazione alle nuove classifiche di qualità che Vanni Santoni e la rivista L’Indiscreto hanno lanciato. Ovviamente avrei potuto dire sì e dare i miei voti, oppure negarmi, adducendo la mancanza di tempo etc etc, ma il vero problema è che quell’invito mi ha portato a interrogarmi sul concetto e sulla parola qualità. È possibile stabilire una presunta qualità letteraria di un testo? È questo il compito della critica letteraria contemporanea?

In primo luogo il termine qualità mi convince poco, perché indica una serie di dati oggettivi e per nulla confutabili che ognuno può conoscere, misurare e utilizzare. Penso al controllo della qualità dei prodotti, alla misurazione della qualità dell’aria o dell’acqua, e potrei continuare. È possibile trovare un’unità di misura comune tra me e gli altri 100 e più votanti?

Perché leggere La scatola nera di Amos Oz

fotogghj Caro Alec,

Se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell'odio. O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.

Adesso impallidirai, stringerai le mascelle da lupo come fai sempre, sino a far scomparire le labbra, infine ti accanirai su queste righe per scoprire ciò che voglio da te, che cosa ho l'ardire di chiederti dopo sette anni di assoluto silenzio fra di noi.

Quel che voglio è che tu sappia che Boaz si trova in una brutta situazione. Voglio che lo aiuti il più in fretta possibile. Mio marito e io non possiamo fare nulla, perché Boaz ha troncato ogni rapporto. Come te, del resto.

Scoperchiare

Non so se i lettori di Amos Oz, di fronte all’intera sua produzione, sceglierebbero proprio La scatola nera (1987; trad.italiana di E. Loewenthal 2002): quando un grande scrittore scompare, chi lo ha molto amato, chi lo ha avuto accanto per circa cinquant’anni, difficilmente accetta di ricondurlo a un’opera soltanto, quasi gli si facesse un torto a non ricordare contemporaneamente le altre; ed è giusto che sia così, tanto più che questo romanzo forse meno di altri dello stesso autore si presta a far da paradigma della sua bibliografia, come di un tema in particolare o di un’epoca. Non è dunque alla ricerca di una presunta esemplarità che si prende in mano La scatola nera, ma per aprirla e guardarci dentro. E’ un’operazione difficile, perché, se da un lato impone di restare lucidi e attenti come davanti al reperto incontrovertibile e stringente di una catastrofe, più spesso scuote e travolge, come accade a Pandora davanti al leggendario vaso; perché questo romanzo ha l’evidenza demistificante e spesso cinica dei fatti accaduti e accertati e le risorse nascoste di un mito di rigenerazione.

Per questo vale la pena di togliere il coperchio, per trovare il coraggio di guardare quello che spaventa, la contiguità inevitabile tra eventi che si vorrebbe tenere distanti e separati e che invece reclamano uno spazio di deflagrazione, ma anche e finalmente di ricomposizione.

«La poesia vanta un potere terapeutico»: Dolore minimo, Giovanna Cristina Vivinetto

Dolore Minimo kSmF 835x437IlSole24Ore Web Se c’è una figura che aleggia su Dolore minimo, la prima raccolta poetica di Giovanna Cristina Vivinetto, è la figura di Tiresia, l’indovino del mito greco. È un’ulteriore rievocazione di Tiresia che si aggiunge a quelle, più note, ricordate di recente nel monologo di Andrea Camilleri al Teatro Greco di Siracusa (il testo della Conversazione su Tiresia di Camilleri è ora pubblicato dall’editore Sellerio). Per Vivinetto, Tiresia è perlopiù chi sperimenta la fluidità dei generi, colui che da uomo diventa donna e viceversa: «Quando nacqui mia madre / mi fece un dono antichissimo, / il dono dell’indovino Tiresia: / mutare sesso una volta nella vita». È questo l’aspetto che interessa principalmente all’autrice di Dolore minimo, per quanto il personaggio eserciti su di lei un fascino anche per «l’arte della veggenza».

La novità di Dolore minimo sta nella forza con cui Vivinetto mette al centro dei versi il tema transessualità. Il ‘dolore’ che il titolo anticipa al lettore è il dolore della trasformazione, del cambiare corpo con un percorso faticoso, che passa attraverso il riconoscimento del proprio io, ma anche attraverso il rapporto con la famiglia, con la quotidianità, con le istituzioni. In un testo l’io lirico si rivolge al giudice che in un’aula di tribunale sancisce la nuova nascita giuridica: «Che nome scegli papà-giudice, / che nome mi dai? Mi hai convocata / in tribunale per dirmi che c’eri / quasi – che era arrivato il momento. / Papà-giudice, io le doglie te le sento. / Hai le mani gonfie sulle mie carte, / la testa – che male – piena di formule / e articoli e decreti legge che hai / scelto per me, preparato per battezzarmi». È una lingua piana, in cui è limitato anche il numero delle anastrofi o degli iperbati che scompongono l’ordine del discorso quotidiano. Più che sullo stile, dunque Dolore minimo vuole puntare su altro.

Letteratura per giovani adulti – Un Bilancio

 

4eef91af0463675a74aeb15fcf4f53f4 Dodici autori, italiani e stranieri, intervistati seguendo lo stesso schema di domande offrono un'interessante occasione statistica che aiuta a predisporre un bilancio. La provenienza scolastica, bibliotecaria, educativa di molti di loro (Nanetti, Friot, Chambers, De Ros, Ferrara, Celia Rees, Murail) è, a mio avviso, la scaturigine della loro arte del narrare. Sono consapevoli di frequentare, se possiamo dirlo, un genere, e propriamente quello del romanzo di formazione: le loro dichiarazioni a tal proposito sono esplicite. La vicinanza ai ragazzi e agli adolescenti può far nascere un sentimento amoroso, qualcuno ha parlato addirittura di eros e insegnamento. A me, ex insegnante elementare, piace riprendere il termine “benevolenza” che traduco da Bernard Friot: una volta ha affermato, infatti, che per insegnare si dovrebbe almeno partire da un atteggiamento di benevolenza. Chambers arriva a dire di aver voluto scrivere per loro per facilitare un loro avvicinamento ai libri, per far nascere una consuetudine.

Due autrici provengono dal mondo editoriale, Predicatori e Bonfiglioli, e mentre la prima non sembra aver preso la decisione a priori di scrivere per gli adolescenti, racconta di aver avuto una storia in testa (Inverno a Zerolandia) che poi è stata accolta come romanzo per “Young Adult”. Del resto l'autrice ha delineato una bella figura di adolescente nel suo ultimo romanzo - Come la luce nei sogni - romanzo per adulti pubblicato da Bompiani nel 2018.

Bonfiglioli ha fatto una scelta precisa e la argomenta: “I ragazzi tra i 14 e i 19 sono la parte di umanità che preferisco e con cui mi sento più affine, per l'ampiezza estrema del loro sentire, senza compromessi, e per il bisogno che hanno di innamorarsi del bello, del futuro, di tutto”.

Letteratura per giovani adulti /10 – Intervista a Carlo Greppi

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1. Quando ha iniziato a scrivere narrativa destinata ai ragazzi e quale è stata la molla che l'ha spinta a scegliere proprio i giovani come destinatari privilegiati dei suoi testi?

A marzo del 2015 sono stato invitato dalla Fondazione Feltrinelli a partecipare a un dialogo intitolato La storia la racconteranno ancora i libri di storia? Oltre a me c'erano due giganti: il giornalista Paolo Rumiz e David Bidussa, maestro e amico che aveva già firmato l'introduzione del mio primo libro, un saggio (L'ultimo treno. Racconti del viaggio verso il lager, Donzelli 2012) che mi aveva dato l'opportunità di girare parecchio nelle scuole di tutta Italia, in particolare nelle settimane intorno al 27 gennaio, Giorno della Memoria. Nel mio intervento ho parlato di serie tv, di graphic novel e dei ragazzi, dei viaggi che da anni organizzavo e che continuo a organizzare con l'associazione Deina. L'aver accompagnato decine di migliaia di ragazzi ad Auschwitz e in altri luoghi del Novecento europeo, alla scoperta della storia, era ed è un'esperienza che mi ha segnato molto. Quell'incontro si è rivelato una scintilla: è nato subito un dialogo serrato con l'editore Feltrinelli che mi ha proposto di fare un libro destinato ai ragazzi con cui avevo condiviso tanto. Ho accettato con grande entusiasmo, e ho voluto raccontare proprio uno di questi viaggi, una sorta di modello archetipico di quel percorso di presa di coscienza che è un treno della memoria. A gennaio 2016 usciva così per Feltrinelli Non restare indietro, il primo dei miei due romanzi per “giovani adulti”, grazie al quale ho incontrato migliaia e migliaia di altri studenti.

2. Quali sono i temi più ricorrenti nella sua narrativa e a quale bisogno comunicativo rispondono?

Le scelte, la capacità di formare e allenare il proprio spirito critico in qualunque contesto. La disobbedienza, quando necessario, laddove giustizia e legge si divaricano o addirittura si fronteggiano. Il Novecento ci ha insegnato a tenere alta la guardia, a essere preparati al peggio, e i presagi del tempo che stiamo vivendo sono piuttosto oscuri. I miei libri parlano tutti di storia, mettendola però in relazione e in dialogo con la nostra contemporaneità. Bruciare la frontiera – il mio secondo romanzo per “giovani adulti”, uscito a inizio 2018 – e L'età dei muri, l'ultimo saggio che ho pubblicato, sono due libri che partono dalla storia e invadono il nostro tempo. O viceversa, dipende da come la vogliamo vedere.

Le cavie. Una selezione d’autore di poesie di Valerio Magrelli

valerio magrelli e libreria Valerio Magrelli ha selezionato per LN alcune poesie da Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi, 2018, che raccoglie tutti i suoi libri a partire dall’esordio di Ora serrata retinae. Ringraziandolo, le pubblichiamo per i nostri lettori e lettrici con una nota di Damiano Frasca.

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In questa breve nota vorrei partire da un passaggio di un’intervista che Magrelli ha rilasciato alla rivista «Micromega». L’intervista è datata 2014, pochi anni fa, eppure in anticipo sul corposo volume Le cavie, che riunisce e ordina le sei raccolte poetiche pubblicate da Magrelli dal 1980 a oggi.

Ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie, ispirato da una frase molto bella di Isabelle Stengers. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò di certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato oggi non torna a casa col Bosone che studia, mentre uno zoologo sviluppa dell'affetto per la scimmia con cui lavora. Ecco, il poeta, nei riguardi delle poesie che elabora, è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata[i].

Tra i componimenti che Magrelli ha selezionato per Laletteraturaenoi figura anche la poesia a cui fa riferimento nell’intervista, Cave cavie! dalla raccolta Il sangue amaro. Il paragone tra le cavie e i testi è talmente tanto riuscito per Magrelli da diventare un titolo che condensa quarant’anni di scrittura poetica. Le poesie sono cavie, dunque organismi viventi, secondo una vecchia immagine cara ai poeti modernisti. Crescono, vivono di vita propria, si estinguono. Ciò che rende ben magrelliana la declinazione dell’immagine è che questi organismi viventi, le poesie-cavie, si muovono sotto gli occhi di uno zoologo, di un poeta-scienziato.

Letteratura per giovani adulti /9 – Intervista a Marie-Aude Murail

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1. Quando ha iniziato a scrivere narrativa destinata ai ragazzi e quale è stata la molla che l’ha spinta a scegliere proprio i giovani come destinatari privilegiati dei suoi testi?

Ho iniziato a scrivere quando ero docente in un istituto superiore per futuri insegnanti della scuola primaria. Durante questo periodo andavo spesso nelle classi e ho aiutato bambini a scrivere racconti. All’inizio facevo loro da segretario. Mi dettavano storie ed io scrivevo, facevo delle domande, li aiutavo a iniziare o sviluppare i loro testi. E poi, poco a poco, ho scritto racconti per questi bambini, soprattutto per incoraggiare quelli che avevano delle difficoltà con la lettura. Perciò ho scritto racconti brevi e sorprendenti.

La mia carriera di scrittrice ha avuto inizio a 12 anni, raccontando delle storie alla mia sorellina che ne aveva 8. Per lei ho creato un giornale. Ho letto molto i libri per ragazzi: «Il club dei 5», Fantômette, la serie di Jacques Rogy, di Pierre Lamblin. Anni dopo, alla Sorbona, ho scritto la mia tesi sulla riscrittura dei classici per un pubblico giovanile. Ho cominciato a scrivere per ragazzi, senza dubbio, per cercare di mantenere, e riattivare regolarmente, questo rapporto con la mia infanzia.

Con il passare del tempo, questa scelta mi è sembrata sempre più pertinente: c'è molto bisogno del Bildungsroman - del romanzo di formazione – che accompagna i bambini e i ragazzi lungo il cammino cella vita, della loro vita. È sempre più cruciale.

2. Quali sono i temi più ricorrenti nella sua narrativa e a quale bisogno comunicativo rispondono?

Non scelgo mai un tema quando comincio a scrivere un romanzo. Per “Oh, boy!”, per esempio, non mi sono detta “scriverò un romanzo sull'omosessualità”. Ovviamente, l'attualità mi fornisce delle idee, come la gente che incontro, la mia vita in un generale, ma sono i personaggi che mi si impongono, il loro modo di essere e le emozioni che provano e mi fanno provare, prima ancora della trama o del “tema”.