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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Fuga da Lipari. L’incredibile evasione di Lussu, Nitti e Rosselli quel sabato 27 luglio 1929

fuga Lipari, sabato 27 luglio 1929. La sera sta calando sull’isoletta siciliana divenuta la principale colonia di confino del regime fascista. All’imboccatura del porto alcuni carabinieri di guardia notano un motoscafo. Non danno tuttavia l’allarme: si tratta di certo di uno dei mezzi del servizio di sorveglianza, magari preso in prestito da qualche papavero dell’isola per un giretto serale in dolce compagnia.

Il motoscafo ha il motore spento. A bordo, però, nessun gerarca, niente militi o carabinieri. Tre antifascisti: il capitano Italo Oxilia, già responsabile della fuga di Filippo Turati in Francia nel 1926 al timone, ai motori Paul Vonin e a prua, a scrutare l’orizzonte, Gioacchino Dolci, ex confinato proprio a Lipari. I minuti passano. Interminabili.

Finalmente un uomo procede a nuoto. Si tratta di Paolo Fabbri, classe 1889, socialista e dirigente del Movimento contadino in provincia di Ravenna. Si avvicina, saluta. Poi torna indietro. Va ad avvisare i compagni che stavolta è quella buona. Pochi minuti e un altro uomo a nuoto raggiunge l’imbarcazione. È Francesco Fausto Nitti, nipote dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Dieci anni più giovane di Fabbri, impiegato di banca, repubblicano. Sale a bordo. Sono quasi le 21.30: tra pochi minuti passerà la ronda di controllo per il paese e darà di certo l’allarme. L’attesa è febbrile.

Finalmente due sagome si notano in acqua. I motori partono. I due in mare sono issati a bordo: uno è il professor Carlo Rosselli, anche lui implicato nella fuga di Turati, l’altro è l’ex deputato ed eroe di guerra sardo Emilio Lussu. Fabbri, trattenuto, non potrà invece raggiungerli. Il tempo di uno sguardo e il motoscafo, che porta il nome evocatore di Dream V, sfreccia a tutta velocità verso la Tunisia. I tre ce l’hanno fatta: sono sulla strada della libertà. E sono euforici. Forse lo immaginano, la loro fuga resterà uno dei colpi più audaci dell’antifascismo.

27 luglio 1929. Novant’anni fa. In questa Italia tumultuosa e distratta da problemi reali e fake news è giunto in sordina questo anniversario. E sembra, in apparenza, l’anniversario di un fatto minore nell’economia della grande storia, trascurabile. Non è così, non lo era allora e non lo è oggi. Scriveva a tal proposito Lussu nell’aprile 1945:

Di fronte a quanto d’azione si è fatto nell’Europa occupata in questi anni di guerra, di fronte a quanto fanno i nostri partigiani, il raid di Lipari appare come un misero granello di sabbia nell’immensità del deserto. Ma, allora, la situazione italiana era silenzio. Con le leggi eccezionali e con un regime di polizia, con le frontiere chiuse, tutto era immobile. Il raid di Lipari fu come un sasso gettato al centro di un lago calmo in una giornata di sole. Attorno al punto toccato dal sasso, i cerchi si formano, si moltiplicano, si estendono, e ridanno animazione all’immobilità, vita improvvisa alla morte apparente (Lussu 1997, pp. 8-9).

Il mestiere del traduttore / 7: Antonio Bibbò - Tradurre il joyciano Pound

EzraPound Le lettere che il poeta americano Ezra Pound scrisse a James Joyce sono, assieme ai numerosi saggi, una eccellente prova della testardaggine con cui Pound provò, e riuscì, a ripescare dal potenziale oblio nel quale era finita, l’opera dello scrittore irlandese. Non fu il solo, ma fu forse il più infaticabile e convincente tra gli scrittori già variamente affermati che si diedero da fare per aiutare Joyce all’inizio della sua carriera. Quando dal Saggiatore mi proposero di tradurre queste lettere e saggi cruciali, mi trovai, tuttavia, un po’ in difficoltà. Da una parte c’erano dei testi interessanti e difficili - una “bella sfida” si dice educatamente di quei testi che ti fanno pensare ogni due o tre righe: “ma chi me l’ha fatto fare?” - di un autore da me poco amato, dall’altra c’era il destinatario di quelle lettere e il “beneficiario” di quei consigli e saggi che contribuirono a fare di lui una figura centrale del modernismo: Joyce, autore amato che mi tiene per mano fin dai primi anni dell’università. Ma l’indecisione durò ben poco, perché mi ha sempre incuriosito il modo in cui Pound, dopo lo sforzo fatto per imporre l’irlandese all’attenzione internazionale, se ne allontanasse. E se non credo che tradurre sia il modo più profondo di leggere un testo, sono convinto che si tratta del modo più lento, e quello che permette di frequentarlo con la calma maggiore, soprattutto quando hai la fortuna di incontrare un editore paziente. E poi, come giustamente ricordava Daniele Petruccioli in un bellissimo pezzo apparso proprio su queste pagine virtuali, ci sono pure le bollette da pagare, e così accettai.

In queste pagine è Pound a prendere per mano un incredibile giovane autore, sfortunatissimo con editori, tipografi e impresari (nei pur pochi tentativi teatrali), e ad aprirgli, come si dice, le porte della repubblica delle lettere modernista. L’atteggiamento quasi paterno, o al massimo da fratello maggiore, che Pound ha per Joyce (costanti sono le raccomandazioni, i consigli) fa sì che si faccia un po’ fatica a immaginarli perfino coetanei. E invece Pound è del 1885, perciò di tre anni più giovane di Joyce. Eppure nelle lettere questo rapporto è praticamente capovolto, con il giovane Pound che guida Joyce tra le acque agitate delle “riviste giovani e squattrinate” e degli editori di inizio Novecento:

Brano da Lestrigonia

 

Automat Tavola calda quadro Hopper …Ci sono ai tavoli, travolgendo la neolaureata in Comunicazione accompagnata dalla mamma e da tutta la famiglia allargata, vestita da sposina e con coroncina d’alloro sulla testa, anche gli Alpini e i bersaglieri e le associazioni dei militari e dei congedati e dei figli dei figli dei caduti in guerra, dei bisnipoti degli eroi coloniali della Grande Proletaria nell’Africa orientale laggiù e quassù nel sabbione, dei bonificatori all’iprite di Etiopia e Libia: fra il 1887 e il 1939. Da Dogali a Caia Zeret, lì presso Addis Abeba. E forse anche fino a ieri, in qualche oasi o deserto o caserma. Italiani brava gente. Stamattina hanno sfilato con la banda davanti al monumento al milite ignoto e a più recenti eroi morti dell’orgoglio italico di  appena ieri,  quattro tubi conficcati in un pietrone: abbasso l’Austria viva Trieste. Sono anzianotti e sfiatati, ma si leccano, eccome! le dita, fra i ghigni. I ragazzotti vestiti di bianco urlano già più dei padri, i capelli col taglio alla malandrina, corti sulle tempie, le lolite sculettano alla webcam, il padre gli zii girano in tondo, si è levato la vita a lavorare, dapprima commercio ambulante, tele e abiti nelle borgate di montagna, a prezzo triplo, legname e composti per edilizia nella stagione giusta, lavoretti quando capita, il negozietto di mangimi e concimi nel momento di gloria, ora che soddisfazione pago io, le mamme applaudono e le zie signorine, con denti marci e ganasce spalancate. Hanno già frequentato, le bimbeculone, cinque anni di Salsa e Caraibica alla palestra dell’ex deposito, le mamme ogni sera ad accompagnarle e poi fanno il saggio, con l’olio santo in fronte via di culo e di cosce, cosciazze e culone già ora, prosciutto e filadelfia, latte e patatine, formaggini e fritture e salsine e porcherie e merendine a go go. La sorella i diciott’anni li ha festeggiati all’ex monastero, nel comesichiama, Kiostro, chiuso al pubblico e ai turisti, se lo sono fatto affittare come associazione culturale, cinquecento euro per girare un video di danza mezza nuda, cose da pazzi, lei a volteggiare agitando le tette e sculettare sui tacchi tirandosi la gonna su, e tre telecamere a riprenderla, di fronte e di dietro e dal basso, che anche i peli si vedevano (o non si vedevano: era passata, la Salomè, presso la biutiaus dell’amica Marietta, con rasatura totale), forse un book da consegnare a un Erode Antipa del luogo (niente Giovanni Battista, però) o un provino.

Un estraneo dentro: il tarlo della verità. Recensione a Di chi è questo cuore di Mauro Covacich

51l1WlomLwL «La sonda spara ultrasuoni nel petto. Al primo contatto con la pelle la sua testa scivolosa mette i brividi, poi prevalgono le immagini. Sullo schermo una sagoma medusoide pulsa nell’oscurità. Si dilata e si contrae in mezzo a quel nero dove all’improvviso potrebbero comparire palombari. Oppure astronauti. Ma non c’è nessuno nel petto, ci sono solo le cose contenute in ogni essere umano. La dottoressa aggiunge altro gel e continua a perlustrare piano, alla cieca, gli occhi sempre fissi sul monitor, indugiando un po’ sotto lo scalino delle costole. Si ferma, ingrandisce, scruta i due vani inferiori, appena visibili nel pulviscolo, divisi da una corrente incessante.

[…]

Distolgo lo sguardo e contemplo il profilo azzurrino della dottoressa, chissà per quanto ancora assorbita nel suo viaggio, la sinistra sulla sonda, la destra sulla tastiera. Sento il suo alito di sigaretta. Mi piace una cardiologa fumatrice al centro di medicina dello sport.

[…]

E quando ormai mi sto rivestendo e la dottoressa si è spostata alla sua scrivania zeppa di portaocchiali e cavi di alimentazione e chiavette UBS e ombrellini da cocktail, sento che dice:

“Eh, sì, per un po’ lei deve stare a riposo.”»

La cornice

Un difetto, un’anomalia cardiaca, è il punto di partenza di questa coinvolgente narrazione che si presenta come un percorso utile a tenere a bada la morte. Come ogni vita. Una corsa nel tempo sfidando la sincope in agguato:  “il rischio c’è” (p. 11). Dentro di noi, da qualche parte, pulsa nascosto ciò che ci spegnerà. Non sappiamo quando accadrà, e dove si nasconde, sappiamo che infallibilmente è così. Rispetto a tale certezza è ovvia quanto inutile la fuga. Come sarebbe inutile l’immobilità dell’attesa. La corsa è la rappresentazione della vita, la metafora del viaggio, del percorso che ci fa battere il cuore, ci fa allenare il fiato e le gambe, ci costringe ad allontanare il limite e ci consente di essere vivi. Del resto, come è stato notato da Morena Marsilio, “È possibile eleggere a metafora della narrativa di Mauro Covacich quella […] del maratoneta”.

In una simile condizione diventa plausibile la commistione tra persona (io fisico) e personaggio (io narrante e narrato): l’uno e l’altra ugualmente in pericolo di vita, nelle pagine di un libro come sulla strada di tutti i giorni. Recita la Nota alla fine del libro:

Il mestiere del traduttore/6 - Alessandra Sarchi: Tradurre Annie Proulx

Alessandra Sarchi Tradurre Annie Proulx è stata una delle prove più difficili della mia vita di studiosa e scrittrice: il suo uso della lingua inglese mi faceva sentire inadeguata a ogni pagina, e il mondo che racconta nel primo volume della raccolta Wyoming Stories (Close Range, Distanza ravvicinata, da poco uscito per Minimum Fax) risultava lontano e per molti aspetti inaccessibile.

Cosa potevo capire io di rodeo, allevamento di cavalli e mucche, neve ad agosto, bar puzzolenti di sudore e whisky, e dialoghi surreali con macchine agricole? In effetti ben poco, a partire dal lessico che ho dovuto piano piano ricostruire per ambientarmi in un’arena di rodeo, per capire quali siano i termini tecnici con cui si parla di tori, di corde per legarli, di stalli in cui si tengono prima della gara, di marchiature a ferro caldo e via dicendo. Ma a questa prima difficoltà, che si potrebbe ascrivere alla materia stessa, se ne deve aggiungere un’altra più sottile e insidiosa: Proulx è una scrittrice vertiginosa, gioca con le parole e con il loro spettro semantico per cogliere tutti gli slittamenti da una dimensione all’altra, del reale e dell’immaginario. Un esempio: il racconto intitolato Blood Bay era stato tradotto in una precedente edizione italiana “La baia del sangue”, che letteralmente poteva anche funzionare, ma a leggere con attenzione io credo sia di gran lunga preferibile la traduzione “Purosangue”, perché protagonista è proprio un cavallo di razza a cui vengono attribuite staordinarie e orribili imprese, e al tempo stesso la traduzione purosangue conserva l’orrore grottesco che pervade il racconto.

Tradurre Annie Proulx è stata anche una delle prove che mi ha fatto sentire, anche, più soddisfatta e felice: la sua capacità di mitopoiesi dei luoghi e della vita che descrive stabilisce una connessione con tutto ciò che è a prima vista ostico e remoto. Ci si familiarizza subito con i fenomeni naturali estremi – albe e tramonti apocalittici, uragani, tormente di neve, siccità - verso i quali Proulx ha una forma di venerazione che non esiterei a definire omerica, perché innalza sempre il livello della scrittura a vertici di lirismo e al tempo stesso ha una sua formularità che fa da cornice e da motore intrinseco ai racconti. I caratteri dei personaggi che popolano la sua narrazione sono burberi, spesso misogeni, cresciuti in una realtà talmente ostile da diventare respingenti, eppure Proulx riesce a ritrarne i più nascosti moti di debolezza, di comicità, perfino di tenerezza. Il suo Far West esce dalla olografia cinematografica dei duri, spietati e vincenti per entrare nelle pieghe di vite condotte con caparbietà in un ambiente difficile, dove il pane quotidiano è l’isolamento, la lotta per sopravvivere e ricavare frutti da una terra impervia quanto affascinante. Non stupisce che la scrittrice originaria del civilizzato Connecticut si sia appassionata di un luogo tanto estremo: vivere qui richiede un tasso di immaginazione, di idealismo e di utopia pari a quello di chi decide di scrivere.

Vagabondare tra i libri

 

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Pubblichiamo un pezzo collettivo in cui alcuni redattori del blog – in ordine rigorosamente alfabetico - danno conto delle loro letture estive più significative: come risulterà evidente dall’excursus, siamo persone diversamente curiose e per questo scegliamo autori, temi, generi che vanno in moltissime, differenti direzioni. Grazie anche a questa sfaccettata difformità speriamo di raggiungere l’interesse e la curiosità di molti di voi.


Alberto
In estate si diventa, o almeno io credo che così accada a chi nel corso dell’anno è inseguito da (ed insegue) mille improrogabili scadenze, flaneur nella grande città della letteratura. Lo sguardo ozioso e l’andatura indolente sono dei mascheramenti che consentono in realtà di prendere tempo al tempo, finalmente, senza alcun risparmio richiesto dall’imperativo economico. Dunque non darò conto di un percorso ragionato quanto del mio bighellonare sulle strade della narrazione.
Lo stradone di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie, 2019). Un pensionato “novecentesco”, attraverso l’osservazione spietata del quartiere in cui si trascina, recupera un tempo anteriore fatto di speranze e di sconfitte. Le trasformazioni dello spazio fisico sono legate alle trasformazioni economiche: i “fornaciai” degli impianti Hoffmann per la fabbricazione dei mattoni, di cui era fatta l’antica città, sono stati trasformati in piccolo borghesi frequentatori di centri commerciali. La “Sacca” nella “Città di Dio” è Valle Aurelia a Roma, nella volontà – straniante, in un romanzo costruito sulla assillante accumulazione di ripetizioni che devono rendere chiaro e definitivo ciò che si dice – di non pronunciare il nome della cosa e di offrire invece un giudizio che dovrebbe esserne l’essenza. Il “fiume di fango” è sicuramente il Tevere, ma certamente è il lutulento presente. Almeno nel giudizio di chi guarda e racconta. Il “ristagno” è la condizione in cui si compatta nel “corpo sociale” il “Grande Ripieno”, stretto tra il sottile strato di “ricchi e potenti” (in alto) e quello dei “poveri e emarginati” (in basso), mentre “come le venature di grasso in una buona bistecca” “la rete criminale” innerva l’intero tessuto. A scanso di equivoci, la stratigrafia verbale viene ribadita dall’apposito disegno. Nel romanzo sono presenti disegni e riproduzioni di opere d’arte a rendere multimediale il discorso fatto di parole che vanno dal tecnicismo specialistico al romanesco borgataro, passando attraverso l’italiano medio e il neologismo inventivo. Romanzo sicuramente interessante, che impone al lettore una faticosa salita attraverso i sentieri dell’utopia del passato e una umiliante discesa nella distopia del presente. Nella trama non riproducibile di un lungo monologo, interrotto dalle voci di fuori – inserite in corsivo nel testo –, l’elemento unificante risultano essere i “solitari rancori verso non si sa che cosa” che motivano l’atteggiamento spesso bilioso dell’io nei confronti della realtà. Pure si tratta di “disprezzo amoroso” di questo nostro tempo e di questa nostra Città di Dio, a patto, come spiega l’Epilogo, anch’esso rabbioso, di non fare trionfare il falso che distrugge la memoria del passato.

Le cavie. Una selezione d’autore di poesie di Valerio Magrelli

valerio magrelli e libreria ari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Valerio Magrelli ha selezionato per LN alcune poesie da Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi, 2018, che raccoglie tutti i suoi libri a partire dall’esordio di Ora serrata retinae. Ringraziandolo, le pubblichiamo per i nostri lettori e lettrici con una nota di Damiano Frasca.

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In questa breve nota vorrei partire da un passaggio di un’intervista che Magrelli ha rilasciato alla rivista «Micromega». L’intervista è datata 2014, pochi anni fa, eppure in anticipo sul corposo volume Le cavie, che riunisce e ordina le sei raccolte poetiche pubblicate da Magrelli dal 1980 a oggi.

Ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie, ispirato da una frase molto bella di Isabelle Stengers. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò di certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato oggi non torna a casa col Bosone che studia, mentre uno zoologo sviluppa dell'affetto per la scimmia con cui lavora. Ecco, il poeta, nei riguardi delle poesie che elabora, è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata[i].

Tra i componimenti che Magrelli ha selezionato per Laletteraturaenoi figura anche la poesia a cui fa riferimento nell’intervista, Cave cavie! dalla raccolta Il sangue amaro. Il paragone tra le cavie e i testi è talmente tanto riuscito per Magrelli da diventare un titolo che condensa quarant’anni di scrittura poetica. Le poesie sono cavie, dunque organismi viventi, secondo una vecchia immagine cara ai poeti modernisti. Crescono, vivono di vita propria, si estinguono. Ciò che rende ben magrelliana la declinazione dell’immagine è che questi organismi viventi, le poesie-cavie, si muovono sotto gli occhi di uno zoologo, di un poeta-scienziato.

L’incontro e il caso ai tempi dell’ipermodernità: recensione a Trascurate Milano di Luca Ricci

 ricci trascurate milano Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Dopo il romanzo Gli autunnali (La Nave di Teseo) ambientato in una Roma estenuata dal trapasso all’autunno, Luca Ricci torna al racconto – da sempre il suo genere elettivo - e lo ambienta a Milano, nelle settimane immediatamente precedenti il Natale. La luce dorata, soffusa e avvolgente dell’autunno della capitale diviene qui il grigiore metallico di una metropoli dove si trasforma presto in buio:

Cammino nel buio prematura di Milano.

A dicembre qui la luce va via sempre troppo presto. La luce di dicembre a Milano è come l’acqua quando viene risucchiata dal lavandino, a un certo punto del pomeriggio puoi sentirla gorgogliare, sparire d’improvviso tutta insieme, eppure mancano ancora diverse ore prima della sera. A dicembre, il buio è la chiave della città. […] Buio per buio, tanto vale andarsene in metropolitana. (L. Ricci, Trascurate Milano, La Nave di Teseo, 2018, pp. 9-10)

In effetti il racconto, narrato in prima persona dal protagonista, si disloca tra due poli spaziali: l’alto della città – rappresentata nella «fregola» che stipa la Galleria fin dal disegno di Saul Steinberg in copertina - e il basso della metropolitana, l’uno e l’altro non-luoghi spersonalizzati e diversamente reificanti.

La vicenda si svolge per buona parte lungo le linee della metro, affollata dalla fretta e dall’indifferenza. Del resto è proprio su questo che conta il narratore della storia e chi, come lui, desidera molestare le donne: la calca, la premura, la noncuranza reciproca, l’inevitabile vicinanza dei corpi creano l’habitat ideale per sfiorare e palpare corpi il cui volto ha poca o nessuna importanza. Sono presenze corporee ed eteree al tempo stesso: il molestatore sembra avere bisogno di un contatto solo estemporaneo e anonimo. È singolare che nel racconto di Ricci (come accade in versi nelle poesiadi Umberto Fiori) riemerga in piena ipermodernità, la traccia dell'esperienza baudelairiana della metropoli, esplicitamente ricordata dal  protagonista - «Baudelaire: l’unico poeta che abbia apprezzato in vita mia» (Ivi, p.27) - a dimostrazione di come il sonetto A una passante sia anche per la narrativa  il modello  di lunga durata «di una sessualità legata al movimento dei corpi nel tutto-pieno cittadino, al loro contatto obbligato in una società di massa […]» (R. Luperini, L'incontro e il caso, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 25-26).

Due poesie da «Esseri umani» di Alessandro Fo

 

21RJl06L30L. SX348 BO1204203200  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Per la Collana Φ de L’arcolaio è uscito la raccolta «Esseri umani» di Alessandro Fo. Pubblichiamo due poesie e la prefazione di Dario Ceccherini. Ringraziamo l’autore e l’editore per averci concesso di riprodurle.

Viene dall'ultima delle liriche il titolo di questa breve silloge - e orienta il lettore a pensare di trovare in quella le ragioni generative e le tonalità di tutte le nove articolazioni; a immaginare che essa ne sia suggello formale e conferma. E tuttavia Esseri umani è poesia altra. Altra nel suo registro antico di sermone civile, altra perché governata da una sintassi vibrata da giusta ira nel dire il male che esseri umani fanno ad esseri umani, altra nei rimbalzi anaforici, perentori e severi del «voi», che richiamano la voce salvata e sommersa di Primo Levi; altra perché nel suo essere un «27 gennaio» e ogni «27 gennaio» non chiude, ma quasi disordina e riapre con l'implacabilità di un indice che chiama e mostra la plurale tragedia di ogni nostro giorno; altra infine perché costringe a uno sguardo secondo, a una retrospezione delle cose lette e a un loro ripensamento. Gli estremi di questa rapida silloge in fondo si toccano, se l'apertura, Fuori Monaco, si aggira per la Dachau della crudeltà più grande. Una Dachau di silenzi, tra gli ordinati reperti di un male museificato e forse «sloggiato», a pena avvertito nel «ricordo annacquato/ disciplinato, sottomodulato», presto rimosso dalla confortante ansia di non riuscire a salire sul bus, dalla minuta ferocia delle logiche ordinarie di vita. Poi incontriamo vite sparenti, un'ispezione dell'essere umano, nelle sue prove minime e in quelle altissime. Ha questo la poesia di Alessandro Fo, entra nel mondo, anche nelle gallerie dell'anima, con gesto penetrante e garbato, discreto nel dire quello che i sensi, alle volte per intenzione altre volte indiscreti senza colpa, sentono e fanno discernere. Di qui le sospensioni, mimetiche talora delle esitazioni, dei rispettosi pudori e degli incespicamenti delle parole, le riprese e le iterazioni che segnano i versi, anche nelle loro metriche puntuali, con la sbilenca grammatica delle nostre relazioni con gli altri; ancora le parentesi, a ospitare drammaturgiche didascalie o commenti, che invitano a meglio vedere e sentire la situazione e il soggetto e l'oggetto che la compongono. Sull'assito di questo palcoscenico metrico le vite, visitate, incontrate per caso, ritrovate e di nuovo perdute, immaginate per induzione altrui.

Il mestiere del traduttore /1 - Bruno Arpaia

large 110616 223946 to160611var 0076 1640 kVFI U1080290907025q3B 1024x576LaStampa.it Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Prende avvio oggi, e proseguirà nelle prossime settimane a cadenza quindicinale, una rubrica dedicata al “mestiere del traduttore”, un lavoro in cui è evidente, più che in altre attività intellettuali, lo scarto fra il “compito” e il “ruolo”. Destinato spesso a restare nell’ombra, il “compito del traduttore” (W. Benjamin) è quello non solo di rendere accessibile ai lettori l’opera da tradurre, ma di coglierne e restituirne l’essenza.

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Molti, moltissimi anni fa, quando ero da poco laureato in Scienze Politiche con una tesi su “Letteratura e politica nell’America latina”, una casa editrice napole-tana mi propose di tradurre nientedimeno che le Meditazioni del Chisciotte di José Ortega y Gasset. Con l’incoscienza dei vent’anni, accettai temeriaramente la sfida. Io non avevo (e non ho) mai aperto una grammatica spagnola e il mio lessico di base erano stati prima i testi delle canzoni degli Inti Illimani e poi i romanzi del boom latinoamericano, letti direttamente in lingua anche se spesso faticavo a capire il senso e le parole. Parlavo male, allora; perfino se dovevo dire «Passami il sale», usavo metafore marqueziane e vocaboli borgesiani. Tuttavia, mi dissero che non avevo troppo maltrattato don José.

La mia avventura di traduttore (per giunta, ripeto, da una lingua che non ho mai studiato in maniera accademica) è cominciata così, quasi per caso, e si è tra-sformata in un secondo mestiere che mi ha accompagnato, con maggiore o mi-nore intensità, in tutti questi anni. Mi è così capitato di dover rendere in italiano gli scoppiettanti fuochi d’artificio e i messicanismi iperbolici di Paco Ignacio Taibo II, le invenzioni visionarie di un Cela minore o un saggio di Carlos Fuentes, op-pure la sintassi acrobatica e i paragrafi sfilacciati di Alfredo Bryce Echenique, o ancora il racconto secco e tragico di Ignacio Martínez de Pisón oppure la prosa avvolgente di Javier Cercas. Più di recente, ho tradotto, fra gli altri, due libri stupendi come Patria di Fernando Aramburu e Il selvaggio di Guillermo Arriaga.