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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Narratori d'oggi. Intervista a Helena Janeczek

 

helena janeczek Ripubblichiamo l'intervista che la nostra Morena Marsilio ha fatto qualche mese fa a Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018

Sui generi

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Ricorro spesso a un io-narrante che si discosta da quello tipico dell’autofiction. Il mio primo libro, Lezioni di tenebra, è una narrazione memoriale (o post-memoriale per usare il termine coniato da Marianne Hirsch), dove la voce che dice “io” si fa garante delle vicende della madre sopravvissuta e dei famigliari uccisi a Auschwitz, ma tematizza al tempo stesso i silenzi, le reticenze, le mistificazioni protettive tessute intorno a quel lascito traumatico. Proprio per questo non era possibile che quel “io” autobiografico potesse liberamente ibridare realtà e finzione. A partire da lì, mi sono occupata spesso dell’intreccio tra realtà e finzione, ma ho sempre “mostrato il trucco” quando mi sono servita di un espediente “autofinzionale”, come per esempio, nelle prime pagine di Le Rondini di Montecassino.

Preferisco lavorare su materiali biografici, memorialistici, storici, cronachistici ecc., sperimentando una varietà di forme narrative volte a trasformare quei contenuti non finzionali in costruzioni letterarie.

Storia della mia copertina /10 – La metà di bosco di Laura Pugno

laura pugno Per raccontare la storia della copertina de "La metà di bosco", il mio ultimo romanzo uscito pochi giorni fa per Marsilio, bisogna risalire indietro nel tempo, almeno fino ai due romanzi precedenti con lo stesso editore, tutti editi in un breve arco di anni: "La ragazza selvaggia" (2016) e la ristampa di "Sirene" (2017), il mio romanzo d'esordio, pubblicato per la prima volta nel 2007 nella collana Arcipelago di Einaudi e diventato nel frattempo introvabile. Le tre copertine, infatti, sono legate da un sottile filo, da una figura di giovane donna che sembra ritornare in varie forme, e risuonano di eco le une con le altre.

Ogni copertina, del resto, nasce da una conversazione, un incontro tra l'idea di libro che l'autore, l'autrice porta con sé, nei suoi aspetti coscienti e consapevoli e nei suoi aspetti impliciti e oscuri, e quella dell'editore. A volte è una semplice conferma, altre volte uno svelamento, un'epifania. Come la critica letteraria nel migliore dei casi, quando ti dice cose a cui non avevi neanche pensato, ma che, nel momento in cui le leggi, sai di aver saputo sempre, con il corpo se non con la mente, con qualche parte di te e ora, anche con la coscienza.

Storia della mia copertina/9: La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni

Cavazzoni La storia della copertina del romanzo La galassia dei dementi è molto semplice: erano state fatte delle copertine dalla casa editrice, in generale sono dell’opinione che la casa editrice faccia la copertina che vuole e che rientra nello stile della collana, perciò ho approvato; poi mi è capitato di vedere una mostra di artisti russi contemporanei, c’ero stato tirato da un amico, ci sono andato per caso, e lì ho visto le immagini di un artista che si chiama Sergey Batkov che mi hanno molto colpito; su delle lune grandi ciascuna come il quadro, cioè viste dallo spazio a distanza ravvicinata, bucherellate dai crateri, ci stavano dei tipi dall’aria turistica grandi poco meno della luna, come se le lune fossero dei piccoli asteroidi abitati da uno o due esseri umani sovradimensionati; straordinario e buffo, ho pensato, perché le immagini facevano sorridere; in particolare uno di questi asteroidi aveva un ciccione pesante e dalla faccia leggermente demente, unico suo abitante spropositato. Ho pensato che poteva essere la mia copertina, perché nel libro la specie umana è immaginata ingrassata oltremisura e tonta, e il pianeta Terra avviato allo spopolamento; ho mandato a Elisabetta Sgarbi (delle ed. La nave di Teseo) la foto malfatta col telefonino, malfatta perché c’era il vetro che faceva riflesso, la foto era di scorcio e poco chiara, ma anche a Elisabetta è subito piaciuta, è importante il subito, anche per lei come per me c’è stato un immediato stupore magnetico; così in 24 ore hanno trovato l’artista in Russia e hanno avuto il permesso di usare l’immagine; la rapidità mi è piaciuta, anche l’adesione istantanea soddisfatta dell’artista, l’ho sentita ben augurale, anche perché il libro stava andando in stampa; e così il libro ha avuto la copertina che non lo illustrava ma gli corrispondeva.

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Storia della mia copertina/8 - Le vite potenziali di Francesco Targhetta

Targhetta Quello della copertina mi è sempre parso un problema. Con mio grande sollievo nei libri precedenti ero riuscito a eluderlo o quanto meno a ridurlo al minimo grado di difficoltà, o perché l’editore ci metteva solo codici a barre (Isbn per Perciò veniamo bene nelle fotografie) o per ragioni di genere letterario: le raccolte di poesia prevedono copertine, per quanto raffinate a livello grafico, per lo più disadorne e prive di immagini, e prima di questo romanzo avevo pubblicato soltanto versi. (Il motivo per cui le copertine dei libri di poesia sono così pulite credo che abbia a che fare, più che con la tendenza propria del linguaggio poetico a giocare di sottrazione e a esaltare l’essenzialità, con la mancanza di urgenze commerciali: il libro non venderà comunque – inutile, se non controproducente, cercare di attirare l’occhio del potenziale lettore con l’esca di un’immagine).

Parlo di problema perché sono sempre stato negato verso tutto ciò che riguarda le arti visive, oltreché penosamente privo di qualsiasi competenza a riguardo. Con Mondadori, dunque, sono subito chiaro: non so quale sia il processo con cui scelgono le immagini di copertina, ma mi rimetto e affido a loro con piena fiducia. “L’ho scampata anche questa volta”, penso. E invece. In virtù di un desiderio di dialogo continuo con l’autore su ogni aspetto riguardante il libro che io pensavo non potesse esistere in un grande gruppo editoriale, e invece esiste eccome, i grafici e Linda Fava, l’editor con cui lavoro, vogliono coinvolgermi. Eccomi.

La gemella H di Giorgio Falco. Storia della mia copertina /7

cicin Nel 2009, all’inizio dell’estate, non sapevo bene quale direzione prendere dopo aver scritto L’ubicazione del bene, uscito un paio di mesi prima per Einaudi. Se vivo una condizione di immobilità narrativa, la soluzione migliore è, per me, fotografare. Beh, fotografare: portavo soprattutto il cavalletto e il banco ottico di Sabrina Ragucci. Eravamo a Merano, interessati alle costruzioni di epoca fascista in Alto Adige. Alloggiavamo nel camping adiacente all’ippodromo, non distante dal Passirio, il torrente che taglia in due la cittadina. Il Passirio ha la caratteristica di essere troppo piccolo per definirsi un fiume, ma è abbastanza grande per essere qualcosa di più di un torrente: quando lo guardo oscillo tra un senso di tranquillità e di minaccia. 

Durante un pomeriggio afoso - stanchi dopo una mattinata di lavoro a Sinigo, la frazione abitata per lo più da residenti di madrelingua italiana - dormivo all’ombra di un grande albero. Mi ha svegliato un rumore molto forte ma, assonnato com’ero, non ho potuto focalizzare subito l’origine di quel frastuono. Poi, sopra di me, ho visto un elicottero, volteggiava insistentemente alla ricerca di qualcosa, o di qualcuno. Mi sono riaddormentato con il rumore che ritornava a folate e svaniva.

Il mattino dopo, ho letto sul giornale locale un trafiletto di cronaca. Una donna di sessantaquattro anni era uscita per portare a spasso il cane. Il cane, forse molto assetato, si era sporto sull’argine del Passirio per bere, ma era precipitato in acqua senza riuscire a risalire; allora la donna si era tuffata per salvarlo, e tuttavia, nonostante l’acqua non fosse profonda, era annegata. 

Paolo Zardi, Storia delle mie copertine /6

Paolo Zardi 260x300 Non ho mai avuto talento per le arti figurative. Quando ero bambino, nella casa in cui vivevo c'erano innumerevoli libri di arte – volumi illustrati su Michelangelo, Raffaello, Giotto e Zurbaran – che io sfogliavo con curiosità; mia madre, che sapeva disegnare bene e che da giovane aveva prodotto anche alcuni quadri di una certa bellezza, mi aveva regalato uno splendido libro su Mirò, nel quale le sue opere venivano usate come se fossero i capitoli di una storia: i personaggi principali erano il Sole, un toro e altre entità molto spagnole. Prima ancora, leggevo piuttosto avidamente dei sottili libricini di favole di quel maestro che era stato Bruno Munari. Ma nonostante tutti questi sforzi educativi, per anni sono rimasto incantato di fronte ai quadri di cavalli al tramonto, pagliacci con la lacrima e ritratti di Teomondo Scrofalo, chiedendomi, di nascosto, perché diavolo tutti ne parlassero male. Con il tempo, certe ingenuità se ne sono andate; ma è rimasto, in sottofondo, una sostanziale incapacità di individuare il segreto della bellezza esteriore – e d'altra parte, sono convinto che se fossi stato bravo in disegno, o avessi saputo scolpire, o cantare, o suonare, non mi sarei mai dedicato alla più faticosa e ingrata tra le arti, la scrittura.

E quando ho iniziato a scrivere, alla fine degli anni zero, poco prima del 2010, pensavo che tra le tante cose che uno scrittore doveva fare, una volta finito il suo lavoro, ci fosse anche quello di pensare a una copertina. Allora avevo in mente le edizioni Einaudi, tutte bianche, con una foto in mezzo; feci qualche esperimento in questo senso, ma alla fine scelsi uno stile più moderno, una copertina con una foto in bianco e nero che riempiva tutta la pagina. Era il mio primo manoscritto che, per vanità, avevo stampato con lulu.com, il sito di print on demand. Quel libro non venne mai pubblicato.

Simona Vinci, La prima verità. Storia della mia copertina/ 5

814LRPYsT5LLa prima verità doveva uscire già da tempo, era stato presentato nel copertinario Einaudi dedicato ai librai nel 2014 con un'altra copertina, non quella con la quale è effettivamente uscito due anni dopo, nel marzo 2016. L’immagine era stata scelta allora partendo dall'idea di una figura femminile che si specchiasse nell'acqua. Era bella. Molto bella. Mi piaceva, anche se forse non era ancora quella giusta, così come ancora non era del tutto giusto il libro. La seconda volta, due anni dopo, con Severino Cesari, siamo partiti da suggestioni diverse, come sempre abbiamo fatto per scegliere le copertine dei miei libri: suggestioni, idee, confrontate con una ricerca iconografica fino a giungere all’illuminazione. Una delle suggestioni che avevo in mente era quella di una bocca spalancata con posato sulla lingua un sasso bianco, (che riportasse al personaggio del bambino con il sasso in bocca) l'altra era quella del gesto del silenzio, un indice posato sulle labbra. Shhh. Legato all’idea della verità e di un sapere iniziatico che non può essere trasmesso attraverso le parole. Immaginavamo qualcosa che non fosse illustrativo, che non fosse narrativo, ma evocativo. Un romanzo di 400 pagine - tanti fili intrecciati, tempi e luoghi diversi, molti personaggi - non lo si legge in un'unica "seduta"; un libro così rimane posato in casa, sul comodino, in bagno, in cucina, su uno scaffale, in borsa, per qualche giorno, forse settimane (spero di no!), insomma era necessaria un'immagine che, in qualunque punto il lettore interrompesse la lettura e lasciasse il libro aperto o con un segnalibro dentro, posandoci sopra lo sguardo fosse ogni volta nuovamente catturato e si rendesse conto via via che quell'immagine è in continua, muta, misteriosa sinergia con il testo.

Vanni Santoni - Storia delle mie copertine / 4

vanni Comincio con un ringraziamento a Morena Marsilio e a “La letteratura e noi”: mi fa molto piacere essere invitato a raccontare la storia della mia ultima copertina – quella, quindi, dell’Impero del sognoperché per arrivarci devo raccontare anche la storia di tutte le altre, ed è stato utile anzitutto per me fare il punto in merito. Credo inoltre che questa vicenda possa risultare di un qualche interesse anche per i lettori, essendo la storia di due avvicinamenti: quello di uno scrittore al mondo editoriale, e quindi anche a quel “peso autoriale” che permette di aver voce in capitolo rispetto all’aspetto che avrà il volume, e quello dei miei romanzi a dei paratesti che li rappresentassero veramente.

La prima parte di questa storia è, parafrasando Mako in Conan il barbaro, “una storia di dolore”, solo che ero troppo giovane e ingenuo per rendermene conto: il mio libro d’esordio, Personaggi precari, esce nella sua prima versione nel 2007, grazie alla vittoria di un concorso per debuttanti, e si ritrova addosso una copertina con due scarpe simil-Converse sciupacchiate, a simboleggiare, immagino, il fatto che era un libro scritto da un “giovane autore”. Non ci feci granché caso, sia perché non sapevo molto di editoria e narrativa contemporanea – venivo da una rivista autoprodotta e fin lì avevo letto solo classici – sia perché ero già abbastanza contento di esordire, dopo una vittoria precedente tradita (ne racconto la storia qui), e svariate porte sbattutemi in faccia successivamente. E facevo bene, possiamo aggiungere oggi, a non crucciarmi, sia perché Personaggi precari avrebbe avuto successive incarnazioni con copertine più dignitose, sia perché il peggio doveva ancora arrivare, e ancora una volta non me ne sarei accorto se non quando era troppo tardi. 

Helena Janeczek – Storia della mia copertina: La ragazza con la Leica /3

Taro calze Nella mia testa, la copertina di La ragazza con la Leica esisteva da tempo. Era una foto che Robert Capa aveva fatto a Gerda Taro, una che amo tanto da averla incorporata nel romanzo. «E poi c’era un’altra foto dove Gerda tirando su una calza faceva una smorfia delle sue. Tutto, si vedeva: la coscia esibita, il letto in disordine, i fiori della tappezzeria d’albergo delabré, una bottiglia di pastis, una vestaglietta a kimono appesa dietro il lavabo.» (H. Janeczek, La ragazza con la Leica, Parma, Guanda, 2017, pag.226).

Per me quell’immagine riassumeva molti elementi centrali del romanzo: l’atmosfera bohémienne dell’esilio parigino e, soprattutto, la personalità di Gerda che, combinando la posa maliziosa a un’espressione buffa, esprime una voglia di scherzare più forte del desiderio di apparire soltanto seducente. La mia proposta fu bocciata dall’editore. A suo parere, la smorfia distorceva il volto di Gerda al punto di renderla poco attraente per chi non avesse mai visto altri suoi ritratti. Mi resi conto che era una critica fondata e, inoltre, l’immagine era troppo visivamente “piena” per poter fungere da copertina.

A quel punto, non sembrava più sicuro che si trovasse una foto veramente adatta. Un ritratto privo del contorno di elementi narrativi rischiava di comunicare che il libro fosse una biografia tradizionale nonostante il titolo ispirato a una foto di Alexandr Rodčenko del 1934 (proprio l’anno in cui Gerda Taro conosce il futuro Robert Capa), Girl with a Leica.

Marco Balzano, Resto qui. Storia della mia copertina / 2

9788806237417 0 0 0 75 Soglia di accesso ai testi, “il vestito dei libri” (J. Lahiri) è luogo di intersezione privilegiata fra immagine e scrittura. Da un'idea di Luca Ricci, che ha inaugurato la serie con il suo ballon d’essai, prende avvio, con uno scritto di Marco Balzano e continuerà nelle prossime settimane, un ciclo di interventi d’autore riguardante la storia delle copertina dei loro libri.

Si sa che la copertina è l’ultimo passo prima di chiudere un libro e mandarlo in stampa. Prima ci sono le discussioni, il più delle volte estenuanti, sul titolo. Questo romanzo è un caso particolare perché la copertina era in qualche modo “telefonata”. La storia, infatti, è quella di un paese sommerso, Curon Venosta, in Sudtirolo, a pochi chilometri dal confine svizzero e austriaco. Il campanile che torreggia sull’acqua di quello che sembra un lago e che invece è una diga dismessa colpisce chiunque passi di là. È un’immagine che a prima vista desta meraviglia – a me sembrava di entrare in un quadro di De Chirico – per poi lasciare spazio a un’inquietudine crescente. Si realizza che se lì c’è un campanile attorno doveva esserci stata una comunità, donne e uomini, radici. Allora ci si sporge dal pontile e, se si è fortunati, si intravedono ancora le fondamenta dei masi, l’erba scura e la sabbia. Non abbiamo mai avuto dubbi che la copertina dovesse avere questa immagine. Piuttosto siamo stati indecisi se inserire anche un pontile e lasciare il campanile sullo sfondo. Il pontile, è vero, avrebbe dato più profondità all’immagine, rendendola quasi tridimensionale e prendendo per mano il lettore per portarlo in quel cosmo sconosciuto. Ma avrebbe anche ricordato le frotte di turisti che lo usano per farsi un selfie, come se quel reperto a cielo aperto fosse una banale attrazione turistica e non un relitto di una distruzione violenta, non il resto di un progresso antidemocratico, dissennato e nemmeno lungimirante visto che la diga è diventata, appunto, un paradossale luogo del turismo di massa. E poi quell’elemento isolato, senza tracce di presenza umana, comunica un’inquietudine senz’altro maggiore. Chi lo guarda si chiede cos’è questa immagine, se è reale o se è un fotomontaggio. Chi conosce il luogo, invece, da quel lago di lacca su cui campeggia la punta di una chiesa, ritrova qualcosa, coglie un’atmosfera sospesa, la stessa con cui si apre il libro.