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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere “I racconti del Pacifico” di Jack London

9788823523388 0 0 626 75 «Solo perché siamo malati, vogliono toglierci la libertà. Abbiamo sempre rispettato la legge, non abbiamo mai fatto niente di male, eppure vogliono metterci in prigione. Molokai è una prigione. E questo lo sapete. Niuli, quello laggiù, ha una sorella a Molokai da sette anni. Non l’ha più vista e non la vedrà mai più perché lei resterà lì fino alla morte. E non per scelta sua né di Niuli. L’hanno deciso i bianchi che governano il paese. Ma chi sono questi bianchi? Lo sappiamo ce l’hanno raccontato i padri dei nostri padri. Si presentarono qui come agnelli, con paroline dolci, e cos’altro avrebbero dovuto fare, visto che noi eravamo forti e le isole erano nostre? Paroline dolci, ho detto. Due generi di dolcezza: quella con cui chiedevano il nostro permesso, il nostro benevolo permesso, di predicare il verbo di Dio, e l’altra, quella con cui chiedevano il nostro permesso, il nostro benevolo permesso di commerciare con noi. Questo agli inizi. Oggi tutte le isole appartengono a loro, tutto il bestiame tutto. Quelli che predicavano la parola di Dio e quelli che predicavano la parola del Rum si sono associati e sono diventati i grandi capi. Vivono come re in case con molte stanze e una moltitudine di servi che si prendono cura di loro. Quelli che non avevano niente hanno tutto e se voi, o io, o qualsiasi Kananka, moriamo di fame sorridono e dicono: ‘Bene, perché non lavorate? Ci sono le piantagioni’»

Koolau tacque. Sollevò una mano e con dita contorte e nodose si tolse la splendida corona di fiori di ibisco poggiata sui suoi neri capelli. La luna illuminava di luce argentea la scena. Era una notte tranquilla, di pace, anche se tutti quelli che gli stavano intorno e ascoltavano sembravano scampati a una battaglia. Avevano facce leonine. Qui, dove sarebbe dovuto esserci un naso, s’apriva una crepa e là, dove una mano era marcia e caduta, si levava un moncherino. Erano, tutti e trenta loro, uomini e donne al di là di ogni limite, perché gli era stato impresso il marchio della bestia. Inghirlandati di fiori, se ne stavano accoccolati là nella notte profumata e luminosa, e dalle loro labbra uscivano suoni sgradevoli e dalle gole approvazioni roche al discorso di Kolau. Un tempo quelle creature erano stati uomini e donne, ciò che non erano più, essendo ormai mostri, grottesche caricature, nel viso e nel corpo, di un essere umano. Storpie e orribilmente mutilate, avevano l’aspetto di chi ha patito per millenni l’inferno: le mani, quando le avevano, erano zampe artigliate: i volti erano straziati e storpiati da un dio pazzo che aveva armeggiato col macchinario della vita. E a questo e a quello lo stesso dio pazzo aveva addirittura cancellato i lineamenti. Una donna piangeva lacrime bollenti che scorrevano giù da due buche dell’orrore, là dove un tempo c’erano stati gli occhi. Alcuni soffrivano e dal petto uscivano gemiti di dolore; altri tossivano, e il suono era lacerante, come quello di un tessuto strappato. Due erano idioti, due scimmioni sfigurati, ma forse persino una scimmia sarebbe stata un angelo al confronto. Grugnivano e ghignavano, lì nella luce lunare, incoronati di fiori dorati e appassiti. Uno dei due, con un gonfio lobo d’orecchio che gli sbatteva sulla spalla, colse un magnifico fiore arancione e rosso scarlatto e se ne decorò il mostruoso orecchio, che sbatteva ad ogni movimento.

E su queste cose, su questi esseri, era re Koolau.

 Koolao il lebbroso, tratto da I racconti del Pacifico, Guanda editore.

Forme d’amore improvviso: Almarina di Valeria Parrella

978880623061HIG Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Con il romanzo Almarina (Einaudi, 2019) Valeria Parrella sembra reclamare la possibilità di vedere riconosciute “forme d’amore improvviso” come quello che scocca in Elisabetta Martorano per una giovane detenuta conosciuta nel carcere minorile di Nisida, dove la donna insegna.

Nel prologo del romanzo – cinque pagine che tracciano la parabola esistenziale e spazio-temporale di tutta la vicenda -  è espressa, in nuce, la spinta che anima le protagoniste rispetto a una vita che le convenzioni sociali e burocratiche vorrebbero già predeterminata: dalla trafila prevista per l’adozione o l’affido al diritto di cittadinanza; dagli stati di famiglia ai casellari giudiziari; dai regolamenti carcerari agli stati civili.

L’io narrante, Elisabetta, è rimasta vedova a cinquant’anni e vive una condizione di solitudine che, secondo il senso comune e le normative, dovrebbe precluderle la possibilità di crescere un figlio. Invece, a tre anni di distanza dalla perdita del marito, si reca presso il Tribunale dei Minori per chiedere in affido Almarina. Per quest’ultima, del resto, le consuetudini procedurali vorrebbero che, a fine pena, venisse indirizzata a una comunità come quella di don Valentino. Invece un rapporto imprevisto -  a metà tra il materno e il sororale - rivendica il diritto di essere vissuto e rispettato:

Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Volete che l’amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto.  […] Io mi sono legata a Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un gran nuotatore (V. Parrella, Almarina, Torino, Einaudi, 2019, p. 57).

Elisabetta e Almarina, in linea con altre protagoniste già tratteggiate da Parrella (basti pensare al romanzo Lo spazio bianco), scelgono lo scarto rispetto alla norma, trasformano una svolta imprevista e dolorosa in cambiamento audace:

Elisabetta lo fa dopo aver rimesso insieme tanto i ricordi del suo matrimonio con Antonio (“Credo che il matrimonio sia cominciato così: che mischiammo i libri”), quanto quelli dei tre anni trascorsi a elaborare il lutto per un marito molto amato (“Da tre anni vado in giro con il passaporto invece che con la carta d’identità, perché sul passaporto non c’è scritto lo stato civile”). Almarina, dal canto suo, accetta la proposta di Elisabetta senza false promesse: in lei c’è l’aspirazione a un futuro tutto da inventare, il sogno lontano di vendere profumi (“lei ogni tanto dalla panchina indicava verso il muro di cinta, con le garitte e il filo spinato, perché laggiù in quel punto, ormai, lampeggiava l’insegna della profumeria. ALMARINA”); del passato le resta il desiderio di ritrovare notizie del fratello Arban, arrivato in Italia con lei ma dal quale è stata separata.

Ce la faremo. Per Nanni Balestrini

nanni Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Ce la faremo: ecco la chiusa di una poesia tutta protesa in avanti, incentrata com’è su forme di chiusura così rigorose da produrre esplosioni anziché sigillare. Ce la faremo è l’ultimo verso di un poemetto intitolato Le radiazioni del corpo, scritto da Balestrini tra agosto e novembre 2018 e uscito postumo, il 20 maggio, su “alfabeta2”. Esplosioni si chiama, invece, l’ultimo libro da lui licenziato e da poco andato in stampa, per le Edizioni del Verri. Disposti in fila, questo titolo e quel verso conclusivo si risemantizzano a vicenda assumendo un valore testamentario e insieme profetico: un lascito che sia incitamento al futuro.

Proviamo allora a parlare dell’opera di Nanni Balestrini. Proviamo a farlo a partire alle sue evoluzioni più recenti, quelle del nostro secolo. Proviamo a puntare lo sguardo su Caosmogonia, il libro del 2010 che ha tutta l’aria di una summa, che porta insomma il lettore nel cuore della ricerca artistica di Balestrini.

Tutta la prima metà del libro è occupata da un trittico dedicato a tre grandi artisti del Novecento: un pittore, Francis Bacon (Tre studi per un ritratto di F. B); un compositore, John Cage (Empty Cage); un regista, Jean-Luc Godard (Fino all’ultimo). A questo trittico è affidata, prima di tutto, la dichiarazione della necessità di una vicinanza tra la poesia e le altre arti, di un loro dialogo, all’interno dell’attività artistica di Balestrini straordinariamente profondo e ininterrotto, tanto da costituirne una delle cifre: poeta, narratore, artista visivo, autore di testi per musica. Il dialogo tra le arti è portato dentro i versi, dove vengono continuamente sollecitate modalità conoscitive fondate sulla simultaneità, ma a partire da una prima percezione sequenziale, con l’ambizione di far uscire la scrittura dalle gabbie della linearità, per spiccare «un salto nella linearità», «frantumare la loro linearità/perché tutto possa accadere». Ciascuno dei tre pannelli del trittico è organizzato in strofe di sei versi. La rigorosissima struttura formale fa perno sulla dialettica tra ripetizione e variazione: il primo pannello è articolato in tre parti di undici strofe ciascuna, per un totale di trentatré strofe; il secondo non ha suddivisioni interne oltre a quella in strofe (venti) numerate; il terzo è organizzato in due parti formate rispettivamente da dodici e tredici strofe. L’ultimo pannello, inoltre, ostenta una struttura circolare: l’ultimo verso è identico al primo («prima non c’è nulla e poi all’improvviso»), a chiudere significativamente il cerchio con un’esplosione («all’improvviso»).  I principi compositivi della ripetizione e della variazione vengono messi a reagire tra loro: ripetere per creare nuovi legami («ogni ripetizione deve creare un’esperienza del tutto/ nuova») e variare per far brillare le forme nell’esplosione («provocare un altissimo grado di disordine/ un clima molto ricco di gioia e di smarrimento»).

Il Gattopardo raccontato a mia figlia e l’arcipelago incantato delle grandi storie

il gattopardo Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Doni e mappe

Ho iniziato la stesura de Il Gattopardo raccontato a mia figlia, in una casa silenziosa, apparentemente deserta, alle prime luci dell’alba, alcuni mesi prima che la mia bambina, ora quindicenne, compisse nove anni.  Desideravo farle un regalo di compleanno diverso. Una lettera che le svelasse quanto è importante leggere; e, soprattutto, quanto è importante immergersi in quelle opere-mondo chiamate Classici. Una lunga consuetudine di studi mi legavano alla figura sfuggente del Principe palermitano e alla sua opera. Gli avevo già dedicato anni di ricerche.

Eppure, il primo incontro con questo grande protagonista del Novecento, che risaliva agli anni ingrati dell’adolescenza, non era stato per nulla positivo. Come racconto nel libricino, frequentavo quella che allora si chiamava Scuola Media ed ero un’allieva particolarmente svogliata. Fu un lettore appassionato, il mio docente di Lettere, a consigliare alla classe quel romanzo e a leggerne per noi, con la sua voce sensibile, da cantastorie, le pagine iniziali. Naturalmente, poiché Il Gattopardo è un libro straordinario ma complesso, io non potei, allora, né apprezzarlo, né comprenderlo. L’appuntamento con una tra le opere più amate della letteratura italiana venne così rimandato a lungo. Solo sul finire degli studi universitari mi ritrovai infatti di nuovo tra le mani quel capolavoro e, vincendo l’antica diffidenza, presi a sfogliarlo. Fu una scoperta.

La sontuosa, sensuale e abbacinante bellezza della prosa lampedusiana mi travolse. Anche a libro ultimato, i suoi personaggi continuavano a chiedermi udienza.  Da allora, la magia si rinnova. Mi basta sfogliare le sue pagine per ritrovarmi al cospetto di un uomo-gattopardo pensoso e malinconico; per lasciarmi investire dalla risata sguaiata di Angelica la Bella; o perché giunga nitido, alle mie orecchie, il fruscio di sete e crinoline di vecchie e giovani dame d’alto lignaggio, che si muovono sui pavimenti di marmo pregiato, nelle stanze superbamente affrescate delle loro vetuste dimore regali, ignare del destino di rovina che le attende di lì a poco.

L’idea di trasformare l’avventura umana e letteraria del Principe in un racconto da donare alla mia bambina, scaturiva, dunque, da un doppio cortocircuito affettivo e aveva radici antiche. Memore dei miei trascorsi tristi di lettrice riottosa, desideravo consegnarle una sorta di piccola mappa, che le permettesse di raggiungere prima possibile l’isola del tesoro tomasiana. E che, da lì, le consentisse in seguito di procedere, sempre più spedita, verso l’arcipelago incantato delle grandi storie.

Stefano Dal Bianco, Una nuova edizione di Ritorno a Planaval

ritorno_planaval.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, uscito nel 2001 per Mondadori, è stato ripubblicato da poco per i tipi di Lieto Colle-Pordenonelegge, con una postfazione di Raffaella Scarpa e due interventi dell’autore e di Fernando Marchiori.

Pubblichiamo cinque testi e l’intervento dell’autore Il suono della lingua e il suono delle cose, ringraziando Stefano Dal Bianco e l’editore per la disponibilità.

***

È successo che avevamo rinunciato a sognare, e a riconoscere il profilo e il colore delle cose. Attraverso di noi cresceva la stagione peggiore. Un principio di immobilità aveva assunto i connotati della concentrazione. Pensavamo che rimanere all’erta fosse necessario per non farci trascinare dall’onda della vita altrui. E restavamo fermi, e se qualcuno ci chiedeva: Tu cosa pensi?, noi pensavamo che non volevamo pensare niente.

***

La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto

come se fosse la mia libertà ad accogliermi,

ma se tu chiami

da dentro una presenza di lenzuola, ecco

io sono pronto

a stringermi nel sonno, a prendere atto

di quanto sia rimasto, in questo letto,

e quanto sia, di te, rimasto fuori.

Magrelli e il commissario

978880624029HIG.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

 

Nel 2018 Valerio Magrelli ha raccolto in volume tutte le sue poesie (Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi) e, contemporaneamente, ha ricominciato con un nuovo libro di versi: Il commissario Magrelli (Einaudi), opera a cui è stato assegnato il Premio Pagliarani 2019. 

Ne pubblichiamo alcuni testi, proponendoli insieme a una presentazione del libro scritta per il nostro blog dallo stesso Valerio Magrelli, che ringraziamo vivamente per la generosità.

***

I.

Dieci poesie da Il commissario Magrelli

1

Visto che tutti libri

hanno ormai un commissario,

mi faccio commissario

della poesia

e parto sulle tracce dei misfatti

che restano impuniti a questo mondo.

2

Povero vecchio, scherza il commissario:

la sciatica ti assolve, Pinochet…

Quante vittime vale un giradito?

E una colica? Un bel diabete, poi,

avrebbe tratto in salvo pure Goebbels.

Ah! I colpevoli anziani...

Tana libera tutti.

Raggiunti gli ottant’anni, vinci l’impunità.

Coi reumatismi, sistemi un genocidio:

vorrai mica infierire sui vegliardi!

È la “carta d’argento” del crimine,

il bonus del longevo.

Se invecchi in tempo,

non sei più responsabile di nulla.

Effetto Cile.

Sono i desparecidos del reato.

Consigli di lettura per l’estate 2020 della redazione di La letteratura e noi /2

Luigi Pirandello 1932 1 La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Lunedì abbiamo pubblicato la prima parte [link] dei nostri consigli per l'estate. Oggi pubblichiamo la seconda e ultima parte.

Considerando però la situazione eccezionale del 2020 e il difficile rientro di settembre, ci riserviamo la possibilità di intervenire ancora con pezzi inediti della sezione scuola.
Come già in passato, ripubblicheremo articoli già usciti nel corso del 2019-2020.
Auguriamo una serena estate ai nostri lettori. Ci rivediamo a settembre.
 
***

Alberto Bertino

L’estate  può essere il tempo adatto alle riletture oltre all’incontro con gli amici. Il che per alcuni, e per me in particolare, è spesso la stessa cosa. Tra i libri- amici che mi fa piacere incontrare, con lo stupore sottile di ritrovarli uguali ma sorprendentemente diversi rispetto all’ultima volta che ho parlato con loro, un posto speciale merita Il Maestro e Margherita (BUR o Feltrinelli) di Michail Bulgakov. Si tratta di un romanzo magico, che può essere letto in molti modi, a secondo delle preferenze del lettore, ma che per salti e trapassi  –  attraverso i due romanzi che contiene (il romanzo di Pilato e il romanzo del diavolo a Mosca) – fa parlare il Maestro della poesia e della scrittura, e Margherita dell’amore. Leggerezza e amarezza, male e amore, storia e immaginazione: sono solo alcuni aspetti presenti in un testo, capace di far ridere e di addolorare, che ogni volta lascia il dispiacere di concludersi.

Siccome, come scrive Bulgakov, «i manoscritti non bruciano» in questa estate 2020 incontriamo fresco di stampa Riccardino (Sellerio) di Andrea Camilleri. Ultimo, in quanto voluto come postumo, della serie di Montalbano. Come in ogni storia che si rispetti è la fine che dà un senso all’inizio, dunque non solo per i cultori del genere, ma anche per chi ha apprezzato la presenza di Camilleri nell’attualità politica e culturale del nostro paese, sarà utile ripercorrere la storia del personaggio e della lingua dello scrittore dalla Forma dell’acqua ad oggi. Interessante la costruzione pirandelliana dell’evento culturale post mortem e l’imbastitura del racconto tra letteratura, realtà, televisione e biografia. Ma la lingua è stata usata da Camilleri in vari modi, anche per costruire romanzi-romanzi e non solo polizieschi monopolizzati da un invadente ed esigente protagonista. Anche per questo aspetto, da rileggere, secondo me, è Il re di Girgenti (Sellerio), in cui il re contadino Zosimo ci conduce nel tempo che è storia e sospensione della storia. Raccontata in una lingua arcaica impastata di fantasia, la vicenda si dipana attraverso una folla di personaggi tutti dotati di caratteristiche indimenticabili, in modo che il nome sia legato ad un fatto e che il cunto possa proseguire.

Storia e sogno sembrano convivere in alcuni capolavori (forse non proprio in tutti) che sono costruiti come romanzi storici. E se da Girgenti ci si sposta in altro secolo e in un altro continente, in Brasile si può risentire la storia raccontata da Mario Vargas Llosa: La guerra della fine del mondo (Einaudi). Si tratta di un evento reale in cui il misticismo e la discussione dell’esistenza del male ritornano come costante della storia umana, fatta di violenza, di tradimento, di speranze e di imprevedibile altruismo. Ma sempre c’è l’aspirazione ad una vita migliore, a qualcosa che consenta anche ai più sventurati di essere contenti di essere nati. Come in ogni capolavoro ci sono pagine straordinariamente intense, ma in questo libro è impossibile isolarle dall’architettura generale del racconto.

Consigli di lettura per l’estate 2020 della redazione di La letteratura e noi /1

e9d120b57772e1cec5720cb50182e7be La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Oggi e venerdì pubblicheremo dei consigli di lettura per l'estate dei nostri redattori. Nella prima parte, stamattina, prendono la parola i redattori "giovani", nel senso di coloro che sono entrati in redazione più di recente. Venerdì toccherà ai "vecchi".

Considerando però la situazione eccezionale del 2020 e il difficile rientro di settembre, ci riserviamo la possibilità di intervenire ancora con pezzi inediti della sezione scuola.
Come già in passato, ripubblicheremo articoli già usciti nel corso del 2019-2020.
Auguriamo una serena estate ai nostri lettori. Ci rivediamo a settembre.
 
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Antonella Amato

Le letture che ho scelto, seppure molto diverse tra loro, hanno in comune il fatto di riuscire a toccare di continuo qualcosa di nascosto e di invisibile, e a produrre un momento di vita, con i personaggi e tutta l’esistenza che si muove dentro di loro, ma anche con i misteriosi riverberi dell’imprevedibilità e dell’inatteso che emergono dall’esterno.

Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi, del 1985, è una raccolta di undici racconti postmoderni in cui viene negata qualsiasi possibilità di verità assoluta e di una conoscenza oggettiva del mondo. L’esistenza non è altro che «un rebus che non ha soluzione», un «equivoco senza importanza»,  un «appuntamento» incerto  («solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove»), perché la «ragion non riesce a riempire i vuoti fra le cose, e stabilire la completezza […] preferisce la complicazione». Ai personaggi, spaesati, non restano che rimpianti, ricordi forse ingannevoli (semmai sogni?), la sensazione costante di essere sempre fuori posto e la possibilità di «regolare sulla simmetria delle pietre l’infantile decifrazione del mondo senza scansione e senza misura».

Al di là del ponte e altri racconti, di Mavis Gallant, pubblicato in Italia da BUR nel 2005, è una raccolta di quattro racconti, tutti giocati su un movimento dialettico tra materia e astrazione, che restituiscono, al lettore, un mondo al tempo stesso realistico e visionario. Ogni racconto prende avvio da una situazione semplice, una realtà apparentemente banale, familiare, da cui, però, affiorano scintille, possibilità di sviluppo inaspettate che inducono i personaggi, inconsapevoli e smarriti, a misurarsi con un momento di svolta nel proprio destino, un cambiamento, un passaggio, un attraversamento, come fa intuire il titolo dell’opera. A risaltare è, dunque, un’atmosfera, rarefatta, di lucido e sottile straniamento che la Gallant definisce, sapientemente, con una scrittura elegante, asciutta ed essenziale.

La ricostruzione di un’identità: Febbre di Jonathan Bazzi

 

Febbre Jonathan Bazzi Fandango libri 1 Febbre è l’esordio letterario di Jonathan Bazzi, un romanzo autobiografico che, quest’anno, ha vivacizzato le tradizionali dinamiche dello Strega, e si è aggiunto alla storica cinquina, pur essendosi classificato settimo dopo Città sommersa di Marta Barone, per via dell’articolo 7 del regolamento, che prevede la presenza, nella finale, di almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo, in questo caso Fandango Libri. Poi, in realtà, al momento della premiazione ci sono state, come spesso accade, poche sorprese: la vittoria de Il colibrì di Veronesi (La Nave di Teseo), il secondo posto di Carofiglio con La misura del tempo (Einaudi Stile Libero), il terzo della Parrella con Almarina (Einaudi), il quarto di Ferrari con Ragazzo italiano (Feltrinelli), il quinto di Mencarelli con Tutto chiede salvezza (Mondadori) e il sesto e ultimo di Bazzi, appunto.

Percepito da alcuni come un’opera militante, un manifesto dell’omosessualità (e outing della sieropositività dello scrittore), per veicolare messaggi in difesa dei diritti della comunità LGBT, in realtà Febbre è un romanzo composito che parla di molto altro, ma è in primis la storia della ricostruzione di un’identità, di un’anima rotta che non si rassegna al silenzio, all’invisibilità, che tenta la strada di una faticosa ricomposizione, cercando di sondare i margini della sopravvivenza e della resistenza.

La febbre: Rozzano 1985- Milano 2016

Jonathan Bazzi, nel 2016, vive a Milano con il suo compagno Marius da circa tre anni, studia filosofia e si mantiene all’università lavorando come insegnante di yoga. Dall’11 gennaio, una febbre insistente, debilitante, si impadronisce del suo corpo per circa due mesi, insinuando il sospetto di una malattia incurabile e terminale. Seguono vari accertamenti e si giunge alla certezza dell’ HIV, «una diagnosi che cambia tutto, che ti costringe all’improvviso a rielaborare il più velocemente possibile l’immagine che hai di te» (p. 113), ad accettare la «perdita del privilegio», a comprendere che non è più possibile «nascondersi la vista dello strapiombo» («Scopro in me un vuoto che mi ipnotizza, una dimensione dove il pensiero non può più niente. Il mio io ora, di colpo, completamente incarnato: il mio io è un corpo che si sa ammalare, e non più un’astrazione onnipotente, teorica. Segreti di cellule e sangue, lotte microscopiche che sanno proiettarsi in grande, grandissimo, e decidere tutto. Sono carne vulnerabile, infestata: sono un contenitore di sangue impuro, alterato per sempre. Un ammasso di organi e vene e cavità in cui virus molto famosi possono rintanarsi e moltiplicarsi in silenzio, senza che io me ne renda conto. Come potrò vivere sapendo di avercelo in corpo? Come potrò passare il resto della mia vita con questo parassita invisibile e ineliminabile. Piccola minuscola indimenticabile  onnipresente macchia» p. 114).

Perché leggere questo libro: Il buio oltre la siepe di Harper Lee

20172F47357 «Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.

Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poter ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.

Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora? Eravamo troppo grandi, ormai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.

Siccome eravamo nel Sud, per alcuni di noi in famiglia era fonte di vergogna il fatto di non contare antenati che, dall’una o dall’altra parte, avessero combattuto a Hastings. Non avevamo che Simon Finch, un farmacista cacciatore di pellicce venuto dalla Cornovaglia, la cui religiosità era superata soltanto dalla taccagneria. In Inghilterra, a Simon non era piaciuta la persecuzione nei confronti di quelli che si dicevano metodisti per mano dei confratelli più liberali, e poiché anche lui si sentiva metodista, s’era deciso ad attraversare l’Atlantico, era sbarcato prima a Filadelfia, poi in Giamaica e quindi a Mobile, e infine aveva risalito il fiume Saint Stephens. Memore dei rimproveri di John Wesley a chi spreca parole per comprare e vendere, Simon aveva fatto fortuna praticando la medicina, ma anche in questa attività si sentiva infelice perché temeva sempre di cadere nella tentazione di fare qualcosa che non avesse per fine la gloria di Dio, come mettersi addosso ori e abiti sontuosi. Così Simon, dimenticate le parole del suo maestro contro la proprietà di beni terreni, acquistò tre schiavi e con il loro aiuto fondò una fattoria sulle rive dell’Alabama, una quarantina di miglia a nord di Saint Stephens. Ritornò a Saint Stephens una volta sola, per procurarsi una moglie, e con lei originò una discendenza composta in prevalenza di figlie. Simon visse fino a tardissima età e morì ricco.»

da Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano 2008.