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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Una passione meravigliosa e terrificante. L'inizio di Perdersi di Annie Ernaux

ecrire la vie Introduzione e traduzione a cura di Romano Luperini

Perdersi è il titolo di un romanzo di Annie Ernaux, Se perdre, ancora inedito in Italia. Pubblicato in Francia nel 2001, ora è compreso nel volume Écrire la vie,  Gallimard, Paris 2016, che comprende quasi tutti i romanzi di Ernaux, quelli già tradotti in italiano (Gli anni, Il postoPassione semplice; manca L’altra figlia, uscito da poco, edito in Italia da L’orma) e diversi altri ancora inediti nel nostro paese, come, appunto, Perdersi, a mio avviso, con Gli anni, uno dei risultati più alti di questa grande scrittrice.

Si tratta di un diario. Anni dopo la sua stesura Ernaux lo pubblica per una vitale contraddizione: per «salvare», come scrive lei stessa, le emozioni e i momenti di intensità di una passione amorosa e nello stesso tempo per prenderne le distanze e per vendicarsi dell’orrore che questa passione, «meravigliosa e terrificante», la ha fatto vivere. Da un lato, della passione l’autrice esalta di continuo la «bellezza» (termine ricorrente, sin dall’apertura): in essa lei ha veramente vissuto, e le parole, i gesti che l’hanno accompagnata sono parole e gesti vitali, rimasti incancellabili per intensità nella memoria; dall’altro, essa si è sviluppata all’interno di un rapporto sbagliato dove lei si è lasciata sopraffare da un maschio cinico ed egoista che la ha imposto un ruolo subordinato e alla lunga degradante (per cui pubblicare il diario è anche una vendetta, e infatti l’autrice dichiara di non preoccuparsi se l’uomo, fra l’altro sposato, è facilmente riconoscibile e identificabile). La straordinaria forza di questo romanzo-diario consiste in questa contraddizione e nella capacità dell’autrice di farci vivere il fascino e la miseria di una relazione amorosa  vissuta  in chiave esclusivamente sensuale ed erotica.

Di Perdersi si traducono qui, per la prima volta in Italia, il preambolo e la prima giornata del diario (Annie Ernaux, Écrire la vie, Gallimard, Paris 2016, pp. 699-705).

L'inizio di Perdersi

Il 16 novembre 1989 ho telefonato all’ambasciata dell’URSS a Parigi. Ho chiesto di passarmi il signor S. La centralinista non ha risposto. C’è stato un lungo silenzio e una voce di donna ha detto: «Il signor S. è ripartito ieri per Mosca». Ho attaccato subito. Mi è sembrato di aver già sentito questa frase al telefono. Non erano le stesse parole, ma il senso era lo stesso, lo stesso il peso d’orrore, e la stessa impossibilità di crederci. Dopo mi sono ricordata l’annuncio della morte di mia madre tre anni e mezzo prima. L’infermiere dell’ospedale mi aveva detto: «Sua madre si è spenta stamani dopo la colazione».

Il muro di Berlino era caduto qualche giorno prima. I regimi imposti in Europa dall’Unione sovietica vacillavano uno dopo l’altro. L’uomo che era appena tornato a Mosca era un fedele servitore dell’URSS, un diplomatico russo in servizio a Parigi.

L’avevo incontrato l’anno precedente durante il viaggio a Mosca, Tbilissi e Leningrado di una delegazione di scrittori che lui aveva avuto l’incarico di accompagnare. Avevamo passato insieme l’ultima notte a Leningrado. Di ritorno in Francia, avevamo continuato la nostra relazione. Il rituale era immutabile: mi telefonava chiedendomi se poteva venire il pomeriggio o la sera, più raramente l’indomani o il giorno ancora successivo. Arrivava, non restava che qualche ora. Noi la passavamo facendo all’amore. Ripartiva e io vivevo nell’attesa della sua prossima chiamata.

Aveva trentacinque anni. Sua moglie era la sua segretaria all’ambasciata. La sua carriera, di cui ero venuta a conoscenza per frammenti durante i nostri appuntamenti, era quella classica di un giovane dell’apparato: adesione a un Komsomol, poi al PCUS (Partito comunista dell’Unione Sovietica), soggiorno a Cuba. Parlava francese in modo spedito, con un forte accento. Benché seguace dichiarato di Gorbaciov e della perestroika, quando aveva bevuto rimpiangeva l’epoca di Breznev e non nascondeva la sua venerazione per Stalin.

Non ho mai saputo niente delle sue attività che ufficialmente erano d’ordine culturale. Oggi mi sorprende che non io non gli abbia mai fatto domande. Non saprò mai nemmeno ciò che io sono stata per lui. Il suo desiderio per me è la sola cosa di cui io  sia sicura. In tutti i sensi del termine, la mia era la situazione dell’amante dell’ombra.

In questo periodo non ho scritto niente, se non ciò che mi era richiesto da qualche rivista. Il diario che tengo irregolarmente dall’adolescenza è stato il solo vero luogo di scrittura. Era un modo per sopportare l’attesa del prossimo appuntamento e di raddoppiare il piacere  degli incontri annotando parole e gesti erotici. Soprattutto di salvare la vita, salvare dal nulla ciò che pure gli si avvicina di più.

Dopo la sua partenza dalla Francia ho cominciato un libro su questa passione che mi aveva attraversato e continuava a vivere in me. L’ho proseguito in modo discontinuo, terminato nel 1991 e pubblicato nel 1992: Passione semplice.

Nella primavera del 1999 sono andata in Russia. Non c’ero più ritornata dopo il viaggio del 1988. Non ho rivisto S. e ciò mi era indifferente. A Leningrado, ridivenuta San Pietroburgo, non mi sono ricordata il nome dell’albergo dove avevo passato la notte con lui. Durante questo soggiorno la sola traccia che testimoniasse la realtà di questa passione era la conoscenza che io avevo di qualche parola russa. Mio malgrado cercavo continuamente, in modo spossante, di decifrare i caratteri cirillici sulle insegne e sui cartelli pubblicitari. Mi stupivo di conoscere queste parole, questo alfabeto. L’uomo per cui io li avevo imparati non aveva più esistenza dentro di me e mi era indifferente che fosse vivo o morto.

Morire per vivere: "L’altra figlia" di Annie Ernaux

ernaux 20070202 052 C’è una scena, in Vivre sa vie di Godard, in cui un filosofo racconta a una prostituta un episodio contenuto in Vingt ans après di Dumas padre. Porthos, che deve far esplodere un sotterraneo, ha appena acceso la miccia e comincia a correre. D’un tratto però, si mette a osservare i propri piedi e a pensare al proprio movimento. Rallenta fino ad arrestarsi, il soffitto gli crolla addosso, per un po’ lo sostiene ma infine soccombe e muore. È posto così, in forma di apologo, il conflitto tra azione e pensiero, ma in fondo anche tra vita e scrittura, e vediamo affiorare l’idea che il pensiero coincida con una qualche forma di morte. Muove da una variante dello stesso nesso L’altra figlia di Annie Ernaux, uscito in Francia nel 2011 e ora tradotto in italiano da Lorenzo Flabbi per L’Orma (2016): scrivendo, l’autrice (Lillebonne, 1940) prova a dare consistenza a ciò che non c’è, ma per farlo deve morire a se stessa, abbandonare il «fuori fuoco del vissuto» (p. 14).

Il libro è un’impossibile lettera alla sorella morta a sei anni di difterite, due anni prima che nascesse Annie. Il nome, Ginette, lo apprendiamo solo dopo molte pagine, ed è una reticenza del tutto coerente al modo in cui l’autrice, da piccola, ha appreso tanto fortuitamente dell’esistenza della sorella maggiore quanto simultaneamente della sua scomparsa: un racconto della madre rivolto a una conoscente, origliato giocando attorno alle due donne. Da quella ferita, inferta nell’estate dei dieci anni, gemma questo scritto, ed è come – continuando la metafora fotografica già nominata – «ritrovarsi a sviluppare una pellicola conservata per sessant’anni senza mai stamparla» (p. 14).

 La narrazione di Annie non è un vero e proprio racconto come quello, breve e lacunoso, della madre quanto piuttosto un’inchiesta, volta in più direzioni: a colmare i vuoti della narrazione materna, l’inesistenza della sorella, lo spazio che intercorre tra queste due vite sfasate e, per contro,  a riempire la distanza che separa un decesso perso oltre la soglia del conoscibile, dall’origine della propria dedizione alla scrittura.

Da questi pochi cenni riconosciamo alcune delle costanti proprie dell’autrice francese, esponente tra i più significativi della linea “biografica” della narrativa dell’“extrême contemporain” (Cfr. Scrivere la vita in Il romanzo francese contemporaneo, a cura di G. Rubino, Roma-Bari, Laterza, 2012 e http://www.insulaeuropea.eu/leinterviste/interviste/blanco_rubino.html.)

Tradotta in Italia fin dagli anni Novanta per Rizzoli e poi passata sotto silenzio per la tiepida ricezione, l’autrice francese sta conoscendo in questi anni anche nel nostro paese l’attenzione che merita. Spicca infatti nella Ernaux un particolare tipo di ricerca autobiografica, centrata da un lato sulle dinamiche familiari, dall’altro sulle intersezioni tra vissuto individuale e vissuto collettivo, nonché attenta alle «riflessioni e i commenti costanti sul suo lavoro di scrittura che si intrecciano con i frammenti di vita che riferisce». (G. Rubino). Rappresentativo della prima tendenza è Il posto (1983, tradotto per L’Orma nel 2014) dedicato alla storia del padre, mentre verte sulla seconda Gli anni (2008, tradotto in Italia ancora per i tipi de L’Orma nel 2015 e vincitore del Premio Strega Europeo 2016), senz’altro la sua opera più ambiziosa: una ricostruzione della storia collettiva francese dagli anni quaranta al presente sub specie autobiografica. In L’altra figlia la scena è decisamente più intima e ristretta, ma molti temi ritornano: il depositarsi della memoria e il lavoro della scrittura per sollevarne gli strati più profondi, l’indagine sull’immaginario, il costituirsi conflittuale della soggettività nella rete delle interazioni familiari e sociali. E ritornano anche le “fonti” della scrittura, specialmente le fotografie (il libro ne contiene due, oltre alle molte solo descritte), da interrogare per smuovere il passato e intendere ciò che si è divenuti. Il tutto espresso nel consueto stile piano e netto, ma che non cessa di essere interlocutorio.

La forza del libro sta da una parte nella pacatezza e nella severità con cui affronta una materia bruciante, fin troppo disponibile a rigonfiamenti enfatici, dall’altra nel suo continuare ad armeggiare con garbugli che pure non possono essere sciolti del tutto. Un’ostinata volontà di chiarezza anima questo percorso nel passato psichico e famigliare, il quale si avvantaggia dei documenti già altre volte consultati dall’autrice: oltre alle fotografie, il «repertorio personale dell’immaginario» (p. 66), le parole degli altri, materializzate qui negli stralci di alcune lettere di parenti.

Esuli di carta. Una rappresentazione romanzesca della precarietà intellettuale globale

261 “Studiare in America” è un’esperienza che, nell’immaginario collettivo italiano, risulta ormai scissa fra vecchio prestigio e nuova angoscia, emblema di un ambìto successo e, al contempo, esilio forzato e anticamera della precarizzazione internazionale dei lavoratori della conoscenza. Un giovane studioso italiano, reduce da un Phd umanistico negli Stati Uniti, prova a farne ora materia di narrazione romanzesca. Beppi Chiuppani in Quando studiavamo in America (Il Sirente editore, 2016) tenta di recuperare coraggiosamente a tal fine due modelli forti della narrativa moderna, il romanzo di formazione e il romanzo-saggio, per raccontare l’esperienza del protagonista Marco, un dottorando veneto a Chicago negli anni precedenti e successivi all’elezione di Obama.

La voce del narratore-testimone, che si finge abbia condiviso con il personaggio le vicende del campus, dichiara di muovere dall’intento di capire in cosa diverga il suo tragitto da quello dell’amico «diventato un altro uomo» (p. 7) al ritorno in Italia. Ma, a ben guardare, tra narratore e protagonista la distanza è assai esile: il trattamento di un dettaglio anticipatore, la piccola agnizione data dei calici plastificati in equilibrio, perfettamente simili a quelli in vetro, in una festa universitaria americana, lo rivela già in esergo. L’esperienza di Marco, secondo lo schema della Bildung che fin dal Settecento ha opposto provincia e metropoli, muove dall’entusiasmo per il modello accademico e sociale americano e dal parallelo disgusto per la povertà culturale veneta, al rovesciamento di questa iniziale opposizione binaria.

 Due sono i nuclei attorno a cui ruotano le frequenti digressioni, descrittive o argomentative: la descrizione dello spazio iperurbano di Chicago comparato allo spazio veneto e la riflessione sul sistema universitario americano come sineddoche dell’intera civiltà liberale colta in uno dei suoi luoghi simbolici. In tal modo, il libro è anche il resoconto di un viaggio, lungo una tradizione (Moravia, Pasolini, Parise…) di reportage spaesanti nell’altrove statunitense: esemplare, a questo riguardo, il rilievo dato alla facilità “infantile” con cui ci si può muovere alla guida di un’auto o negli uffici del campus, analoga a quella su cui ha riflettuto Baudrillard in America (p.101) .

In uno dei suoi rientri in Italia, Marco compara i due spazi (la provincia veneta e la megalopoli americana) confondendone i dati delle percezioni: un tempio canoviano rivisto allo specchietto retrovisore, le ville palladiane «coi parchi mozzati dall’asfalto», il revival architettonico che riproduce le epoche precedenti sia intorno a Vicenza che nei grattacieli di Michigan Avenue. A metà della vicenda, il giovane protagonista si sente infatti «confuso»: «era come se adesso l’una e l’altra immagine – Vicenza e Chicago – fossero sì il rovescio l’una dell’altra, e tuttavia non in maniera da essere compiutamente contraddittorie quanto entrambe parti di uno stesso sistema (…) come se ogni Atene avesse in fondo bisogno di una sua Roma e soprattutto dei suoi legionari (p. 137)».

All’indistinzione segue tuttavia, in una crescente presa di coscienza, una nuova capacità di discernimento. Al ritorno in America, accompagnato in auto dalla bella Sajani il protagonista ha modo di immergersi nel cuore dei quartieri più alti, «inaudito sfoggio di ricchezza privata» e di «falsità architettonica» e di esperire, d’un tratto, la vera differenza tra questo spazio allegorico imperiale e quello veneto. Tanto da poter riattivare, nella sua mente sempre cogitante, l’idea di “borghesia”, un concetto sociologico ritenuto desueto: «una borghesia al quadrato», in cui «la ricchezza non era rendita o mero sfoggio» ma «il culmine di una serie di azioni che essa quindi rappresentava» (pp. 155-56).

Non è un caso, dunque, che il libro si chiuda, nel capitolo Riapertura, con due immagini contrapposte e tra loro non più reversibili: quella di un vecchio professore americano e quella dello spazio intorno a Treviso. Il vecchietto accademico arzillo e feroce, dalla vita passata fra workshop, conferenze e articoli, è un economista della Chicago School, il gruppo che, dopo il Golpe in Cile, ha fatto di quella università il centro del modello economico e ideologico neoliberista egemone in occidente. Per lui, Marco avverte acuta pietà: quel modello gli appare «in tutta la sua natura dominatrice, ma anche velleitaria e fallimentare». (p. 260) Lo spazio del definitivo ritorno a casa è sempre quello del periferico degrado veneto, con le file di platani dalle radici affioranti ai margini dell’asfalto, con le croci o fotografie alla memoria delle vittime degli incidenti, con i resti di parchi «tranciati dalla viabilità». Eppure quelle ferite nel «corpo dell’Italia», agli occhi di Marco sembrano ora feconde di futuro perché riproducono «le fessure, i paradossi, le contraddizioni» della scrittura letteraria, e alludono alla vitalità mentale e creativa che la bolla plastificata del campus avrebbe spento per sempre in una progressiva atrofia, nell’«avvenuta tecnicizzazione del sapere letterario» (p. 221). E’ solo appigliandosi a quella crepa o fessura della sua provincia malandata che al protagonista sembra possibile una rinascita dell’esperienza e della scrittura.

Sconsigliati d'estate. L'epica iperletteraria di Matteo Nucci

88683366699788868336660 300x442 Avrebbe potuto essere uno dei romanzi più significativi dell’anno È giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, incentrato, nelle intenzioni dell’autore, su un tema forte: il trattamento epico della catabasi nel dolore più grande e immedicabile che un uomo possa vivere -  la perdita di un figlio - e della catarsi che ne può seguire. Ma, a lettura conclusa, resta un senso di insoddisfazione proprio riguardo alla costruzione del protagonista, “indimenticabile personaggio, antico e moderno assieme” secondo l’iperbolica logica del risvolto di copertina, e, invece, sfilacciato e inconsistente per l’artificiosità e per l’affastellamento dispersivo di personaggi e vicende.

Nucci, appassionato e fine conoscitore dell’antichità, compie un’operazione iperletteraria tanto nei richiami intertestuali al mondo classico - evidenti sia nel nome di ascendenza euripidea del protagonista, Ippolito, sia nel titolo e nella citazione in esergo tratti dal VII libro dell’Iliade – quanto nelle scelte stilistiche, compiaciute fino all’esibizione di ricercatezza (“Sopra al blu leggero in cui si decomprime la fascia di cielo si abbarbica, come un mostro che è pronto a schiacciare ogni cosa, un’immensa, deforme orrorifica caterva di nubi che s’incastrano come sbrindellandosi le une dentro le altre e che si avvolgono in striature argentee e poi plumbee e diventano nere in cima , sulla più alta calotta del cielo, diventando nerissime e quasi violacee sopra di me  e sembra che dentro ci sia una mano enorme, un pugno devastante e che il giallo dello sfondamento sia lì lì per comparire in forme elettriche e distruttive” p. 215)  o, viceversa, alla scontata mimesi del romanesco parlato dai pescatori di anguille che compaiono nel romanzo (“Giulio hai rotto il cazzo. Mica ce so’ abituati loro. Stanno qua a imparà, a pescà, a vedè le anguille. Mi ca a sentì le cazzate tue” p. 15).

(S)consigliati per l'estate. Il caffè della fornarina, ovvero su Guardami negli occhi di Giovanni Montanaro

9788807032356 quarta Nella sterminata produzione narrativa dell’Italia di oggi si registra, come del resto è naturale, una netta preponderanza di romanzi di consumo. Il fenomeno in sé non andrebbe demonizzato: è normale che gran parte dei lettori vada in cerca di testi che non richiedono un particolare impegno. Considerando poi i dati preoccupanti sulla lettura, che di anno in anno peggiorano (caso unico nel mondo occidentale), si può senz’altro considerare accettabile l’eventuale successo di libri di intrattenimento, che magari attraggono persone altrimenti non disposte a prendere un romanzo in mano. A patto però che si tratti di un intrattenimento intelligente: troppo spesso invece vengono pubblicati testi che non raggiungono una soglia di decenza. Un compito fondamentale della critica giornalistica sarebbe proprio offrire una guida, indicando con chiarezza quali romanzi vale o no la pena di leggere: ma con qualche eccezione le recensioni assomigliano ormai ad inserti pubblicitari, arrivando a magnificare libri che nessun lettore di qualche esperienza dovrebbe prendere per buoni.

Particolarmente bene accolti sono solitamente i romanzi improntati a quella che si può definire pseudoletterarietà: testi che ammiccano alla cultura alta, ma procedendo attraverso banalizzazioni che vanno oltre ogni limite di accettabilità. Sono libri che dànno la sensazione al lettore ingenuo di essere di fronte alla grandezza della storia, dell’arte o del pensiero: ma senza dover fare alcuno sforzo di reale apprendimento o riflessione. Si tratta in buona sostanza del corrispettivo letterario di certi viaggi organizzati nelle città d’arte, in cui si viene portati a vedere in grande fretta molti capolavori, per poi tornare a casa senza alcun arricchimento, neppure minimo.

Un tipico esempio di questo genere di romanzi è Guardami negli occhi di Giovanni Montanaro (Milano, Feltrinelli, 2017); vi viene raccontata la vita della Fornarina dopo la morte di Raffaello, con l’intento dichiarato di rendere giustizia ad una giovane donna messa ai margini e costretta al silenzio dalle convenzioni sociali del tempo, che impongono di nascondere la relazione scandalosa del grande pittore. Un tema che non può non incontrare il gusto di un certo pubblico (si usa questa parola non a caso: il romanzo sembra fatto per essere trasposto in uno sceneggiato).

Tutto può divenire oggetto di buona letteratura, se l’autore lavora adeguatamente su modi di rappresentazione e stile; ma questo, manifestamente, non è il caso in questione. Il romanzo è una raccolta, per fortuna breve, di banalità. Il lettore meno ingenuo viene messo sull’avviso sin dal prologo, in cui si imbatte in sentenze da rotocalco come questa: «Perché certi amori sono diversi dagli altri, e non finiscono mai, non sanno finire, è come se facessero i semi, e continuano a fiorire, nonostante il tempo che passa?» (p. 14). Arrivato al congedo, gli toccherà prendere atto delle sensazioni provocate all’autore dalla visione del dipinto, espresse con una prosa di schietta marca tardoadolescenziale: «È solo una tavola, ma pare che sia lei. La guardo. Mi emoziona sempre, sin da quando ero bambino. Mi pare vera, mi pare qui davanti a me. Si vede che è felice, che è amata. No, non invecchierà mai. Non invecchierà più» (p. 140).

Quello che dovrebbe essere il punto di forza del romanzo è l’adozione della prima persona: a raccontare è infatti la stessa Fornarina. Rendere credibile la voce di una giovane donna vissuta mezzo millennio fa non è certo impresa facile. L’autore non pare essersi posto neppure il problema, tarando pensieri ed espressioni su quelli di una qualsiasi ragazza di oggi; sono frequenti i passi, come i seguenti, che paiono presi di peso dalla rubrica delle lettere di un settimanale: «È che mio padre era orgoglioso, era un padre, voleva esserlo con me, e si era ripromesso che le sue malinconie e i suoi problemi non sarebbero mai diventati i miei» (p. 33); «avevo qualcosa che nessun’altra aveva, come il potere di capirlo, di calmarlo, di farlo sentire nell’unico posto dell’universo dov’era felice di stare, anche se poi voleva andarsene» (p. 46); «Io mi ero sognata che volesse solo me, che io potessi bastargli. Invece no. [...] Il mio grande amore era sbagliato» (p. 51).

Chi intende praticare il genere del romanzo storico è tenuto a compiere qualche ricerca sugli ambienti che vuole raffigurare, per evitare di cadere in errori grossolani: Montanaro si è palesemente astenuto da questa saggia regola. Così, capita che nel primo Cinquecento descritto nel libro si beva caffè (grande passione della protagonista) e si mastichi tabacco; inoltre si inviano mazzi di orchidee alle fanciulle e si va dal farmacista. Ciò che fa riflettere, alla lettura di Guardami negli occhi, non è tanto l’imperizia mostrata a tutti i livelli dall’autore, quanto il fatto che venga ormai considerato normale pubblicare romanzi così sgangherati: le reazioni sono state perlopiù positive, e i difetti qui sinteticamente evidenziati, che dovrebbero saltare agli occhi di qualunque lettore con un minimo di esperienza, non sono stati notati da nessuno. Una caratteristica comune a troppa parte della produzione editoriale dei nostri giorni è la mancanza di rispetto per i lettori. Segnalare libri da evitare può essere uno dei compiti ecologici della critica, tanto più in un momento in cui l’eccesso di offerta nel campo del romanzo rende difficilissimo orientarsi anche per il lettore più volenteroso.

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(S)consigliati per l'estate. Una storia nera di Antonella Lattanzi

9788804674863 0 0 1493 80 In questo periodo dell’anno si rincorrono sugli inserti letterari dei maggiori quotidiani le liste, più o meno nutrite, di libri “da mettere in valigia”, da “leggere sotto l’ombrellone”, di titoli che possano, insomma, degnamente accompagnare il tempo libero dei lettori nel corso dell’estate. Con questa rubrica “a tempo” si procederà, invece, all’operazione inversa, invitando a tenersi alla larga da alcuni titoli apparsi in questi mesi in libreria: a favore di un’“ecologia della letteratura” e in difesa dall’ipertrofica pressione editoriale che caratterizza l’odierna produzione romanzesca.

Una storia nera di Antonella Lattanzi, apparso nel marzo di quest’anno nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori,  fin dal paratesto  sembra proporsi come un romanzo che intende andare oltre il semplice intrattenimento:  se il titolo e l’immagine di copertina alludono infatti al  genere noir, la quarta promette di sondare addirittura il “crinale che separa bene e male, colpa e giustizia, amore e violenza” e la citazione in esergo – tratta da Memoriale di Paolo Volponi - apparenta indirettamente la protagonista Carla, per anni vittima delle violenze del marito al punto da premeditarne l’uccisione, all’operaio-contadino visionario protagonista del celebre romanzo sull’alienazione di fabbrica (“A quel punto – si legge nella citazione – ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”).  

In realtà, a ben guardare, Lattanzi ha confezionato un prodotto “furbo”: coniugando la sua abilità di sceneggiatrice - evidente nel ritmo incalzante, nei frequenti dialoghi e nel montaggio del plot - con l’argomento caldo del femminicidio ha costruito una parabola romanzesca caratterizzata da un immancabile colpo di scena conclusivo, la cui prevedibilità non sfugge, tuttavia, a un lettore accorto. Inoltre nel romanzo Carla, rea confessa, conosce durante il processo un trattamento mediatico che la trasforma repentinamente da “mantide” a Madre Coraggio. Se tale scelta, nella costruzione del personaggio, ben rappresenta la creazione del Mostro o, viceversa, della Vittima cui, in effetti, tanta recente cronaca nera ci ha abituato, il coup de théâtre su cui si chiude il romanzo non riabilita lo spessore della protagonista che rimane, come i comprimari e le comparse, costruita a tavolino e pronta per la trasposizione in una fiction televisiva da prima serata.

Bruciare tutto?

siti Non è un caso che i primi due libri in classifica per lo Strega siano Le otto montagne di Cognetti e La più amata di Ciabatti. Entrambi danno una risposta a una richiesta del mercato: quella dei buoni sentimenti e della edificazione morale da un lato e quella, opposta, di cattivi sentimenti, della provocazione cinica e della esibizione dell’immoralità dall’altro. Sul primo aspetto qualche giorno fa ha scritto su questo blog parole persuasive Demetrio Paolin. Non è una cosa nuova: i buoni sentimenti, da De Amicis alle serie  di prima serata nel Primo Programma della TV, hanno sempre avuto facile corso. E, in misura minore ma sempre più crescente, anche le tendenze che speculano invece sull’orrore e sul male (per esempio, oggi, nei programmi di seconda serata della RAI-TV e nelle serie poliziesche, nelle storie di camorra ecc.).  Anzi, mi pare che oggi dilaghino due tipi di retorica, diversi ma anche molto simili, che si stanno diffondendo a scapito di modelli più complessi, più contraddittori e, ha detto giustamente Paolin, più problematici: la retorica di una moralità facile, a buon mercato, che si commuove per i soliti “valori”, e la retorica di una immoralità “provocatoria” che li sbeffeggia  ed  esibisce tale atteggiamento come trofeo o addirittura come protesta contro la ipocrisia dei cosiddetti benpensanti. Ognuna delle due retoriche ha ovviamente i suoi schemi, i suoi luoghi comuni, i suoi procedimenti più o meno scontati. Entrambe obbediscono e si adeguano a un conformismo: quello dei buoni sentimenti e quello, nichilista, di chi gioca a scandalizzare offendendoli e vituperandoli.

Il successo crescente  della seconda retorica si presta a qualche considerazione. Ma intanto bisognerà considerare che l’alternativa moralità/immoralità non ha a che fare con la storia estetica dei prodotti artistici (l’arte, diceva Marcuse, «non crea nessun obbligo» e quindi si pone al di là di questo dilemma), ma con quella del gusto, delle inclinazioni del pubblico e degli interessi della industria culturale che li solletica a scopo di profitto, oltre che, ovviamente, con l’effetto che tutto ciò può avere negli autori. Fra l’altro, nelle letterature dell’età contemporanea, da Céline a Houellebecq sino al Littel di Le benevole, e, da noi, al Siti di Troppi paradisi e oggi di Bruciare tutto (o, su un piano molto più modesto, al romanzo di Teresa Ciabatti) non manca certo una inclinazione all’ostentazione del cinismo e della crudeltà. Ma la  letteratura, si sa, non può avere limiti di contenuto: può mostrare le vicende della Germania nazista dal punto di vista di un ufficiale delle SS, come fa Littel, o tentare di sdoganare la pedofilia come in fondo suggerisce Siti in Bruciare tutto (seppure con furbizie, mossette ambigue oscillanti fra desiderio di scandalo e prudenza, note a piè di pagina, dediche a don Milani che un grande scrittore si poteva risparmiare).

Le otto montagne

32916360. UY396 SS396  Inizio con una premessa: questa che segue non è una recensione al libro di Paolo Cognetti Le otto montagne (Einaudi, 2016), ma una sorta di riflessione ad alta voce rispetto alle mie impressioni di lettore. Ciò che mi ha portato a scrivere queste righe e le successive è appunto legata a una domanda secondo me fondamentale: “Cosa chiedo come lettore a un libro che leggo?”. È naturale che la risposta a questo interrogativo produca per rimando una sorta di definizione di cosa sia la letteratura, ovvero di quella cosa che ironicamente e con estrema distrazione continuo ad amare e praticare in questi anni. Quindi nessuno si aspetti un discorso generale e o una teoria complessiva, perché non sono un critico né ho gli strumenti per esserlo, al massimo vi propongo una serie di riflessioni alcune volte idiosincratiche di uno scrittore che legge un libro.

Le otto montagne, in cinquina allo Strega di quest’anno e vincitore dello Strega giovani, è un libro praticamente perfetto. La lingua che usa Cognetti è misurata e precisa, la trama e la storia si sviluppano secondo una coerenza interna, che fa pensare a un lungo lavoro di riscrittura e di messa a fuoco dei diversi nuclei narrativi; anche i personaggi sono tratteggiati con maestria e sapienza.  Scalfita questa superficie, però, accade che il lettore si chieda perché debba leggere questo romanzo, cosa produca dentro di lui.

Spesso negli strilli o nelle fascette o nelle quarte di copertina leggiamo “romanzo necessario”, altrettanto spesso sorridiamo di questa moda. È chiaro che siamo di fronte a una semplice strategia pubblicitaria, ma sarebbe forse più utile ragionare sul perché si senta il bisogno di sottolineare costantemente la “necessità” di un testo. La risposta non più ovvia e immediata è che quegli strilli sono un sintomo. Essi certificano la povertà, o l’assenza, di libri necessari; si dice che ogni libro è necessario perché nessun libro realmente lo è, così di volta in volta, di quel determinato libro, si invoca la necessità a giustificazione dell'opposto.

Plausi e botte, Saviano, Ciabatti, Hamid

la paranza dei bambini 1 Dieci anni fa, o poco più, Gomorra era stato una sorpresa, un esperimento audace, l’opera di un dilettante di genio. Un ibrido, fra autobiografia, documentario, saggismo. Il libro rappresentava l’autore, Saviano, che si aggirava in scooter in Campania sulla scena del crimine di camorra per documentare la verità in cui si imbatteva. Dopo anni di metaletteratura, di riscritture e di citazionismo la realtà tornava a fare irruzione in una opera letteraria. Era il segno di una svolta, della fine del postmodernismo. Dopo dieci anni Saviano fa uscire La paranza dei bambini (Feltrinelli). Un romanzo, questa volta, un vero romanzo. Un romanzo “ben fatto”, scritto con cura professionale, un romanzo “riuscito”. Se Gomorra era l’opera di un dilettante, questa invece nasce da un impegno professionale: quasi dal desidero di mostrare al mondo che l’autore è capace di essere un vero romanziere. E allora sparisce l’io autobiografico, la voce narrante è onnisciente e interviene di continuo a commentare e a spiegare le ragioni storiche, sociologiche, antropologiche di certi fatti e di certi comportamenti (persino l’uso del dialetto – avverte una nota finale  ̶  nasce in laboratorio come prodotto dalla manipolazione della comune oralità e della “classicità” della lingua napoletana). Il lettore vi ritrova una serie di situazioni che già conosceva dalle serie televisive (a diverse delle quali ha collaborato lo stesso Saviano), oltre che dal diluvio di prove narrative successivo a Gomorra (il romanzo di camorra è diventato subito un genere come un altro). Viene meno quanto c’era, dieci anni fa, di ingenuo e di autentico, di risentito e di sorprendente. Il romanzo diventa prevedibile, con i personaggi invariabilmente “piatti” (direbbe Foster), coerenti con se stessi, rigidi. Del realismo qui c’è quello delle serie televisive americane: un realismo standard.

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Dicono che La più amata di Teresa Ciabatti vincerà lo Strega di quest’anno. Lo hanno vinto anche romanzi peggiori, non mi stupirei. La più amata è un romanzo di stereotipi e di luoghi comuni trattati con  disinvoltura e una certa vena macchiettistica. Ovviamente anche qui il personaggio principale è “piatto”: è il padre “cattivo”, che ovviamente è autoritario, filofascista, forse complottista, massone e affiliato alla P2, proprietario di ville con piscina, attaccato ai soldi e chi più ne ha più ne metta. È un romanzo “cattivo”, si dice, per farne l’elogio. Certo. Ma in nome di cosa? Dietro tanta cattiveria, cosa c’è? C’è l’ostentato narcicinismo dell’io narrante. Cioè, il nulla.

Morte di un cane

Romano IMG 2813 Ieri sera, tornando da un viaggio, ho trovato il cane agonizzante. Da tempo era ammalato, anch’io lo ero, e così ci facevamo compagnia. Negli ultimi giorni però non mangiava più, e quando sono tornato non si teneva  in piedi. Stava disteso su un fianco, immobile, solo la pupilla grigia si muoveva seguendo i miei spostamenti. Però, quando gli accarezzavo la testa, deglutiva di piacere, come sempre. Sono stato alzato quasi tutta la notte per assisterlo. Poi mi sono addormentato, e ho sognato mia madre tanti anni fa, ritta sulle scale, al mezzanino di casa, con il grembiule alla vita, che mi salutava e voleva guardarmi finché non sparivo in basso.

Stamani l’ho portato dal veterinario per farlo morire. L’ho dovuto prendere in braccio alzandolo con la sua cuccia. Pesava molto poco, forse la metà di qualche mese prima. L’ho deposto nell’auto sul sedile accanto al mio. Durante il viaggio gli ho tenuto sempre la mano sulla testa, lo accarezzavo ma non deglutiva più. Ogni tanto però levava il capo e mi guardava con gli occhi dolcissimi. Allora ho deciso che l’avrei accompagnato sino all’ultimo momento, e quando il veterinario voleva chiudermi fuori ho dichiarato che intendevo restare. Si è giustificato dicendo che i più non volevano assistere alla fine. L’hanno disteso su un tavolo, e lui era calmo, con gli occhi fissi su di me. Io gli accarezzavo piano la testa, gli ossi del suo cranio sotto il mio palmo. E’ un cane buonissimo, vede?, è buonissimo sino all’ultimo, ho detto. Per prima cosa gli hanno dato un sedativo, poi un antidolorifico, non trovavano la vena, è così magro che è quasi sparita, dicevano. Lui mi guardava ancora, ma a poco a poco i suoi occhi si sono appannati. Perché un antidolorifico?, ho chiesto, mentre portavano una flebo col Tanax. Il Tanax funziona arrestando il respiro e il cuore in dieci-quindici secondi, ma sarebbe un dolore violentissimo, anche se breve, meglio evitarlo, mi hanno spiegato. Poi gli hanno iniettato il Tanax. Nemmeno un sussulto. Era lì, davanti a me, inerte, ripiegato nella posizione in cui lo aveva collocato il veterinario. Materia bruta, una cosa già estranea. Ora va smaltito, bisogna cremarlo, hanno aggiunto. Speravo di seppellirne il corpo in giardino,  ho dovuto rinunciarvi.