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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

La vita che non è tua. Un viaggio in Birmania

BIRMANIA-SADU' SADU'I ricordi del tuo viaggio iniziano con il viso di un ragazzo. Ha dodici anni, gli occhi dolci e l'aria furba e un po' aggressiva di chi è abituato a vivere per strada. Sei a Bagan vecchia, città di templi nel cuore della Birmania, e la tua mongolfiera si è appena posata su una distesa di campi riarsi, che si estendono a perdita d’occhio per chilometri. Il pilota inglese è al centro di un cerchio di sedie di bambù che delimita lo spazio simbolico che la gente locale non può attraversare. Il giro di un’ora in mongolfiera ti è costato molto, 250 dollari, e lo champagne di cattiva qualità con cui sei accolto all’atterraggio dovrebbe farti sentire un po’ del lusso occidentale per cui hai sborsato questa cifra oscena.

La nuvola Franciska e lo stagno

nuvola bianca

 Dev’essere l’acqua. L’acqua di cui son fatte le nuvole è l’origine della sua sensibilità così profondamente umana.

Certo, quella di Franciska è acqua di una purezza superiore, benché nel correre per il cielo in lungo e in largo qualche briciola di polvere la raccolga anch’essa. Per non parlare del profumo che le spruzziamo, tutt’altro che gradevole. Un miscuglio orribile di gas che lei cerca di scansare zigzagando nel cielo e contorcendosi tutta, fino ad assumere le forme più strane e fantasiose – per la meraviglia infinita dei bambini.

Il falcone maltese 2.0

Un’avventura. C’è chi la chiama così.

In particolare un sardo con degli occhiali rettangolari che fanno a pugni con la sua faccia, rotonda. Molto rotonda. La sua pelle ha il colore del prosciutto cotto lasciato fuori dal frigo per diversi giorni. I suoi vestiti sono quelli di uno che ha provato a fare l’elegante-informale per un colloquio di lavoro, senza sapere che certi colori piazzati insieme potrebbero causare un distaccamento della retina. O perlomeno una forte nausea.

L'uomo d'affari di Italo Svevo

 

svevo veruda bigIntroduzione di Maria Borio

Oggi proponiamo la lettura dell’articolo L’uomo d’affari di Italo Sevo nella versione integrale, a seguito del Collaboratore avventizio che abbiamo pubblicato qualche giorno fa. L’uomo d’affari e Il collaboratore avventizio sono tornati alla luce dopo quasi un secolo. Apparsi nel 1883 su «L’Inevitabile», periodico triestino poco esplorato fino ad ora dagli studiosi di Svevo, riemergono ora grazie alle ricerche nella biblioteca di Cesare Pagnini dove è stata trovata una copia del periodico con la firma di possesso “Ettore Schmitz”, che ha chiarito ogni dubbio sull’attribuzione. Ringraziamo Riccardo Cepach, direttore del Museo sveviano di Trieste, per la gentile concessione.

Il collaboratore avventizio di Italo Svevo

 

il-correttore-di-bozzeIntroduzione di Maria Borio

Due articoli di Italo Svevo tornano alla luce dopo quasi un secolo. “Il collaboratore avventizio” e “L’uomo d’affari” furono pubblicati nel 1883 su «L’Inevitabile», periodico triestino poco esplorato fino ad ora dagli studiosi di Svevo. Riemergono grazie alle ricerche nella biblioteca di Cesare Pagnini dove è stata trovata una copia del periodico con la firma di possesso “Ettore Schmitz”, che ha chiarito ogni dubbio sull’attribuzione.

Non parla così il futuro/ Lettere dalla Corea del Sud 7

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Seoul è una città per flâneur? È possibile percorrerla con la testa inquieta e i capricci nelle gambe, gambe che vanno dove vogliono, su per un cavalcavia o verso una vetrina, dietro ai sobbalzi di un carretto o ai contorni di una schiena? Il punto interrogativo si inarca più che mai, perché Seoul sovrasta i pedoni, li inghiottisce dentro i suoi confini che si dilatano con furia, risucchiando sempre più pezzi di Corea circostante, manca poco e coinciderà con la Corea tutta, e è difficile immaginarla come uno spazio camminabile da una figura assorta e distratta insieme: il flâneur. Eppure Yun, la protagonista del nuovo romanzo di Kyung sook-Shin, Io ci sarò (1), ci riesce. La sua storia comincia come una sfida: dopo aver passato un anno di lutto e letargo in campagna, incapace di fare qualsiasi cosa che non fosse addolorarsi per la morte della madre, decide di trasferirsi a Seoul e lì ridiventare viva. Vuole iscriversi all’università, imparare poesie a memoria e camminare due ore al giorno per le strade. Tutti i giorni: tempo due anni, dovrà conoscere a fondo la città. La superficie di Seoul si dispiega così come una pista per flâneur, dove sparpagliare i dolori, sgonfiare le ansie, ricordare, dimenticare, sfinirsi.

Time

Treno-ad-alta-velocita-ISO-a22931975Ogni volta che torno a casa indugio in una dolce malinconia, una calda sensazione che mi tiene sempre sulla soglia del pianto. Oggi, giorno di partenza, ricacciando indietro la nausea delle sveglie precoci, salgo sul treno Altavelocità per Roma. Una partenza come le altre se non fosse per un annuncio che accolgo con fastidio. La linea superveloce di Salerno non funziona, il treno attraverserà la linea storica fino a Napoli per poi tornare normale. Spettacolo desueto, vedere questo enorme tubo amaranto procedere goffo tra binari troppo piccoli, attraverso case affogate di uomini, legno e lamiere, calcinacci e cani randagi. Le case che vedo sono ferite della memoria, oscene e morbose come malattie veneree. Un uomo, nudo ed in accappatoio, ci guarda scorrere, istupidito. Una donna ferma in macchina davanti al passaggio a livello, bellissima e dura. Noi come un bambino acromegalico.

"L'uso della vita.1968" vince il premio Volponi

1474606 713378852028989 1917481116 nL'uso della vita. 1968 di Romano Luperini ha vinto ex aequo con La lucina di Antonio Moresco e Il gabinetto del dottore Kafka di Francesco Permunian la X edizione del Premio Nazionale Paolo Volponi. Il libro è stato inoltre proclamato “supervincitore” dello stesso premio dalla giuria popolare. Con l'occasione pubblichiamo le ultime pagine del romanzo.

 

Il sessantotto era finito, ed era finito come se avesse perduto per via buona parte della sua leggerezza...Eppure, pensava Marcello mentre dalla posta tornava a casa dalla madre, lui stesso, ch eppure di natura si si sentiva pesante, ne era stato travolto e come trascinato via.

“Platano” di Stefano Dal Bianco. Autocommento

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Platano
Sono uscito a camminare verso il mare, ma devo negarlo
perché ero uscito e in realtà quasi subito
ho incontrato un platano e mi tocca di scriverlo,
anche se scrivere è di più che raccontare,
anche se raccontare è già difficile,
anche se il difficile è rientrare
a scrivere del platano,
a raccontare il platano
senza averlo davanti,
cercando di ricordare,
tradendo nel ricordo come se lui non esistesse, veramente
platano di rami e foglie nella luce.
 

Come dimenticarlo

Descriverlo, accettare le metafore, perfettamente sufficienti, indifferenti in apparenza ma vive del suo sguardo, morte del suo splendore, del male che le fa differenti e lucide di sé. E complimenti al platano e addio alla passeggiata, di chi per un momento ha creduto di vederlo e l’ha dimenticato.
 

Ricostruirlo come nuovo

Ritornare sul prato come in cerca di qualcosa che non è più albero,
non più albero di me e di te che mi leggi e non stai sul prato,
e senza amore immagini quest’albero, senza riserve di realtà.
Chiederti di venire senza fissare appuntamenti,
chiedere insieme distrattamente
con la sola energia che ci è concessa
un posto libero nel prato, di fronte al mare,
non lontano dalla stanza dove tutto è raccontato.
                                                                                       
(da Ritorno a Planaval, Mondadori, Milano 2001).