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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere Cecità di Saramago: il realismo dell’allegoria

41yLsYuaDVL In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso.  Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’essere un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.

(J. Saramago, Cecità, Torino, Einaudi, 1998, pp.3-4)

Perchè leggere (e vedere) Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo

napoli.jpg In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Me la sono ripetuta ognuno di questi giorni difficili, e in altri giorni difficili del nostro Paese o della mia vita: Ha da passà ‘a nuttata. E così, qualche sera fa, ho deciso che, quella battuta famosa, voleva riascoltarla da Eduardo e ho rivisto Napoli milionaria! (1945), nell’edizione televisiva del ’64. Non mi vergogno affatto ad ammettere che mi sono commossa, l’ho ritrovata come la ricordavo: una commedia bellissima e struggente; e oggi ancora urgente e importante. Motivo per cui, l’ho riletta. Sia che la rivediate – il viso scavato, tutto spigoli e anfratti, di Eduardo, la sua voce gorgogliante, acrobatica, nervosa e paziente, una compagnia di attori tutti incredibilmente bravi -, sia che la rileggiate – parola vivissima, ironica, tagliente -, non stenterete a riconoscere almeno tre buoni motivi per farlo.

Per capire come si deve fare per vivere dignitosamente

Siamo alla fine del secondo anno di guerra (1942). Gennaro Jovine è un uomo di circa cinquant’anni e vive in un basso di Napoli, con la moglie Amalia, i tre figli, Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rituccia, e un nugolo di vicini che, pure se non stanno a casa Jovine, entrano ed escono dalla sua porta, passando per il vicolo, come entrassero ed uscissero da una comune. Di mestiere farebbe il tranviere, ma, già reduce della prima guerra mondiale, nun abbusca cchiù niente, pecché a ppoco ‘a vota levano tutt’e tramme ‘a miezo… (… ) Licenziamenti, aspettattive… Pertanto Amalia - insufficiente ‘a tessera per sfamare la famiglia - si è data al piccolo contrabbando: pastina, fagioli, zucchero, anche caffè, che prepara e smercia dentro il basso in tazzine di forma e colori differenti, entrando presto in rivalità con altri trafficanti del quartiere e attirandosi l’attenzione delle autorità, nella persona del brigadiere Crippa; il quale, giunto nel basso per fare un sopralluogo, trova tuttavia Gennaro steso come un morto sopra quel letto che nasconde la merce, la benda sotto il mento, le candele ai lati, la famiglia e i vicini in lacrime, per la consueta messa in scena che dovrebbe risparmiargli una multa o addirittura il carcere, interrotta soltanto dalle sirene notturne che richiamano i civili – guardie e ladri, ricchi e poveri - ai rifugi antiaerei. Le condizioni di ristrettezza, di tensione, di difficoltà imposte dalla guerra alla popolazione sembrerebbero giustificare non solo la recita di quel copione consunto, ma la stessa attività illegale di cui vive la famiglia Jovine (e non solo): se la guerra ha ridotto la popolazione alla fame e la tessera non basta, allora – chiede provocatoriamente Amalia al marito – allora che s’ha da fa’? In verità Gennaro lo ha spiegato alla moglie, ai figli, ai vicini come si deve fare per vivere dignitosamente:

Perchè leggere (e vedere) Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo

napoli.jpg In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Me la sono ripetuta ognuno di questi giorni difficili, e in altri giorni difficili del nostro Paese o della mia vita: Ha da passà ‘a nuttata. E così, qualche sera fa, ho deciso che, quella battuta famosa, voleva riascoltarla da Eduardo e ho rivisto Napoli milionaria! (1945), nell’edizione televisiva del ’64. Non mi vergogno affatto ad ammettere che mi sono commossa, l’ho ritrovata come la ricordavo: una commedia bellissima e struggente; e oggi ancora urgente e importante. Motivo per cui, l’ho riletta. Sia che la rivediate – il viso scavato, tutto spigoli e anfratti, di Eduardo, la sua voce gorgogliante, acrobatica, nervosa e paziente, una compagnia di attori tutti incredibilmente bravi -, sia che la rileggiate – parola vivissima, ironica, tagliente -, non stenterete a riconoscere almeno tre buoni motivi per farlo.

Per capire come si deve fare per vivere dignitosamente

Siamo alla fine del secondo anno di guerra (1942). Gennaro Jovine è un uomo di circa cinquant’anni e vive in un basso di Napoli, con la moglie Amalia, i tre figli, Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rituccia, e un nugolo di vicini che, pure se non stanno a casa Jovine, entrano ed escono dalla sua porta, passando per il vicolo, come entrassero ed uscissero da una comune. Di mestiere farebbe il tranviere, ma, già reduce della prima guerra mondiale, nun abbusca cchiù niente, pecché a ppoco ‘a vota levano tutt’e tramme ‘a miezo… (… ) Licenziamenti, aspettattive… Pertanto Amalia - insufficiente ‘a tessera per sfamare la famiglia - si è data al piccolo contrabbando: pastina, fagioli, zucchero, anche caffè, che prepara e smercia dentro il basso in tazzine di forma e colori differenti, entrando presto in rivalità con altri trafficanti del quartiere e attirandosi l’attenzione delle autorità, nella persona del brigadiere Crippa; il quale, giunto nel basso per fare un sopralluogo, trova tuttavia Gennaro steso come un morto sopra quel letto che nasconde la merce, la benda sotto il mento, le candele ai lati, la famiglia e i vicini in lacrime, per la consueta messa in scena che dovrebbe risparmiargli una multa o addirittura il carcere, interrotta soltanto dalle sirene notturne che richiamano i civili – guardie e ladri, ricchi e poveri - ai rifugi antiaerei. Le condizioni di ristrettezza, di tensione, di difficoltà imposte dalla guerra alla popolazione sembrerebbero giustificare non solo la recita di quel copione consunto, ma la stessa attività illegale di cui vive la famiglia Jovine (e non solo): se la guerra ha ridotto la popolazione alla fame e la tessera non basta, allora – chiede provocatoriamente Amalia al marito – allora che s’ha da fa’? In verità Gennaro lo ha spiegato alla moglie, ai figli, ai vicini come si deve fare per vivere dignitosamente:

Il mio disegno di legge sarebbe di dare ad ognuno una piccola responsabilità che, messe insieme, diventerebbero una responsabilità sola, in modo che sarebbero divisi in parti uguali, onori e dolori, vantaggi e svantaggi, morte e vita. Senza dire: io sono maturo e tu no!

Ferruccio Parazzoli, Happy hour. Appunti di lettura

 

happy-hour1.jpeg Il sabato pomeriggio, in corso Buenos Aires, Milano, è impossibile camminare a passo rapido sui marciapiedi. Per chi abbia fretta di arrivare da piazzale Loreto a Porta Venezia, o viceversa, evitando la calca della MM rossa, è consigliabile prendere una delle vie parallele, sul lato del Lazzaretto, sgombre in qualunque giorno della settimana, dove le lanterne di carta dei ristoranti cinesi, i polli smembrati dei ristoranti indiani, i tam-tam africani, attendono gli avventori di notte.

C’è nella lingua di Ferruccio Parazzoli qualcosa che non riesco a comprendere, e che pure mi affascina. È difficile anche dopo uno spoglio e una spigolatura testuale trovare una qualche esuberanza o movimento azzardato della sintassi. La potenza della scrittura di Parazzolisi comprende nel suo insieme: non è possibile isolarne una parte; non puoi concentrarti troppo sulla storia, o prediligere l’intreccio invece di, appunto, analizzare la lingua. Qualcuno potrebbe dire che Parazzoli rappresenta una sorta di stile mediodi certa nostra narrativa, in realtà - a ben guardare – si potrebbe dire che lo scrittore milanese rappresenta come pochi altri un’interessante eccezione nel panorama letterario contemporaneo. Prendiamo l’ultima fatica di Parazzoli Happy hour (Rizzoli, 2020), di cui abbiamo riportato l’incipit in apertura, nel quale l’autore racconta di una Milano che pare essere contagiata da una epidemia silenziosa, che costringe la gente a suicidarsi. La storia potrebbe avere uno sviluppo di trama complesso, vicino a certe storie di paranoia e di spionaggio, mentre l’intreccio tende in tutti i modi a diminuire questa possibilità; stesso discorso per la lingua e la struttura del racconto.

Possiamo notare l’assenza di qualsiasi tipo di sussulto o di stravaganza, o di asperità; ma una nitida costruzione della frase, una sintassi comune: eppure nonostante, o anzi proprio grazie a questo, il romanzo di Parazzoli ci fa sprofondare lentamente e con calma nei meandri di questa investigazione del male e del contagio. Il segreto narrativo sta paradossalmente nell’equilibrio che lo scrittore raggiunge tra la tensione della storia e la tensione della lingua. Lingua e storia sono da sempre i due poli nei quali si muove il romanzo, o almeno il romanzo degli ultimi decenni.

Librerie Prampolini e Vicolo Stretto (Catania)- Inchiesta Librerie Indipendenti /3

inerno  a cura di Morena Marsilio ed Emanuele Zinato

Continua a cadenza quindicinale l’inchiesta che il blog dedica alle librerie indipendenti con l’intento di dare voce a una realtà marginale rispetto alla grande distribuzione – oggi imperante anche nel web -  ma preziosa per la resistenza opposta alla mercificazione della letteratura e capace di offrire risposte alla crisi del libro. Le librerie indipendenti spesso non solo semplici negozi, ma luoghi di aggregazione, incontro, impegno civile e solidarietà: la recente chiusura della libreria romana “La Pecora Elettrica”, nonostante la risposta del quartiere e di molti donatori, evidenzia la necessità di valorizzare e presidiare questo settore culturale.

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

L’apertura della libreria Vicolo Stretto otto anni fa è stata una pura casualità, nessuna delle due veniva da una formazione libraria né tantomeno aveva come sogno nel cassetto di aprire una libreria, semplicemente è successo. Così come per la Legatoria Prampolini, con l’unica differenza che per quest’ultima avevamo una consapevolezza imprenditoriale solida.

La Legatoria Prampolini è la libreria più antica della città, aperta nel Dicembre del 1894, e tra le viventi la più antica della Sicilia.

Abbiamo ragionato a lungo prima di decidere cosa fare ma quella bottega e quella libreria erano esattamente quello che sognavamo da anni.

La Vicolo Stretto gode di una posizione molto privilegiata. Si trova in una parallela della via principale     della città (Via Etnea), in un vicoletto piccolissimo e chiuso al traffico (purtroppo uno dei pochissimi a Catania) con una vitalità commerciale senza pari.

La Legatoria Prampolini si trova in una delle maggiori vie del centro storico, abbiamo di fronte un liceo scientifico e a due passi il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.

Siamo due donne animate da grande entusiasmo per le cose che sentiamo avere valore sociale. E le librerie hanno un valore sociale che spesso non viene tenuto in considerazione.

La cultura in Italia ha avuto sempre una posizione elitaria e in tantissime province la relazione cultura / cittadino è assolutamente inesistente.

I modi della poesia italiana del Duemila: la rete della madre Commento a e-mother di Elisa Biagini

th.jpg Elisa Biagini, e-mother

sei nuovamente

il tramite col mondo:

se non è l’ombelico

è il cavo ottico

adesso, altra

fibra

che regge i nostri acidi,

le tue parole

colostro contro il buio

Questa poesia di Elisa Biagini è stata inserita nell’antologia Poesie dall’inizio del mondo (Roma, Sossella, 2003); è stata poi scelta per chiudere la prima parte di un’antologia più recente sulle relazioni matrilineari nella poesia italiana contemporanea: Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi, a cura di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porstner e A. M. Robustelli (Milano, La Vita Felice, 2018).

Libreria Mannaggia (Perugia)- Inchiesta Librerie Indipendenti/2

libreria mannaggia 1 a cura di Morena Marsilio ed Emanuele Zinato

Continua a cadenza quindicinale l’inchiesta che il blog dedica alle librerie indipendenti con l’intento di dare voce a una realtà marginale rispetto alla grande distribuzione – oggi imperante anche nel web -  ma preziosa per la resistenza opposta alla mercificazione della letteratura e capace di offrire risposte alla crisi del libro. Le librerie indipendenti spesso non solo semplici negozi, ma luoghi di aggregazione, incontro, impegno civile e solidarietà: la recente chiusura della libreria romana “La Pecora Elettrica”, nonostante la risposta del quartiere e di molti donatori, evidenzia la necessità di valorizzare e presidiare questo settore culturale 

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

In effetti, al momento dell’apertura, ci hanno chiamati folli, coraggiosi, eroi, e l’hanno fatto anche amici e collaboratori che, come noi, lavorano nel campo dell’editoria e che quindi, in teoria, dovrebbero possedere la stessa quantità di follia e coraggio. Ma, proprio come loro, sappiamo che la retorica del coraggio e della follia è solo in parte rispondente a verità, e più che nell’avventatezza del “gesto” la follia risiede, semmai, nel compiere il gesto a dispetto di un’estrema consapevolezza dei rischi e delle difficoltà di un’impresa come la nostra. Si tratta quindi di un’ossimorica follia razionale. In quanto all’eroismo, pure tirato in ballo da molti, be’, crediamo che l’eroismo risieda in comportamenti di eccezionale coraggio in situazioni impreviste, estreme, drammatiche: nel nostro caso, se la situazione delle vendite può raggiungere a volte il livello di pericolo estremo, non è certo, come si diceva, una cosa imprevista. Purtroppo. Ci siamo occupati entrambi per anni, in maniera precaria e discontinua e in vari modi, di editoria, ed entrambi desideravamo un luogo in cui promuovere un certo tipo di libri: quelli pubblicati da piccole e medie case editrici indipendenti, non facilmente reperibili e spesso sorprendenti. La nostra voleva essere ed è, insomma, una proposta basata sull’alternativa alle librerie di catena e sulla bibliodiversità. Perugia, con il suo centro storico e con le sue attività culturali già attive (e con la contestuale mancanza di una libreria impostata in tal modo) ci è sembrata adatta a questo tipo di proposta.

2. Incontri con autori, corsi di lingua, attività di animazione: quali attività, oltre alla vendita libraria, promuovete e quale vi sembra essere, oggi, il loro impatto?

Come la maggior parte delle librerie indipendenti non ci limitiamo alla vendita ma cerchiamo di portare avanti una serie di attività culturali e promozionali all’interno del nostro piccolo spazio: presentazioni con autori, incontri con editori per conoscere i mestieri che stanno dietro a quel che leggiamo, incontri tematici come quelli degli ultimi mesi dedicati alla letteratura latinoamericana o il ciclo di letture monografiche ad alta voce che abbiamo portato avanti per due stagioni a cadenza quindicinale. La presenza di pubblico non è mai prevedibile, questo va detto, ma una cosa che ci rende felici è che alcune proposte vengono dai nostri clienti e dai nostri amici lettori. Con loro, ogni giorno, ci confrontiamo, e le chiacchiere spaziano da Borges a Carver, da Buzzati a Wallace, dal graphic novel alla poesia, dalla microeditoria ai colossi editoriali. Così, ogni giorno, abbiamo la conferma che per quanto la lettura sia un’attività solitaria è sempre interessante, poi, parlarne, darsi consigli e, perché no?, anche essere in disaccordo.

Risalire e ridiscendere i Tre piani di Eshkol Nevo

Tre piani 01.jpg IL CONDOMINIO

In attesa che Nanni Moretti ci conduca per i Tre piani del suo nuovo film (nelle sale in aprile), entriamo con le parole di Eshkol Nevo nel condominio elegante e discreto nella periferia residenziale di Tel Aviv.

...al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinti, l’Es. Al piano di mezzo abita l’Io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà. E al piano più alto, il terzo, abita sua altezza il Supero-Io. Che ci richiama all’ordine con severità e ci impone di tenere conto dell’effetto delle nostre azioni nella società. (p.192)

La celebre triade freudiana disegna l’architettura del romanzo (Neri Pozza, 2017; traduzione di O.Bannet e R.Scardi) e dispone – appunto – su tre piani le vicende dei tre protagonisti e implicitamente delle loro famiglie e degli altri inquilini.

Al primo piano vive una giovane coppia. Arnon, un designer rampante, e Ayelet, una impegnata avvocatessa, hanno due bambine, Ofri e Yaeli: la prima acuta, determinata e silenziosa; la seconda, semplice e con qualche problema di salute. Per fronteggiare le difficoltà logistiche (e non solo), Arnon e Ayelet hanno preso l’abitudine di affidare Ofri ai vicini di casa, due anziani, marito e moglie, i cui nipoti vivono lontani da Israele e non si vedono che raramente. Hermann e Ruth, distinti, educati, disponibili, conquistano subito la fiducia dei giovani e l’affetto della piccola Ofri, verso la quale Hermann si mostra particolarmente tenero. Finché un giorno Hermann, l’ex ragazzo più bello del kibbutz (p.16), quello che cambia(va) le ragazze come i calzini (p.17), sparisce con la bambina, innescando ricerche angoscianti: Hermann infatti da qualche tempo manifesta i segni dell’Alzheimer. Il gigante e la bambina vengono ritrovati in un frutteto, ma questo non allenta l’angoscia di Arnon il quale, osservando i comportamenti della figlia, inizia a sospettare che Hermann le abbia usato qualche violenza. Il pensiero diventerà ossessione e non si arresterà nemmeno di fronte all’avanzare inesorabile, nel vecchio, della malattia, travolgendo Arnon fino a trasformarsi da inquisitore in inquisito: la nipote minorenne di Hermann, una sorta di Lolita parigina, lo accuserà di abusi.

Il secondo piano è abitato da Hani e dai suoi fantasmi: i conoscenti malignamente la chiamano la vedova (p.88), perché il marito, Assaf, con enorme frequenza è costretto all’estero dagli impegni di lavoro. La giovane donna dunque, grafica di un certo successo, ha abbandonato la sua professione e gestisce in solitudine i due figli piccoli e la routine quotidiana, assediata dal pensiero asfissiante della madre, che la follia confina in un ospedale psichiatrico. Un giorno, mentre il marito è in viaggio d’affari, si presenta alla sua porta il cognato Eviatar: non si vedono da anni perché fra lui e Assaf non corre buon sangue, ma l’uomo, stretto nella morsa di pericolosi creditori, ha bisogno di qualcuno che lo nasconda per qualche giorno. Hani acconsente, approfittando della assenza dei vicini, il cui appartamento le è stato in qualche modo affidato per lo spazio breve della loro vacanza. Nonostante si muovano entrambi con grande circospezione, fra i due si istaurano presto dinamiche familiari e una certa complicità: uscita di sicurezza dalla solitudine, o forse solamente vicolo cieco di una mente malata.

Libreria Nina. Inchiesta Librerie Indipendenti/1

Nina libreria A partire da oggi ospiteremo una serie di interviste a librai indipendenti italiani. Ci auguriamo che i nostri lettori possano apprezzarla.

A cura di Morena Marsilio

Via Mazzini 54, Pietrasanta (LU)

Tel 058470060 – 3498643700 info@ninalibreria.it

  • Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

Abbiamo iniziato per amore dei libri. Quasi subito abbiamo capito che l’amore per i libri è requisito necessario (e da coltivare, perché se si smette di leggere bisogna cambiare mestiere) ma non sufficiente. Il luogo non lo abbiamo scelto, abbiamo colto un’occasione fortunata. Abbiamo iniziato ad amare questa città che non era la nostra, che è bella e difficile. Reagisce alle iniziative culturali con entusiasmo o talvolta con indifferenza senza che sia facilissimo per noi - dopo undici anni - capirne i motivi. La presenza dei turisti è indubbiamente una ricchezza inestimabile ma richiederebbe anche di essere più generalisti ed è una cosa che non possiamo né vogliamo permetterci. Pur considerando pericoloso e controproducente (oltreché sbagliato) un atteggiamento censorio nei confronti della letteratura più commerciale, il motivo per cui continuiamo ad esistere è ciò che proponiamo, che non può prescindere dal gusto dei librai, che non deve essere imposto - o proposto con spocchia - ma deve essere ben visibile.  La presenza turistica, massiccia in estate, è ovviamente una ricchezza, ma ha conseguenze pesanti sui costi di gestione: un comune “di lusso” si paga salato. I temporary store che fioriscono in estate rappresentano a nostro avviso una forma di concorrenza sleale che andrebbe scoraggiata, e un indubbio svilimento del tessuto commerciale come rete sociale.

  • Case editrici, tematiche, generi letterari: praticate delle scelte elettive in questi campi? Da che criteri e progetti sono guidate?

Una libreria indipendente che non sceglie – o che sceglie in base a criteri bislacchi – non ha ormai alcun senso. E’ lì che ci si gioca tutto. Su internet c’è tutto, in libreria no. Può essere la nostra debolezza o la nostra ricchezza se siamo capaci di spiegare perché, e se la nostra selezione è percepita come un aiuto e non come un limite, o un’imposizione. La quantità di libri che escono annualmente è priva di ogni senso logico. Con un’immagine un po’ barocca si potrebbe dire che noi siamo la freccia di Cupido tra il lettore e le storie, sconosciuti nella folla. Noi siamo l’agenzia matrimoniale. La suddivisione per generi è uno strumento utile, ma non assoluto: i gialli Sellerio sono a scaffale con gli altri Sellerio, perché lì il marchio vince sul genere. I libri Sellerio sono letteratura e basta, e i lettori lo sanno. Alcuni generi che riteniamo assurdi logici, come la cosiddetta letteratura femminile, non li trattiamo. I libri belli scritti da scrittori di ogni sesso, che parlino di donne o di uomini, sono invece i benvenuti. Abbiamo poi uno spazio bambini, che cerchiamo di gestire con cura, perché i bambini sono i lettori più importanti. Anche qui le suddivisioni (per età e soprattutto per genere) sono uno strumento da trattare con molta cautela: un libro è un libro, e i lettori a tutte le età vanno certamente indirizzati ma non costretti.

 

La traduzione: il come e i perché

0CC85407-571F-4FCE-B91A-A070236038E2-e1556121369669.jpeg Ascoltare i traduttori che parlano di traduzione, per chi esercita questa professione, è un’esperienza assai frequente. Accade alle presentazioni di libri, alle riunioni di lavoro, ai saloni dell’editoria; accade anche fuori dalle sedi ufficiali, agli incontri conviviali, alle cene, ogni volta sia presente un numero anche ridotto di professionisti del campo. Persino se i traduttori non sono più di due si parla di traduzione, talvolta anche in luoghi e situazioni impensabili. Del resto la traduzione al giorno d’oggi è un argomento molto studiato e di cui molto si scrive, e sempre più spesso – per fortuna, direi – sono proprio i traduttori a scriverne, mostrando una presa di coscienza e un senso di riappropriazione di spazi mentali nei quali vivono la loro quotidianità. Ma di cosa parlano davvero i traduttori quando parlano o scrivono di traduzione?

Quando ho accettato di concludere questa serie di interventi con qualche mia riflessione ero incuriosito all’idea di confrontarmi con altri punti di vista paralleli al mio, perché ogni traduttore ha il suo personale percorso, la sua singolare pratica di una quotidianità mai uguale, i suoi modi, le sue idee: due diversi traduttori di fronte allo stesso testo ne proporranno inevitabilmente due diverse interpretazioni, diverse perché due traduttori uguali non esistono. Due diversi traduttori hanno anche necessariamente modalità di lavoro diverse. Avendone incontrati molti, so che c’è chi teme di non riuscire a concludere in cinque mesi le 300 pagine previste e chi invece ne macina quasi il doppio in metà del tempo e la fa anche buone; chi è tormentato dalle revisioni e si rilegge sette volte consegnando alla fine solo con grande sofferenza e chi invece è “buona la prima” (o quasi), salvo un paio di riletture per aver la coscienza pulita; pare invece ormai estinta la categoria estrema di coloro che, decenni fa, pestando sui tasti della macchina da scrivere lavoravano praticamente in bella, perché ribattere una revisione era fatica fisica e quindi per correggere c’erano solo striscioline di carta incollate, o più tardi il bianchetto. C’è chi legge l’intero testo prima di cominciare e prende appunti sul lessico, e chi invece no, se non ha già letto, perché è tempo perso e non pagato. C’è chi addomestica molto, a fronte di chi invece non riesce a staccarsi dal testo di partenza cui fa voto di fedeltà. Tutte modalità di lavoro estremamente variabili, perché ovviamente dipende anche dal libro, dalle difficoltà, dal momento, dal contesto editoriale, perché ogni testo è una nuova sfida e richiede un metodo diverso.