laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Flâneur. The Art of Wandering the Streets of Paris

FLANEURcover Pubblichiamo la presentazione e un estratto dal libro di Federico Castigliano, The Art of Wandering the Streets of Paris.

Flâneur. The Art of Wandering the Streets of Paris

Un uomo cammina per le strade di Parigi, solo e senza una destinazione. Percorre i lunghi viali dai palazzi grandiosi, si perde tra la folla dei Grands Magasins. Abbottonato nel cappotto nero, vaga per la città irrequieto. Ma cosa cerca? Dove va? La parola “flâneur” deriva dal verbo francese “flâner” che significa “gironzolare”, “perdere il proprio tempo”. Essere un flâneur significa passeggiare libero da impegni, immergersi nello spettacolo vivo di Parigi. Flâneur insegna a vagabondare senza una meta, a perdersi nella città. Contiene alcune storie di vagabondi, di persone che hanno smarrito la strada e che hanno poi scoperto cose nuove e meravigliose sul loro percorso. Fornisce informazioni sui personaggi, gli artisti e gli autori che hanno fatto la storia della flânerie a Parigi. Il lettore ha due possibilità: una lettura consequenziale, dal primo all’ultimo capitolo, oppure una lettura libera che permette di tracciare all’interno del testo il percorso che preferisce. La regola del gioco è semplice: i capitoli dispari sono narrativi, mentre i capitoli pari sono saggistici. Flâneur è, infine, un esercizio per la mente. Insegna a immergersi nell’esteriorità, a dare meno importanza a se stessi e ai propri piccoli bisogni. Perché per ascoltare la voce del mondo bisogna in primo luogo far tacere l’io.

Tra recuperi modernisti e rilanci realistici: Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

74 durastanti cleopatravainprigione x giornali Una delle tendenze della narrativa contemporanea – lo rilevava già qualche anno fa Raffaele Donnarumma in un saggio apparso su «Allegoria» nel 2008 – è quella di conciliare senza eccessive problematizzazioni e remore istanze prettamente realistiche con eredità di stampo modernista. Il dato è quanto mai centrale per comprendere la fisionomia dell’attuale narrativa: del resto il modernismo italiano ed europeo (e dunque Svevo, Pirandello, Tozzi, e anche Joyce, Woolf, Kafka, Proust, ecc.) aveva puntato tutto su due caratteristiche: l’introspezione psicologica, che portava allo scandaglio dell’io e dunque a un’esasperata soggettività, capace talvolta di prosciugare ogni realtà circostante; e la profonda consapevolezza che il filtro narrativo e letterario – e più in generale linguistico – con cui raccontiamo storie è sempre deformante, prismatico, involontariamente deformante («Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo!» scriveva lucidamente Zeno – e Svevo – ne La coscienza). Sicché il binomio modernismo-realismo si è sempre posto in maniera problematica: non che la critica contemporanea lo abbia rescisso, ma in ogni caso lo ha dovuto sempre giustificare e ricreare, ricorrendo a formule che in qualche modo relativizzavano il secondo dei due termini (di Realismo modernista parla tra gli altri Riccardo Castellana, alla definizione di «realismo di secondo grado» ricorre Valentino Baldi, ecc.).

Gli scrittori che si impongono dagli anni Novanta, in un certo senso, rimediano a questo torto della storia: dimostrano come fra realismo e modernismo, fra volontà di parlare del mondo e consapevolezza autoriflessiva della letteratura esiste una conciliazione produttiva. Se il postmoderno era stato la rottura di questa dialettica, tutta sbilanciata sul polo della finzione e dell’autoreferenzialità, i nuovi scrittori la restaurano. Essi hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo [Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne: narratori italiani di oggi, «Allegoria», 57, gen.-giu. 2008, p. 27].

L’autore, il genere, il pubblico. Intervista a Stefano Dal Bianco

dal bianco 1990 30 Tra l’autunno 2014 e la primavera 2015 la Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova ha ospitato un ciclo di incontri con narratori e poeti intitolato L’autore, il genere, il pubblico, organizzato da Pier Giovanni Adamo e Marco Malvestio, al quale ha partecipato anche Stefano Dal Bianco. Il testo che segue, preceduto dal questionario che introduceva ogni incontro, è la trascrizione dell’intervento nel corso del quale il poeta ha discusso del suo lavoro e della sua idea di poesia e scrittura. L’intervista è stata condotta da Pier Giovanni Adamo, Marco Malvestio e Franco Tomasi.

Un bellissima storia, disegnata. A proposito di Fermo di Sualzo

14371963 1206253179447088 1788225000 n Questa estate ho avuto la fortuna di leggere Fermo, la graphic novel di Sualzo alias Antonio Vincenti (BAO Publishing, 2013) e l’ho trovata bellissima. L’ho fatta leggere ai miei due figli, uno adolescente, l’altra bambina e pur non capendolo tutto l’hanno giudicato un fumetto molto bello. L’ha letta pure mia moglie e anche lei ne è stata entusiasta: «che bel romanzo!» mi ha detto. Ho un terzo figlio che ancora non sa leggere, metterò nello scaffale Fermo in attesa di darglielo, curioso di capire in quale genere letterario vorrà collocare con il suo giudizio questo piccolo gioiello. Resta il fatto che Fermo di Antonio Vincenti è proprio una bella storia ed è senz’altro, volendo scomodare di nuovo l’etichettatura spesso artificiosa dei generi, una significativa storia di formazione.

La madre

madre 20061213 912 Pubblichiamo un estratto inedito del nuovo romanzo di Romano Luperini, ancora in fase di stesura,  che uscirà il prossimo anno per Mondadori.

Dall’altra stanza mi giunse nel sonno il rantolo della madre. Nello stesso istante avvertii un fastidio sul viso e sulle dita, come se qualcosa impiastricciasse le guance, le mani, il cuscino. Forse sognavo ancora.

Mi scossi, lottai per riprendere coscienza, vincere quella forza che preferiva l’inconsapevolezza.

Intervista a Paolo Zardi. XXI Secolo

 Paolo Zardi oggetto editoriale 850x600 a cura di Morena Marsilio

1. Nella tradizione letteraria italiana del Novecento ci sono alcune figure di intellettuali a cavallo tra scienza e letteratura o “stregate dalla scienza”: dal chimico Primo Levi all’ingegner Gadda, dallo Sciascia che indaga il mistero della scomparsa di Majorana all’esperto di botanica Calvino.

La prima domanda che intendo rivolgerti riguarda proprio la tua figura “ibrida” di professionista della tecnica e delle narrazioni: ti senti più ingegnere o più scrittore o credi che l’uno alimenti l’altro e viceversa? Senti di poter annoverare tra gli autori che ho citato qualcuno dei tuoi modelli?

«Un’educazione europea». In dialogo con Franco Buffoni

buffoni 20060418 1052 a cura di Maria Borio

Avrei fatto la fine di Turing (2015) è l’ultimo libro di poesia di Franco Buffoni. Alan Turing è il matematico inglese che ha dato un contributo decisivo allo sviluppo dell’informatica e dei primi calcolatori elettronici, vittima di forti persecuzioni a causa della sua omosessualità, che lo portarono al suicidio. Ma la raccolta mantiene questa figura sempre sullo sfondo: lo percepiamo come un personaggio simbolico, simulacro di una condizione interna alla maturazione della scrittura e dell’esistenza. Avrei fatto la fine di Turing mette in scena una lirica che, in assonanza con un possibile romanzo autobiografico, ruota attorno a tre poli – la figura del padre, la condizione dell’omosessualità, la figura della madre – costruendo una geometria precisa, quasi una dialettica. La trama della finzione, quella della psicologia e quella della confessione biografica sono in contatto costante, sembra che si fluidifichino l’una nell’altra. Lo si nota anche in Jucci (2014), raffinato canzoniere in mortem per la donna amata (tanto da pensare che Avrei fatto la fine di Turing e Jucci siano parti di un possibile dittico…). Una delle prime impressioni che si hanno, per tutte e due le raccolte, è che la fluidità tra finzione, psicologia e autobiografia porti a uno stato ulteriore di quelli che sono – fin da lavori come I tre desideri (1984), Quaranta a quindici (1987), Scuola di Atene (1991) – elementi centrali della tua poesia: il superamento di un’opposizione tra comico e romantico, tra ironia e natura, frequentemente legata al tema omosessuale e risolta nel Profilo del rosa (2000); e il progressivo lavoro sulla forma del libro, che in raccolte come Guerra (2005) ha acquisito anche una impostazione saggistica. Alan Turing è il controcanto simulacro di un romanzo nascosto, o di un nuovo stato della tua scrittura, che si potrebbe scoprire di poesia in poesia attraverso le ultime raccolte?

La radioterapia

 radioterapia IMG 4108 attesaSiccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, dopo La rancura ho cominciato a scrivere un nuovo romanzo, previsto da Mondadori per la primavera prossima, ma in realtà tuttora in alto mare. Dovrebbe articolarsi su due livelli, uno ambientato nei nostri giorni, l’altro negli anni novanta del Novecento, fra Mani pulite e l’attentato alle torri gemelle. Dal primo ho stralciato questa pagina che si può leggere anche ignorando il resto. Il titolo del nuovo romanzo è anch’esso un terno al lotto. Per ora mi sono venuti in mente L’ultimo decennio del secolo, molto ovvio, oppure Appuntamento con l’upupa, a causa di alcune apparizioni di questo alato, oppure Un bene mobile, riferito al corpo.

 

La radioterapia

Faceva molto caldo. Non era il caldo sano dell’estate, quello della mia giovinezza, quando sulla spiaggia il solleone del mezzogiorno anneriva la pelle e i corpi lo sfidavano correndo sulla sabbia che scottava e poi godendosi la doccia all’aperto fra ululati selvaggi e guizzi di  addominali e bicipiti sotto il gettito freddo…  No, era un caldo afoso, torrido, malato anch’esso. L’ autoambulanza della Misericordia arrivava a casa all’ora di pranzo.. Uscivo nel cortile e subito la vampata improvvisa del calore mi toglieva il respiro. Stordito, facevo qualche passo. L’aria vacillava davanti a me, i muri, al riverbero del sole, abbacinavano,  bianchi di calcina,  lucidi. Dovevo  arrampicarmi sul furgone arroventato, allungare la gamba, issarmi sul predellino troppo alto, ce la fa? chiedeva l’autista, e io a rispondere di sì, per stupido orgoglio, su su, sino al sedile. Appena dentro, mi investiva il soffio gelido dell’aria condizionata, oppure, quando era spenta o mal funzionante, l’aria torrida stagnante nella cabina e poi, durante la corsa, quella delle ventate che penetravano dal finestrino aperto e mi bruciavano sulla pelle del viso.

Rimanere dentro: a proposito di Cella di Gilda Policastro

 

Immagine CellaUscito da qualche mese, Cella (Marsilio) è il terzo romanzo di Gilda Policastro. Non avendo né l’arte né gli strumenti del critico e non avendo letto i due precedenti lavori, provo a mettermi a confronto con il testo a partire dall’esperienza emozionale della lettura privata. Tre sono i lasciti personali a libro concluso.

Una lettura agile e non faticosa

Ho letto il libro in due giorni, pur non essendo un lettore particolarmente veloce. Cella è un libro che scorre rapidamente, le pagine si susseguono in modo ritmico, la fine del romanzo è un traguardo che si raggiunge senza fatica. So di non essere il primo a riconoscere questa caratteristica, sottolineata da vari recensori, anche a distanziarsi da certo (stupido) stigma sull’autrice di prosatrice difficile al limite dell’intellettualismo. Trattandosi di un libro dalla trama piuttosto esile e piatta, pur complicata dall’intersecarsi continuo di connessioni repentine sul piano del tempo e dello spazio, è interessante capire dove poggi la sostanza di tale rapporto felice con il lettore. Nel mio caso la risposta è la scrittura e in particolare il ritmo della sintassi che l’autrice riesce a governare per tutto il romanzo in modo sorprendente. Traluce senz’altro la sensibilità della Policastro poetessa di valore, che gestisce i periodi in ritmo cadenzato. Un po’ come quando ascoltiamo a lungo quelle persone che sanno catturare la nostra attenzione con il tono della voce e il dosaggio di parole e silenzi, tale da non farci mai replicare, la voce narrante di Cella ci porta dentro una spirale che termina solo nel penultimo capitolo del libro. È questo dunque a mio giudizio uno dei pregi più importanti del romanzo: la voce di Cella è notevole.

I paradossi del significato: su Osare dire di Cesare Viviani

osare dire A uno sguardo sommario, l’ultima raccolta di Cesare Viviani (Einaudi, 2016) produce due impressioni: che si tratti di un libro aperto e non fortemente strutturato, come mostrano l’assenza di titoli per poesie e sezioni e l’estrema brevità di quasi tutti i testi; che la parola poetica si trovi riassegnato un valore antico, quella pienezza che tradizionalmente si è creduto separasse il discorso della poesia dalla trasparenza della comunicazione quotidiana – e testimoniano in questo senso la «liturgia» (p. 109) evocata nelle Note finali e il titolo stesso, con la carica vaga ed euforica della coppia di infiniti, come un augurio e una sfida. Si entra quindi nel libro sorretti da attese contraddittorie, che la lettura integrale non smentirà.

Sul piano delle forme riconosciamo, secondo un’indicazione di Enrico Testa, una delle due modalità in cui si esprime la poesia-pensiero praticata dall’autore a partire dagli anni novanta: la sequenza di frammenti brevi, quasi tutti monostrofici e spesso anche monoperiodali. Vi sono poi altri due aspetti degni di rilievo, la presenza di costrutti e movenze del parlato e un fitto e peculiare uso della ripetizione. Tra le funzioni assunte dell’iterazione lessicale e fonica, la prima è quella di marcare le chiuse e gli snodi testuali, in coerenza con la natura sentenziosa di una poesia che cerca, se pure con pudore – e qui sta il ruolo degli inserti di oralità nel controbilanciare l’enfasi e asciugare il discorso –, il rilievo della memorabilità.