laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere "Gli indifferenti" di Alberto Moravia

GliIndifferenti2 In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

“Mamma sta vestendosi”, ella disse avvicinandosi “e verrà giù tra poco”.

“L’aspetteremo insieme”; disse l’uomo curvandosi in avanti; “vieni qui Carla, mettiti qui”. Ma Carla non accettò questa offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori  e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese: un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnuolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava in su e in giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guancie illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione.

“Resti a cena con noi?” ella domandò alfine senza alzare la testa.

“Sicuro”, rispose Leo, accendendo una sigaretta; “forse non mi vuoi?” Curvo, seduto sul divano, egli osservava la fanciulla con una attenzione avida: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle di ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile.

‘Eh che bella bambina’; egli si ripetè ‘che bella bambina’. La libidine sopita per quel pomeriggio si ridestava, il sangue gliene saliva alle guancie, dal desiderio avrebbe voluto gridare.

(Da A. Moravia, Gli indifferenti, Nota critica di A. Grandelis, Milano, Bompiani, 2017, pp. 7-8)

Libreria Pangea (Padova) - Inchiesta Librerie Indipendenti/4

IMG 20200220 105213 Si conclude con questo pezzo, giunto in redazione poco prima del lockdown e programmato originariamente per il 13 marzo, l’inchiesta sulle librerie indipendenti che, come tutte le realtà legate al mondo della cultura, hanno risentito e risentiranno ancora a lungo delle restrizioni e dei limiti imposti dalle misure di distanziamento sociale. Ringraziando i librai che hanno aderito all’iniziativa, ci auguriamo che possano ancora una volta trovare forme di resistenza e reinventare modi di promozione della lettura.

***

a cura di Morena Marsilio

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

Quando, nel 1995, è stata aperta la libreria, il mercato era diverso e la scelta di specializzarsi in viaggio, cartografia, montagna e nautica seguiva gli interessi dei due fondatori e si è rivelata buona. Quando rilevai la libreria a fine 2006 ho ampliato il campo di interesse inserendo ad esempio uno scaffale di graphic novel e illustrazione, uno di botanica, ma cercando sempre di mantenere un’identità precisa, quindi i libri riguardano sempre il viaggio, la geografia, le diverse culture, il paesaggio, la montagna e la nautica. Dopo un breve periodo in una via meno centrale, a fine anni Novanta la libreria è stata trasferita in una laterale di Piazza del Duomo, con maggiore visibilità, maggior passaggio, una saletta per gli eventi e un affitto che si fa sentire.

2. Case editrici, tematiche, generi letterari: praticate delle scelte elettive in questi campi? Da che criteri e progetti sono guidate?

La scelta è fondamentale per una libreria indipendente e la specializzazione della libreria si può declinare in tanti modi, dalla cartografia alla letteratura. Scelgo da cataloghi di editori di settore ma anche titoli di editori di varia che trattino i temi della libreria e che mi sembrino interessanti.

La scelta è dettata dall’argomento trattato, dalla stima che posso avere per certi editori o per certi autori, da passioni mie, anche da preziose segnalazioni di clienti.  Anche la collaborazione con gli agenti (alcuni) aiuta ad orientarsi nella gigantesca quantità di titoli proposti ad ogni cedola.

Nell'intercapedine

 

414poHy265L. SX328 BO1204203200  Pubblichiamo questo articolo di Simone Ghelli, una riscrittura di un suo racconto intitolato "L'ora migliore" e uscito nella raccolta omonima per Il foglio nel 2011 e ora fuori catalogo. In questo racconto Ghelli riflette sul senso della scrittura davanti all'ipertrofia del mercato editoriale.

***

Non di rado mi sveglio nel cuore della notte: alle tre, alle quattro. Resto immobile, nel buio della sala cinematografica allestita dietro le mie palpebre. M'immagino rannicchiato, in posizione fetale. Immagino di riavvolgere il film della mia vita, di prendere strade alternative. Se solo avessi detto no quella volta, se fossi stato più intraprendente quell'altra. Le storie s'intrecciano, si arricchiscono di particolari mentre i miei muscoli accennano timidamente una reazione. Istintivamente, mi porto una mano al torace.

Potrebbe essere il momento giusto. Il pensiero di farcela, di rompere con la routine – la passività dello spettatore solitario, rapito dalla visione – accende le propaggini. Le dita delle mani si agitano, vorrebbero afferrare. I piedi scalpitano. Potrei alzarmi per riversare il materiale – si dice così quando qualcosa passa da un supporto all'altro, in questo caso dalla mente allo schermo; che in un certo senso sono la stessa cosa: una lavagna su cui i dati possono essere trascritti e riscritti all'infinito.

Potrei alzarmi e invece preferisco mantenere l'atto in potenza. Preferisco lasciarmi cullare dalle tentazioni del tempo condizionale.

Ho paura d'invecchiare, non voglio guardare avanti. Mi rifiuto di sentire il rumore che faccio quando mi rompo. Quando inizierò a guastarmi, sarò arrivato a fare almeno un centesimo di quello che avrei voluto? Il rovello rimane lì, conficcato nella carne, che lavora in silenzio.

Non di rado mi sveglio nel cuore della notte, spesso è un sogno in un altro sogno. È come se un altro corpo fosse sopra il mio e mi schiacciasse. Forse sono proprio io, quello che mi rifiuto di vedere. Sono io che ho attraversato indenne i terremoti del sogno, che ho assistito al crollo della mia casa, tanto a lungo inseguita.

Gli spifferi d'aria passano ovunque, c'è poco da darsi pena, perché un pertugio la natura lo trova sempre. Viene a battermi le nocche in testa come a chiedere il conto. Toc, toc?

Perchè leggere questo libro: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek

9788860882660 0 0 317 75  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

L’altra sera in televisione una tizia sosteneva di essere la reincarnazione di una ragazza ebrea uccisa in un campo di sterminio. Me l’ha detto il mio amico Olek, al telefono da Roma, e parlando con me continuava a seguire le tappe ricostruite non si sa come di quella vita precedente, il racconto preciso dei ricordi prenatali, e ripeteva «è allucinante». Allora ho concluso in fretta la telefonata, dicendo che il programma interessava anche a me, benchè non fosse vero, e ho acceso il televisore. Si vedeva una donna sulla trentina, psicologa secondo una scritta apparsa all’altezza del busto, che ormai non raccontava più di un’altra se stessa di nome Anna o Hanna, Baumann o Naumann, ma spiegava al pubblico di quel programma a casa, vasto e invisibile, il senso ricavato da quell’esperienza, e tutte le sue conclusioni. Poi la parola è passata agli esperti: a psicologi, parapsicologi, preti, lama buddhisti con monaci interpreti, a uno psichiatra ebreo che ha preso la parte della scienza, ma anche quella della religione definendola «non dogmatica» e ha concesso che sì, la tradizione mistica ebraica contempla l’idea della metempsicosi, però si tratta di una reincarnazione anonima e insondabile. Dubito che ne sapesse di più e che conoscesse bene l’argomento. […] Ho continuato a guardare ancora un po’ quel programma sulla reincarnazione ripetendomi, per attutire il fastidio e il vago senso di profanazione, «ma chi sei tu per ridere di queste persone, in buona fede, ma in fondo che ne sai tu».

Perché leggere La città sommersa di Marta Barone

9788858785393 0 0 626 75 Questa storia ha due inizi: almeno due, perché, come tutto quello che ha a che fare con la vita, è sempre difficile stabilire cosa cominci e quando, quale vertigine di casi fortuiti esista dietro ciò che sembra avvenire all’improvviso, o quale viso si è girato verso un altro in un momento del passato dando il via alla catena accidentale degli eventi e di creature che ci ha portato ad esistere. Innanzitutto – questo posso dirlo con discreta certezza – sono nata. Era marzo e nevicava, e l’anno era il 1987. I miei genitori si erano incontrati solo un paio di anni prima e si sarebbero separati definitivamente tre anni dopo.

Sono nata da una donna con un buco in testa. Mia madre aveva avuto un incidente tredici anni prima. Rimasi una settimana sotto osservazione perché ero in astinenza dagli antiepilettici che lei era ancora costretta a prendere. Dell’incidente, del coma, delle operazioni le è rimasto soltanto un lieve avvallamento nel punto in cui manca un frammento di cranio, sostituita da una rete di metallo coperta poi nel tempo dai suoi capelli fini, di piuma. Dorme sempre dall’altro lato, perché le fa ancora male la testa che non c’è.

Si può dire che da quel buco bene o male sono scaturita. La mia stessa esistenza dipende dalla ferita, porta aperta sul baratro delle possibilità. Quando mia madre è caduta da una motocicletta guidata da un altro, a ventitré anni era in viaggio con lui per ritirare dei documenti che sarebbero serviti per il loro matrimonio. Non è andata poi così. Ed ecco che in un certo senso la traiettoria di mia madre non ancora tale, della giovinetta dal viso appuntito delle foto dell’epoca, del suo corpo scagliato sull’asfalto di una strada provinciale, ha tracciato una nuova traiettoria irreversibile da cui poi sarebbe emersa la mia. (M. Barone, La città sommersa, Milano, Bompiani, 2020, pp. 13-14)

Per la coesistenza di sguardo dal basso e di consapevolezza metanarrativa

Perché leggere Rosso nella notte bianca di Stefano Valenti

9788807031793 quarta In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

La tremenda immensità dei duemila metri. La distesa è intirizzita. E la neve di novembre ha cancellato arbusti, rocce, terreno. Ulisse ritrova l’ombra nebbiosa del primo mattino, un’onda immobile che divora i monti. La accoglie fermo, le braccia abbandonate sui fianchi. È arrivato in malga ieri sera. Lì, in radura, la casera bruciata. Le pareti della baita nere di fumo trascorsi ormai cinquant’anni. E l’immensità dei monti. Gli anni vissuti a ricordarli non aiutano a far memoria di che cosa nasconda quel manto di neve. Cammina nel grande abbandono, nel dislivello, verso il fondo, in direzione del bosco. Cammina morbido, a margine del Creato, oltre un cinto di abeti che fa da confine al mondo. Le campane dal fondovalle rintoccano le sei.

Infine Ulisse è tornato. Ha dormito ridestandosi in questa terra abbandonata una mattina di molti anni fa. Una terra abitata, come allora, da nemici. E cerca una traccia che conceda di ritrovare l’uomo che è stato prima di andarsene. Gli anni trascorsi altrove sono anni che non possono essere misurati. È ancora buio quando infila la mulattiera. La notte ansima, il mondo intorno prende la rincorsa, comincia a correre. Lì per lì nel sottobosco un frullo, una presenza sul terreno, tra aghi d’abete e melma. Un uccello è volato via in un batter d’ali. Le nuvole basse, a banchi, cancellano il Creato. Gli stivali affondano nel fango d’acqua e neve e ritrovano il terreno. Un guizzo, l’inatteso chiarore dell’acciaio ricurvo. L’estremità del piccone che fuoriesce dalla sacca; il tempo di fermarsi, affondare il manico di sbieco, rimetterlo dov’era.

Ha dimenticato di urinare Ulisse, e, fermo nell’intrico d’alberi, chiude gli occhi, le dita fredde sul membro ritratto. Le mani attraversate da un fremito malato e l’alito caldo dell’urina nella neve color canarino. Nella sacca l’ultima bottiglia buona a cacciare la febbre, la fatica brutta della malattia. La necessità di vodka,  di non addormentarsi fin quando la bottiglia sarà vuota. Ulisse, un metro e ottanta di fatica, ha quasi settant’anni ma non dà l’idea di essere affaticato, pallido forse, le fattezze del condannato confuse nella mente. L’alternarsi caotico di incubi e orrore ha cancellato i volti, come se niente avesse nome in queste incerte giornate. Ricorda orridi, rii in secca, mastodontici blocchi di roccia, ricorda le bestie sulla mulattiera, ma non ha memoria di volti.

Perché leggere Il levitatore di Adriàn N. Bravi

cover id6093 w800 t1580321527.jpg Le storie delle mie levitazioni sono iniziate quasi trent’anni fa, in un modo del tutto incidentale. Avevo compiuto da poco quattordici anni ed ero un ragazzo piuttosto gracile, sempre con il mal di testa e il raffreddore addosso. A casa, in particolar modo mia nonna materna, mi aveva vietato di fare qualunque tipo di esercizio fisico per via dello streptococco, di cui credo di non avere mai sofferto, salvo un paio di polmoniti e una scarlattina che mi aveva lasciato il torace simile a una fragola. Lei se la prendeva con quei ragazzi della strada che tossivano o starnutivano senza mettersi la mano davanti alla bocca. […] A me dispiaceva molto non poter disporre della stessa libertà che avevano i miei amici, soprattutto quando sentivo dalla finestra della mia stanza il baccano dei ragazzi che si rincorrevano l’un l’altro. […] Quando, però, tempo dopo, avevo scoperto la levitazione e mi ero visto sollevare da terra da una misteriosa forza cosmica, mi verrebbe da dire oggi, in una circostanza del tutto inattesa, mi ero convinto anch’io che quelle sudate improvvise, quelle zuffe e quella sporcizia tra le unghie non facessero per niente bene, né alla salute né allo spirito.

Durante quel periodo di chiusura e di solitudine, mentre ascoltavo i rumori e le urla dei compagni che provenivano dalla strada, era iniziata la gestazione di una fase interiore che poi, più tardi, si è manifestata attraverso la sollevazione del corpo.

(Adriàn N. Bravi Il Levitatore, Quodlibet, 2020; pagg. 11-13)

Perché tutti hanno bisogno di leggerezza

Il racconto fantastico ha una lunga serie di nobili antecedenti letterari e tra le auctoritates del genere alcuni scrittori sono considerati dei veri e propri numi tutelari; tra gli antenati Adriàn N. Bravi sembra scegliere Calvino, e non tanto il romanziere, quanto il metanarratore delle Lezioni americane, teorico della «sottrazione di peso» utile a distanziare la scrittura da «pesantezza» «inerzia» «opacità del mondo». Costruisce così la vicenda su un personaggio, Anteo Aldobrandi, io narrante della sua  storia vera, che ha la naturale capacità di levitare se solo viene lasciato nella possibilità di stare tranquillo a casa sua e sedersi su un «cuscino mezzo indiano» per staccarsi da «questa terra maledetta, come diceva in versi sciolti un poeta veneziano» (pag. 97). E se Calvino ricordava il mito di Perseo, il protagonista tiene a precisare la dimensione della sua realtà in opposizione alla mitologia:

Perché leggere questo libro: Le variazioni Reinach di Filippo Tuena

reinach  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Variazione su una visita al museo

La vede salire lo scalone e attraversare i saloni deserti e come una perfetta padrona di casa controlla ogni cosa, passa la mano sopra i ripiani delle commodes, scorre le dita tra gli intagli delle cornici, sistema col piede gli angoli dei tappeti arricciati e prima di lasciare ogni ambiente si volta per accertarsi che tutto sia in ordine e il suo sguardo ha un’espressione accigliata e fredda, in contrasto con i suoi sentimenti che sono di grande rimpianto e di profonda malinconia.

Ogni stanza le ricorda un evento che appartiene al passato irrecuperabile perché sa che ha ancora poco tempo a disposizione mentre avrebbe voluto spendere tutta la notte ricordando il tempo trascorso o forse ancora più tempo, magari una notte intera per ogni salone, una notte intera per ogni oggetto, per ogni ricordo, per ogni immagine e invece dovrà fare in fretta nei pochi minuti che durerà quest’ultima ricognizione che le sembra sempre più troppo frettolosa perché abbandona la sua casa come se avesse commesso un peccato anche se non è così e per questo è rigida e severa perché sta esaudendo la volontà di suo padre con un dolore profondissimo che le attanaglia il cuore.

Nel ricordo intravede i suoi figli correre per la galleria, scendere di corsa il grande scalone, ridere mentre giocano nel giardino e ritornano le voci della servitù sommesse a volte timorose e in qualche caso sguaiate mentre un rumore meccanico le rammenta il rassicurante procedere del montacarichi che portava le pietanze in sala da pranzo e l’innaturale voce di suo padre, quel suo accento orientale e il tono esagerato molto alto o impercettibile a volte, come se egli non sapesse modulare la voce e poi ricorda i pochi attimi d’intimità col marito legati ai primi tempi del matrimonio e si stupisce che siano quelli e non altri i ricordi che ricorda come le lunghe e interminabili sere quando lei, Léon e suo padre parlavano nel salone alternando grandi silenzi e ricorda il suono del pianoforte di suo marito, quelle melodie scheletriche, intellettuali ma molto romantiche, un poco artificiose che si perdono in quel palazzo troppo grande e troppo vuoto perché troppo distanti sono le memorie e le immagini e sa che non potrà mantenerle vive per il futuro che le si offre dinnanzi come un paesaggio sconfinato e nebbioso.[…]

Il giorno mangia la notte: la Milano tesa di Silvia Bottani

91 l58jviyl Come accade in molta narrativa italiana contemporanea il romanzo di Silvia Bottani, promosso da Luci a Galifos (https://luciagalifos.com/), progetto editoriale di scoperta e promozione di autori esordienti, mette al centro della vicenda non solo le relazioni umane ma anche uno spazio, che si fa a sua volta personaggio. Anzi Milano è forse “il” personaggio chiave de Il giorno mangia la notte (SEM), ambientato in una metropoli rappresentata nei suoi quartieri multietnici, nei “boschi della droga” come Rogoredo, nelle bische clandestine, nei bar-slot aperti fino a tarda notte:

La Bovisa, zona nord della città, è uno strano miscuglio di case della vecchia Milano abitate da anziani e immigrati, e nuovi loft arredati da precari digitali con mobili Ikea e pezzi di modernariato comprati ai mercatini. Accanto a via Negrotto, tra il passante ferroviario e un lembo di terra che è ancora campagna, si staglia il grande insediamento rom, concessione del Comune. […] Guardò i due camerati, poi fece un cenno: i tre si mossero rapidamente tra le roulotte, attenti a non farsi vedere. […] Un fiammifero strofinato contro il cemento e, dopo qualche istante in cui tutto pareva immobile si alzarono le fiamme. Corsero via, alzando la polvere con gli anfibi. (p.9)

Il libro offre uno spaccato su una città per lo più periferica dove i conti si regolano in proprio, dove forme rinnovate di squadrismo urbano cavalcano l’esasperazione collettiva, dove crescono xenofobia, ludopatia, rabbia, solitudine.

Al centro del romanzo è Naima, marocchina di seconda generazione che vive a Milano con la madre Fadila. In una sera d’estate quest’ultima interseca il suo destino con quello di Giorgio, cinquantenne fallito, perennemente a corto di denaro che la scippa per pochi spiccioli. Nel tentativo disperato di rincorrere il ladro, Fadila viene travolta da un’auto e resta sull’asfalto gravemente – irrimediabilmente - ferita. Il terzo vertice di questo triangolo di comprimari è Stefano, stagista in uno studio legale prestigioso, militante neo-fascista e camerata ambizioso, figlio di Giorgio di cui mal sopporta tanto la boria quanto la disfatta.

Perché rileggere La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino

tumblr nuphc51bww1uyql6oo1 1280 670x469 In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prive, in quell'alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite – nomi forse di dimenticati benefattori – inclinando di lato l'ombrello e alzando il viso allo sgrondare della pioggia. C’era l’abitudine tra i sostenitori dell’opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancor si credeva che con il cattivo tempo molti elettori dei democristiani – persone poco interessate alla politica o vecchi inabili o abitanti in campagne dalle strade cattive – non avrebbero messo il naso fuor di casa. Ma Amerigo non si faceva di queste illusioni: era ormai il 1953, e con tante elezioni che c’erano state s’era visto che, pioggia o sole, l’organizzazione per far votare tutti funzionava sempre.  Figuriamoci stavolta, che si trattava per i partiti del governo  di far valere una nuova legge elettorale (la “legge truffa”, l’avevano battezzata gli altri) per cui la coalizione che avesse preso il 50% + 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi…Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un’esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista.

(I. Calvino, La giornata d’ uno scrutatore, Torino, Einaudi, 1963)

Perché sottopone il gesto elettorale alla verifica dell’introspezione modernista

Se la svolta nella vicenda intellettuale di Calvino si produsse, come per altri scrittori della sua generazione, a cavallo fra i fatti d’Ungheria e il “miracolo economico”, La giornata d’uno scrutatore (1963) è il racconto-saggio in cui tutta l’esperienza ideologica e narrativa del dopoguerra viene sottoposta alla più aperta e severa verifica critica. Non a caso, il seggio elettorale in cui si svolgono gli eventi è collocato nell’istituzione torinese dove monache e preti custodiscono gli esseri deformi, nati dagli “scherzi della biologia”. L’atto principe della storia democratica (il suffragio universale) qui è posto insomma al cospetto dell’irriducibilità dei “mostri” del Cottolengo.