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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Due voci per un poema impossibile e un canto irripetibile. Su L'irripetibile cercare di Monica Matticoli

8458434 2853631 Vorrei dire quello che penso dell'ultimo lavoro di Monica Matticoli. Perché il libro in questione, L'irripetibile cercare, che l’editore Oèdipus presenta unito al disco L’essenza dell’io, mi sembra proprio uno di quegli esperimenti di cui si deve parlare, nel bene e nel male, nel merito e soprattutto (ça va sans dire) nel metodo.

Distribuiti in tre sezioni, i testi che compongono il libro si presentano di fatto come un grande flusso di immagini da cui emerge una voce, un io femminile rivolto a un tu maschile, per convocarlo in una comune risalita verso la fondazione di un’identità. I riferimenti all’origine, alla creazione, alla nascita corrono dall’inizio alla fine del libro, fino al titolo, Così come si schiude il corpo al mondo, del testo che precede la chiusura (affidata alla traduzione della Poesia d’amore di Carole Ann Duffy). Ma a tratti sembra che l’unica creazione possibile consista nell’infiorescenza di materia (organica e inorganica), cioè non nella creazione ma nell’espulsione, oppure nel trituramento, nell’ossificazione, toccando esiti che sembrano addirittura collocarsi in uno scenario post-umano (penso ai «due scheletrini in decoupage» di Pryp’jat’).

Eppure la ricerca del senso è affidata al fuoco della relazione fisica – e da qui l’amore, invocato, cercato, rivendicato. Il tu è portato dentro il processo di individuazione, dentro la costruzione dell’identità: se un mito di fondazione si cerca qui di costruire è quello di una nuova identità relazionale, a due voci: femminile e maschile, scrittura e canto, materia verbale e fisicità vocale.

Perché leggere "Gli indifferenti" di Alberto Moravia

GliIndifferenti2 Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

“Mamma sta vestendosi”, ella disse avvicinandosi “e verrà giù tra poco”.

“L’aspetteremo insieme”; disse l’uomo curvandosi in avanti; “vieni qui Carla, mettiti qui”. Ma Carla non accettò questa offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori  e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese: un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnuolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava in su e in giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guancie illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione.

“Resti a cena con noi?” ella domandò alfine senza alzare la testa.

“Sicuro”, rispose Leo, accendendo una sigaretta; “forse non mi vuoi?” Curvo, seduto sul divano, egli osservava la fanciulla con una attenzione avida: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle di ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile.

‘Eh che bella bambina’; egli si ripetè ‘che bella bambina’. La libidine sopita per quel pomeriggio si ridestava, il sangue gliene saliva alle guancie, dal desiderio avrebbe voluto gridare.

(Da A. Moravia, Gli indifferenti, Nota critica di A. Grandelis, Milano, Bompiani, 2017, pp. 7-8)

Anatomopatologia di una vita lavorativa: l’ipotesi di Giorgio Falco

8035446 Fin dalla copertina – dove campeggia il “prelievo” da una fototessera ripresa a distanza di trent’anni e illuminata da un cono di luce – Giorgio Falco si presenta nel suo ultimo libro come un anatomopatologo «in un laboratorio di esperimenti» (p. 263) e il documento a cui può attingere per la ricostruzione della sua ipotesi sulla sconfitta del lavoro è il libretto rilasciatogli dall’ufficio di collocamento «ubicato nella palazzina di fianco alla scuola elementare […] in cui […] fino a una dozzina di anni prima giocavo durante le ricreazioni» (p.114). Il motivo di interesse di questo recente memoir -  Ipotesi di una sconfitta – è dunque suggerito fin dal titolo, allusivo a un’implosione del mondo del lavoro che va ben oltre l’autore e che coinvolge l’intera nazione, contrapponendo l’Italia del boom economico a quella contemporanea.

Tale polarità trova la sua rappresentazione esemplare fin dal primo capitolo, dedicato alla figura del padre. Emigrato a Milano dalla Sicilia a metà degli anni Cinquanta, il padre di Falco ha esercitato per tutta la vita il medesimo lavoro, presso la medesima azienda, l’Atm (Azienda trasporti milanesi), dapprima guidando gli autobus lungo la linea extraurbana del Naviglio Grande, in seguito come impiegato nella stessa azienda. Ha portato avanti la professione di autista con puntualità quasi maniacale («era ossessionato dall’orario, […] era come se accompagnasse regnanti il giorno dell’investitura» p.5), affascinato dalle voci alle sue spalle – all’alba quelle degli operai seguite, al turno successivo, da quelle degli impiegati, dei commessi, degli studenti. Questa lunga fedeltà, coronata negli anni Ottanta dalla festa di pensionamento organizzata nel deposito dei bus con altri due colleghi e di cui l’autore conserva il filmino, restituisce, a distanza di tempo, «un pezzo di Novecento che scompariva» (pp. 33-35). La figura del padre, sempre identica a se stessa, abitudinaria, fedele non solo al deposito ma anche al gruppo di colleghi che lì intorno orbitano, aleggia su tutte le esperienze successive del figlio – il trait d’union è rappresentato dalle utilitarie che il padre, ormai in pensione, presta al figlio per i suoi svariati impieghi -  e funge da contraltare rispetto al destino lavorativo frammentato dell’autore: da lavorante a cottimo per l’assemblaggio di spillette a venditore porta a porta di abbonamenti a La Repubblica, da commesso in un outlet a rappresentante di scope in saggina, da magazziniere a istruttore di una squadra di basket, fino al “salto” in una ditta di telefonia negli anni in cui il traffico telefonico mobile è agli albori («Ancora una volta, un lavoretto, uno stipendio minimo, - registra lucidamente Falco -  ma con una serie di benefit, come l’assistenza sanitaria ereditata dal Novecento quasi finito senza che me ne rendessi conto» (p. 251)). Il suo rimpallo da un lavoro all’altro dà il senso del progressivo ma inesorabile passaggio a un’epoca nuova, in cui quella del padre risulta sconfitta, superata e in cui a sparire non è tanto il mito del posto fisso quanto piuttosto quello del lavoro percepito come “casa comune” in cui le aspirazioni del singolo coincidono con quelle dei colleghi, tra i quali si istituiva una forma di solidarietà.

“Narratori d’oggi”. Un bilancio provvisorio

 

len 20170120 0066 Si conclude con questo bilancio, necessariamente provvisorio per la vicinanza con cui si guarda al presente, il ciclo di interviste dal titolo “Narratori d’oggi” inaugurato la scorsa primavera e che ha coinvolto alcuni tra le autrici e gli autori più rappresentativi del panorama letterario contemporaneo.

Al termine del ciclo di interviste dal titolo “Narratori d’oggi” che ha coinvolto alcuni autori e autrici rappresentativi del panorama letterario contemporaneo (Affinati, Covacich, Janeczek, Missiroli, Pugno, Ricci, Santoni, Sarchi, Tarabbia, Tuena,Valenti) può risultare di una qualche utilità tentare di ricavare dalle diversissime risposte un bilancio provvisorio. Le domande hanno sollecitato gli scrittori a pronunciarsi su questioni inerenti sia le forme testuali che il campo culturale e letterario: i generi, la lingua e lo stile, i temi, la continuità o la rottura con i modelli del passato, la latitudine più o meno “civile” del mestiere di scrivere e la sua funzione didattica. L’esame delle risposte mette in rilievo alcune costanti e molte varianti dell’autocoscienza autoriale che, in fieri, possono aiutare a fare il punto sull’idea di letteratura che circola oggi fra gli scrittori di prosa italiani.

Va rilevato innanzitutto che l’avversione degli autori contemporanei nei confronti di dichiarazioni di poetica – attestata da Andrea Cortellessa nella sua Introduzione all’antologia La terra della prosa (Orma Editore, 2014) - è più apparente che reale: le interviste pubblicate ci dicono che ciascuno degli autori segue una precisa direzione, consapevole di scelte di campo, di genere e di stile. E che le dichiara apertamente.

Una forte difformità riguarda la scelta dei temi. Lungo un’ideale scala graduata, da un massimo di prossimità e a un massimo di lontananza da referenti di realtà attuali e storici, figurano come campi tematici prediletti: “La storia d'Italia […] le disuguaglianze sociali e il malessere psichico che queste determinano. E il racconto della nuova lotta di classe in epoca neoliberista”, (Valenti), “l’attività di insegnamento della lingua italiana ai ragazzi immigrati” (Affinati); “Le migrazioni e gli incontri con l’altro nel mondo globalizzato, pieno di solitudini, frontiere e smottamenti creato dalla modernità”(Janekzec); “il rapporto tra realtà e finzione” (Tarabbia); “l’essere umano diviso fra natura e cultura e l’attenzione verso il pensiero filosofico ecologico, il rapporto con la Terra” (Sarchi); “l’ossessione per il confine tra naturale e umano”, per le “strategie per combattere l’apocalissi, la scomparsa, la perdita” (Pugno); “L’amore, la morte e Dio […] tre grandi direttrici universali” (Ricci); “il tema del padre […] il tradimento e l’inganno, il segreto e soprattutto il riscatto” (Missiroli); infine la marginalità rispetto al presente, rappresentata da “artisti rinascimentali, Shoah, esplorazioni antartiche, musicisti romantici” (Tuena).

La vera zona contesa, tuttavia, sembra essere data dal campo di tensioni tra scelte o preferenze inerenti la legittimità e efficacia della finzione (a cui si possono associare anche le difformi valutazioni della fortuna o invadenza dello “storytelling”) e la funzione civile o responsabile della scrittura. I differenti posizionamenti riguardano, in fondo, le questioni novecentesche del “realismo” - che serpeggia in filigrana e che viene citato dal solo Valenti con l’espressione “realismo affettivo” -, del nesso autobiografia/invenzione e dello statuto di verità in un libro in rapporto al narratore. Anche in questo caso si va da un massimo di distanza a un massimo di favore accordati alla “sospensione dell’incredulità” come strumento di conoscenza. Mauro Covacich - considerato con Siti come uno dei maggiori rappresentanti dell’autofiction italiana - dichiara “Non credo nell’autofiction, credo nell’autobiografia. […] Lo slittamento inevitabile da persona a personaggio non mi esime dalla responsabilità di scavare nella persona. Anche l’io narrante di Se questo è un uomo diventa un personaggio”; Tarabbia ritiene invece che non fiction e autofiction “siano il modo in cui il nostro tempo ha deciso di raccontarsi” ed esibisce come modelli Javier Cercas, Emmanuele Carrère e Truman Capote. Affinati prende a fondamento della sua scrittura “un’esperienza che, nel momento della composizione, sent(e) come vera”. Viceversa autori come Pugno, Sarchi o Ricci propendono nettamente per la forza delle finzioni: se “le sperimentazioni” di Ricci “nascono tutte all’interno del vecchio principio secondo cui la letteratura è fatta di storie totalmente inventate”, la “forza di uno scrittore”, per Sarchi, sta “nella sua capacità di trasfigurazione della materia trattata, sia che la trasfigurazione consista in un’illusione ottica che la faccia sembrare più vera del vero, o più onirica e fantastica dei sogni”. Infine Santoni torna a ricordare che “nel momento […] in cui entra in campo un processo artistico, ecco che siamo di fronte a un’opera di finzione, non importa quanto sia basata sul reale. Il romanzo è meticcio per natura […] nasce infatti ibrido, i primi romanzi moderni sono romanzi filosofici o romanzi picareschi con tratti enciclopedici”.

Poesia come estasi vocale. Un dialogo con Rosaria Lo Russo

silvia cassioli rosi performer basic 1 a cura di Marianna Marrucci

 Ripubblichiamo una nostra intervista del 2016 a Rosaria Lo Russo, vincitrice con Controlli (link della recensione) del Premio Pagliarani 2017.

A gennaio di quest'anno è uscito un tuo libro importante, Nel nosocomio (Effigie), di cui avevi dato una piccola anticipazione cinque anni fa (Nel nosocomio, Transeuropa). Il libro è un'allegoria dell'Italia degli ultimi decenni: un paese stordito e violentato dal trash. Mi sembra che la chiave di volta dell'intera costruzione allegorica stia nella gestione delle postazioni discorsive. La prima parte contiene un insieme indistinto di voci autoreferenziali: “vivi morti” che monologano, incollati dentro il nosocomio, per esprimere solo una placida rassegnazione del desiderio e un ostentato appagamento nel mito dell'amortalità. Al mondo del nosocomio («sopra») fa da negativo quello del dormitorio («sotto la collina»): un altro non luogo, eretto a suon di abusi, da cui tuttavia si alzano voci distinte, quelle dei “morti vivi”, ciascuno con una propria storia di violenza e di ingiustizia da raccontare. Quanto è importante, in questo libro e in tutta la tua poesia, l'attenzione per i luoghi e per le voci che li abitano?

Nel nosocomio è un libro che vorrebbe diventare teatro, spazio scenico, se non addirittura video. La pagina non è un luogo mentale, ancorché teatrale, come in Comedia, ma luoghi allegorici, realisticissimi peraltro, in cui o da cui parlano personaggi-prosopopee, tipi essenziali, per dirla alla Pirandello, modelli figurali, gente comune tipizzata: personaggi. Infatti il luogo, lo spazio entro cui o da cui emergono le voci, per la prima volta nella mia storia testuale, è primario rispetto alle voci stesse oltre che rispetto alla pagina scritta. L’immaginario si è orientato, proprio come dici tu, intorno alle postazioni da cui parlano le voci dei vivi morti e dei morti vivi, categoria questa alquanto porosa, scivolosa, come il bordo infido di una piscina: una delle intuizioni più angosciose è nella non decifrabilità della condizione esistenziale dei tipi, morti in vita o vivi in morte: condizione antropologica classica del personaggio teatrale. Non si sa con precisione insomma di quali individui siano le voci e dove realmente si collochino, se nel basso del dormitorio, che è un basso a volte alto (simbolicamente), o nell’alto del nosocomio, che è molto più spesso un basso (simbolicamente). Le tre sezioni in cui questa novella pseudoparodia dantesca suddivide il libro sono demarcazioni fittizie e contigue fino alla mescolanza, spazi di frodolenza. Il Luogo di sottofondo è una melma acquatica, una palus putredinis. Si dice Non luogo la sezione di mezzo fra le due, Nel nosocomio e Dal dormitorio, in quanto breve svincolo fra le due parti, picciola burella insignificante, apparentemente: luoghi reali del mio quotidiano fanno da sfondo all’immaginario in cui le voci accadono: è Non luogo lo spazio in cui accade lo smarrimento, la cognizione del dolore. Nella mia poesia da sempre sono i luoghi del quotidiano, e della memoria, che sono gli stessi, una Firenze oltrarnina e una Calabria-casa di campagna, gli spazi della cognizione del dolore. Se in Sanfredianina la mia Firenze oltrarnina era un bene comune vivido, se in Comedia era il luogo della lingua padre dantesco-gaddiana, in Crolli questi luoghi del quotidiano e della memoria sono… crollati, si sono adeguati alla fine della città e della campagna novecentescamente intesi come spazi condivisi, civis-polis, hanno smesso di generare mitopoiesi e sono diventati spazi anonimi (non luoghi) tipici del nuovo secolo, che pare abbia dimenticato il tempo a favore di un eterno presente, un blocco infernale smemorato. Nel nosocomio sono spazi anonimi allagati e marci, alluvionati, sommersi nella melma acquitrinosa della banalità del malessere-benessere diffuso e mortuario dell’occidente tramontato, anzi terremotato, anzi alluvionato, anzi webbizzato.

Narratori d'oggi. Intervista a Marco Missiroli

missiroli905 675x905 A cura di Morena Marsilio

Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Non fiction e autofiction: l’errore sta nel calibrare le narrazioni secondo questi due generi, anche secondo questi due generi. L’errore è calibrare tutte le narrazioni secondo un genere preciso. Una volta c’era soltanto il giallo, c’era la saggistica e c’era la narrativa. Adesso le varie forme di narrativa si sono sottoraggruppate. Il grande errore critico, a mio avviso, è quello di strutturare le forme narrative che dovrebbero, invece, essere raggruppate secondo un senso stilistico, di lingua come facevano Pasolini, Morselli, Gadda e non sulla base del genere, fiction/autofiction. Questa distinzione conta poco: ogni volta che mettiamo un margine, una barriera a una forma narrativa noi la indirizziamo verso quella forma narrativa anche se non le era propria e questo limita tantissimo un fattore cruciale che è la percezione del lettore, non quella dello scrittore. L’errore sta dunque nel non distinguere le due percezioni, quella di chi legge e quella di chi scrive: quest’ultimo può aver deciso di fare un libro di autofiction ma chi lo legge può non averlo capito o può non averlo recepito come tale. Analogamente chi scrive può non aver definito a che genere voleva che il suo libro appartenesse e magari si è avvicinato in parte all’autofiction e subito allora viene classificato in questo modo e questo è un errore. Pertanto non mi stanno bene le due categorie, né l’una né l’altra. Questo uso di operare per nette distinzioni di generi è esploso perché ci sono stati casi di successo negli ultimi anni: Così l’autofiction – vedi Emmanuel Carrère – o la non fiction – vedi  ancora Carrere o Michel Houellebecq,  o forme di memorie narrative come Annie Ernaux-  ha spinto molti altri a voler fare questa rappresentazione perché apparentemente è più semplice: c’è la  prima persona singolare, c’è un misto tra realtà che ti guida e non realtà che ti rende libero e ciò fa sì che una forma ibrida sia meno faticosa. Se queste categorie fossero valide, allora si sarebbe dovuto categorizzare come esempio di autofiction La vita agra di Bianciardi e lo stesso dicasi per molti altri: invece era semplicemente Bianciardi. L’errore madornale, a mio avviso, è quello di volerlo classificare da qualche parte.

Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori

efemeridi copertina Scrivere un libro è anche assumersi delle responsabilità. E ancor di più deve esserlo se il libro che si è deciso di scrivere, o che si è “chiamati a scrivere”, riguarda vite e brevi momenti dell'esistenza di altri autori. Un lavoro tanto rischioso quanto più noti sono gli scrittori-totem che si mettono su pagina. Difficile trovare un proprio punto d'osservazione; difficile decidere se raccontarli in maniera distaccata oppure esageratamente appassionata. Un rischio, come detto, che non ha spaventato Cesare Catà, scrittore, docente e performer teatrale da poco in libreria con “Efemeridi”. “Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori”, come da sottotitolo, è un libro nato in parte da articoli per il web, con alcuni di questi profili d'autore già pubblicati da Catà sulle pagine dell'Huffington Post e raccolti poi assieme ad altri da Aguaplano editore nella sua nuova collana Glitch, ambiziosa e riuscita nella sua veste con rilegatura a vista. Ritratti che squarciano un mondo, che fissano sentimenti e sensazioni più che coordinate temporali, e che trovano altra vita anche oltre le pagine del libro, negli spettacoli che lo stesso Catà porta in giro per l'Italia, dedicandoli ai “propri” autori. Passeggiando nelle librerie è facile accorgersi come libri che raccontano scrittori, anche o non solamente in forma strettamente biografica, siano diventato un genere piuttosto frequentato.

Cercando una via d’uscita dalle macerie. Sulle ultime poesie di Salvatore Ritrovato

9788899868178 0 0 0 75 «Ancor gustate qualche leccornia / di quest’isola, quale non vi lascia / le cose vere scerner dalle false»

(William Shakespeare, La Tempesta)

«Il mare è qualcosa d’indeterminato, illimitato, infinito, e l’uomo, sentendosi in mezzo a questo infinito, è incoraggiato a varcarne il limite» (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia)

Benjamin e le rovine

Riprendendo il filo della prima raccolta, Quanta vita (1997), l’ultima silloge di versi di Salvatore Ritrovato (Cercando l’isola, Fiorina, Varzi 2017) torna a proiettare il senso dell’opera su un orizzonte esistenziale di immagini e situazioni legate alla navigazione. L’ombra di Walter Benjamin, benché il suo nome risulti assente dalla grande messe di citazioni che affollano i versi, si staglia forse piu di ogni altra sullo sfondo delle pagine, come una tela su cui si accingono a prender forma i più svariati moti d’animo. L’adesione a tale orizzonte sembra essere, invero, sia filosofica che estetica. Filosofica giacché l’idea di realtà che i componimenti lasciano intravedere, rassomiglia per molti aspetti a quella di un arido deserto o di un cumulo di rovine. Estetica in quanto, come Benjamin riteneva, il presente appare talmente frammentato e parcellizzato che per restituirne l’unità, ovvero per attingere una qualche forma di universale, sembra non si possa far altro che ricorrere all’allegoria. Ma vi è un terzo elemento che ci riconduce ancora entro il quadro prospettico del filosofo tedesco, e che costituisce, in qualche modo, una delle chiavi con cui prepararsi ad aprire il forziere di questi versi: l’ostinato rifiuto ad accettare deserto e rovina come traguardi ultimi dell’umanità, la risoluta perseveranza con cui viene ricercata spasmodicamente quella che per l’appunto Benjamin designava come una via d’uscita dalle macerie.

Il Vangelo secondo il ragazzo

 

il vangelo secondo il ragazzo Giovedì 31 agosto 2017 è uscito in libreria e on-line Il Vangelo secondo il ragazzo. È un romanzo, lo pubblica Castelvecchi editore. Nel Vangelo di Marco, la notte del Getsemani, compare accanto a Gesù di Nazareth un misterioso ragazzo. Di lui non si sa nulla, né chi sia, né perché sia lì. Di lui non si parlerà più nel testo biblico. Questo è il racconto della sua vita, di quella che avrebbe potuto essere o forse è stata. Scrivere questo libro è stato anzitutto conoscere il testo evangelico, provare a entrarci dentro per una via laterale, la via dell’immaginazione personale, la via della letteratura. È stata un’esperienza bella e complessa. Ringrazio la redazione del blog per avermi offerto la possibilità di pubblicare un estratto della terza parte del libro.

Roberto Contu

 

Khamsin

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra.

«Ecco giunge il Khamsin», imprecò un vecchio scrutando lontano con gli occhi. Il cielo di Gerusalemme si oscurò di folate di sabbia e vapore umido. L’aria divenne pesante e irrespirabile. Gli uomini si coprirono le bocche con le maniche della tunica, serrarono gli occhi. Secco e rovente il vento sconvolse con le sue cariche le palme come canne fragili.

Tra nobile intrattenimento e patto di sorellanza: L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

arminuta Affacciandosi dalle “soglie” a  L’arminuta di Donatella di Pietrantonio – opera vincitrice della 55° edizione del Premio Campiello – colpiscono alcuni elementi paratestuali che il romanzo sembra avere in comune con L’accabadora (2009) di Michela Murgia, che si è aggiudicata lo stesso premio qualche anno fa: dall’immagine di un’adolescente in copertina, caratterizzata da un forte chiaroscuro al titolo dialettale, volto a prefigurare l’immersione in luoghi antropologicamente connotati da usanze ormai desuete. Se l’«accabbadora è colei che finisce», ossia la donna che pietosamente dona la dolce morte, «l’arminuta» è «la ritornata», la ragazzina restituita alla famiglia biologica dopo l’affido. Nell’uno e nell’altro caso risultano centrali l’ambientazione in zone remote della penisola e il racconto della prassi, un tempo assai radicata nelle famiglie numerose, di cedere ad altri i figli che altrimenti sarebbero cresciuti in condizioni di indigenza.

La recente vittoria de L’arminuta, che ricorda anche nei numeri quella della Murgia (la giuria popolare dei trecento lettori anonimi  - la cui composizione cambia ogni anno - ha assegnato 119 voti a L’Accabadora nel 2010 e 133 voti a L’arminuta nel 2017), ci induce a interrogarci sulla fortuna di queste narrazioni che Simonetti non esiterebbe a definire «di nobile intrattenimento» e nelle quali elementi di «impegno civile e citazioni colte» convivono con «forme di intrattenimento mediocre, più imperialistiche e più easy» (G. Simonetti, La letteratura circostante in http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-07-30/la-letteratura-circostante-081336.shtml?uuid=AEIvqF6B). Sono queste, infatti, a garantire al lettore l’evasione in un mondo riconoscibile, “esotico” nel suo regionalismo (l’Abruzzo per Di Pietrantonio; la Sardegna per Murgia) ma rassicurante e che si tiene lontano da quel “ritorno al reale” che ha caratterizzato tanta parte della narrativa degli ultimi anni.