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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere questo libro: Le variazioni Reinach di Filippo Tuena

reinach A complemento dell’intervista a Filippo Tuena oggi proponiamo nella rubrica Perché leggere questo libro l’incipit del suo romanzo “Le variazioni Reinach”, uscito nel 2005 e riedito nel 2015, e un approfondimento sul libro.

Variazione su una visita al museo

La vede salire lo scalone e attraversare i saloni deserti e come una perfetta padrona di casa controlla ogni cosa, passa la mano sopra i ripiani delle commodes, scorre le dita tra gli intagli delle cornici, sistema col piede gli angoli dei tappeti arricciati e prima di lasciare ogni ambiente si volta per accertarsi che tutto sia in ordine e il suo sguardo ha un’espressione accigliata e fredda, in contrasto con i suoi sentimenti che sono di grande rimpianto e di profonda malinconia.

Ogni stanza le ricorda un evento che appartiene al passato irrecuperabile perché sa che ha ancora poco tempo a disposizione mentre avrebbe voluto spendere tutta la notte ricordando il tempo trascorso o forse ancora più tempo, magari una notte intera per ogni salone, una notte intera per ogni oggetto, per ogni ricordo, per ogni immagine e invece dovrà fare in fretta nei pochi minuti che durerà quest’ultima ricognizione che le sembra sempre più troppo frettolosa perché abbandona la sua casa come se avesse commesso un peccato anche se non è così e per questo è rigida e severa perché sta esaudendo la volontà di suo padre con un dolore profondissimo che le attanaglia il cuore.

Nel ricordo intravede i suoi figli correre per la galleria, scendere di corsa il grande scalone, ridere mentre giocano nel giardino e ritornano le voci della servitù sommesse a volte timorose e in qualche caso sguaiate mentre un rumore meccanico le rammenta il rassicurante procedere del montacarichi che portava le pietanze in sala da pranzo e l’innaturale voce di suo padre, quel suo accento orientale e il tono esagerato molto alto o impercettibile a volte, come se egli non sapesse modulare la voce e poi ricorda i pochi attimi d’intimità col marito legati ai primi tempi del matrimonio e si stupisce che siano quelli e non altri i ricordi che ricorda come le lunghe e interminabili sere quando lei, Léon e suo padre parlavano nel salone alternando grandi silenzi e ricorda il suono del pianoforte di suo marito, quelle melodie scheletriche, intellettuali ma molto romantiche, un poco artificiose che si perdono in quel palazzo troppo grande e troppo vuoto perché troppo distanti sono le memorie e le immagini e sa che non potrà mantenerle vive per il futuro che le si offre dinnanzi come un paesaggio sconfinato e nebbioso.[…]

Narratori d'oggi. Intervista a Filippo Tuena

filippo tuena ecco perche ho riscritto le variazioni reinach3a cura di Morena Marsilio

Oggi inauguriamo un ciclo di interviste dal titolo “Narratori d’oggi” che coinvolge alcuni tra gli autori e le autrici più rappresentativi del panorama letterario contemporaneo. L’intervista sarà seguita, il giorno successivo, dalla pubblicazione di una recensione o di una scheda della rubrica “Perché leggere questo libro” dedicata a un romanzo del narratore in questione.

Intervista a Filippo Tuena

1. Sui generi letterari

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

FT - Ho iniziato a pubblicare narrativa nel 1991. In quegli anni la questione non fiction non era neppure accennata (o non ricordo che lo fosse). C’era sempre il modello di ‘A sangue freddo’ ma in qualche modo, ormai cristallizzato. Romano Bilenchi scriveva brevi racconti autobiografici, Parise faceva qualcosa del genere, Nuto Revelli lavorava sulla memoria storica. Questi erano gli scrittori italiani che amavo allora ma non avevo ancora affrontato la questione come autore. In quegli anni la mia era, essenzialmente, narrativa d’invenzione, ambientata in luoghi reali, che appartenevano al mio passato o al mio presente: gallerie antiquarie, case d’asta, biblioteche. Il protagonista di quelle storie, scritte in prima persona, si chiamava come me. Ovvero: ero io alle prese con vicende relativamente plausibili ma immaginarie. (A dire il vero in qualche caso intervenivano fantasmi o licantropi; dunque l’aspetto immaginario era molto presente ma dato come assolutamente normale). Mi ponevo tuttavia il problema del rapporto tra la realtà e la finzione che si sviluppa sulle pagine di un libro. Alla fine i due aspetti sono andati a coincidere in una narrativa che trae origine da dati reali. Col tempo mi sono dedicato a scrivere questa vicende, a cercare di dar voce a personaggi realmente vissuti. Ne è venuto fuori un ibrido, che si vivifica soprattutto nel rapporto tra narratore e materia del suo narrare e nell’impatto che avviene quando una storia trova il suo narratore. I frantumi che se ne ricavano sono l’argomento dei miei libri. 

Stupore e contemplazione in Cieli celesti di Claudio Damiani

cieli celesti light 1Che cosa non troverà, il lettore, nei recenti Cieli celesti di Claudio Damiani? Innanzitutto nessuna facile cantabilità, e nessuna ricerca dell’effetto di stile, dell’oltranza linguistica, dello scarto dalla norma: la sua poesia, in perfetta continuità con la raccolta precedente (Il fico sulla fortezza, Fazi, 2012), torna a interrogarsi sull’ordine stesso delle cose con un andamento ragionativo ma piano e affabile. Il poeta per Damiani è in effetti un «investigatore», una via di mezzo tra un filosofo e uno scienziato che si pone ancora e sempre le stesse domande su tempo, natura, ruolo dell’io nel cosmo. La storia, gli eventi della cronaca o della vicenda esistenziale del poeta sono banditi dall’orizzonte poetico: lo spazio lasciato libero è occupato dallo scorrere del tempo, inteso nella sua dimensione sincronica dove le ore come i millenni sono di fatto irrilevanti rispetto dalla dimensione assolutizzante del Tempo. Come ha rilevato Silvio Perrella, Damiani è un poeta che «cerca nei tempi il Tempo»: i suoi versi sono animati da una inesausta ricerca di un ubi consistam capace di superare la barriera dei secoli, una volontà di giungere a un nocciolo essenziale delle cose, alla loro natura ultima ed eterna. Che cosa in effetti distingue il 2012 dall’816 a.C.? Il cielo che ci sovrasta e l’intimo della nostra coscienza sono immutati, o meglio: sono sempre gli stessi nonostante il continuo mutare. Il monte Soratte che ogni giorno un poco “diminuisce” perché l’aria e l’acqua ne consumano la roccia porosa è l’emblema più forte messo in scena da Damiani in una sequenza di dialoghi immaginari tra l’io e il monte, dove la perdita è sinonimo di possibilità, di dono di sè:

diminuire ogni giorno non mi dispiace,

è l’energia che consumo, è il mio stesso vivere,

preferisco diventare pianura come tutti gli altri monti

che restare uguale per sempre

come in una campana di vetro.

Dimmi sì o no

munro IMG 3379 rosa Traduzione e introduzione di Valentina Fedi

Something I’ve been meaning to tell you è la seconda raccolta di Alice Munro. Pubblicata in lingua originale nel 1974, è disponibile in lingua italiana da novembre 2016 con il titolo Una cosa che volevo dirti da un po’.

Il mio progetto di traduzione nasce dalla voglia di trasmettere in italiano la stessa potenza narrativa che questa grande scrittrice riesce a comunicare nell’originale. Il risultato è una versione diversa rispetto a quelle disponibili sul mercato: più fedele allo stile di Alice Munro dal punto di vista sintattico e lessicale e proprio per questo motivo emotivamente più coinvolgente per il lettore.

Dimmi sì o no rappresenta il culmine dei tre racconti: i confini non esistono, tra realtà e finzione, tra corpo e mente. Il lettore è libero di interpretare e trovare in questa storia esattamente quello che sta cercando.

Dimmi sì o no

Continuo a immaginarti morto.

Anni fa hai detto di amarmi. Anni fa. L’ho detto anch’io, ero veramente innamorata di te a quel tempo. Che esagerazione.

All’epoca ero una ragazzina, ma non me ne rendevo conto perché i tempi erano molto diversi da quelli di oggi. All’età in cui adesso le ragazze si fanno allungare i capelli fino alla vita, fanno viaggi in Afghanistan, passano – o almeno così sembra a me – sinuose come anguille attraverso i loro vari, innocenti e transitori amori, io me ne stavo assonnata a lavare pannolini, con indosso una vesteglia di velluto rosso, sempre bagnata all’altezza dello stomaco; spingevo una carrozzina o un passeggino lungo il marciapiede verso il supermercato (succedeva talmente spesso da essere diventata un’abitudine: senza il loro sostegno sentivo le braccia così alleggerite da darmi fastidio, il peso del mio corpo doveva come essere ridistribuito e pendeva tutto all’indietro), la sera mi mettevo a leggere qualcosa e poi mi addormentavo sul divano. Veniamo compatite per aver fatto questo tipo di noiosi lavori in passato, noi donne della mia età, ci autocommiseriamo, ma a dire la verità non erano poi sempre così male, a volte era piacevole: i lavoretti abituali, la piccola gioia di caffè e sigaretta, il disperato, divertente, formale scambio di opinioni con altre donne, i bei sogni fatti mentre dormivamo.

Il perdono in famiglia

munro mani 2011 Traduzione e introduzione di Valentina Fedi

Something I’ve been meaning to tell you è la seconda raccolta di Alice Munro. Dopo essere stati a lungo ingiustamente sottovalutati, questi racconti sono disponibili in lingua italiana da novembre 2016 con il titolo Una cosa che volevo dirti da un po’ e traduzione di Susanna Basso.

Il mio progetto di traduzione nasce otto anni fa e si concentra su tre dei tredici racconti che fanno parte della raccolta: Qualcosa che ho sempre avuto intenzione di dirti, Il perdono in famiglia e Dimmi sì o no. Questa traduzione vuole rispettare la personalità e lo stile dell’autrice attraverso una trasposizione fedele, che riesca a trasmettere in italiano l’immediatezza lessicale e la potenza narrativa dell’originale.

Tre storie, tre protagoniste: integerrime, fragili, tenere, spietate.

Dislocazioni in bilico sul filo. Su Controlli di Rosaria Lo Russo e Daniele Vergni

14976837 1840571759497911 5792148758575911140 o Arriva, finalmente, Controlli (libro + dvd, Mille gru), che Rosaria Lo Russo firma insieme a Daniele Vergni: due autori per un dittico poematico e un mediometraggio in due tempi; due prosopopee per una voce multiforme, quella di Rosaria Lo Russo, e due sguardi speculari, quelli del tuffatore Klaus Dibiasi e del poeta persiano Hāfez di Shiraz.

L’opera è fatta di due videopoemetti, Ilcontrolloredivolo e IlcantodiHāfez, composti ed eseguiti da Rosaria Lo Russo - per la prima volta nella sua esperienza artistica - specificamente per video, attraverso un dialogo serrato con Daniele Vergni, che del video è autore.

Leros: l’isola degli ingovernabili e degli apolidi – Recensione a “La prima verità” di Simona Vinci

vinci La prima verità (2016) di Simona Vinci  - vincitore, tra gli altri riconoscimenti, del Premio Campiello e del Premio Volponi - è un romanzo nato da un’incubazione di otto anni e caratterizzato da una complessa stratificazione di generi, di voci narranti, di piani temporali, tutti convergenti sul tema del trattamento della malattia mentale. La sua struttura composita è evidente fin dalla presenza di un esordio rallentato, una sorta di andante in tre tempi coincidente con tre prologhi la cui funzione è quella di guidare il lettore, in poche pagine “iniziatiche”, a individuare i filoni narrativi che si intersecano nei capitoli veri e propri.

Non ti scordar di me, il primo prologo, invita a individuare la parte autobiografica della vicenda, per quanto Vinci precisi che «la voce narrante del romanzo che parla in prima persona […] sono e non sono io» (p.378). La bambina «ineducabile […] e pericolosa per sé e per gli altri» (p.9) che l’autrice è stata riemerge nella sua memoria grazie a una foto che, nel luglio del 1970, destò scandalo su «L’Espresso»:

Se fossi nata solo cinque anni prima del 1970, in un altro contesto sociale, avrei potuto essere io quella bambina nuda, legata con cinghie di contenzione a un lettino spinto contro i margini dell’abisso dove, se precipiti, non ci sarà nessuna mano ad afferrarti. (S. Vinci, La prima verità, cit., p. 9)

Il secondo prologo – L’ultimo a morire è il corpo – ricorda come da sempre la diversità, sgradita al consorzio umano, sia stata confinata sulle isole: matti, criminali e dissidenti politici sono stati gli abitanti “naturali” e al contempo coatti di luoghi da cui era pressoché impossibile tentare la fuga.

Perché leggere questo libro: I detective selvaggi di Roberto Bolaño

2b387f0c39b016eb738743c634eb01d7 w600 h mw mh cs cx cy Che cosa vide la maestra? Vide un letto di ferro, un tavolo pieno di carte dove si ammucchiavano, in due pile, più di venti quaderni con la copertina nera, vide i pochi vestiti Cesárea appesi a un filo tirato da una parte all'altra della camera, un tappeto indio, un comodino e sul comodino un fornello a paraffina, tre libri presi in prestito dalla biblioteca di cui non ricordava il titolo, un paio di scarpe senza tacco, della calze nere che spuntavano da sotto il letto, una valigia di cuoio in un angolo, un cappello di paglia tinto di nero appeso a un minuscolo attaccapanni inchiodato dietro la porta, e roba da mangiare: video un pezzo di pane, vide un barattolo di caffè e un altro di zucchero, vide una tavoletta di cioccolato mangiata a metà che Cesárea le offrì e che lei rifiutò, e vide l'arma: un coltello a serramanico, con l'impugnatura di corno e la parola Caborca incisa sulla lama. E quando domandò a Cesárea a che cosa le serviva un coltello, lei le rispose che era stata minacciata di morte e poi rise, una risata, ricorda la maestra, che oltrepassò le pareti della stanza e le scale di casa fino ad arrivare in strada, dove morì. In quel momento alla maestra parve che su calle Rubén Darío cadesse un silenzio repentino, perfettamente orchestrato, il volume delle radio si abbassò, il parlottio dei vivi si spense di colpo rimase solo la voce di Cesárea. E allora la maestra vide o le sembrò di vedere una piantina della fabbrica di conserve attaccata alla parete. E mentre ascoltava le parole che Cesárea doveva dirle, parole né esitanti né precipitose, parole che la maestra preferisce dimenticare ma che ricorda perfettamente e addirittura comprende, adesso comprende, i suoi occhi percorsero la piantina della fabbrica di conserve, una piantina che Cesárea aveva disegnato, in certe zone con grande cura di dettagli e in altre in modo vago o incerto, con annotazioni ai margini anche se la scrittura a tratti era illeggibile e altrove era in stampatello e addirittura con punti esclamativi, come se Cesárea con la sua mappa fatta a mano si stesse riconoscendo nel proprio lavoro o stesse riconoscendo aspetti che fino ad allora ignorava. E allora la maestra dovette sedersi, anche se non voleva farlo, sul bordo del letto e dovette chiudere gli occhi e ascoltare le parole di Cesárea. E addirittura, anche se si sentiva sempre peggio, trovò la forza di domandarle per quale ragione aveva disegnato la piantina della fabbrica. E Cesárea disse qualcosa sui tempi che stavano arrivando, anche se la maestra supponeva che si fosse messa a fare quella piantina senza senso semplicemente per via della solitudine in cui viveva. Ma Cesárea parlò dei tempi che stavano arrivando e la maestra, per cambiare argomento, le domandò quali tempi e quando sarebbero arrivati. E Cesárea indicò una data: verso il 2600. Duemilaseicento e rotti. E poi, davanti alla risata che suscitò nella maestra una data così peregrina, una risatina soffocata e appena percepibile, Cesárea scoppiò di nuovo a ridere, anche se stavolta il fragore della sua risata rimase nei limiti della stanza.

da Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi, Milano 2014.

Ernaux, L’altra figlia

cover ernaux laltra figlia solo fronte L’altra figlia è una lunga lettera ad una sorella mai conosciuta, perché nata e morta prima della nascita della scrittrice, a soli sei anni. Di questa sorella maggiore la Ernaux non ha mai avuto notizia fino ad un afoso giorno d’estate, quando sente, casualmente, la madre che parla con una conoscente. Nell’atmosfera crepuscolare di un pomeriggio domenicale, la bambina ascolta, di nascosto, la rivelazione dolorosa ed inaspettata dell’esistenza di un’altra figlia, «morta di difterite prima della guerra, a Lillebonne», […] come una piccola santa » (p. 16), una figlia diversa rispetto a lei, «più buona». Il segreto di famiglia. Tali parole bruciano e consumano in un istante tutta l’infanzia della Ernaux, in «una fiamma muta e senza calore»; improvvisamente tutto assume una dimensione, un colore, un peso diverso, ogni ricordo del passato ed ogni momento del presente diventano elementi essenziali di un’ unica immagine in bianco e nero, immobile, sospesa, irreale. La meraviglia illumina la coscienza in un modo talmente potente da spingere la protagonista a riesaminare le immagini dell’infanzia fedelmente amate, tenacemente fissate nella memoria, a far emergere gli antecedenti inconsci.

Il racconto della madre diviene «il racconto unico» che inaugura il mondo in cui la sorella esiste «in quanto morta e in quanto santa», «il racconto che proferisce la verità» e  la «esclude».

Su Lame di Gabriele Frasca

Frasca Cover solo fronte Il Novecento, e forse anche questo scorcio di inizio secolo, si è arrovellato, da un punto di vista letterario, attorno a un unico problema: quello di risolvere la contraddizione che si instaura tra rappresentazione mimetica dell’io e della vita, che sono per loro natura pluridimensionali e mossi da forze centrifughe e dispersive (si pensi al funzionamento della psiche), e linearità della scrittura. Come riprodurre infatti la sincronicità delle pulsioni vitali e dei pensieri del soggetto con uno strumento, quello del linguaggio appunto, che prevede la successione di parole e di frasi? Era questo il punto di partenza del romanzo modernista: si pensi alla parabola joyciana, da Ulysses a Finnegans’ Wake, o agli esperimenti letterari di Beckett (le novelle ad esempio).

Se si prende le mosse da questo problema, non è tanto perché Joyce e Beckett soprattutto sono costanti compagni di strada del percorso intellettuale di Gabriele Frasca, ma perché anche la sua opera poetica può essere letta alla luce di un tentativo di stravolgere la linearità della scrittura e di fuggire da una sorta di “gabbia tipografica” (la lettura silenziosa). E a dimostrarlo una volta di più è la recente «edizione critica d’autore» di tutta la sua produzione, uscita per la collana fuoriformato (L’Orma) diretta da Andrea Cortellessa: Lame (Rime +  Lime seguite da Quarantena e Versi rispersi).