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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Su Lame di Gabriele Frasca

Frasca Cover solo fronte Il Novecento, e forse anche questo scorcio di inizio secolo, si è arrovellato, da un punto di vista letterario, attorno a un unico problema: quello di risolvere la contraddizione che si instaura tra rappresentazione mimetica dell’io e della vita, che sono per loro natura pluridimensionali e mossi da forze centrifughe e dispersive (si pensi al funzionamento della psiche), e linearità della scrittura. Come riprodurre infatti la sincronicità delle pulsioni vitali e dei pensieri del soggetto con uno strumento, quello del linguaggio appunto, che prevede la successione di parole e di frasi? Era questo il punto di partenza del romanzo modernista: si pensi alla parabola joyciana, da Ulysses a Finnegans’ Wake, o agli esperimenti letterari di Beckett (le novelle ad esempio).

Se si prende le mosse da questo problema, non è tanto perché Joyce e Beckett soprattutto sono costanti compagni di strada del percorso intellettuale di Gabriele Frasca, ma perché anche la sua opera poetica può essere letta alla luce di un tentativo di stravolgere la linearità della scrittura e di fuggire da una sorta di “gabbia tipografica” (la lettura silenziosa). E a dimostrarlo una volta di più è la recente «edizione critica d’autore» di tutta la sua produzione, uscita per la collana fuoriformato (L’Orma) diretta da Andrea Cortellessa: Lame (Rime +  Lime seguite da Quarantena e Versi rispersi).

Un affresco, o forse un mosaico. Cinque domande a Vitaliano Trevisan

trevisan 20160720 0202 A cura di Roberto Contu

1) In Works lei racconta il proprio fallimento reiterato nella precarietà lavorativa, vissuto in una generazione e in un luogo, il nord-est vicentino, che ha fatto del posto fisso e della produttività il proprio dio proprio negli anni Settanta/Ottanta. È questa condizione particolare che le ha permesso di raccontare in modo così credibile quegli anni e quell’Italia?

Non era mia intenzione raccontare “quegli anni” eccetera, ma semplicemente la storia dei miei lavori. Scrivendo, mi sono reso conto che si trattava non di realizzare un quadro, ma bensì un affresco, o forse un mosaico, e mi sono regolato di conseguenza.

2) In Works lei racconta la brutalità del lavoro, non tanto quello dell’annichilimento fisico, quanto quello della svendita della propria identità. Eppure proprio in questo modo il lavoro assume alla fine del libro il peso specifico necessario per restituirlo a un referto credibile, si depura dal rischio di narrazioni patetiche o ciniche, si ricolloca nel mistero di ciò che è: conflitto ancestrale e violento contro l’inerzia dell’esistere. Lei che ha iniziato questa lotta con il lavoro a quindici anni, a che punto si trova ora?

Attualmente, essendomi posto nella condizione di non poter fare altrimenti, scrivo per vivere – e naturalmente viceversa. Grazie a dio – dio minuscolo, giacché io non credo – sembra che la natura mi abbia fatto dono di più di un talento (o forse di uno solo, ma duttile); così posso alternare la scrittura narrativa, che è quella che mi costa più fatica, con quella drammaturgica, che è molto più leggera, se non altro perché necessita di meno parole, e in più mi permette di essere spesso sul palco, in veste di lettore o di attore; e in quest’ultimo ruolo, quello di attore, ogni tanto, ma con una certa regolarità, mi capita di essere chiamato per una qualche produzione cinematografica o televisiva. Mi ritengo un uomo fortunato.

Flâneur. The Art of Wandering the Streets of Paris

FLANEURcover Pubblichiamo la presentazione e un estratto dal libro di Federico Castigliano, The Art of Wandering the Streets of Paris.

Flâneur. The Art of Wandering the Streets of Paris

Un uomo cammina per le strade di Parigi, solo e senza una destinazione. Percorre i lunghi viali dai palazzi grandiosi, si perde tra la folla dei Grands Magasins. Abbottonato nel cappotto nero, vaga per la città irrequieto. Ma cosa cerca? Dove va? La parola “flâneur” deriva dal verbo francese “flâner” che significa “gironzolare”, “perdere il proprio tempo”. Essere un flâneur significa passeggiare libero da impegni, immergersi nello spettacolo vivo di Parigi. Flâneur insegna a vagabondare senza una meta, a perdersi nella città. Contiene alcune storie di vagabondi, di persone che hanno smarrito la strada e che hanno poi scoperto cose nuove e meravigliose sul loro percorso. Fornisce informazioni sui personaggi, gli artisti e gli autori che hanno fatto la storia della flânerie a Parigi. Il lettore ha due possibilità: una lettura consequenziale, dal primo all’ultimo capitolo, oppure una lettura libera che permette di tracciare all’interno del testo il percorso che preferisce. La regola del gioco è semplice: i capitoli dispari sono narrativi, mentre i capitoli pari sono saggistici. Flâneur è, infine, un esercizio per la mente. Insegna a immergersi nell’esteriorità, a dare meno importanza a se stessi e ai propri piccoli bisogni. Perché per ascoltare la voce del mondo bisogna in primo luogo far tacere l’io.

Tra recuperi modernisti e rilanci realistici: Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

74 durastanti cleopatravainprigione x giornali Una delle tendenze della narrativa contemporanea – lo rilevava già qualche anno fa Raffaele Donnarumma in un saggio apparso su «Allegoria» nel 2008 – è quella di conciliare senza eccessive problematizzazioni e remore istanze prettamente realistiche con eredità di stampo modernista. Il dato è quanto mai centrale per comprendere la fisionomia dell’attuale narrativa: del resto il modernismo italiano ed europeo (e dunque Svevo, Pirandello, Tozzi, e anche Joyce, Woolf, Kafka, Proust, ecc.) aveva puntato tutto su due caratteristiche: l’introspezione psicologica, che portava allo scandaglio dell’io e dunque a un’esasperata soggettività, capace talvolta di prosciugare ogni realtà circostante; e la profonda consapevolezza che il filtro narrativo e letterario – e più in generale linguistico – con cui raccontiamo storie è sempre deformante, prismatico, involontariamente deformante («Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo!» scriveva lucidamente Zeno – e Svevo – ne La coscienza). Sicché il binomio modernismo-realismo si è sempre posto in maniera problematica: non che la critica contemporanea lo abbia rescisso, ma in ogni caso lo ha dovuto sempre giustificare e ricreare, ricorrendo a formule che in qualche modo relativizzavano il secondo dei due termini (di Realismo modernista parla tra gli altri Riccardo Castellana, alla definizione di «realismo di secondo grado» ricorre Valentino Baldi, ecc.).

Gli scrittori che si impongono dagli anni Novanta, in un certo senso, rimediano a questo torto della storia: dimostrano come fra realismo e modernismo, fra volontà di parlare del mondo e consapevolezza autoriflessiva della letteratura esiste una conciliazione produttiva. Se il postmoderno era stato la rottura di questa dialettica, tutta sbilanciata sul polo della finzione e dell’autoreferenzialità, i nuovi scrittori la restaurano. Essi hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo [Donnarumma, Nuovi realismi e persistenze postmoderne: narratori italiani di oggi, «Allegoria», 57, gen.-giu. 2008, p. 27].

L’autore, il genere, il pubblico. Intervista a Stefano Dal Bianco

dal bianco 1990 30 Tra l’autunno 2014 e la primavera 2015 la Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova ha ospitato un ciclo di incontri con narratori e poeti intitolato L’autore, il genere, il pubblico, organizzato da Pier Giovanni Adamo e Marco Malvestio, al quale ha partecipato anche Stefano Dal Bianco. Il testo che segue, preceduto dal questionario che introduceva ogni incontro, è la trascrizione dell’intervento nel corso del quale il poeta ha discusso del suo lavoro e della sua idea di poesia e scrittura. L’intervista è stata condotta da Pier Giovanni Adamo, Marco Malvestio e Franco Tomasi.

Un bellissima storia, disegnata. A proposito di Fermo di Sualzo

14371963 1206253179447088 1788225000 n Questa estate ho avuto la fortuna di leggere Fermo, la graphic novel di Sualzo alias Antonio Vincenti (BAO Publishing, 2013) e l’ho trovata bellissima. L’ho fatta leggere ai miei due figli, uno adolescente, l’altra bambina e pur non capendolo tutto l’hanno giudicato un fumetto molto bello. L’ha letta pure mia moglie e anche lei ne è stata entusiasta: «che bel romanzo!» mi ha detto. Ho un terzo figlio che ancora non sa leggere, metterò nello scaffale Fermo in attesa di darglielo, curioso di capire in quale genere letterario vorrà collocare con il suo giudizio questo piccolo gioiello. Resta il fatto che Fermo di Antonio Vincenti è proprio una bella storia ed è senz’altro, volendo scomodare di nuovo l’etichettatura spesso artificiosa dei generi, una significativa storia di formazione.

La madre

madre 20061213 912 Pubblichiamo un estratto inedito del nuovo romanzo di Romano Luperini, ancora in fase di stesura,  che uscirà il prossimo anno per Mondadori.

Dall’altra stanza mi giunse nel sonno il rantolo della madre. Nello stesso istante avvertii un fastidio sul viso e sulle dita, come se qualcosa impiastricciasse le guance, le mani, il cuscino. Forse sognavo ancora.

Mi scossi, lottai per riprendere coscienza, vincere quella forza che preferiva l’inconsapevolezza.

Intervista a Paolo Zardi. XXI Secolo

 Paolo Zardi oggetto editoriale 850x600 a cura di Morena Marsilio

1. Nella tradizione letteraria italiana del Novecento ci sono alcune figure di intellettuali a cavallo tra scienza e letteratura o “stregate dalla scienza”: dal chimico Primo Levi all’ingegner Gadda, dallo Sciascia che indaga il mistero della scomparsa di Majorana all’esperto di botanica Calvino.

La prima domanda che intendo rivolgerti riguarda proprio la tua figura “ibrida” di professionista della tecnica e delle narrazioni: ti senti più ingegnere o più scrittore o credi che l’uno alimenti l’altro e viceversa? Senti di poter annoverare tra gli autori che ho citato qualcuno dei tuoi modelli?

«Un’educazione europea». In dialogo con Franco Buffoni

buffoni 20060418 1052 a cura di Maria Borio

Avrei fatto la fine di Turing (2015) è l’ultimo libro di poesia di Franco Buffoni. Alan Turing è il matematico inglese che ha dato un contributo decisivo allo sviluppo dell’informatica e dei primi calcolatori elettronici, vittima di forti persecuzioni a causa della sua omosessualità, che lo portarono al suicidio. Ma la raccolta mantiene questa figura sempre sullo sfondo: lo percepiamo come un personaggio simbolico, simulacro di una condizione interna alla maturazione della scrittura e dell’esistenza. Avrei fatto la fine di Turing mette in scena una lirica che, in assonanza con un possibile romanzo autobiografico, ruota attorno a tre poli – la figura del padre, la condizione dell’omosessualità, la figura della madre – costruendo una geometria precisa, quasi una dialettica. La trama della finzione, quella della psicologia e quella della confessione biografica sono in contatto costante, sembra che si fluidifichino l’una nell’altra. Lo si nota anche in Jucci (2014), raffinato canzoniere in mortem per la donna amata (tanto da pensare che Avrei fatto la fine di Turing e Jucci siano parti di un possibile dittico…). Una delle prime impressioni che si hanno, per tutte e due le raccolte, è che la fluidità tra finzione, psicologia e autobiografia porti a uno stato ulteriore di quelli che sono – fin da lavori come I tre desideri (1984), Quaranta a quindici (1987), Scuola di Atene (1991) – elementi centrali della tua poesia: il superamento di un’opposizione tra comico e romantico, tra ironia e natura, frequentemente legata al tema omosessuale e risolta nel Profilo del rosa (2000); e il progressivo lavoro sulla forma del libro, che in raccolte come Guerra (2005) ha acquisito anche una impostazione saggistica. Alan Turing è il controcanto simulacro di un romanzo nascosto, o di un nuovo stato della tua scrittura, che si potrebbe scoprire di poesia in poesia attraverso le ultime raccolte?

La radioterapia

 radioterapia IMG 4108 attesaSiccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, dopo La rancura ho cominciato a scrivere un nuovo romanzo, previsto da Mondadori per la primavera prossima, ma in realtà tuttora in alto mare. Dovrebbe articolarsi su due livelli, uno ambientato nei nostri giorni, l’altro negli anni novanta del Novecento, fra Mani pulite e l’attentato alle torri gemelle. Dal primo ho stralciato questa pagina che si può leggere anche ignorando il resto. Il titolo del nuovo romanzo è anch’esso un terno al lotto. Per ora mi sono venuti in mente L’ultimo decennio del secolo, molto ovvio, oppure Appuntamento con l’upupa, a causa di alcune apparizioni di questo alato, oppure Un bene mobile, riferito al corpo.

 

La radioterapia

Faceva molto caldo. Non era il caldo sano dell’estate, quello della mia giovinezza, quando sulla spiaggia il solleone del mezzogiorno anneriva la pelle e i corpi lo sfidavano correndo sulla sabbia che scottava e poi godendosi la doccia all’aperto fra ululati selvaggi e guizzi di  addominali e bicipiti sotto il gettito freddo…  No, era un caldo afoso, torrido, malato anch’esso. L’ autoambulanza della Misericordia arrivava a casa all’ora di pranzo.. Uscivo nel cortile e subito la vampata improvvisa del calore mi toglieva il respiro. Stordito, facevo qualche passo. L’aria vacillava davanti a me, i muri, al riverbero del sole, abbacinavano,  bianchi di calcina,  lucidi. Dovevo  arrampicarmi sul furgone arroventato, allungare la gamba, issarmi sul predellino troppo alto, ce la fa? chiedeva l’autista, e io a rispondere di sì, per stupido orgoglio, su su, sino al sedile. Appena dentro, mi investiva il soffio gelido dell’aria condizionata, oppure, quando era spenta o mal funzionante, l’aria torrida stagnante nella cabina e poi, durante la corsa, quella delle ventate che penetravano dal finestrino aperto e mi bruciavano sulla pelle del viso.