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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Rimanere dentro: a proposito di Cella di Gilda Policastro

 

Immagine CellaUscito da qualche mese, Cella (Marsilio) è il terzo romanzo di Gilda Policastro. Non avendo né l’arte né gli strumenti del critico e non avendo letto i due precedenti lavori, provo a mettermi a confronto con il testo a partire dall’esperienza emozionale della lettura privata. Tre sono i lasciti personali a libro concluso.

Una lettura agile e non faticosa

Ho letto il libro in due giorni, pur non essendo un lettore particolarmente veloce. Cella è un libro che scorre rapidamente, le pagine si susseguono in modo ritmico, la fine del romanzo è un traguardo che si raggiunge senza fatica. So di non essere il primo a riconoscere questa caratteristica, sottolineata da vari recensori, anche a distanziarsi da certo (stupido) stigma sull’autrice di prosatrice difficile al limite dell’intellettualismo. Trattandosi di un libro dalla trama piuttosto esile e piatta, pur complicata dall’intersecarsi continuo di connessioni repentine sul piano del tempo e dello spazio, è interessante capire dove poggi la sostanza di tale rapporto felice con il lettore. Nel mio caso la risposta è la scrittura e in particolare il ritmo della sintassi che l’autrice riesce a governare per tutto il romanzo in modo sorprendente. Traluce senz’altro la sensibilità della Policastro poetessa di valore, che gestisce i periodi in ritmo cadenzato. Un po’ come quando ascoltiamo a lungo quelle persone che sanno catturare la nostra attenzione con il tono della voce e il dosaggio di parole e silenzi, tale da non farci mai replicare, la voce narrante di Cella ci porta dentro una spirale che termina solo nel penultimo capitolo del libro. È questo dunque a mio giudizio uno dei pregi più importanti del romanzo: la voce di Cella è notevole.

I paradossi del significato: su Osare dire di Cesare Viviani

osare dire A uno sguardo sommario, l’ultima raccolta di Cesare Viviani (Einaudi, 2016) produce due impressioni: che si tratti di un libro aperto e non fortemente strutturato, come mostrano l’assenza di titoli per poesie e sezioni e l’estrema brevità di quasi tutti i testi; che la parola poetica si trovi riassegnato un valore antico, quella pienezza che tradizionalmente si è creduto separasse il discorso della poesia dalla trasparenza della comunicazione quotidiana – e testimoniano in questo senso la «liturgia» (p. 109) evocata nelle Note finali e il titolo stesso, con la carica vaga ed euforica della coppia di infiniti, come un augurio e una sfida. Si entra quindi nel libro sorretti da attese contraddittorie, che la lettura integrale non smentirà.

Sul piano delle forme riconosciamo, secondo un’indicazione di Enrico Testa, una delle due modalità in cui si esprime la poesia-pensiero praticata dall’autore a partire dagli anni novanta: la sequenza di frammenti brevi, quasi tutti monostrofici e spesso anche monoperiodali. Vi sono poi altri due aspetti degni di rilievo, la presenza di costrutti e movenze del parlato e un fitto e peculiare uso della ripetizione. Tra le funzioni assunte dell’iterazione lessicale e fonica, la prima è quella di marcare le chiuse e gli snodi testuali, in coerenza con la natura sentenziosa di una poesia che cerca, se pure con pudore – e qui sta il ruolo degli inserti di oralità nel controbilanciare l’enfasi e asciugare il discorso –, il rilievo della memorabilità.

Perché leggere questo libro: Arcadia di Lauren Groff

groff copertina Oggi inauguriamo una nuova rubrica: Perché leggere questo libro. L’obiettivo è segnalare opere della letteratura contemporanea più o meno note che, per motivi diversi, meritano di essere lette. Come farlo? Lasciando parlare direttamente i testi. Al centro, insomma, sta il testo letterario, e dall’incipit partiremo di volta in volta per spiegare perché ne suggeriamo la lettura.

Le donne che cantano, nel fiume.

È il primo ricordo di Briciola, sebbene all’epoca non fosse ancora nato. Nondimeno la strada che serpeggiava tra le montagne gli appare nitida, e così pure la sosta per riposarsi tra fiori gialli che si chiudevano al tocco dei bambini. Era il tramonto quando la Carovana vide il  fiume inverdire lungo la curva e stabilì di fermarsi per la notte. Era una sera di primavera tinta di blu, faceva freddo.

Camion, pullman e furgoni si disposero in cerchio a ridosso dell’argine, come bisonti contro il vento; al centro il Pink Piper, l’autobus a due piani. Handy, il capo, si trovava sul tettuccio del Piper per rivolgere il saluto del sole al giorno morente.

La bibliomane e la dismissione dei sentimenti

Rea Sorriso Dopo aver coltivato a lungo il genere ibrido dell’inchiesta (Mistero napoletano, 1995 e La dismissione, 2002), Ermanno Rea, giornalista e scrittore ultraottantenne, è tornato con Il sorriso di don Giovanni (2014) alla narrativa di finzione.

Fin dalla copertina, su cui campeggia una figura femminile assorta nella lettura, il romanzo sembra promettere un’anomala seduzione: il titolo allude infatti al sorriso di Don Giovanni, prototipo del seduttore che abita molte delle pagine della letteratura, anche musicale, europea. Nell’explicit del romanzo, è questi che rivolge a Adele, protagonista dell’opera, uno sguardo ammiccante: si tratta di un corteggiamento bizzarro se pensiamo che nella finzione narrativa a don Juan corrisponde il mito letterario, mentre Adele è una donna in carne e ossalibera e piacente di cinquantaquattro anni che vive a Napoli e che, ripercorrendo in prima persona la storia della sua vita, racconta di come abbia consacrato l’esistenza ai libri e alla letteratura.

Amore a geometria variabile nel romanzo di Alessandra Sarchi

SARCHI LAmoreNormale E’ cambiata la geometria dell’amore, ci suggerisce Alessandra Sarchi con il suo romanzo L’amore normale, pubblicato due anni fa e ancora atto a confermare che è possibile una “letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale […], un brand, un marchio di garanzia per vendere” (http://www.alessandrasarchi.it/wp-content/uploads/2014/09/Pigmei_Pagina-99.pdf).

Rispetto al tradizionale “triangolo” contemplato in tanta narrativa “rosa”, il libro di Sarchi sembra prediligere un problematico quadrilatero: si tratta di un ménage che può far pensare a un trapezio scaleno, perché qualche elemento sghembo c’è, in questo amore del terzo millennio.

Scegliere il Romanzo al posto della Storia: a proposito de "La scelta" di Giovanni Dozzini

Senza titolo Le solite questioni, riviste e corrette: può un romanzo raccontare una storia realmente accaduta senza tradirla con quella sua brama di finzione? e un giornalista, come nel nostro caso e in tanti altri di cosiddetto New Journalism, non viene meno al suo mandato quando intesse attorno a fatti realmente accaduti tutta una trama di piccoli eventi, gesti, personaggi, nomi inventati? e dentro la sua coscienza non c’è qualcosa che rimorde se decide di riportare alla luce le vicende di miseri pescatori capaci di riscattare dalla morte un gruppo di ebrei durante l’ultimo conflitto mondiale, se decide cioè di restituire la meritata memoria a una storia di “giusti” scegliendo però di trapiantarla nel territorio dell’immaginazione?

Mutilazione e delirio: il coraggio dell’invenzione ne “Il giardino delle mosche” di Andrea Tarabbia

Giardino mosche «Questo le chiedo, di ascoltarmi e credermi, ma non mi domandi, non ancora, perché io mi sia deciso a raccontare» (p.11). Sotto forma di una lunga, allucinata confessione - come nella migliore tradizione della narrativa russa - Andrea Tarabbia ha scelto di trasfigurare in voce narrante Andrej Čikatilo, il killer che tra il 1978 e il 1990 è stato artefice di una serie di omicidi tra i più truci e indicibili del secondo Novecento: un fatto di cronaca nera che il senso comune ha biasimato e condannato, alimentandosi però morbosamente dei dettagli diffusi da un giornalismo sempre più indistinguibile dallo sciacallaggio mediatico.

Marco Balzano, narratore della migrazione

cover il figlio del figlio1 Marco Balzano è un narratore della migrazione: non di quella contro cui l’Europa innalza ora i suoi nuovi muri ma di quella italiana del “miracolo” economico che dei flussi globali è stata, per certi aspetti, preannuncio e figura.

I suoi tre romanzi (Il figlio del figlio, 2010; Pronti a tutte le partenze,  2013 e L’ultimo arrivato, 2014) raccontano la grande mutazione antropologica nostrana attraverso diversi sguardi generazionali e diverse prospettive culturali comprendendo, tra di esse, costantemente, le voci di giovani intellettuali. Il serbatoio tematico di queste narrazioni è autobiografico: nato a Milano nel 1978 da una famiglia pugliese, Balzano è stato precario della ricerca (in I confini del sole, il suo studio su Leopardi e il Nuovo Mondo del 2005, il tema dell’alterità è già presente) e ora lavora come insegnante nei licei e nelle scuole medie.

Il lutto, il corpo, il vuoto: il romanzo allegorico di Gabriele Di Fronzo

GetAttachment Fin dai luoghi-soglia del libro d’esordio di Gabriele Di Fronzo, Il grande animale (Nottetempo), il lettore percepisce di trovarsi al cospetto di un perfezionista: se il pappagallo che campeggia in copertina, così ben imbalsamato da sembrare vivo, ci invita a fare la conoscenza di una «persona consacrata agli animali» (p. 12), la citazione in esergo – tratta dal romanzo La lezione di violino di Lucia Drudi Demby - suggerisce l’idea di qualcuno che lavora con tanta perizia da saper far scomparire qualunque traccia di artificio: «Vorrei eseguire le mie incombenze così bene che non ci si accorga che le ho eseguite».

Cinque domande a Demetrio Paolin, Selezione Premio Strega 2016

download 2 A cura di Roberto Contu

1) Ho appena terminato la lettura di Conforme alla gloria (Voland, 2016), il nuovo romanzo di Demetrio Paolin. La sensazione è quella di una lettura importante, di un libro che interroga, di un’esperienza personalmente scomoda. A bilancio immediato conservo l’impressione di un’architettura narrativa densa, di una scrittura necessaria, del tutto piegata alla decisione coraggiosa di percorrere a fondo la domanda sul male. Ho l’occasione di parlarne con Demetrio Paolin ma ancora prima delle possibili osservazioni sulla storia e i personaggi sento forte la voglia di conoscere l’esperienza privata dell’autore nella scrittura di un romanzo di questo tipo. Cosa hanno significato per te Demetrio gli otto anni di scrittura di Conforme alla Gloria?