laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere questo libro: I detective selvaggi di Roberto Bolaño

2b387f0c39b016eb738743c634eb01d7 w600 h mw mh cs cx cy In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Che cosa vide la maestra? Vide un letto di ferro, un tavolo pieno di carte dove si ammucchiavano, in due pile, più di venti quaderni con la copertina nera, vide i pochi vestiti Cesárea appesi a un filo tirato da una parte all'altra della camera, un tappeto indio, un comodino e sul comodino un fornello a paraffina, tre libri presi in prestito dalla biblioteca di cui non ricordava il titolo, un paio di scarpe senza tacco, della calze nere che spuntavano da sotto il letto, una valigia di cuoio in un angolo, un cappello di paglia tinto di nero appeso a un minuscolo attaccapanni inchiodato dietro la porta, e roba da mangiare: video un pezzo di pane, vide un barattolo di caffè e un altro di zucchero, vide una tavoletta di cioccolato mangiata a metà che Cesárea le offrì e che lei rifiutò, e vide l'arma: un coltello a serramanico, con l'impugnatura di corno e la parola Caborca incisa sulla lama. E quando domandò a Cesárea a che cosa le serviva un coltello, lei le rispose che era stata minacciata di morte e poi rise, una risata, ricorda la maestra, che oltrepassò le pareti della stanza e le scale di casa fino ad arrivare in strada, dove morì. In quel momento alla maestra parve che su calle Rubén Darío cadesse un silenzio repentino, perfettamente orchestrato, il volume delle radio si abbassò, il parlottio dei vivi si spense di colpo rimase solo la voce di Cesárea. E allora la maestra vide o le sembrò di vedere una piantina della fabbrica di conserve attaccata alla parete. E mentre ascoltava le parole che Cesárea doveva dirle, parole né esitanti né precipitose, parole che la maestra preferisce dimenticare ma che ricorda perfettamente e addirittura comprende, adesso comprende, i suoi occhi percorsero la piantina della fabbrica di conserve, una piantina che Cesárea aveva disegnato, in certe zone con grande cura di dettagli e in altre in modo vago o incerto, con annotazioni ai margini anche se la scrittura a tratti era illeggibile e altrove era in stampatello e addirittura con punti esclamativi, come se Cesárea con la sua mappa fatta a mano si stesse riconoscendo nel proprio lavoro o stesse riconoscendo aspetti che fino ad allora ignorava. E allora la maestra dovette sedersi, anche se non voleva farlo, sul bordo del letto e dovette chiudere gli occhi e ascoltare le parole di Cesárea. E addirittura, anche se si sentiva sempre peggio, trovò la forza di domandarle per quale ragione aveva disegnato la piantina della fabbrica. E Cesárea disse qualcosa sui tempi che stavano arrivando, anche se la maestra supponeva che si fosse messa a fare quella piantina senza senso semplicemente per via della solitudine in cui viveva. Ma Cesárea parlò dei tempi che stavano arrivando e la maestra, per cambiare argomento, le domandò quali tempi e quando sarebbero arrivati. E Cesárea indicò una data: verso il 2600. Duemilaseicento e rotti. E poi, davanti alla risata che suscitò nella maestra una data così peregrina, una risatina soffocata e appena percepibile, Cesárea scoppiò di nuovo a ridere, anche se stavolta il fragore della sua risata rimase nei limiti della stanza.

da Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi, Milano 2014.

Perché leggere “Il cuore non si vede” di Chiara Valerio

978880624222HIG Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore.

La sveglia suonava, la luce del giorno cresceva, i muri crepitavano di altri risvegli, su altri piani, sopra e sotto, ma lui e Laura continuavano a tenere gli occhi chiusi. Con le magliette di Harvard e senza mutande, si godevano la nudità sì ma con le spalle coperte dei loro quarant’anni. Non erano mai andati ad Harvard peraltro.  Nonostante entrambi avessero fatto ottimi studi.

Ma tutto questo, come altre mattine, non sarebbe stato detto e nemmeno pensato se Laura, i cui capelli gli solleticavano il naso inducendogli un sorriso, non fosse scattata a sedere con le gambe incrociate, come punta da un insetto. Andrea aveva inclinato la testa per seguire la carne bianca delle cosce correre verso l’oscurità umida e riccia, ondeggiante, che lo riportava ora sugli scogli assolati dove saltava da bambino. E tra i quali si aprivano fessure bordate di alghe e concrezioni oltre cui si sentiva il rumore del mare. In quei pomeriggi di corse avvertiva i compagni meno esperti di stare attenti, perché più di qualcuno ci rimaneva incastrato con tutta la gamba. Gridava apprensivo No, fermatevi, chissà cosa c’è dentro. A distanza di anni sapeva che quando non sai cosa c’è dentro, c’è acqua.

Senza chiederle la ragione dello scatto, aveva allungato la mano, e Laura, con un altro scatto, anzi un salto, era scesa dal letto e si era messa spalle al muro. Ma non come i ragazzi, con aria spavalda, la pianta del piede appoggiata in verticale e l’altra a terra, o le ragazze seduttrici, con le mani incrociate dietro la schiena all’altezza delle reni. Laura si era messa con le spalle al muro rivolgendo i palmi ben aperti alla parete, le braccia spalancate come le zampe di un geco. I gechi le facevano paura, e anche questo gli piaceva di lei. Qualcuno gli aveva raccontato che i gechi, che paiono appiccicati ai soffitti e alle pareti come figurine adesive – quante volte lo aveva fatto sulle porte dei bagni della scuola, anche con quegli adesivi spugnosi, spessi, che regalavano col sapone liquido a metà degli anni Ottanta e che lui spesso rubava, mentre la madre faceva la spesa -, i gechi, insomma, che paiono attaccati, in realtà vibrano velocissimi. Sono le vibrazioni che li tengono accosti come ventose a pareti, angoli e soffitti. Fermi e vibranti, come in effetti pareva Laura. Forse la storia delle vibrazioni era vera. Sul volto di Laura, intanto, uno sguardo sconcertato e interrogativo aveva trasfigurato l’allegria del risveglio, e la confidenza della seminudità aveva sottolineato quanto fosse spaventoso – per quello che aveva rilevato – il peso della testa sul torace. Sul volto di Laura, Andrea leggeva paura. E disappunto. La seminudità è terribile, è impossibile da condividere, ognuno è seminudo a modo proprio.

(C. Valerio, Il cuore non si vede, Torino, Einaudi, 2019, pp. 3-4)

Perché leggere questo libro: Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

copertina americanah  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

*** 

Princeton, d’estate, non aveva odore, e anche se a Ifemelu piacevano la verde tranquillità dei tanti alberi, le strade pulite e i palazzi imponenti, i negozi un filo troppo cari e la quieta, persistente aria di meritata grazia, era proprio questo, l’assenza di odore, ad attirarla di più, forse perché le altre città americane che conosceva bene avevano tutte un odore ben distinto. Philadelphia aveva l’aroma muffito della storia. New Haven sapeva di abbandono. Baltimora puzzava di salamoia e Brooklyn d’immondizia scaldata dal sole. Ma Princeton non aveva odore. Lí le piaceva respirare a pieni polmoni. Le piaceva osservare la gente del posto che guidava con ostentata cortesia e parcheggiava le auto ultimo modello davanti al negozio di prodotti biologici in Nassau Street, davanti ai ristoranti di sushi o di fronte alla gelateria dai cinquanta gusti diversi, peperoncino incluso, o fuori dall’ufficio postale, dove gli impiegati espansivi balzavano incontro ai clienti per salutarli. Le piaceva il campus, grave di conoscenza, i palazzi gotici coi muri adorni di tralci di vite e il modo in cui tutto si trasformava, nella fioca luce notturna, in una scena spettrale. Le piaceva, più di ogni altra cosa, il fatto che in quel luogo di agio e benessere poteva fingere di essere un’altra, una che per concessione speciale era stata ammessa a un sacro circolo americano, una ammantata di certezze.

Ma non le piaceva il fatto di dovere andare fino a Trenton per farsi le treccine. Era assurdo aspettarsi un salone afro a Princeton – i pochi neri che aveva visto sul posto avevano la pelle così chiara e i capelli così lisci che non riusciva proprio a immaginarseli con le treccine – eppure, aspettando il treno a Princeton Junction in un pomeriggio avvampante di calore, si domandò perché mai non ci fosse un posto dove farsi le treccine. La barretta di cioccolato che aveva in borsa si era squagliata. In attesa sul binario c’erano altre persone, tutte bianche e magre, con vestiti corti e leggeri. L’uomo più vicino a lei mangiava un cono gelato; a lei gli adulti americani che mangiavano il gelato nel cono erano sempre sembrati un po’ irresponsabili, soprattutto quelli che lo mangiavano in pubblico.

da Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi, Torino 2015.

Perché leggere questo libro?

Perché guarda l’Occidente da un punto di vista “diverso”

Americanah è il terzo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie (nata ad Abba in Nigeria nel 1977), una delle più brillanti scrittrici nigeriane del nostro tempo. Con Americanah Adichie ha conquistato il pubblico e la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award del 2013.

Non è irrilevante che Adichie sia nigeriana: la Nigeria è infatti lo Stato dell’Africa subsahariana in cui vengono scritti più romanzi, anche se l’instabilità economica e politica, l’inadeguatezza dell’editoria, il persistente analfabetismo e la terribile guerra civile seguita al tentativo di secessione del Biafra (narrato drammaticamente nel secondo romanzo della scrittrice, Metà di un sole giallo) hanno ostacolato la circolazione dei libri. Nonostante ciò, a partire dalla fine del protettorato britannico (1960), in Nigeria si è andata affermando una cultura del romanzo, alimentata soprattutto dalle opere di scrittori che, come la stessa Adichie, appartengono alla tribù degli Igbo, gli sconfitti dalla guerra civile. La storia di questa nazione è stata riscritta non dai vincitori, ma dai vinti.

Le opere di Chimamanda Ngozi Adichie sono esemplari della letteratura postcoloniale dei nostri tempi e descrivono il mondo contemporaneo attraverso il realismo tipico del romanzo europeo ottocentesco. La scelta del realismo e della chiarezza obbedisce ad un preciso intento ideologico: l’autrice ambisce a restituire agli africani l’orgoglio di un’appartenenza e di un’identità. Il suo è uno sguardo “diverso” che mette in luce le contraddizioni dell’Occidente.

Perché leggere questo libro: Arcadia di Lauren Groff

groff copertina In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì, venerdì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Le donne che cantano, nel fiume.

È il primo ricordo di Briciola, sebbene all’epoca non fosse ancora nato. Nondimeno la strada che serpeggiava tra le montagne gli appare nitida, e così pure la sosta per riposarsi tra fiori gialli che si chiudevano al tocco dei bambini. Era il tramonto quando la Carovana vide il  fiume inverdire lungo la curva e stabilì di fermarsi per la notte. Era una sera di primavera tinta di blu, faceva freddo.

Camion, pullman e furgoni si disposero in cerchio a ridosso dell’argine, come bisonti contro il vento; al centro il Pink Piper, l’autobus a due piani. Handy, il capo, si trovava sul tettuccio del Piper per rivolgere il saluto del sole al giorno morente.

Bambini nudi sfrecciavano ai margini dell’accampamento, la pelle irruvidita dai brividi. Gli uomini accendevano un falò, accordavano chitarre, cominciavano a preparare cene a base di frittelle e stufati di verdure. Le donne lavavano vestiti e biancheria nel fiume gelido, sbattendo i panni contro le rocce. Negli ultimi sprazzi di luce, sotto l’ombra sempre più scura delle loro ginocchia, la corrente scintillava di bolle di sapone.

La madre di Briciola, Hannah, si drizzò per sollevare un lenzuolo, sembrava stesse spelando la superficie dell’acqua. Era rotonda dappertutto: nelle guance, negli arti, nei capelli, nelle trecce che si chiudevano in un anello dorato. Il jeans della tuta da lavoro le si tendeva sul pancione, al cui interno si trovava Briciola, che, cellula dopo cellula, andava prendendo forma. Suo padre Abe si fermò sull’argine per guardare Hannah, che teneva la testa piegata, ascoltando le altre donne cantare, le labbra appena incurvate da un sorriso.

Più tardi gli aromi della cena furono coperti dal fumo, dall’odore di legno bruciato. Il fuoco avvampava contro il freddo. Ci fu ancora musica: Froggy Went A-Courtin cantata da Handy, famoso per la sua voce stridula, e poi Michael,Row the Boat Ashore, The Sounds of Silence. I panni che asciugavano sui cespugli erano come fantasmi ai confini di tanto spettacolo.

È impossibile che Briciola potesse ricordare tutto ciò: le settimane che precedettero la sua nascita, i tre anni prima di Arcadia, il 1968 che passava per radio, Khe Sanh e le Olimpiadi invernali di Grenoble, la Carovana che saltava da un posto all’altro del paese come un bambino che giochi alla campana, e quella sera, con la sua luce blu e il falò e lo spettrale baluginare delle lenzuola nell’oscurità. Eppure se ne ricordava. Il ricordo gli è rimasto appiccicato addosso, raccontato da Arcadia perché divenisse storia comune, raccontato tante di quelle volte da crescere nell’animo di Briciola finché quel ricordo non è diventato una storia sua. La notte, il fuoco, la musica, la schiena di Abe che tiene a distanza il freddo, Hannah che si appoggia alla fronte abbrustolita di Abe, e poi lui, Briciola, raggomitolato tra i genitori, avvolto nella loro felicità, felice.

da Lauren Groff, Arcadia, traduzione di Tommaso Pincio, Codice edizioni, Torino 2014.

Le parole sepolte. La comunicazione ai tempi del covid-19

hqdefault Pubblichiamo oggi questo elzeviro di Alessandro Tamburini uscito su Agorà, inserto cultura del quotidiano Avvenire in data 31/3/2020.

Reclusi fra le mura domestiche, costretti a comprimere le uscite in uno spazio-tempo sempre più simile all'ora d'aria del carcerato, cerchiamo ogni possibile aiuto per colmare il vuoto della distanza dagli altri. I messaggi virtuali proliferano fino a portare al collasso la Rete, ma fanno rimpiangere più che mai il calore dello sguardo, del gesto, del contatto diretto fra le persone. Il telefono si prende invece la sua rivincita. La voce è in sé fisicità, muove da qualcosa che accade nel corpo e ne raccoglie pulsioni e sentimenti. Nemmeno l'immagine raggiunge la sua forza evocativa. Anche nel riascoltare quella registrata di chi non c'è più, viene da pensare che la voce sia la più profonda e insondabile chiave di riconoscibilità di una persona.

E come accade nelle situazioni estreme, quando la posta in gioco è la vita propria e di chi ci è caro, le parole si ricaricano del senso che avevano perduto. Balza subito alla mente Ungaretti che riscopre il valore primigenio della parola nella tragica realtà della guerra, come quando dall'incontro notturno con dei commilitoni scaturiscono i memorabili versi: “Di che reggimento siete/ fratelli”, in cui quel fratelli diventa “parola tremante” come “foglia appena nata”, pronunciata e sentita per la prima volta.

Così oggi, nel momento in cui pensare un'altra persona vuol dire essere in pensiero per lei, e telefonarle equivale davvero a “chiamarla al telefono”, espressioni prima ridotte a distratti convenevoli riacquistano una verità antica e nuova.

“Come stai?” significa: stai ancora bene? non sei stato colpito dal flagello? E un grado oltre: come stai vivendo questa emergenza, che può divenire anche emotiva e nervosa. La domanda mossa da sincero affetto per l'altro contiene anche una ricerca di personale rassicurazione, dato che la vicinanza di ieri può comportare un'odierna condivisione del pericolo. “A casa stanno tutti bene?” allude a sua volta a situazioni comuni a molti: l'anziano congiunto che rientra nella fascia più a rischio, il parente che lavora in ospedale, il figlio che studia all'estero, in un Paese che prima sembrava dietro l'angolo e di colpo è divenuto irraggiungibile.

Perché leggere Il bambino nascosto di Roberto Andò

31K6Xgfac1L   In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Nudo come un verme, lo sguardo fisso su una macchiolina giallastra al centro del muro, come ogni giorno, anche quel mattino putulente di fine estate, Gabriele Santoro si attardò a valutare la poesia che avrebbe scelto per radersi. Da qualche anno aveva l’abitudine di radersi mentre declamava dei versi, una liturgia che, senza saperlo, gli aveva suggerito un celebre neurochirurgo.

Una sera, durante una cena da amici, aveva orecchiato i bisbigli del medico alla sia vicina di tavolo, una vistosa trentenne che cercava in modo plateale di stuzzicarne l’esuberante lussuria. Il luminare le stava descrivendo gli esercizi di memoria cui era solito sottoporsi mentre si radeva, - libretti d’opera, canti dell’Eneide, o dell’Orlando Furioso, interminabili filastrocche di origine popolare – e ne esaltava gli effetti benefici per la mente, arrivando a teorizzare che con quella disciplina si potessero mettere in moto dei recettori analoghi alla dopamina, con prodigiose conseguenze sull’umore.

Da allora, Gabriele Santoro aveva iniziato a rileggere i suoi poeti preferiti e, a seconda dell’autore, o ella metrica, a recitarne i versi a memoria, sommessamente o solennemente.

Quella mattina scelse Itaca di Kostantinos Kavafis e giudicò che per quella poesia fosse consono un tono di spericolata intimità, nello stile di Salvo Randone, un attore che aveva fatto in tempo ad applaudire e ammirare sul finire della sua gloriosa carriera. Come sempre, si dispose a pronunziarne le parole e i ritmi riflesso nello specchio, e li intonò in un bisbiglio:

Laura Pariani - Lo sguardo dal basso della Bambina Senzapaura

978880623392HIG Laura Pariani è una narratrice di razza. Non ha solo alle spalle una produzione letteraria molto ampia (una trentina di titoli tra romanzi, racconti, libri per bambini, testi teatrali e fumetti) ma ha soprattutto il dono dell’affabulazione: ha mondi da raccontare e parole per costruirli. I temi che ricorrono nella sua narrativa sono sostanzialmente due: da una parte l’attenzione agli ultimi della terra (che possono prendere i volti dei pitocchi del Seicento, degli emigranti italiani in Argentina, delle fasce deboli della società, in primis le donne) e, dall’altra, la rappresentazione dell’infanzia.

Nel romanzo “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara (2017) – in buona misura autobiografico – il titolo allude alla capacità che le narrazioni hanno avuto di incidere sull’immaginario della piccola protagonista e di “salvarla” da un futuro di subalternità e di piattezza. Sono le storie – quelle lette sui libri e quelle viste al cinema – che, da un certo momento in poi, indicano alla Bambina il suo futuro:

È forse in questo momento che la Bambina prende a decisione di divenire scrittrice, per scrivere libri che vorrebbe leggere. Certo, a prima vista potrebbe sembrare in contraddizione con la sua scelta precedente: quella di diventare astronauta esploratrice di altri mondi. Ma forse non è così. Come se intuisse che scrivere è la professione più simile all’essere in orbita fuori dal Mondo. (L. Pariani, “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara, Torino, Einaudi, 2017, p. 145. - Lezione di Biblioteconomia)

Il romanzo è suddiviso in quattro parti che segnano il passaggio dall’infanzia innocente e creaturale della protagonista alla sua inesorabile perdita: alla Bambina Senzapaura succede la Bambina Quasiperduta; alla Bambina Attonita subentra quella Svaporata. Non è un caso che la IV parte – quella che di fatto segna in modo perentorio la fine dell’infanzia -  si apra con una citazione in esergo tratta da L’isola di Arturo di Elsa Morante: 

Ebbi un pensiero di rivolta contro l’assolutezza della vita, che mi condannava a percorrere una Siberia sterminata di giorni e di notti prima disciogliermi a questa amarezza: d’essere un ragazzino. (Ivi, p. 199.)

Perché leggere questo libro: L'arte della gioia di Goliarda Sapienza

arte della gioia  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

 Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com'è; non mi va di fare supposizioni o d'inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente. Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace. I capelli di velo nero pesante sono pieni di mosche. Mia sorella seduta in terra la fissa da due fessure buie seppellite nel grasso. Tutta la vita, almeno quanto durò la loro vita, la seguì sempre fissandola a quel modo. E se mia madre - cosa rara - usciva, bisognava chiuderla nello stanzino del cesso, perché non voleva saperne di staccarsi da lei. E in quello stanzino urlava, si strappava i capelli, sbatteva la testa ai muri fino a che lei, mia madre, non tornava, la prendeva fra le braccia e l'accarezzava muta.

Per anni l'avevo sentita urlare così senza badarci, sino al giorno che, stanca di trascinare quel legno, buttata in terra, avvertii a sentirla gridare come una dolcezza in tutto il corpo. Dolcezza che in seguito si tramutò in brividi di piacere, tanto che piano piano, tutti i giorni cominciai a sperare che mia madre uscisse per poter ascoltare, l'orecchio alla porta dello stanzino, e godere di quegli urli. Quando accadeva, chiudevo gli occhi e immaginavo che si lacerasse la carne, si ferisse. E fu così che seguendo le mie mani spinte dagli urli scoprii, toccandomi là dove esce la pipì, che si provava un godimento più grande che a mangiare il pane fresco, la frutta. Mia madre diceva che mia sorella Tina: «La croce che Dio ci ha mandato giustamente per la cattiveria di tuo padre» aveva vent'anni; ma era alta come me, e così grassa che sembrava, se si fosse potuto levarle la testa, il baule sempre chiuso del nonno: «Anima dannata più di suo figlio...», che era stato marinaio. Che mestiere fosse questo del marinaio non riuscivo a capirlo. Tuzzu diceva che era gente che viveva sulle navi e andava per il mare... ma il mare che cos'era?

Sembrava proprio la cassa del nonno Tina, e quando mi annoiavo chiudevo gli occhi e le staccavo la testa, Se lei aveva vent'anni ed era femmina, tutte le femmine a vent'anni dovevano sicuramente diventare come lei o come la mamma; per i maschi era diverso: Tuzzu era alto e non gli mancavano i denti come a Tina, li aveva forti e bianchi come il cielo d'estate quando ci si alza presto per fare il pane. E anche suo padre era come lui: robusto e coi denti che brillavano come quelli di Tuzzu quando rideva. Rideva sempre il padre di Tuzzu. La nostra mamma non rideva mai e anche questo perché era femmina, sicuramente. Ma anche se non rideva mai e non aveva denti, io speravo di diventare come lei; almeno era alta e gli occhi erano grandi e dolci, e aveva i capelli neri. Tina non aveva neanche quello: solo dei fili che la mamma allargava col pettine cercando di coprire la cima di quell'uovo. I gridi sono cessati, sicuramente la mamma è tornata e fa tacere Tina accarezzandola sulla testa. Chissà se anche la mamma ha scoperto che si può provare tanto piacere accarezzandosi in quel posto? E Tuzzu, chissà se lo sa Tuzzu? Deve essere a raccogliere le canne. II sole è alto. Io devo cercare e chiedergli di queste carezze e anche di questo mare devo chiedere. Ci sarà ancora?

 da Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi, Torino 2008

Perché leggere questo libro?

Per incontrare un personaggio straordinario

Protagonista, fulcro e motore narrativo del romanzo è Modesta, nata nel 1900 in un angolo della Sicilia. Nel panorama femminile della letteratura italiana, Modesta è un personaggio straordinario (in senso etimologico): è una donna i cui sentimenti e le cui passioni (erotiche, culturali, politiche) non sono scindibili dalla coraggiosa e determinata lucidità intellettuale con cui affronta il mondo. La sua vicenda è quella di un'ascesa sociale: di origini poverissime, bambina violentata dal padre e privata dell'affetto materno, entrerà a far parte di una famiglia aristocratica e arriverà ad amministrarne il patrimonio, ad occuparsi – lei donna – di affari e calcoli. Ma diventerà anche colta e avvertita, lettrice onnivora, appassionata di filosofia e di poesia; e sarà indirettamente quanto consapevolmente coinvolta in una lotta politica che la condurrà all'esperienza del carcere. Nella sua storia pubblico e privato, corpo e intelletto, generosità e calcolo si mescolano in un fuoco alimentato dall'esercizio di quell'arte della gioia che dà il titolo al romanzo: una sorta di eccitazione vitale che si fa, appunto, esercizio, pratica quotidiana di una sapienza – verrebbe da dire – da artigiana, tenendosi a una certa distanza dal vitalismo.

Il nome del personaggio è vistosamente antifrastico: tutt'altro che docile e sottomessa, tutt'altro che dedita all'ideologia (tradizionalmente femminile) del sacrificio, Modesta non rinuncia mai alla libertà dalle briglie rassicuranti della morale comune, delle convenzioni sociali, dell'opportunismo politico. Modesta è un personaggio scabroso, non solo e non tanto sul piano erotico (ne vengono narrate, per esempio, la scoperta precoce dell'autoerotismo e le esperienze omosessuali) quanto, soprattutto, su quello intellettuale.

Perché leggere “A me puoi dirlo” di Catherine Lacey

a me puoi dirlo.jpg In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***  

Se mai doveste aver bisogno – e io spero di no, ma uno non lo può sapere – se mai doveste aver bisogno di dormire, se mai doveste essere così stanchi da non dover sentire nient’altro che il peso animale delle vostre ossa, e state camminando da soli su una strada buia, e non sapete più da quant’è che camminate, e continuate a guardarvi le mani e a non riconoscerle, e a scorgere un riflesso sui vetri scuri delle finestre e a non riconoscerlo, e sapete solo di voler dormire, e avete solo zero posti dove dormire, una cosa che potete fare è cercare una chiesa.

Quello che so delle chiese è che di solito hanno molte porte e spesso almeno una di queste, a tarda notte, non è stata chiusa a chiave. Il motivo per cui le chiese hanno così tante porte è che la gente tende a entrare e uscire in gruppo, di fretta. Sembra che la gente abbia molti motivi per entrare in una chiesa e forse anche più motivi per uscirne, ma nel mio caso l’unico motivo per andare in chiesa era dormire. I motivi per uscire da una chiesa erano evitare che mi ci beccassero mentre dormivo o perché beccandomici mi chiedevano di uscire. Questi sono gli unici motivi che ricordo, anche se ultimamente faccio fatica a ricordare. So di aver lasciato un qualche posto, preso a camminare, dormito in tutte quelle chiese, poi è venuto tutto il resto; non so altro.

(C. Lacey, A me puoi dirlo, Roma, Edizioni SUR, 2020, pp. 11-12)

Perché mette al centro della vicenda l’incontro con il Diverso, con l’Altro

Il romanzo Pew (“Panca) della scrittrice americana Catherine Lacey, tradotto in Italia da Teresa Ciuffoletti e pubblicato da SUR con il titolo A me puoi dirlo, ha come protagonista un personaggio indefinibile e sfuggente: impossibile stabilirne l’etnia, il sesso, l’età. La sua pelle non è chiara e non è scura; i lineamenti nulla rivelano della sua identità sessuale. Si ostina a non parlare: pertanto neppure la voce può aiutare a sciogliere l’enigma. E non ha un nome. L’unico indizio intuibile è che Panca è giovane e forse anche il suo trovarsi sulla linea di passaggio tra infanzia e adolescenza non consente di attribuirgli delle generalità ben definite.

Perché leggere Cecità di Saramago: il realismo dell’allegoria

41yLsYuaDVL In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso.  Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’essere un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.

(J. Saramago, Cecità, Torino, Einaudi, 1998, pp.3-4)