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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Alcune poesie da Ex-voto

8618279 2987759 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

a cura di Marianna Marrucci

A pochi mesi di distanza dal notevole Primine, punto d’arrivo importante della sua ricerca, nell’ultimissimo scorcio del 2017 Alessandra Carnaroli ha dato alle stampe ancora un nuovo libro, Ex-voto (Oèdipus edizioni). Per gentile concessione dell’autrice, ne pubblichiamo alcune parti: tre testi della serie intitolata Gavage e la parte conclusiva dell’opera. Al centro di questo nuovo lavoro di Carnaroli è la resa mimetica di una percezione straniata della malattia, della morte e della nascita, in una realtà in cui una invadente medicalizzazione e una perpetua condivisione social violentano le relazioni umane e svuotano il loro portato emotivo e intellettuale, generando analfabetismi sentimentali e paradossali forme di devozione religiosa. 

 

1.

Mia madre ha la

testa piccolina

di pera angelica

caduta sul letto

una piaga raccoglie

quello che una volta

era il sedere

ora decolla

la pappa

nel sondino di plastica

inghiotte

ogni cosa

come kirby

la sua pancia:

io sono il rappresentante

che prenderà

solo qualche istante

del suo assoluto niente

Pierluigi Cappello, il poeta che sapeva cogliere il «centro delle cose»

pierluigi cappello Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

La necessità della poesia

Quando uno scrittore o un poeta di fama muore, il suo destino immediato è quello di essere sottoposto al vaglio del toto-maturità: quante probabilità ci sono che la sua opera e la sua figura siano argomento dell’esame di Stato di quest’anno? Dubito che ciò accada per Pierluigi Cappello, morto all’alba di domenica 1° ottobre. I giornali hanno dato, sì,  notizia della sua scomparsa, ma in tono minore, com’era del resto consono alla sua persona schiva. Per lo più, a ricordarlo sono stati i suoi amici: Eraldo Affinati, scrittore e viaggiatore, in un articolo sul quotidiano «la Repubblica» ha rievocato il progetto impossibile e tuttavia continuamente accarezzato di un viaggio insieme nel cuore dell’Europa; Maurizio Crosetti, giornalista sportivo di rara sensibilità, saltando ogni ostacolo imposto dalle norme del “coccodrillo”, ha dichiarato su Repubblica.it una semplice quanto straziante verità: che «Pierluigi era un uomo bellissimo»; Massimilano Castellani ha scritto su «Avvenire» che l’amico Pierluigi «sapeva sorridere, di una risata dolce e contagiosa, di tutto, anche della sua condizione di disabile»; Alessandro Fo, latinista e poeta, sulla sua pagina Facebook ha descritto la casualità che ha voluto che il suo incontro con Cappello avvenisse nel nome di Rutilio Namaziano, un poeta tardolatino solitamente misconosciuto perché relegato nelle ultime pagine del manuale di letteratura. Pochi esempi di una fitta schiera di amici che hanno testimoniato «col cuore in lacrime» l’intimo tesoro di affetti, ricordi, pensieri e sorrisi che Pierluigi sapeva distribuire pur dalla carrozzella su cui si muoveva. Perché era un poeta che aveva scelto la solitudine, ma non era un uomo solo. A sostenerlo, da una Milano incredibilmente distante per chi si muova confidando solo su treni e corriere, è stata da sempre Anna De Simone, non solo curatrice delle opere di Cappello, ma autentico angelo custode e radar infallibile a captare le affinità elettive e a metterle in contatto con quel giovane ferito eppur paziente e umile, che fino a poco tempo fa aveva abitato in una casetta precaria, dono solidale del governo austriaco ai terremotati del Friuli, ma negli anni sempre più dissestata. Io stessa devo ad Anna il privilegio di aver conosciuto questo poeta vero: il maggiore, forse, della sua generazione, attento, però, a sottrarsi agli occhi deformanti e intrusivi dei media, di cui peraltro si serviva con discrezione per diffondere la poesia.

Una biblioteca per sopravvivere: Gli angeli dei libri di Daraya di Delphine Minoui

 Minoui Ogniqualvolta il tempo me lo consente e ne ho l’occasione, entro in libreria e girovago: puntualmente mi capita di avere una serie di titoli in testa da curiosare e di dimenticarmene non appena mi ritrovo tra gli scaffali, attratta da altri volumi. L’incontro con il reportage di Delphine Minoui è avvenuto proprio così, in un pomeriggio in cui solo una mezz’ora mi divideva dall’inizio di un corso e per ingannare l’attesa mi sono intrufolata in una libreria frequentata per lo più da studenti, fuori dal cuore della città. Sbirciando dalla vetrina, con un po’ di sorpresa, ho visto che questo negozio specializzato in volumi universitari teneva anche un settore destinato alla narrativa e alla saggistica divulgativa e così sono entrata.

Gli angeli dei libri di Daraya ha catalizzato la mia attenzione essenzialmente per due ragioni; da una parte perché pone al centro della narrazione la vicenda di una biblioteca, luogo-magnete della mia esistenza -  e dall’altra per l’immagine di copertina, che riporta parte di un disegno tratteggiato da un giovane siriano, Abou Malek al Chami, che ha trovato poi nel cuore del testo la sua esegesi. Il richiamo alla “dannata” attualità siriana – il desiderio di capirne qualcosa di più al di là dei notiziari televisivi -  ha fatto il resto e in pochi minuti mi sono ritrovata alla cassa con il libro in mano:

Narratori d'oggi. Intervista a Helena Janeczek

 

helena janeczek Ripubblichiamo l'intervista che la nostra Morena Marsilio ha fatto qualche mese fa a Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018

Sui generi

Negli ultimi vent’anni la narrativa italiana sembra essere stata egemonizzata da due generi dallo statuto ibrido, la non fiction e l’autofiction. Il primo sembra porre al centro del racconto, seppur con diversi “effetti di narratività”, la ricostruzione di fatti di cronaca, l’attraversamento in chiave saggistico-riflessiva di temi legati all’attualità, il diario di viaggio, la rielaborazione di un’inchiesta; il secondo, invece, è la risultante dell’operazione in parte mistificante da parte di un “trickster” (Siti), ossia di un io-narrante che mescida liberamente fatti realmente accadutigli e fatti inventati.

Come si pone rispetto all’uno e all’altro genere? Li sente consoni al suo modo di rappresentazione del mondo?

Ricorro spesso a un io-narrante che si discosta da quello tipico dell’autofiction. Il mio primo libro, Lezioni di tenebra, è una narrazione memoriale (o post-memoriale per usare il termine coniato da Marianne Hirsch), dove la voce che dice “io” si fa garante delle vicende della madre sopravvissuta e dei famigliari uccisi a Auschwitz, ma tematizza al tempo stesso i silenzi, le reticenze, le mistificazioni protettive tessute intorno a quel lascito traumatico. Proprio per questo non era possibile che quel “io” autobiografico potesse liberamente ibridare realtà e finzione. A partire da lì, mi sono occupata spesso dell’intreccio tra realtà e finzione, ma ho sempre “mostrato il trucco” quando mi sono servita di un espediente “autofinzionale”, come per esempio, nelle prime pagine di Le Rondini di Montecassino.

Preferisco lavorare su materiali biografici, memorialistici, storici, cronachistici ecc., sperimentando una varietà di forme narrative volte a trasformare quei contenuti non finzionali in costruzioni letterarie.

Storia della mia copertina /10 – La metà di bosco di Laura Pugno

laura pugno Per raccontare la storia della copertina de "La metà di bosco", il mio ultimo romanzo uscito pochi giorni fa per Marsilio, bisogna risalire indietro nel tempo, almeno fino ai due romanzi precedenti con lo stesso editore, tutti editi in un breve arco di anni: "La ragazza selvaggia" (2016) e la ristampa di "Sirene" (2017), il mio romanzo d'esordio, pubblicato per la prima volta nel 2007 nella collana Arcipelago di Einaudi e diventato nel frattempo introvabile. Le tre copertine, infatti, sono legate da un sottile filo, da una figura di giovane donna che sembra ritornare in varie forme, e risuonano di eco le une con le altre.

Ogni copertina, del resto, nasce da una conversazione, un incontro tra l'idea di libro che l'autore, l'autrice porta con sé, nei suoi aspetti coscienti e consapevoli e nei suoi aspetti impliciti e oscuri, e quella dell'editore. A volte è una semplice conferma, altre volte uno svelamento, un'epifania. Come la critica letteraria nel migliore dei casi, quando ti dice cose a cui non avevi neanche pensato, ma che, nel momento in cui le leggi, sai di aver saputo sempre, con il corpo se non con la mente, con qualche parte di te e ora, anche con la coscienza.

Storia della mia copertina/9: La galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni

Cavazzoni La storia della copertina del romanzo La galassia dei dementi è molto semplice: erano state fatte delle copertine dalla casa editrice, in generale sono dell’opinione che la casa editrice faccia la copertina che vuole e che rientra nello stile della collana, perciò ho approvato; poi mi è capitato di vedere una mostra di artisti russi contemporanei, c’ero stato tirato da un amico, ci sono andato per caso, e lì ho visto le immagini di un artista che si chiama Sergey Batkov che mi hanno molto colpito; su delle lune grandi ciascuna come il quadro, cioè viste dallo spazio a distanza ravvicinata, bucherellate dai crateri, ci stavano dei tipi dall’aria turistica grandi poco meno della luna, come se le lune fossero dei piccoli asteroidi abitati da uno o due esseri umani sovradimensionati; straordinario e buffo, ho pensato, perché le immagini facevano sorridere; in particolare uno di questi asteroidi aveva un ciccione pesante e dalla faccia leggermente demente, unico suo abitante spropositato. Ho pensato che poteva essere la mia copertina, perché nel libro la specie umana è immaginata ingrassata oltremisura e tonta, e il pianeta Terra avviato allo spopolamento; ho mandato a Elisabetta Sgarbi (delle ed. La nave di Teseo) la foto malfatta col telefonino, malfatta perché c’era il vetro che faceva riflesso, la foto era di scorcio e poco chiara, ma anche a Elisabetta è subito piaciuta, è importante il subito, anche per lei come per me c’è stato un immediato stupore magnetico; così in 24 ore hanno trovato l’artista in Russia e hanno avuto il permesso di usare l’immagine; la rapidità mi è piaciuta, anche l’adesione istantanea soddisfatta dell’artista, l’ho sentita ben augurale, anche perché il libro stava andando in stampa; e così il libro ha avuto la copertina che non lo illustrava ma gli corrispondeva.

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Storia della mia copertina/8 - Le vite potenziali di Francesco Targhetta

Targhetta Quello della copertina mi è sempre parso un problema. Con mio grande sollievo nei libri precedenti ero riuscito a eluderlo o quanto meno a ridurlo al minimo grado di difficoltà, o perché l’editore ci metteva solo codici a barre (Isbn per Perciò veniamo bene nelle fotografie) o per ragioni di genere letterario: le raccolte di poesia prevedono copertine, per quanto raffinate a livello grafico, per lo più disadorne e prive di immagini, e prima di questo romanzo avevo pubblicato soltanto versi. (Il motivo per cui le copertine dei libri di poesia sono così pulite credo che abbia a che fare, più che con la tendenza propria del linguaggio poetico a giocare di sottrazione e a esaltare l’essenzialità, con la mancanza di urgenze commerciali: il libro non venderà comunque – inutile, se non controproducente, cercare di attirare l’occhio del potenziale lettore con l’esca di un’immagine).

Parlo di problema perché sono sempre stato negato verso tutto ciò che riguarda le arti visive, oltreché penosamente privo di qualsiasi competenza a riguardo. Con Mondadori, dunque, sono subito chiaro: non so quale sia il processo con cui scelgono le immagini di copertina, ma mi rimetto e affido a loro con piena fiducia. “L’ho scampata anche questa volta”, penso. E invece. In virtù di un desiderio di dialogo continuo con l’autore su ogni aspetto riguardante il libro che io pensavo non potesse esistere in un grande gruppo editoriale, e invece esiste eccome, i grafici e Linda Fava, l’editor con cui lavoro, vogliono coinvolgermi. Eccomi.

La gemella H di Giorgio Falco. Storia della mia copertina /7

cicin Nel 2009, all’inizio dell’estate, non sapevo bene quale direzione prendere dopo aver scritto L’ubicazione del bene, uscito un paio di mesi prima per Einaudi. Se vivo una condizione di immobilità narrativa, la soluzione migliore è, per me, fotografare. Beh, fotografare: portavo soprattutto il cavalletto e il banco ottico di Sabrina Ragucci. Eravamo a Merano, interessati alle costruzioni di epoca fascista in Alto Adige. Alloggiavamo nel camping adiacente all’ippodromo, non distante dal Passirio, il torrente che taglia in due la cittadina. Il Passirio ha la caratteristica di essere troppo piccolo per definirsi un fiume, ma è abbastanza grande per essere qualcosa di più di un torrente: quando lo guardo oscillo tra un senso di tranquillità e di minaccia. 

Durante un pomeriggio afoso - stanchi dopo una mattinata di lavoro a Sinigo, la frazione abitata per lo più da residenti di madrelingua italiana - dormivo all’ombra di un grande albero. Mi ha svegliato un rumore molto forte ma, assonnato com’ero, non ho potuto focalizzare subito l’origine di quel frastuono. Poi, sopra di me, ho visto un elicottero, volteggiava insistentemente alla ricerca di qualcosa, o di qualcuno. Mi sono riaddormentato con il rumore che ritornava a folate e svaniva.

Il mattino dopo, ho letto sul giornale locale un trafiletto di cronaca. Una donna di sessantaquattro anni era uscita per portare a spasso il cane. Il cane, forse molto assetato, si era sporto sull’argine del Passirio per bere, ma era precipitato in acqua senza riuscire a risalire; allora la donna si era tuffata per salvarlo, e tuttavia, nonostante l’acqua non fosse profonda, era annegata. 

Paolo Zardi, Storia delle mie copertine /6

Paolo Zardi 260x300 Non ho mai avuto talento per le arti figurative. Quando ero bambino, nella casa in cui vivevo c'erano innumerevoli libri di arte – volumi illustrati su Michelangelo, Raffaello, Giotto e Zurbaran – che io sfogliavo con curiosità; mia madre, che sapeva disegnare bene e che da giovane aveva prodotto anche alcuni quadri di una certa bellezza, mi aveva regalato uno splendido libro su Mirò, nel quale le sue opere venivano usate come se fossero i capitoli di una storia: i personaggi principali erano il Sole, un toro e altre entità molto spagnole. Prima ancora, leggevo piuttosto avidamente dei sottili libricini di favole di quel maestro che era stato Bruno Munari. Ma nonostante tutti questi sforzi educativi, per anni sono rimasto incantato di fronte ai quadri di cavalli al tramonto, pagliacci con la lacrima e ritratti di Teomondo Scrofalo, chiedendomi, di nascosto, perché diavolo tutti ne parlassero male. Con il tempo, certe ingenuità se ne sono andate; ma è rimasto, in sottofondo, una sostanziale incapacità di individuare il segreto della bellezza esteriore – e d'altra parte, sono convinto che se fossi stato bravo in disegno, o avessi saputo scolpire, o cantare, o suonare, non mi sarei mai dedicato alla più faticosa e ingrata tra le arti, la scrittura.

E quando ho iniziato a scrivere, alla fine degli anni zero, poco prima del 2010, pensavo che tra le tante cose che uno scrittore doveva fare, una volta finito il suo lavoro, ci fosse anche quello di pensare a una copertina. Allora avevo in mente le edizioni Einaudi, tutte bianche, con una foto in mezzo; feci qualche esperimento in questo senso, ma alla fine scelsi uno stile più moderno, una copertina con una foto in bianco e nero che riempiva tutta la pagina. Era il mio primo manoscritto che, per vanità, avevo stampato con lulu.com, il sito di print on demand. Quel libro non venne mai pubblicato.

Simona Vinci, La prima verità. Storia della mia copertina/ 5

814LRPYsT5LLa prima verità doveva uscire già da tempo, era stato presentato nel copertinario Einaudi dedicato ai librai nel 2014 con un'altra copertina, non quella con la quale è effettivamente uscito due anni dopo, nel marzo 2016. L’immagine era stata scelta allora partendo dall'idea di una figura femminile che si specchiasse nell'acqua. Era bella. Molto bella. Mi piaceva, anche se forse non era ancora quella giusta, così come ancora non era del tutto giusto il libro. La seconda volta, due anni dopo, con Severino Cesari, siamo partiti da suggestioni diverse, come sempre abbiamo fatto per scegliere le copertine dei miei libri: suggestioni, idee, confrontate con una ricerca iconografica fino a giungere all’illuminazione. Una delle suggestioni che avevo in mente era quella di una bocca spalancata con posato sulla lingua un sasso bianco, (che riportasse al personaggio del bambino con il sasso in bocca) l'altra era quella del gesto del silenzio, un indice posato sulle labbra. Shhh. Legato all’idea della verità e di un sapere iniziatico che non può essere trasmesso attraverso le parole. Immaginavamo qualcosa che non fosse illustrativo, che non fosse narrativo, ma evocativo. Un romanzo di 400 pagine - tanti fili intrecciati, tempi e luoghi diversi, molti personaggi - non lo si legge in un'unica "seduta"; un libro così rimane posato in casa, sul comodino, in bagno, in cucina, su uno scaffale, in borsa, per qualche giorno, forse settimane (spero di no!), insomma era necessaria un'immagine che, in qualunque punto il lettore interrompesse la lettura e lasciasse il libro aperto o con un segnalibro dentro, posandoci sopra lo sguardo fosse ogni volta nuovamente catturato e si rendesse conto via via che quell'immagine è in continua, muta, misteriosa sinergia con il testo.