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La ricostruzione di un’identità: Febbre di Jonathan Bazzi

 

Febbre Jonathan Bazzi Fandango libri 1 Febbre è l’esordio letterario di Jonathan Bazzi, un romanzo autobiografico che, quest’anno, ha vivacizzato le tradizionali dinamiche dello Strega, e si è aggiunto alla storica cinquina, pur essendosi classificato settimo dopo Città sommersa di Marta Barone, per via dell’articolo 7 del regolamento, che prevede la presenza, nella finale, di almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo, in questo caso Fandango Libri. Poi, in realtà, al momento della premiazione ci sono state, come spesso accade, poche sorprese: la vittoria de Il colibrì di Veronesi (La Nave di Teseo), il secondo posto di Carofiglio con La misura del tempo (Einaudi Stile Libero), il terzo della Parrella con Almarina (Einaudi), il quarto di Ferrari con Ragazzo italiano (Feltrinelli), il quinto di Mencarelli con Tutto chiede salvezza (Mondadori) e il sesto e ultimo di Bazzi, appunto.

Percepito da alcuni come un’opera militante, un manifesto dell’omosessualità (e outing della sieropositività dello scrittore), per veicolare messaggi in difesa dei diritti della comunità LGBT, in realtà Febbre è un romanzo composito che parla di molto altro, ma è in primis la storia della ricostruzione di un’identità, di un’anima rotta che non si rassegna al silenzio, all’invisibilità, che tenta la strada di una faticosa ricomposizione, cercando di sondare i margini della sopravvivenza e della resistenza.

La febbre: Rozzano 1985- Milano 2016

Jonathan Bazzi, nel 2016, vive a Milano con il suo compagno Marius da circa tre anni, studia filosofia e si mantiene all’università lavorando come insegnante di yoga. Dall’11 gennaio, una febbre insistente, debilitante, si impadronisce del suo corpo per circa due mesi, insinuando il sospetto di una malattia incurabile e terminale. Seguono vari accertamenti e si giunge alla certezza dell’ HIV, «una diagnosi che cambia tutto, che ti costringe all’improvviso a rielaborare il più velocemente possibile l’immagine che hai di te» (p. 113), ad accettare la «perdita del privilegio», a comprendere che non è più possibile «nascondersi la vista dello strapiombo» («Scopro in me un vuoto che mi ipnotizza, una dimensione dove il pensiero non può più niente. Il mio io ora, di colpo, completamente incarnato: il mio io è un corpo che si sa ammalare, e non più un’astrazione onnipotente, teorica. Segreti di cellule e sangue, lotte microscopiche che sanno proiettarsi in grande, grandissimo, e decidere tutto. Sono carne vulnerabile, infestata: sono un contenitore di sangue impuro, alterato per sempre. Un ammasso di organi e vene e cavità in cui virus molto famosi possono rintanarsi e moltiplicarsi in silenzio, senza che io me ne renda conto. Come potrò vivere sapendo di avercelo in corpo? Come potrò passare il resto della mia vita con questo parassita invisibile e ineliminabile. Piccola minuscola indimenticabile  onnipresente macchia» p. 114).

 

Da quel momento in poi prevale la passività, «nessun progetto, nessun desiderio», tutto diventa «una sequenza di gesti senza futuro»: il soggetto non vive più, attende, ascolta ossessivamente il suo corpo, spia la vita che scorre, la realtà che si squaderna progressivamente davanti al suo sguardo. Le sue facoltà si indeboliscono, sembrano ridotte e nel medesimo sono acutizzate; la tensione percettiva e conoscitiva  finisce per porsi come un’estrema resistenza, come l’ultimo tentativo di dare un senso a ciò che rimane, di opporsi allo «sradicamento silenzioso», al «vuoto della non appartenenza». E, allora, quanto più avverte la propria fragilità, la propria precarietà, tanto più aspira alla conferma di sé attraverso la memoria del passato, un passato caratterizzato da violente lacerazioni familiari, da fratture irreparabili, per risalire, forse, alle cause di questo dramma e ricostruirsi una qualche speranza d’integrità, una qualche salvezza.

La scoperta della sieropositività diventa, dunque, il pretesto esigente, lo stimolo prepotente per parlare di altro, ciò da cui tutto è iniziato e attorno a cui si coagula il nodo cruciale del racconto: la vita a Rozzano con le sue case alveare, il melting pot linguistico e culturale, l’ignoranza, il divorzio rabbioso dei genitori, l’infanzia e l’adolescenza con i nonni, la balbuzie, il desiderio omoerotico, la sessualità disordinata, l’ansia, la solitudine, l’emarginazione. La febbre è iniziata sotterraneamente allora, nel 1985, anno di nascita di Bazzi, non nel 2016, nel trilocale nel centro di Milano, la febbre ha radici antiche e chiede di essere raccontata.

Presente e passato

La narrazione procede, dunque, seguendo due piani temporali che si alternano simmetricamente per tutto il romanzo e convergono solo nella parte finale: da una parte il trauma, la scoperta della sieropositività, il presente doloroso, feroce, atonico, dall’altra l’identità in crisi ricerca se stessa nella memoria, nel ricordo, nella rivelazione drammatica di un passato muto e chiuso in se stesso, da cui tutto è iniziato, e da cui lo scampo sembra risultare impossibile. È un’alternanza fluida, diretta, che segue elasticamente i passaggi significativi della vita dello scrittore, consentendo un dialogo costante e ininterrotto, un’integrazione dialettica tra radici e sviluppo, ma che in realtà si rivela un metodo rigido che vuole rappresentare esattamente, senza sbavature, senza intermittenze, un complicato processo di formazione, una lacerante esperienza privata, cercando di riscattarla dall’insignificanza. Non sono concesse rimozioni o censure, non è consentito oblio, non ci devono essere ombre, le ferite devono essere raccontate, il dolore deve essere illuminato («La precisione è l’arma di cui mi sono munito»).

Rozzano o Rozzangeles

Rozzano è il luogo in cui tutto ha inizio, il luogo originario della crisi, del trauma, un coacervo inselvatichito in cui pullulano l’anarchia, la mancanza di decoro e di ordine, in cui germinano pulsioni violente, incontrollabili, distruttrici («Il Bronx del Nord: il paese dei tossici, degli operai, degli spacciatori. I tamarri, i delinquenti, la gente seguita dagli assistenti sociali» (p. 24), «È una specie di Sud senza il calore del Sud. È Sud sradicato e reimpiantato in fretta. È Sud raffreddato, senza mare, senza famiglia, senza tradizioni. È la sua forza impetuosa e animale virata al negativo, affamata, ingabbiata in quei palazzi in serie senza mondo intorno. Rozzano è Sud sequestrato, incattivito, in cattività», p. 25). Rozzano è il luogo in cui si consuma il matrimonio dei genitori dello scrittore, «la storia di un amore divenuto in fretta odio e ripicca», di cui lui è «il precipitato imprevisto». Rozzano è il luogo della scissione, della spaccatura dello scrittore stesso, che vive l’esigenza di un amore autentico e, contemporaneamente, il richiamo assordante del sesso occasionale con sconosciuti rozzi, una libido che non conosce né freni né leggerezza.

Bazzi scava nel sottobosco della periferia più profonda (la stessa che ha segnato il destino di Biagio Antonacci, di Fedez, di Mahhmood), vi si muove come un «corpo estraneo, intruso», «accantonato, cresciuto controvento», oscillando tra partecipazione disforica ed esclusione dal flusso vitale, ne capta la «microfisica del dolore», «il conflitto impastato in ogni cosa», e lo sente conficcarsi anche sulla sua pelle, nella sua carne, incastrarsi in ogni cellula: è prigioniero, condannato all’impotenza di muoversi, di cambiare orizzonte, di avanzare.

Resta soltanto il tentativo di riorganizzare le proprie difese e cercare di resistere a questa «voragine gelosa e inarginabile» di opporsi al suo dominio, anche se non vi sono garanzie di certezza («Me ne sono andato, ma è ancora tutta qui. Ho i suoi palazzi affastellati nel petto, i miei piedi continuano a camminare per le sue strade. Sono i suoi garage, le sue edicole, i suoi parchi silenziosi e sospesi. Le sue urla in napoletano e in pugliese, le parolacce, le risate scomposte. L’ombra della torre Telecom mi raggiunge fin qua, al centro di Milano. L’unico cap che ricordo, di tutte le case che ho cambiato negli anni, è il 20089. Resterò per sempre in via Giacinti 10, al capolinea del 15» p. 32).

Scrittura vs balbuzie

La balbuzie è uno dei temi centrali del romanzo, da sempre opprime lo scrittore, lasciandolo sguarnito, inerme, disgregato davanti ai soprusi, alle prevaricazioni, alle macerie della propria esistenza, è una tara («sono l’handicappato, il paria, il demente»), è un impeto cieco, irresistibile che rivela la frustrazione psichica, lo spaesamento. La scrittura è, invece, l’atto intuitivo, spontaneo che genera protezione, il tentativo di riscatto razionale dallo strazio dell’inesprimibilità, dal disincanto, rappresenta una nuova fermezza, una nuova possibilità di accordo con la realtà, la ricostruzione di un’identità personale, dopo che quella originaria è andata distrutta, in cui le contraddizioni possono coesistere e gli stereotipi possono essere decostruiti («Sono nato a Rozzano ma non so menare, leggo, scrivo, mi piacciono i maschi. Ho contratto l’HIV ma non sono il paziente che prende atto e si adegua, che convive con un segreto che centuplica l’importanza della diagnosi», p. 319). Le parole offrono l’opportunità di «rinominare quello che è successo» (Rozzano? il passato? l’HIV? forse tutto quanto insieme), di appropriarsene, di vivere un grado maggiore di esistenza («Voglio rimanere là dove sta il dolore, per frammentarlo con le parole e fargli fare un po’ meno male», p. 310).

 Raccontare, «esporre il copione, il regolamento» è il solo modo di «spezzare il patto velenoso», solo così è possibile «appropriarsi a proprio modo dello spazio dell’esclusione, introdurre una falla nel sistema e stare a vedere».

Un romanzo contemporaneo

Febbre è contemporaneo, dal punto di vista stilistico e culturale.

Per quanto riguarda il primo aspetto, questo romanzo traccia un itinerario nuovo che, seppure contrassegnato da una dimensione intima e privata, si affida ad una scrittura mossa, tutta tesa verso l’esterno e libera da quel pathos nebuloso che dissolve tutti i contorni e intorbida la chiarezza, tipico di alcune opere che usano materiale autobiografico. Le parole si muovono rapide e asciutte e compongono un tessuto denso di frasi brevi, irrelate, spezzate, spesso separate da spazi bianchi, che si sommano e impastano fisicità ed emotività, creando un fraseggio ritmico sincopato. Bazzi sceglie la strada di una prosa modulata sulle sonorità di un linguaggio contemporaneo, immediato, diretto, colloquiale, ironico a tratti, antiletterario, ricco di rimandi alla televisione, alla musica, al cinema, ai social network, agli aspetti più folkloristici della nostra tradizione, e a quelli più caratteristici della cultura millennial.

Contemporanea è anche la scelta di proporre un’opera che, sotto traccia, si lascia individuare anche come gesto politico, nato dalla necessità di affermare un’eccentricità rispetto ai modelli dominanti, di rivendicare fieramente una corrente narrativa antagonista e sovversiva in cui si agitano argomenti che hanno a che fare con l’orientamento sessuale, con le periferie («geografiche e identitarie» dice lo scrittore), con la discriminazione di genere, con lo stigma sociale. Significativo, da questo punto di vista è quanto dice lo stesso Bazzi riguardo alla scelta dell’illustrazione sulla copertina, una rilettura della Santa Lucia di Francesco del Cossa, di Elisa Seitzinger, in cui una mano tiene la palma del martirio e gli occhi non sono più emblema della sofferenza, ma diventano fiori che sbocciano e stillano, insieme, a gocce di sangue, una nuova vista: «Raffigura un’offerta, l’offerta viva di uno sguardo, di un punto di vista. Ecco come sono andate le cose o, più precisamente, ecco come io le ho viste, ecco il modo in cui mi sono apparse. Febbre è l’offerta di un punto di vista. Un reportage a ritroso nel segreto, in ciò che ci insegnano sia meglio non dire».

 

Commenti   

#1 CommentoRinaldo della Rete 2020-07-24 00:08
Visione puntuale dei passaggi più interessanti. Credo che lei abbia evidenziato le tematiche più interessanti.
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