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diretto da Romano Luperini

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Tre capitoli di La Rancura di Romano Luperini

0000000000rancuraromano Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Romano Luperini La rancura. Poiché il romanzo è diviso in tre parti si danno qui in anteprima un capitolo per ciascuna di esse. Col capitolo della prima parte (In un casino) siamo negli anni del fascismo, con quello della seconda (La manifestazione femminista) negli anni settanta, con quello della terza (La selezione del Grande fratello) nell’era berlusconiana. Tornando alla terza puntata di questo Diario il lettore può agevolmente inquadrare nella vicenda i tre capitoli qui riportati.

In un casino

«Una semplice costa normalmente dieci lire, una doppia venti, mezz’ora trenta. A te, che è la prima volta, va bene una semplice». Gli diceva per strada Nullo, dopo averlo incontrato in piazza San Michele.

Una semplice?, si chiedeva fra sé Luigi. Immaginava cosa significasse, ma non ne era del tutto sicuro e non voleva fare la figura dello sprovveduto domandandolo. Era tutta la settimana che ci pensava e a poco a poco lo aveva preso l’ansia. E se non mi riuscisse?, pensava. Già la malattia lo aveva lasciato incerto, indebolito … Aveva riletto certe pagine di d’Annunzio e di Pitigrilli, amplessi tanti, ma istruzioni pratiche niente, alla fine ne sapeva quanto prima.

«Non ti preoccupare», lo incoraggiò Nullo, «fanno tutto loro, tu devi solo scegliere una delle ragazze, seguirla in camera e ricordarti di darle la marchetta».

«La marchetta?».

«Sì, è un gettone di metallo con un buco nel centro. Dopo che hai pagato in anticipo, te lo consegna la maitraisse e poi tu lo devi dare alla ragazza scelta. Alla fine della giornata fanno il conto delle marchette e ciascuna ragazza si prende la parte che le spetta».

La scena che vide, appena entrarono, gli fece battere furiosamente il cuore in gola. La grande sala d’aspetto era attraversata da ragazze seminude, che passavano nella nebbia del fumo delle sigarette, ancheggiavano, ridevano, cantavano, si mettevano sulle ginocchia dei clienti seduti ai quattro lati che anche loro sorridevano e parlavano disinvolti. Si vedevano la giarrettiere, le gambe nude, i seni che oscillavano fra i veli. Gli mancava il respiro. Guardò Nullo in cerca di soccorso. «Andiamo là», indicò lui. C’erano due posti liberi su un divano laterale. «Lascia fare a me», aggiunse sottovoce. Nell’aria c’era un odore forte e strano, un misto di profumi, puzzo di sigarette e di disinfettanti. Si misero a sedere. Luigi, che si era tolto l’impermeabile chiaro e lo teneva con impaccio su un braccio, accese una sigaretta. Quando qualche ragazza si avvicinava, tratteneva il fiato, se gli avesse rivolto la parola cosa avrebbe risposto? se si fosse seduta sulle sue ginocchia dove avrebbe messo le braccia con quell’impermeabile che lo impacciava? Dopo un po’ Nullo si alzò e andò a parlare sottovoce con la maitraisse. Vide che la donna, grassa, con una bocca esageratamente rossa e un grande ventaglio che agitava sul petto, prima guardò nella sua direzione e poi chiamò a sé tre ragazze. Il gruppo parlottò un poco e poi Nullo fece ritorno seguito dalle tre, due davanti che si tenevano a braccetto scherzando fra loro, l’altra dietro. «Ecco», esclamò Nullo, «ti faccio scegliere fra tutti i colori possibili. La rossa è Zobeide, una amica che viene dal porto di Genova, la bruna, Ginevra, è una napoletana, ha il sangue caldo delle meridionali, la biondina è della campagna veneta e si chiama…come ti chiami?», chiese. «Vanessa», rispose lei, affacciandosi fra le altre due perché era rimasta un po’ indietro. Era la più piccola delle tre, portava i capelli biondi tirati indietro e raccolti sulla nuca da un fiocco nero quasi infantile e forse per questo sembrava meno invadente delle altre.

«Questa è la tua marchetta», disse Nullo allungandogli il gettone. «E ora scegline una, con calma, non c’è fretta», e si allontanò verso un divano dalla parte opposta della sala.

Carogna!, pensò lui. Mi ha lasciato solo! E ora cosa faccio? La rossa e la bruna si strinsero accanto a lui sul posto rimasto vuoto, la biondina si sedette sul bracciolo dall’altra parte. Mentre le altre due ridevano e gli facevano domande a cui lui non sapeva bene come rispondere, lei fumava in silenzio.

A un tratto si levò il grido acuto della maitraisse: «Basta, basta, giovanotti, basta flanella, in camera, su, in camera». Allora «Andiamo», disse lui di colpo a Vanessa, senza pensare. Qualunque situazione era preferibile a quell’imbarazzo che lo paralizzava. Lei lo prese per mano e lo guidò su per le scale.

Nella camera l’odore di lisoformio era fortissimo e per un attimo gli dette un senso di nausea e di stordimento. Accanto al letto da una parte c’era una poltrona con una grossa bambola seduta con le gambe divaricate, dall’altra il bidé. Vanessa cominciò a sfilarsi la gonna, mentre lui cercava invano di trovare qualche parola adatta alla situazione

Fu lei invece a dire le prime parole. Si era accoccolata sul bidè e ora si stava asciugando. «Devi lavarti anche tu. Se vuoi t’aiuto».

Allora devo spogliarmi, pensò. Pose l’impermeabile, che teneva ancora sul braccio, sulla poltrona, accanto alla bambola, e cominciò a togliersi lentamente i pantaloni.

«Vieni, ti aiuto», disse lei. Gli si era avvicinata. Lui vedeva l’alzarsi e l’abbassarsi caldo e calmo del seno di lei. Chiuse gli occhi, «Fai tu, per favore, fai tu», si raccomandò allora. Voleva abbandonarsi a quella quiete, sprofondarvi senza pensare. Sentì che lei lo portava verso il bidè, avvertì il tepore dell’acqua sulla pelle, il contatto dell’asciugamano. Poi lei gli passò una mano fra i capelli, e lo attirò sul letto su di sé. Venne subito.

«Non ti preoccupare», disse lei, «le prime volte succede, poi imparerai a trattenerti».

D’improvviso lui si sentì completamente tranquillo, e gli venne voglia di parlare. «Sei di famiglia contadina anche tu, vero?».

«Sì», rispose lei, ma già si stava alzando dal letto. «Dobbiamo scendere», disse, «se si resta troppo in camera coi clienti la padrona si arrabbia».

 

La manifestazione femminista

Ilaria era arrivata a Roma perché ci sarebbe stata una grande manifestazione femminista. Quando entrai in cucina per la colazione, intorno al tavolo c’erano già Ilaria, Francesco, col figlio in braccio, e sua moglie Giulia. «Vedi», diceva Giulia a Ilaria, «i compagni non hanno nulla contro il fatto che facciamo politica. Il problema nasce quando gli diciamo: “Adesso ti alzi tu a sparecchiare la tavola”».

Tutt’e due indossavano gonne lunghe e larghe, scialli colorati, zoccoli olandesi. Intanto dalle camere accanto affluivano in cucina altre compagne, ridevano allegre, eccitate, scherzavano fra loro, si aggiustavano l’un l’altra le trecce, le passate sulla testa, gli scialli. Erano tutte venute a Roma per la manifestazione, e avevano utilizzato l’appartamento di via Prenestina come foresteria per passarci la notte. Alcune con zoccoli e gonnelloni zingareschi e una fascia sulla fronte a trattenere i capelli, altre invece in pantaloni e scarponi anfibi. Avevano preparato dei cartelli per la manifestazione Né angeli del focolare, né angeli del ciclostile, Il personale è politico, L’utero è mio e lo gestisco io, No all’abrogazione della legge sull’aborto.

«Immagino che noi maschi non possiamo venire …», dissi io, «Peccato, in fondo è la stessa lotta».

«No, non è la stessa lotta, è una lotta diversa. E il nemico siete anche voi, perché anche voi maschi fate parte del potere che ci opprime. Nella società, ma anche nella famiglia e nella organizzazione politica. Solo separate, lontano dal vostro sguardo, riusciamo a esprimerci davvero come donne», rispose Giulia.

Lontano dal vostro sguardo, pensai, questo è il vocabolario delle riunioni di autocoscienza.

«Però se state a guardarci dal marciapiedi non abbiamo nulla in contrario», sorrise un’altra, più conciliante.

Uscirono tutte quante, e dopo poco Francesco e io le seguimmo, Francesco con il bambino, a volte per mano, a volte sulle spalle.

Il corteo avanzava preceduto da un grande striscione Il femminismo è una festa appena cominciata. Dietro le donne intrecciavano balli e girotondi, si tenevano abbracciate, correvano, ridevano, gridavano Donna donna donna non smetter di lottare/ tutta la vita deve cambiare.

A tratti gruppi di compagne si staccavano dal resto, si dirigevano verso dei grandi manifesti pubblicitari affissi ai lati della strada. Andammo a vedere. Erano manifesti di Robe di Kappa che raffiguravano una coppia di giovani abbracciati. La donna era di spalle in primo piano, in piedi davanti a lui, cosicché l’uomo, ritto di fronte, era quasi del tutto nascosto dal corpo femminile: di lui si vedevano solo le due gambe divaricate strette nei jeans, i capelli che emergevano appena sopra la testa di lei, la mano sinistra aperta sul dorso della donna nell’atto di spingerla contro il proprio petto, il braccio destro proteso in avanti a sollevarle da dietro la gonna e a prenderle nel palmo della mano un gluteo bianco e lucente, già tutto scoperto. Lei si vedeva invece per intero, di schiena, il corpo snello fasciato da un vestito corto e leggero, la capigliatura scura lunga sulle spalle, le gambe unite entro calze di nylon trasparenti con la loro riga nera perfettamente diritta, un braccio dietro la testa di lui, l’altro lungo il fianco leggermente proteso indietro quasi a distendere di nuovo verso il basso la gonna sollevata dal gesto maschile. Di traverso la scritta la presa di lui. Le donne si avvicinavano rapide con passo di danza, con pochi gesti attaccavano in mezzo al manifesto un cartello bianco con stampata una frase nera Siamo stufe di essere prese per il culo, poi, altrettanto veloci, rientravano nel corteo. Le guardavo ammirato. Con i loro scialli colorati si muovevano agili e festose come sciami variopinti di farfalle.

Nelle piazze il corteo si frammentava, tenendosi per mano le donne si allargavano, occupando tutto lo spazio inanellavano ampi girotondi, levando in aria le gambe, facendo svolazzare scialli e gonnelloni. In uno spiazzo ballavano gioiose e furiose intorno a una gabbia di rete metallica, dove una di loro, chiusa all’interno, portava sul petto un cartello Sono la regina della casa, sulla testa una corona dorata di cartone, al collo un grembiule da cucina, in una mano una scopa e un bebé di stoffa nell’altra.

Ecco, pensai con invidia, è il loro Sessantotto. «Vedi», dissi a Francesco, «Per loro gioco e politica sono una cosa sola, come era per noi nel Sessantotto … Per loro fra vita e politica non c’è separazione. Ora invece per noi maschi solo politica, solo fatica e lavoro … la politica è tornata a essere specializzazione, lavoro separato dalla vita. In dieci anni è cambiato proprio tutto».

A un certo punto uno sciame di ragazze si avvicinò leggero e minaccioso a un gruppo di maschi sul marciapiedi. Avevano levato le braccia sopra le loro teste, con gesto spavaldo mimavano il simbolo del sesso femminile, tre diti chiusi, due, pollice e indice, aperti e divaricati in modo che quelli della mano sinistra si congiungessero a quelli della destra. Anche i cori e gli slogan erano cambiati, erano diventati di colpo minacciosi: Col dito col dito/ orgasmo garantito/ col cazzo col cazzo/ orgasmo da strapazzo. Una gridò fra le risate delle altre «Dirigenti del cazzo! Noi ora vi vediamo nudi, capite? E l’avete piccolo così». Li avevano circondati e intorno a loro giravano giravano tenendosi per mano in una specie di danza di guerra vorticosa e irridente. «Cosa succede?», chiesi a Francesco, che stava a Roma già da qualche tempo e conosceva tutti. «Quello è Erri De Luca con altri dirigenti del servizio d’ordine di Lotta Continua che attaccò il corteo delle compagne gridando È ora è ora/ la fica a chi lavora. Le femministe se la sono legata al dito. È così che è cominciata la fine di Lotta Continua».

D’un tratto il girotondo si sciolse, rapidissime le donne sciamarono via, in un attimo raggiunsero il grosso del corteo. I romani guardavano, alcuni curiosi, i più distratti e indifferenti. Gruppi di turisti applaudivano come davanti a uno spettacolo. Francesco commentò, amaro: «Una cosa è il divorzio o l’aborto che riguardano tutte le donne. Un’altra la separazione fra maschi e femmine e la rivoluzione femminista, che possono interessare solo le minoranze. Se ne riparla fra qualche anno». Ma lui, pensai, aveva il dente avvelenato con la moglie.

Intanto, durante il cammino di ritorno a casa, Francesco mi raccontava com’era finita Lotta Continua. Lui era andato al loro ultimo congresso a Rimini come rappresentante di Avanguardia Operaia, aveva visto le femministe occupare la presidenza, mettere sotto accusa l’intero gruppo dirigente, lo scontro con gli operai che gridavano contro di loro Nel proletariato nessuna divisione/ uomini e donne per la rivoluzione. Poi aggiunse: «Sai che anche la moglie di Foa era di Lotta Continua? Si sono separati … il femminismo sta facendo strage di famiglie … e pare che ora lui vada a vivere con la sorella del segretario di Berlinguer, Tatò, e che abbiano preso casa insieme qui a Roma … Certo ha un bel coraggio, separarsi e cominciare una nuova vita a settant’anni, e con tre figli…».

 

La selezione del Grande Fratello

A casa trova Serena impaziente. «Allora andiamo?», lo sollecita. La sera prima le aveva promesso di provare l’auto del padre e di portare lei e Let all’università. Se poi la macchina funzionava bene, l’indomani avrebbero fatto tutt’e tre una gita al mare e poi, dopo la loro partenza, sarebbe andato a Pisa a trovare la mamma. Aveva rimandato anche troppo. Non poteva ripartire per Londra senza averla rivista.

L’auto è nel garage interrato costruito qualche anno prima sotto il vecchio fienile. Fa scorrere la saracinesca, entra nel garage e la guarda. Una macchina sportiva, una specie di cabriolet. Rossa, decappottabile. Tre porte e solo quattro posti, i due posteriori molto risicati. «Vedi», dice a Serena, «è una macchina per portarci le ragazze».

Prova a girare la chiave del motore, ma gira a vuoto. La batteria. Si deve essere scaricata in tutto questo tempo che la macchina è stata ferma. «Aiutatemi», dice a Serena e a Let, «spingete la macchina da dietro, la faccio partire in discesa, bisogna arrivare alla autofficina più vicina». Loro spingono intralciandosi a vicenda, spingono e ridono, la macchina scivola subito giù in discesa e quando ha preso velocità Marcello stacca la frizione e il motore si avvia, all’inizio scoppiettando, poi prendendo il suo ritmo normale. Arrivato al ponte sul fiume, torna indietro sino al cancello di casa e le fa salire stando attento che non si spenga il motore. Finalmente partono e dopo un quarto d’ora le lascia tutt’e due davanti all’università, dopo aver preso appuntamento con loro per l’ora di cena. In una autofficina fa cambiare la batteria, e poi decide di provare la macchina sulla superstrada arrivando sino a Firenze. Tanto ha tutto il giorno davanti.

L’auto corre veloce, tiene bene la strada, e in un’ora è in città. Guida lentamente, preoccupato, nel traffico. L’auto è troppo bassa, circondata da autocarri e da SUV enormi, neri, con ruote da camion che gli arrivano all’altezza della testa. Ti schiacciano, ti tolgono la visibilità e l’aria. Qualche anno fa, quando era partito, non erano così numerosi.

La lascia in un garage pubblico e prosegue a piedi verso il centro. Tutto è più tranquillo, le strade sembrano meno frequentate, più lucide e più pulite, non ci sono più i lavavetri delle auto ai semafori, niente mendicanti sui marciapiedi. Ai cavalcavia e nelle piazze ronde di poliziotti e di soldati.

Vicino a piazza del Duomo vede sfilare un corteo disordinato di uomini di colore, tutti con una tuta arancione fosforescente, scortati da carabinieri armati. Un gregge confuso. Quando i primi si arrestano al semaforo, quelli che sopraggiungono da dietro non fanno in tempo a fermarsi e li spingono facendoli barcollare, affollandosi. Allora i carabinieri scattano tutti insieme per rimetterli in fila. Un passante grida agitando un pugno. Ma i più guardano da un’altra parte, indifferenti.

Marcello li osserva sfilare dal marciapiedi opposto, poi riprende a camminare nella loro stessa direzione. A un certo punto, davanti a un grande albergo, il corteo si blocca per un ostacolo improvviso, col solito affollamento tumultuoso delle prime file, e i carabinieri cominciano a correre. C’è una coda davanti alla porta dell’albergo, gente che ingombra il marciapiedi in attesa di entrare, tutti giovani, molti con tatuaggi che sporgono dalle magliette e piercing al labbro e al sopracciglio, ragazze in minigonna, ragazzi con braccia muscolose in vista, crani rasati e creste da moicano. Dall’interno giungono strida di donne, risate. Ci sono fotografi e cameraman che si agitano con le macchine a tracolla. Girano un film? A un tratto dalla porta girevole escono, oscillando e inciampando sui tacchi, due ragazze abbracciate, piangono, gridano: «Non è regolare, non è regolare!», zeppe altissime, gambe nude, tette lucide e rotonde che esplodono dai corsetti. Tutti si affollano intorno, le subissano di domande affannose, come se uscissero da un esame.

«Ma che c’è qui?», chiede Marcello a uno dei portieri dell’albergo.

«C’è Canale 5, fanno la selezione per Il grande fratello».

Nella confusione le prime tute arancione si mescolano alle camicie fuori dei jeans, alle gonne e ai cinturoni, alle magliette scollate e colorate. Per qualche istante è tutto un vorticare indistinto di pelle bianca e scura, di braccia, spalle, facce stupite, ridenti o spiritate, teste nere bionde rosse rosa shocking; poi quelli in coda cominciano a urlare, protestano, hanno paura di perdere la precedenza, «Siamo qui dalle cinque di mattina», gridano; e i carabinieri devono rimettere ordine e ricostituire le fila, mentre alcuni di loro bloccano il traffico delle macchine e degli autobus in modo che il corteo possa attraversare la strada e continuare il percorso sull’altro marciapiedi senza alterare l’ordine della coda.

Marcello è ancora fermo davanti all’albergo quando uno, senza abbandonare la fila, «Lupi», lo chiama, «Ma tu sei Lupi, l’informatico…». È un compagno di liceo che non vede da anni, jeans a vita bassa, una camicia bianca aperta sul petto da cui spunta un ciuffo di peli neri, un braccialetto colorato al polso.

«Ma che fai qui? Non hai uno studio da avvocato?», gli chiede sorpreso.

«Mi è venuta voglia di cambiare vita. Sono stufo. Mi sono rotto il cazzo, capisci? Sono stato sempre troppo serio. Siamo stati tutti troppo seri per troppo tempo. Tutti compunti, tutti rispettosi delle regole. Anche tu, mi ricordo, tutto compunto a scuola», grida, chi sa perché. E intanto, senza smettere di gridare, lo ha preso per il braccio spingendolo accanto a sé nella fila e guardandolo con occhi fissi e insistenti. «Troppi doveri, troppa legge. Te lo dico io che faccio l’avvocato: la legge è un limite che va spostato sempre più lontano. Meno male che Berlusconi ci ha dato una scossa. Basta con le tasse e con le regole, in Italia ci sono troppe regole, troppe pastoie. Dopo tanto tempo Berlusconi ci ha portato finalmente un po’di libertà, non ti pare? E tu che fai? Stai sempre a Londra?». Salta da un argomento all’altro, in modo eccitato e un po’ convulso. Che si sia impasticcato come quella volta all’esame di maturità? Poi gli mette un braccio intorno al collo, avvicina il viso sin quasi a sfiorare il suo e aggiunge, ma ora sottovoce, come continuando un discorso interrotto un momento prima: «Ho paura di essere troppo vecchio. A quaranta anni si è già out per queste cose. Quando mi sono messo in coda e ho guardato gli altri concorrenti l’ho capito subito. Ma ormai non mollo, voglio vedere come va a finire».

Marcello si scosta. Non gli piace quel fare concitato, quel braccio intorno al collo. E poi gli dà fastidio stare in mezzo a tutta quella gente che ride, grida, beve in continuazione birra e coca-cola. «Sì, abito ancora a Londra», risponde, «sono in Italia solo per pochi giorni». Aspetta un attimo e subito aggiunge: «Per me è tardi, devo andare. Ti faccio tanti auguri per la selezione».

Mentre ritorna verso il garage, risente dentro di sé la voce del padre: le regole o si rispettano o si rovesciano. Sempre perentorio, lui. Ma, oggi più che mai, le regole si ignorano o si aggirano. I tempi sono cambiati e ora è il momento di Berlusconi.