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Un affresco, o forse un mosaico. Cinque domande a Vitaliano Trevisan

trevisan 20160720 0202 A cura di Roberto Contu

1) In Works lei racconta il proprio fallimento reiterato nella precarietà lavorativa, vissuto in una generazione e in un luogo, il nord-est vicentino, che ha fatto del posto fisso e della produttività il proprio dio proprio negli anni Settanta/Ottanta. È questa condizione particolare che le ha permesso di raccontare in modo così credibile quegli anni e quell’Italia?

Non era mia intenzione raccontare “quegli anni” eccetera, ma semplicemente la storia dei miei lavori. Scrivendo, mi sono reso conto che si trattava non di realizzare un quadro, ma bensì un affresco, o forse un mosaico, e mi sono regolato di conseguenza.

2) In Works lei racconta la brutalità del lavoro, non tanto quello dell’annichilimento fisico, quanto quello della svendita della propria identità. Eppure proprio in questo modo il lavoro assume alla fine del libro il peso specifico necessario per restituirlo a un referto credibile, si depura dal rischio di narrazioni patetiche o ciniche, si ricolloca nel mistero di ciò che è: conflitto ancestrale e violento contro l’inerzia dell’esistere. Lei che ha iniziato questa lotta con il lavoro a quindici anni, a che punto si trova ora?

Attualmente, essendomi posto nella condizione di non poter fare altrimenti, scrivo per vivere – e naturalmente viceversa. Grazie a dio – dio minuscolo, giacché io non credo – sembra che la natura mi abbia fatto dono di più di un talento (o forse di uno solo, ma duttile); così posso alternare la scrittura narrativa, che è quella che mi costa più fatica, con quella drammaturgica, che è molto più leggera, se non altro perché necessita di meno parole, e in più mi permette di essere spesso sul palco, in veste di lettore o di attore; e in quest’ultimo ruolo, quello di attore, ogni tanto, ma con una certa regolarità, mi capita di essere chiamato per una qualche produzione cinematografica o televisiva. Mi ritengo un uomo fortunato.

3) Dopo aver letto il suo libro mi capita spesso di fermarmi a guardare le foto che posta sul suo profilo.  Da subito ho colto una continuità con il racconto della realtà sgretolata e identitaria del suo immaginario. Ho provato lo stesso interesse per foto per certi versi simili che tempo fa Francesco Pecoraro pubblicava raccontando Roma. Nell’uno e nell’altro caso ho apprezzato l’assenza di retorica e la capacità di narrazione del particolare. È così complesso raccontare in modo onesto la realtà?

Rispondo citando integralmente il cosiddetto primo sorite cinese.

Gli antichi che volevano che l’intelligenza esercitasse il suo compito di educazione in tutto il paese, cominciavano col mettere ordine nel loro principato; volendo mettere ordine nel loro principato, regolavano prima di tutto la loro vita famigliare; volendo regolare la loro vita famigliare, cominciavano col coltivare la loro persona; desiderando coltivare la loro persona, prima di tutto correggevano il loro cuore; volendo correggere il loro cuore cercavano la sincerità nei loro pensieri; cercando la sincerità nei loro pensieri, cominciavano con l’applicarsi alla scienza perfetta; questa scienza perfetta consiste nell’acquistare il senso delle cose reali. (Tá-Hio)

Curioso che venga da un grande libro di retorica – Trattato dell’Argomentazione, Perelman/Olbrechts-Tyteca. O forse no, visto che la prima regola della Retorica, in quanto arte dell’argomentazione, è non rendere se stessa evidente. Perciò, a mio parere, e contrariamente a quanto comunemente si pensa, il discrimine non è tra retorica (negativo) e assenza di retorica (positivo), ma, molto semplicemente, tra buona e cattiva retorica.

 4) Lei racconta di avere studiato poco e male in un istituto tecnico per geometri. Di avere iniziato a lavorare a intermittenza ovunque e comunque. Di avere rischiato crinali pericolosi. Di avere capito molto presto di essere uno scrittore ma di dovere aspettare per iniziare a farlo. Di avere vissuto continuamente una condizione da fuori luogo, socialmente reietta. Ora che è unanimemente riconosciuto come autore, si sente uscito da questa condizione di irregolare?

No.

 5) Le ho sentito raccontare del suo vivere la scrittura come «lotta per togliersi dalla pagina bianca». È questo un modo per esistere?

Evidentemente sì.

N.B. Mi permetto un’osservazione rispetto alle domande: non ho potuto fare a meno di notare il ricorrere del verbo raccontare. Ebbene il racconto è solo una parte del discorso; l’ambito della scrittura è ben più ampio e non si esaurisce di certo in esso. 


Fotografia: G. Biscardi, Vetrina, Palermo 2016 

 

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