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diretto da Romano Luperini

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L’inizio del romanzo L’ultima sillaba del verso di Romano Luperini

cropped cover web Si pubblicano di seguito l'introduzione all'Ultima sillaba del verso e il prologo del romanzo.

Sto per pubblicare un nuovo romanzo, che uscirà a marzo ancora con Mondadori. Il titolo (goethiano, poi anche fortiniano), L’ultima sillaba del verso, allude al fatto che solo l’ultima sillaba svela la natura del verso dando senso alle precedenti e così dovrebbe succedere alla vecchiaia che dovrebbe realizzare il disegno di una vita. Ma il testo getta un’ombra di dubbio sulla possibilità che la metafora mantenga ancor oggi il suo contenuto di verità e che quindi abbia ancora senso una visione teleologica dell’esistenza. In realtà sembrerebbe piuttosto che oggi, finita la Storia, trionfino dispersione e insensatezza e siano possibili solo cronache e cronologie.

Questo nuovo romanzo completa la storia del Novecento che nel precedente La rancura si arrestava all’inizio degli anni ottanta (per poi passare, con un salto, al nuovo secolo). Qui i fatti narrati si svolgono fra il biennio 1988/89 e il 2001. La caduta del muro di Berlino e l’attentato alle torri gemelle di New York costituiscono non casualmente i termini estremi fra i quali si estende la narrazione. La fine del secolo (e del millennio) è traguardata attraverso un recupero memoriale che si svolge ai nostri giorni (nel 2012/13). La prospettiva è quella di un vecchio che vive da solo in una campagna solitaria e faticosamente cerca di uscire da una terribile malattia. Si trova a fronteggiare i segni del disfacimento del corpo e la coscienza della precarietà della propria esistenza, e nello stesso tempo cerca  di ricostruire il senso di un momento cruciale della propria vita, fra la sconfitta politica degli anni settanta e ottanta e  una vicenda d’amore che giunge a conclusione.

Alcuni dei personaggi di La rancura ritornano anche in questo a sottolinearne la continuità. Inoltre viene ripreso anche qui l’artificio dell’autofiction. Tuttavia L’ultima sillaba del verso è un romanzo molto diverso dal precedente, perché la vita pubblica del protagonista, pur presente, vi ha minore rilievo di quella privata. Si tratta infatti della storia d’amore fra un anziano e una giovane: una storia che mette a dura prova le categorie psicologiche e sociologiche, e inguaribilmente “maschili”, con cui il protagonista cerca di inquadrare, sino all’ultima riga della narrazione, una passione affascinante e una figura femminile sempre sfuggente in cui sembra ritornare a vivere il misterioso personaggio di un grande racconto di Musil. La sconfitta politica e il conseguente ritorno al privato costituiscono lo sfondo necessario di questa vicenda, ambientata fra i colli, le selve di castagno, gli animali (l’upupa su tutti, con il su verso e le sue sfarfallanti apparizioni primaverili) della campagna toscana, ma esposta a tutti i venti e le bufere degli avvenimenti più tragici dei nostri tempi.

Non so se ci sono riuscito ma ho cercato anch’io (come Annie Ernaux in Gli anni) di «captare il riflesso proiettato sullo schermo della memoria individuale dalla storia collettiva».

PROLOGO 

1.

Soffitto bianco, muri bianchi.   Evaporano nell’aria residui di una vita precedente.  Oggetti di casa che galleggiano e si perdono, gesti spenti, poco altro.  Immobile, disteso nel letto, in una gabbia di tubi.  La mente, un deserto. Quando vi giunge il primo pensiero, si cristallizza nel vuoto. Lo distacco da me, lo fisso in una frase: comincio-ad-allenarmi-al-niente.

Provo a muovere un braccio, poi un altro. Una voce, non molto lontano, chiede: «Infermiera, che ore sono?», ma non capisco la risposta. Passa del tempo. qualcuno mi tocca, mi dice qualcosa. Il letto si muove, si sposta. Poi un urto, forse la soglia di una porta, apro un istante gli occhi, in alto: REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA.

Quando li riapro, sulla testa ancora un soffitto bianco, davanti altri muri bianchi. Intorno la stessa gabbia di fili e di tubi, il braccio collegato a un’ampolla sospesa in alto, trasparente, con un liquido scuro.

Così, per giorni. Fra le ampolle della flebo, le cannule dei clisteri, le caraffe dei pappagalli, i tubi dei cateteri, gli aghi ipodermici. Una infermiera mi aveva toccato i genitali, rasato il pube. Un’altra mi aveva messo pancia in giù, infilato nell’ano la cannula di un clistere. Ero stato palpato,  mi avevano inserito sonde in tutti gli orifizi. Ero un corpo   da spostare, rigirare, maneggiare, manipolare. Con una sacca e una flebo per alimentarmi, un catetere per urinare. Quando comincio a fare qualche passo per andare in bagno, devo  districarmi faticosamente fra fili e tubi, e trascinarmi dietro l’asta metallica con la flebo. Come un cane alla catena.

Ogni notte mi sveglio dopo tre, quattro ore di sonno. Accendo la luce, cerco di rileggere Guerra e pace, non lo leggevo dalla giovinezza, ma se non ora, quando?,  ascolto con l’auricolare le canzoni di De André, arranco in piedi fra tubi che  mi intralciano, con il braccio e la spalla di sinistra  che  non riesco a muovere (da lì, mi hanno detto, hanno tolto una vena, un lembo branchiale), il braccio destro legato alla cima dell’asta. Mi sdraio di nuovo, combatto con brandelli di pensieri. A volte riesco a riaddormentarmi prima che cambi il turno di notte e i rumori nel corridoio mi rinnovino l’ansia delle visite, dei farmaci, dei controlli, delle RMN. Meno male che mi hanno dato una camera singola con bagno autonomo. In quella clinica universitaria forse era un privilegio concesso a un membro della corporazione, un professore del piccolo ateneo cittadino.

Una notte, d’improvviso, accendendo la luce nel bagno, dallo specchio un estraneo mi guarda. Una persona ignota eppure familiare. Sono io, così? Così dimagrito, le braccia secche e striminzite, senza muscolo,  le clavicole e lo sterno senza più carne, con la pelle tesa sugli ossi puntuti, e il viso  squilibrato, sbilanciato da una parte, col collo scavato a sinistra, la bocca senza denti risucchiata all’interno, un buco infossato sotto il naso, il labbro inferiore una piega distorta, sbilenca. Resecato il tendine, il labbro non tornerà più come prima,  aveva detto il chirurgo.  Quel fantasma sono io. Fuori di qui è settembre, intorno a casa una notte di grilli e l’odore dell’erba tagliata. Nel giro ondulatorio dei poggi forse si è già alzato  il cerchio giallo della luna, e  le linee dei crinali biancheggiano punteggiate in nero dalle file dei cipressi, mentre  in basso, nelle valli,   una luminosità quasi liquida ricopre lo scacchiere scuro delle vigne, lo  distingue da quello più chiaro dei campi mietuti. E io lì, nel bagno, sotto questa luce livida di lampada, lemure disfatto… lemure disfatto?...  Perché, proprio ora, questo assurdo residuo  di  vecchie letture?

Torno a letto. Il silenzio dell’ospedale. L’angoscia mi prende alla bocca dello stomaco e risale, invade il petto,  strozza la gola. Ringrazia Dio che sei vivo. Ma sono vivo? È vita questa? Cerco di rattoppare gli ultimi grumi di sonno, m’addormento per qualche minuto, e, poi,   con il chioccolìo delle taccole sui cornicioni, ecco l’alba. Passi frettolosi nel corridoio, un lamento di donna, lungo, interminabile. 

Vorrei non sentire, restare nell’ incoscienza. E invece quel gemito di donna non vuole finire. Dopo ogni pausa di silenzio ritorna a insistere, lo sento bene, lo sento forte. Mi si incastra in una zona della mente dove sta un sapere profondo, oscurato, non voluto sapere, ignorato per decenni, e che ora è lì, allo scoperto, inevitabile.

Eppure Massimiliano, l’infermiere, ha lasciato chiusa la porta della camera, non semiaperta, come avrebbe dovuto. Sa che così mi disturberanno meno i rumori che vengono dalle corsie, sa che non mi piace che la gente sbirci dentro la mia stanza.

Quel gemito si ripete. Ma ormai aspetto solo che Massimiliano balzi dentro la camera col suo sorriso di neoassunto, tiri su la serranda, con la voce allegra copra ogni  segno del male e della morte. L’uscio si spalanca di colpo e altissima appare l’infermiera cattiva. Si muove veloce, a scatti, con gesti decisi come urti. «La porta deve stare aperta, gli infermieri e i medici devono vedere dentro», dice aprendola con una spinta.

Poi, giorni dopo, un’altra alba. Questa volta mi sveglia il rullo dei tuoni. Nel trambusto del cambio turno, sui cornicioni scroscia la pioggia. Da una clinica all’altra, da un reparto all’altro, ho sentito passare le stagioni senza sentire sulla pelle l’aria, la brezza della primavera, il solleone d’agosto. Ora l’autunno è alle porte. L’autunno, dico, e poi ripeto ancora questa parola, l’autunno, mentre sono lì con la testa sul guanciale, supino nel letto.

E poi penso: fosse solo una parola, l’autunno, fosse solo un suono di tre sillabe, un concetto astratto, una immagine, e invece è tempo che passa attraversando la materia del corpo, scalpello che la sbriciola.   Le pareti dei visceri si sfibrano, i muscoli si rilasciano, ulcere e focolai minacciano le cellule. Ora in un organo, ora nell’altro qualcosa si logora, si spezza. Il corpo è una trappola fatta di tempo. Più fiorisce, più cresce e trionfa, più avvizzisce e declina, e si avvicina alla fine. Se cominci a pensare al tuo corpo, cominci a pensare al tempo. Quando era morta mia madre, quel sangue zampillato dal naso di notte era stato un avvertimento del corpo. Da allora niente era stato più come prima. Era cominciata allora la vecchiaia. Da allora il corpo, per anni ignorato, aveva affermato il  proprio esserci, il proprio  dominio e, insieme, quello del tempo.

La pioggia batte sulle vetrate con violenza, vedo chicchi che rimbalzano e saltano via. Grandina. Stamani tutto è in ritardo. Non si sente neppure la squadra delle pulizie con le sue voci e il rumore delle finestre spalancate.

2.

Dolcezza disperata di settembre. Dove ho letto questo verso? E perché, di nuovo, il lessico della poesia? Per dire il vero e insieme nasconderlo, per consolazione?

Sto disteso su una sdraio in giardino e guardo in alto fra i rami del tiglio pezzi di cielo che si compongono e si scompongono col movimento delle foglie.

«Queste guerre si vincono o si perdono alla prima battaglia», ha detto il medico scrivendo sul registro dell’ospedale l’ordine di dimissione. «L’operazione è andata bene…Però è stato un vero e proprio over treatment…E poi, come sa, c’è stata la complicazione della polmonite e la radioterapia è stata interrotta a metà…Comunque vedremo, sa, con un controllo ogni tre mesi…».

E ora sto lì, sfinito, sulla sdraio, e guardo come oscillano, come si aprono e si richiudono quegli spicchi di azzurro tenero nel verde ostinato delle foglie. Intorno, a ogni folata, il tiglio distilla lamine d’oro: eliche calano nel prato a vortice, lentamente lo tappezzano, e l’erba a poco a poco cambia colore, diventa una distesa giallognola.

Poi mi alzo, è l’ora della iniezione. Salgo lentamente gli scalini della veranda. Mi aggrappo alla ringhiera. Sono debole. Meno male che c’è Eriola. Una donna giunta dall’Albania in gommone. Viene quasi tutti i giorni, pulisce la casa, mi fa da mangiare e le iniezioni. Puntuale, precisa.  Senza di lei,  sarei solo, senza aiuto. Serena, mia figlia, abita in una città lontana,  si è sposata, ha già due figli. «Perché non vieni a stare da noi?», mi aveva offerto. Ma  preferisco stare in campagna, vedere le linee curve dei poggi, le distese delle vigne e degli oliveti sui pendìi, le fila  dei cipressi sui crinali, le foglie del tiglio che si muovono sulla  testa. E poi, anch’io, non voglio “esser di peso” per nessuno, come diceva la mamma negli ultimi anni della sua vita.

Quando ritorno sulla sdraio sotto il tiglio, allungo il braccio, prendo il computer dal tavolo di plastica, guardo la posta elettronica.

«Come stai?  Mi faccio viva dopo tanti anni perché mi è giunta notizia di quello che ti è successo. Ma da tempo volevo scriverti, anche se non sapevo nulla di te. Sono molto in ansia. Sei ancora ricoverato? Quando puoi, se puoi, dammi tue notizie. Un abbraccio. Claudine».

Claudine, non Dina, e neppure Claudia. Significa qualcosa? Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti? nove, dieci? E dal primo incontro con lei, dalla morte della madre e dal sangue di notte? Diciannove, venti, di più? E che questi fatti – l’incontro con lei, la morte della madre, il sangue di notte – siano accaduti contemporaneamente, anche questo significa qualcosa?

Chiudo gli occhi, mentre i rami del tiglio mi frusciano sopra la testa e intorno ruotano nell’aria le eliche dorate che annunciano l’autunno.

3.

Seduto contro di me, dall’altra parte del tavolo, il corpo del chirurgo è compatto, estraneo, senza appigli. Alla mia domanda stacca il busto dalla spalliera della poltrona, con uno scatto si china in avanti afferrando la stilografica aperta davanti a sé, sul foglio bianco di un taccuino traccia rapidamente un grafico: una linea orizzontale divisa in cinque segmenti («Questi sono i prossimi cinque anni», dice), una verticale che sale a picco raggiungendo il culmine a metà del secondo segmento e poi cala giù alla fine del terzo, per poi correre quasi parallela all’orizzontale nel quarto e nel quinto.

«La possibilità di una recidiva dopo l’intervento chirurgico è del 33% nei primi tre anni, poi scende al 5% nel quarto, al 2% nel quinto. Ma la sopravvivenza, anche nel caso di recidiva, è maggiore che con i trattamenti farmacologici, almeno che, naturalmente, non intervengano fattori imprevedibili».

Al solito, da quando è cominciata questa faccenda, capisco ogni dettaglio, e tuttavia qualcosa mi sfugge, non riesco a comprendere il senso complessivo. Due possibilità su tre di scamparla. E una su tre, invece, di dover ricominciare da capo ma muovendo da una condizione già molto deteriorata. Capisco benissimo. Ma perché?  Perché posso far parte del 33%? Perché io sì e gli altri 67% no? Quali sono le ragioni? L’alternativa alla catastrofe subito («Ancora un mese e sarebbe stata presa la carotide, non ci sarebbe stato più nulla da fare») è l’attesa di una catastrofe rinviata? Non comprendo. La vita è fatta così, che si riesce a vivere solo quando ci si aspetta di vivere (almeno un anno, qualche mese, qualche settimana), ma quando a ogni controllo trimestrale, a ogni RMN, a ogni PET, ti aspetta una catastrofe possibile al 33%, che vita è?

Non ho il coraggio di fare ancora domande.  Il chirurgo si è già alzato in piedi, la sua mole massiccia mi sovrasta. Quando finalmente mi accorgo della sua mano protesa, mi rendo conto, con insopportabile ritardo, che mi sta dando congedo.

4.

La mattina, al risveglio, seduto sul bordo del letto, mi guardo le gambe nude. Erano state il mio orgoglio e, prima, quello di mio padre. Le stesse gambe. Muscolose, ben tornite, la pelle tesa, lucida. Gambe da atleta. Restate intatte anche da anziano, sino a pochi mesi fa. Ora sono smunte, rinsecchite. Stringendole insieme, anche unendo le ginocchia e accostandole il più possibile, lasciano nel mezzo un vuoto, uno spazio ovale nel punto in cui le parti interne delle cosce s’incavano, risucchiate  dall’osso. È come se vedessi già il mio scheletro.

Allora mi alzo, mi vesto. Venti anni, sì, erano venti anni fa. Mia madre è morta proprio venti anni fa. Cerco nei cassetti, nel computer, trovo vecchie agende, lettere, appunti di diario, quasi tutti di quel periodo. Li  metto da parte per rileggerli con calma. Nessuna foto di Claudine. Non voleva essere fotografata. Non avevo mai capito se era per ritrosia, per timidezza, oppure per paura di lasciare una prova della nostra relazione. Trovo invece una foto della mamma a Lucerena e due di Betty, una con i resti di un’anfora romana fra le mani, l’altra di profilo, al fornello, la guancia rosea piena di luce.

Allora siedo al computer, scrivo:

«Cara Claudine,

se tu mi vedessi, non so se mi riconosceresti. Sono dodici chili di meno. Il mio viso è stato aperto come si apre un libro, e ne restano i segni. Deglutisco male, anche se fortunatamente riesco a parlare in modo comprensibile. Come puoi capire, non sono allegro. E poi mi annoio molto, anche se il mestiere di ammalato è molto impegnativo e a tempo pieno.  

La tua email non me l’aspettavo dopo tanti anni. Eppure forse non è un caso che mi sia arrivata proprio ora, facendomi ripensare al periodo del nostro rapporto, a tirare fuori foto e appunti di diario, e a rileggerli dopo tutto questo tempo. Ci sono dei momenti in cui tutto il passato si condensa in un punto solo. Quando si vive come me, in bilico, mezzo vivo e mezzo già morto, sembra di percepire dove stia il senso, o il non-senso, della nostra esistenza e di poterlo collocare nel tempo fissandolo a un giro di mesi o di anni in cui si è svolta e conclusa una qualche vicenda importante. E per me quel fatto coincide con un fallimento pubblico e privato, con la delusione politica di quegli anni e con la fine del rapporto fra noi due.  In qualcosa devo aver sbagliato se  mi ritrovo alla mia età solo in questa grande casa,  con l’unica compagnia di un gatto, che ora sta dormendo sulla mia scrivania,   di un cane, che è qui sdraiato sul pavimento dietro di me, e quella, più saltuaria, di una donna, una kossovara-albanese, che fa le faccende domestiche e mi porta all’ospedale in auto per i controlli.  E in qualcosa dobbiamo aver sbagliato tutti,  io e i miei coetanei, l’intera mia generazione,  se  la politica, su cui abbiamo scommesso tutto, è scomparsa dal nostro orizzonte, e viviamo nell’impotenza,  nell’impossibilità di capire il mondo  e di agire per cambiarlo.

Scusa se ti ho fatto perdere tempo con tutte queste chiacchiere. E tu, come stai, che vita fai? Continui a insegnare? Grazie intanto di avermi scritto. Un abbraccio. Valerio».

Mi alzo dal tavolo, guardo dalla finestra dello studio i rami dell’albicocco, le foglie che vibrano al vento, e, più lontano, nello spazio davanti a me, la vastità verde  della campagna. Nel centro del prato qualcosa si muove, in alto, sul palo della luce.  Un falco. Appostato fra nube e campo, ruota appena la testa. Sta lì, fermo, e aspetta. Poi, mentre continuo a osservarlo, d’improvviso si stacca, allarga le ali, si lancia in basso, agguanta qualcosa, risale verso l’alto, di nuovo si staglia solitario sopra il palo.

Passa un’ora, due, e il falco è sempre lì. Tutto il giorno  si prepara, spia la campagna intorno, si protende, aspetta. Aspetta cosa? Se poi   la morte arriva e se lo piglia.

Guardo il grande rapace in attesa sul palo. È un biancone, un maschio, come si vede dal petto chiaro e dal dorso grigio, con sbuffi marroni e riflessi metallici. Dalla Enciclopedia degli uccelli, che vado subito a consultare, risulta un circaëtus gallicus, della famiglia degli Accipitridi. Si nutre, leggo, di lucertole, piccoli uccelli, topi, serpentelli. Per questo sceglie spazi ampi e vuoti, e li controlla dall’alto. In questa stagione raddoppia la vigilanza e la caccia per prepararsi all’inverno, quando le prede scarseggeranno. 

Tutto si può descrivere, spiegare, capire.  Niente si può comprendere. 

Pure la storia dell’ultimo decennio del secolo, pure la storia con Claudine. Se ci ripenso, so che posso cercare di metterla in ordine, di descriverla, spiegarla, capirla. Ma comprenderla nel suo insieme, nella sua logica interna,  nel suo rapporto con la storia grande e con il senso stesso della mia vita, questa mi sembra proprio  un’altra faccenda. Per tutta la mia esistenza anch’io non ho fatto che aspettare pensando che solo nel domani potessi trovare il significato dell’oggi. Si dice che il verso acquisti il proprio senso dall’ultima sillaba e che solo la meta dia significato al percorso. Ma quando non ci sono più mete e la morte è soltanto la fine?

5.

Ripenso a quegli appunti di diario, e infine mi decido, li riprendo fra le mani. Un pacco di fogli invecchiati in una grande cartella di plastica azzurra, alcuni sparsi qua e là, come a caso, privi di data, gli altri suddivisi in fascicoli che li raggruppano anno per anno, o talora per un biennio o un triennio. L’ordine cronologico è incerto e andrebbe ricostruito; i vuoti nella narrazione colmati; i frammenti inseriti in un procedimento narrativo. Magari potrebbero essermi d’aiuto quelle vecchie agende e una cronologia degli avvenimenti pubblici più importanti di quel periodo. Se mi verrà risparmiata la recidiva, nei prossimi mesi non sarà certo il tempo a mancarmi.

Ne verrà fuori uno sgranarsi di fatti, una sequela non orientata e un po’ casuale, una cronaca insomma. Ma ordinarla e narrarla può servirmi, se non a comprenderne il senso, a riempire il tempo e, come a Shaharazàd, a ingannare la morte.  D’altronde chi crede più che esistano le storie (non dico la Storia)? Forse ormai possono esistere solo cronache e cronologie.

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