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Perché leggere "Gli indifferenti" di Alberto Moravia

GliIndifferenti2 Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

“Mamma sta vestendosi”, ella disse avvicinandosi “e verrà giù tra poco”.

“L’aspetteremo insieme”; disse l’uomo curvandosi in avanti; “vieni qui Carla, mettiti qui”. Ma Carla non accettò questa offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori  e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese: un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnuolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava in su e in giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guancie illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione.

“Resti a cena con noi?” ella domandò alfine senza alzare la testa.

“Sicuro”, rispose Leo, accendendo una sigaretta; “forse non mi vuoi?” Curvo, seduto sul divano, egli osservava la fanciulla con una attenzione avida: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle di ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile.

‘Eh che bella bambina’; egli si ripetè ‘che bella bambina’. La libidine sopita per quel pomeriggio si ridestava, il sangue gliene saliva alle guancie, dal desiderio avrebbe voluto gridare.

(Da A. Moravia, Gli indifferenti, Nota critica di A. Grandelis, Milano, Bompiani, 2017, pp. 7-8)

Perché mette a nudo il disfacimento della società borghese nel periodo del Fascismo

Il primo romanzo di Alberto Moravia, pubblicato nel 1929 all’età di ventidue anni, costituisce il ritratto impietoso di una famiglia della buona borghesia romana, gli Ardengo, negli anni di affermazione del fascismo. Il nucleo familiare è costituito dalla madre Mariagrazia, vedova da tempo, e dai suoi figli poco più che ventenni, Michele e Carla. Un tempo facoltosi e agiati, gli Ardengo continuano a vivere di rendita pur non potendoselo più permettere: gli affari di casa sono stati affidati da Mariagrazia al suo amante Leo, arrivista privo di scrupoli che, a sua volta, vive amministrando le rendite proprie e quelle degli Ardengo. Il suo obiettivo è quello di condurre sul lastrico la famiglia sulle cui spalle vive costringendola a vendergli, a un prezzo irrisorio, la villa di proprietà.

Tuttavia le dinamiche socioeconomiche non vengono documentate, ma piuttosto rappresentate mediante dettagli spaziali e corporei. Nella fattispecie il romanzo d’esordio di Moravia può essere considerato un romanzo “di interni”: la maggior parte dei capitoli è ambientata nella villa degli Ardengo che, nella sua decadenza, tra i «gingilli e gli altri oggetti», diventa simbolo del disfacimento di un’intera classe sociale, ossia quella stessa che, mentre non è disposta a rinunciare a rituali come le cene servite dalla cameriera, alle feste in maschera, alle soirèe teatrali, si consegna all’avidità di nuovi affaristi - veri e propri pescecani che il fascismo nutrirà - come Leo Merumeci.

La lettura de Gli indifferenti può dunque costituire – a livello didattico – un ottimo esempio di come un testo letterario restituisca, allegoricamente, un intero mondo storico e sociale, tra ventennio e dopoguerra: come Don Giovanni in Sicilia (1941) e Il bell’Antonio (1949) di Vitaliano Brancati, Il giardino dei Finzi-Contini (1962) di Giorgio Bassani o Tempo di uccidere (1947) di Ennio Flaiano.

Perché svela analiticamente lo sfacelo dell’istituzione familiare

Riprendendo la migliore tradizione del dramma borghese non solo nel tema della crisi dell’istituzione familiare ma anche nelle frequenti scene dialogate, di ascendenza teatrale, Moravia dà vita in questo romanzo a una serie di triangoli amorosi - tutti incistati nella medesima famiglia “malata” e inautentica -   che mettono a nudo il suo inesorabile sfacelo. A differenza che nei bozzetti ottocenteschi, tuttavia, i personaggi de Gli indifferenti, la cui costruzione è debitrice delle scoperte dei Freud, manifestano l’enigma di quello che René Girard definirà “desiderio triangolare”, ossia quello che si genera non tanto per attrazione nei confronti delle qualità dell’oggetto desiderato, ma piuttosto per il prestigio che riveste la persona titolare di quel desiderio nei confronti della quale si realizza una rivalità mimetica. I protagonisti del romanzo vivono di desideri ora esausti, ora sordidi, ora subìti, ora pretesi che finiscono per generare sempre nel soggetto desiderante, a un tempo, «la venerazione più sottomessa e il rancore più profondo» (Girard). Ciò appare evidente soprattutto nel disvelamento della vita interiore e dei pensieri dei personaggi «mediante epifanie e dettagli oggettuali», come ha evidenziato Grandelis nella Nota critica del volume (p. 297).

Significativa è la struttura psichica rivelata dai comportamenti degli adulti che, seppur in modo diverso, manifestano la tendenza a vivere il rapporto di coppia attraverso l’antagonismo e il dominio sessuale; viceversa, i due giovani, nonostante il risentimento covato, non riescono a sottrarsi per inettitudine alla rete di relazioni morbose e possessive di cui sono polo di attrazione.

Mariagrazia, amante di Leo da anni, percepisce che l’oggetto del suo desiderio le sta sfuggendo e rivolge l’odio verso Lisa, figura che svela la natura mimetica del desiderio per la libertà e l’autonomia che le permettono di vedere chi vuole, come e quando lo desidera.

«La venerazione più sottomessa e il rancore più profondo» è evidente nella dinamica psichica che spinge Michele contro Leo – al punto da progettarne l’omicidio – pur riconoscendo suo malgrado nell’attitudine all’opportunismo e nella virilità un modello di vita cui guardare quasi come a un padre putativo (Cfr. pp. 267-268).

Infine Leo e Lisa, un tempo amanti, sono i veri cunei insinuati negli interstizi familiari, essendo spesso ospiti degli Ardengo. Lisa, accolta per l’amicizia di lunga data con Mariagrazia, punta a sedurre il giovane Michele. Da parte sua, Leo si muove in quella famiglia come un consigliere che si sente già padrone delle cose e delle persone.

Perché prefigura, sottotraccia, l’infatuazione per la merce

Il romanzo di Moravia può essere esemplarmente attualizzato: pur essendo stato scritto in un’epoca assai lontana dal Boom economico, rivela già la lenta e inarrestabile espansione del mito della merce e dei consumi presso i ceti medi, grazie alla presenza di alcuni referenti di realtà che di quel feticismo saranno emblematici: l’automobile e la forza persuasiva della pubblicità.

Il passaggio relativo all’auto vede coinvolto naturalmente Leo, cui Carla si affida per il passaggio all’età adulta. L’auto assurge nel romanzo a vero e proprio status symbol: è al contempo figura del dominio che l’uomo esercita sulla ragazza e mezzo straniante che allontana la giovane non solo dalla villa ma anche dall’innocenza della giovinezza: «Immobile, incantata, Carla guardava ora Leo, quelle mani posate sul volante, quella maniera calma e riflessiva di guidare, ora la strada; questi particolari la affascinavano; ella aveva la mente vuota» (p. 155). Non è un caso che proprio in questo momento cruciale Moravia riprenda l’addio monti manzoniano, a segnare il cambiamento definitivo cui la ragazza va incontro.

Per quanto riguarda il fascino occulto della pubblicità Michele, mentre si reca da Lisa, si imbatte nella vetrina di una profumeria nella quale campeggia «un fantoccio réclame […] immobile, stupido e ilare» il cui compito è di spingere i passanti a convincersi della bontà del rasoio che pubblicizza, non certo dell’imbecillità che emana. E tuttavia questa immagine – centrale e dominante tra «uno scintillio biondo di bottiglie di acqua di Colonia a buon mercato» e «una catasta di saponette rosse e verdoline» (p. 232) preannuncia, come aveva già visto Benjamin, l’invadente spettacolo, di là da venire, del «sex appeal dell’inorganico» .

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