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Due voci per un poema impossibile e un canto irripetibile. Su L'irripetibile cercare di Monica Matticoli

8458434 2853631 Vorrei dire quello che penso dell'ultimo lavoro di Monica Matticoli. Perché il libro in questione, L'irripetibile cercare, che l’editore Oèdipus presenta unito al disco L’essenza dell’io, mi sembra proprio uno di quegli esperimenti di cui si deve parlare, nel bene e nel male, nel merito e soprattutto (ça va sans dire) nel metodo.

Distribuiti in tre sezioni, i testi che compongono il libro si presentano di fatto come un grande flusso di immagini da cui emerge una voce, un io femminile rivolto a un tu maschile, per convocarlo in una comune risalita verso la fondazione di un’identità. I riferimenti all’origine, alla creazione, alla nascita corrono dall’inizio alla fine del libro, fino al titolo, Così come si schiude il corpo al mondo, del testo che precede la chiusura (affidata alla traduzione della Poesia d’amore di Carole Ann Duffy). Ma a tratti sembra che l’unica creazione possibile consista nell’infiorescenza di materia (organica e inorganica), cioè non nella creazione ma nell’espulsione, oppure nel trituramento, nell’ossificazione, toccando esiti che sembrano addirittura collocarsi in uno scenario post-umano (penso ai «due scheletrini in decoupage» di Pryp’jat’).

Eppure la ricerca del senso è affidata al fuoco della relazione fisica – e da qui l’amore, invocato, cercato, rivendicato. Il tu è portato dentro il processo di individuazione, dentro la costruzione dell’identità: se un mito di fondazione si cerca qui di costruire è quello di una nuova identità relazionale, a due voci: femminile e maschile, scrittura e canto, materia verbale e fisicità vocale.

Una rifondazione ha sempre bisogno di un nuovo linguaggio. La ricerca dell’identità è anche una ricerca linguistica, è anzi prima di tutto la ricerca di un corpo-lingua, di sillabe e sintassi, dei nomi da piegare in bocca come ferro («mille volte come ferro ripiegai il nome/ tuo dentro alla bocca» si legge, per esempio, in Parigi ora). Con questa «lingua impervia» (così viene definita sulla soglia del libro, in Appunti per un’autobiografia) è in atto una vera e propria lotta. Per ingaggiarla c’è bisogno di un confronto con altre voci e con lingue diverse dalla propria lingua-madre, o meglio lingua-padre: è questa, oltre a quella di sigillare in una forma il flusso testuale, la funzione delle traduzioni, quasi tutte di testi di autrici, che si collocano tra una sezione e l’altra.

Ma qui non è in atto la costituzione di un’identità del soggetto femminile in poesia alla maniera della Rosaria Lo Russo di Poema (che pure è un punto di riferimento imprescindibile per Monica Matticoli), ma siamo oltre: siamo a un riorientamento della tradizionale diade lirica io-tu, che si compie attraverso la ricerca di un epos di fondazione. L’istituto lirico del tu diventa uno strumento al servizio di un particolare epos di fondazione, che tuttavia non trova sbocco, che non si conclude ed è, infatti, «irripetibile». E viceversa: l’epos di fondazione è necessario alla rifondazione di una lirica in cui la diade io-tu trovi nuove fisionomie fondate sul dialogo, una lirica che insomma smentisce le etichette critiche e si riposiziona nella dinamica tra i diversi modi della poesia.

Si tratta, tuttavia, di una ricerca «irripetibile»: questa è una poesia che si nega alla ripetizione e alla circolarità, che si nega al canto. Si fonda sulle immagini e sugli effetti fonici (allitterazioni e insistenze consonantiche), ma non ha che poche e casuali rime ed esclude ogni regolarità a livello metrico e strofico. È, questa di Matticoli, una ricerca poetica che, in una tensione spasmodica e spossante, vorrebbe, insomma, porre fine alla ricerca e uscire dall’impasse. Proprio in questa tensione trovo uno dei nuclei di sicuro interesse del libro.

E se non si alza nel canto, neppure si distende nella narrazione; si procede piuttosto per scene e per suoni. Eppure si avverte un’ossessione per il tempo, che si attorciglia, torna indietro, inciampa, e per i luoghi, invocati nei titoli e sfuggenti nei testi: senza un terreno comune, senza un ubi consistam spazio-temporale, non si dà condivisione e non si costruisce una storia.

Ma il libro contiene un disco. È infine alla resa vocale e sonora, quindi fisica, che Matticoli tenta di assegnare, se non la definizione di un’identità, almeno l’indicazione della sua natura?

Il canto è affidato a una sapientissima voce maschile (quella di Miro Sassolini), che per cantare i testi dell’autrice ha bisogno di deformarli, dal momento che questi testi non solo non hanno la struttura della canzone, non solo sono stati concepiti per la pagina muta, ma non hanno alcun tratto riconoscibile di cantabilità. La voce maschile è così sfidata dai testi dell’autrice in un’impresa «irripetibile». Il risultato assomiglia a quello di un allenamento ginnico in condizioni di ridotta gravità: cambia la percezione del corpo e le vertebre sono alleggerite, così come gli accenti si spostano, liberando le «sillabe armate» e toccandone altre, più consone al dispiegamento della voce. Il corpo testuale viene liberato dai pesi, dagli schiacciamenti, dalle necessità di sutura, dalle escrescenze e dai trituramenti (perché ricomposto nel canto). Il ritmo risulta assolutamente tradito, ma i confini di verso vengono rispettati in maniera scrupolosa. D’altra parte l’enjambement è una delle figure chiave della poesia di Matticoli, mentre il ritmo è irregolare e mobile. Il canto è possibile a patto di tenere insieme rispetto e deformazione: il dialogo (tra femminile e maschile, parola scritta e parola cantata) porta di fatto a uno snaturamento reciproco. Ovvero, per questa via, alla fondazione di una nuova identità? 

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