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«La poesia vanta un potere terapeutico»: Dolore minimo, Giovanna Cristina Vivinetto

Dolore Minimo kSmF 835x437IlSole24Ore Web Se c’è una figura che aleggia su Dolore minimo, la prima raccolta poetica di Giovanna Cristina Vivinetto, è la figura di Tiresia, l’indovino del mito greco. È un’ulteriore rievocazione di Tiresia che si aggiunge a quelle, più note, ricordate di recente nel monologo di Andrea Camilleri al Teatro Greco di Siracusa (il testo della Conversazione su Tiresia di Camilleri è ora pubblicato dall’editore Sellerio). Per Vivinetto, Tiresia è perlopiù chi sperimenta la fluidità dei generi, colui che da uomo diventa donna e viceversa: «Quando nacqui mia madre / mi fece un dono antichissimo, / il dono dell’indovino Tiresia: / mutare sesso una volta nella vita». È questo l’aspetto che interessa principalmente all’autrice di Dolore minimo, per quanto il personaggio eserciti su di lei un fascino anche per «l’arte della veggenza».

La novità di Dolore minimo sta nella forza con cui Vivinetto mette al centro dei versi il tema transessualità. Il ‘dolore’ che il titolo anticipa al lettore è il dolore della trasformazione, del cambiare corpo con un percorso faticoso, che passa attraverso il riconoscimento del proprio io, ma anche attraverso il rapporto con la famiglia, con la quotidianità, con le istituzioni. In un testo l’io lirico si rivolge al giudice che in un’aula di tribunale sancisce la nuova nascita giuridica: «Che nome scegli papà-giudice, / che nome mi dai? Mi hai convocata / in tribunale per dirmi che c’eri / quasi – che era arrivato il momento. / Papà-giudice, io le doglie te le sento. / Hai le mani gonfie sulle mie carte, / la testa – che male – piena di formule / e articoli e decreti legge che hai / scelto per me, preparato per battezzarmi». È una lingua piana, in cui è limitato anche il numero delle anastrofi o degli iperbati che scompongono l’ordine del discorso quotidiano. Più che sullo stile, dunque Dolore minimo vuole puntare su altro.

Per Vivinetto la poesia è ancora racconto autobiografico in versi, definizione che, ovviamente, implica da parte dell’autrice anche un lavoro di costruzione e manipolazione del proprio sé testuale. Quella dell’io poetante è una vita che converge (o, forse, più vite che convergono) verso la transizione. Come si nasce una seconda volta? Qual è l’esito della contrapposizione delle forze che a lungo hanno abitato il corpo della protagonista? Come termina la «lotta fratricida tra spirito / e pelle»? Con la sua struttura tripartita e a ampie campate, Dolore minimo tenta di dare risposta a queste domande. Per questo il tema della madre trova molteplici declinazioni in questa raccolta. In alcuni testi addirittura è l’io a diventare madre di se stessa, partorendosi da sola. D’altronde è su questo punto che possono approdare i continui sdoppiamenti e scambi di ruolo che toccano il soggetto e chi gli sta intorno. Ecco allora anche il riconoscimento di sé nella persona altrui, come in Potresti essermi sorella dove gli echi montaliani servono a raccontare la possibilità di un incontro e di un’altra vita. «Ti direi di posarle quelle mani, / di scioglierle lungo le gambe. / Urlerei a tutti che potrei esserti / sorella per mescolare alle mie / le tue dissonanze. Per annullarle. / Per mostrarti con le mie stesse mani quanto tutto questo giro di apparenze / ha così poca importanza. // Ma poi la metro si ferma. Tu / scendi  nei tuoi passi frettolosi  / e io rimango con un grumo  / di parole che non riesco a dire». L’incontro non si compie davvero e resta solo una possibilità frustrata. Il destino che l’io si è costruita lentamente non riesce qui a diventare anche il destino della passante che si potrebbe credere sorella.

In effetti, più che in direzione dell’ironia, come è stato ipotizzato da alcuni recensori, l’aggettivo ‘minimo’ del titolo procede verso l’understatement. Serve a smorzare l’enfasi, ricordando che il dolore di cui parlano questi versi è un dolore come tanti altri. Il mondo classico, con il mito, lascia spazio ai realia del presente: «Il simbolo del corpo transessuale / è la pillola. Tonda, compatta, / friabile ala saliva, anonima. / La scambieresti per una caramella / alla menta o per un’aspirina» (Il simbolo del corpo transessuale). La poesia vanta un potere terapeutico; si scrive per ricucire, per superare il dolore, come in un incantesimo o in una magia: «Per acquietare il male che lo assale / il poeta lo canta. Ne fa bella / mostra nei suoi versi per sbugiardarlo, / quasi a gridargli in faccia l’infinita / piccolezza della sua minacciosità». Ma la poesia è anche altro, perché le parole dette dalla protagonista a un interlocutore che la incalza con domande sono in fondo precisazioni e chiarimenti per il lettore. Nel testo in Un corpo transessuale come, i vari «mi chiedi» o «mi incalzi», proprio perché appartengono a un libro che guarda al mondo classico, fanno pensare a Seneca che si indirizza a Lucilio. Per Vivinetto, si scrive poesia anche tentando di spiegare o insegnare, pur nella consapevolezza che esistono limiti invalicabili nella comprensione delle vite altrui.

Le attenzioni che ha riscosso Dolore minimo, anche presso nomi autorevoli del panorama culturale italiano, sono insolite per un libro di poesia. Così come è insolito per un libro di poesia poter vantare un numero tanto consistente di lettori e di copie vendute (basti pensare che la raccolta è arrivata in pochi mesi a una seconda edizione). Aiutano l’autrice, certo, i contenuti, la forza di ciò che è raccontato, così come i continui echi (talvolta semplicemente di superficie) che rimandano a grandi voci della poesia del Novecento, come Montale, ma anche poniamo Szymborska o Rosselli (l’epigrafe che apre il libro d’altronde è proprio rosselliana). Ed ecco allora alcuni versi di Quando i nostri gomiti si incontravano, che ricordano Amelia Rosselli per la posa che l’io assume di fronte al tu, oltre che per l’aggettivazione, le scelte lessicali in generale o per la dinamica congiunzione di insistenza e variazione: «tu ancora / non sapevi che in me stava attecchendo / il germe della diversità. Tu non / pensavi che la mia acerba ostilità / era un modo ingenuo di sfuggire / alla forma inaccessibile / della tua adolescenza».

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