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diretto da Romano Luperini

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Perché leggere La scatola nera di Amos Oz

fotogghj Caro Alec,

Se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell'odio. O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.

Adesso impallidirai, stringerai le mascelle da lupo come fai sempre, sino a far scomparire le labbra, infine ti accanirai su queste righe per scoprire ciò che voglio da te, che cosa ho l'ardire di chiederti dopo sette anni di assoluto silenzio fra di noi.

Quel che voglio è che tu sappia che Boaz si trova in una brutta situazione. Voglio che lo aiuti il più in fretta possibile. Mio marito e io non possiamo fare nulla, perché Boaz ha troncato ogni rapporto. Come te, del resto.

Scoperchiare

Non so se i lettori di Amos Oz, di fronte all’intera sua produzione, sceglierebbero proprio La scatola nera (1987; trad.italiana di E. Loewenthal 2002): quando un grande scrittore scompare, chi lo ha molto amato, chi lo ha avuto accanto per circa cinquant’anni, difficilmente accetta di ricondurlo a un’opera soltanto, quasi gli si facesse un torto a non ricordare contemporaneamente le altre; ed è giusto che sia così, tanto più che questo romanzo forse meno di altri dello stesso autore si presta a far da paradigma della sua bibliografia, come di un tema in particolare o di un’epoca. Non è dunque alla ricerca di una presunta esemplarità che si prende in mano La scatola nera, ma per aprirla e guardarci dentro. E’ un’operazione difficile, perché, se da un lato impone di restare lucidi e attenti come davanti al reperto incontrovertibile e stringente di una catastrofe, più spesso scuote e travolge, come accade a Pandora davanti al leggendario vaso; perché questo romanzo ha l’evidenza demistificante e spesso cinica dei fatti accaduti e accertati e le risorse nascoste di un mito di rigenerazione.

Per questo vale la pena di togliere il coperchio, per trovare il coraggio di guardare quello che spaventa, la contiguità inevitabile tra eventi che si vorrebbe tenere distanti e separati e che invece reclamano uno spazio di deflagrazione, ma anche e finalmente di ricomposizione.

Indagare

Lo sfondo (mai fondale) del romanzo è il conflitto israelo-palestinese, fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, dominati dalla figura di Moshe Dayan, segnati dalla Guerra dei Sei giorni (1967) e dalla Guerra del Kippur (1973): nel solco pesante tracciato da quegli eventi, a fatica circoscritti dalla geografia a un Mediorente che assume gradatamente confini globali, si consuma il conflitto privatissimo e crudele fra Alec e Ilana.

Ilana Brandstetter proviene da una famiglia modesta, immigrata dalla Polonia in Palestina quando lei era ancora una bambina. Rimasta orfana e povera, cresciuta in un istituto assistenziale, la bellissima e seducente Ilana diventa impiegata di un’unità dell’esercito e, a qualche mese dal congedo, conosce Alec Gideon, il nuovo comandante dell’unità, signorile, gelido, impenetrabile, dottorando con in mente una “tesi sulla violenza della storia”; che in realtà di cognome farebbe Gudonski, perché figlio dell’eccentrico Volodya Gudonski, “il grande agente immobiliare e importatore di ferro” d’origine russa. A unirli è la passione, più che il matrimonio:

I nostri corpi ci lasciavano senza fiato. Non c’erano quasi parole. Se chiedevo a me stessa che stava accadendo, che cos’eri tu per me, che ne sarebbe stato di noi, non trovavo una sola ombra di risposta, oltre a quel desiderio febbrile.

Dura poco, rapidamente si trasforma in dipendenza morbosa, e perciò in repulsione, in odio; i due rovinosamente si separano e Alec, ripudiando la moglie come fedifraga, disconosce il loro unico figlio, Boaz. E per sette anni dal divorzio fra i due scende il silenzio. Alec si trasferisce negli Stati Uniti e diventa uno stimato docente universitario: i suoi studi sul fanatismo religioso gli procurano una grandissima notorietà. Ilana rimane in Israele, dove sposa Michel Sommo, un insegnante di francese, ortodosso di famiglia marocchina, saccente e intransigente sino al fanatismo, ma innamorato e premuroso; da lui Ilana ha una bambina, Yifat. E’ Boaz – inquieto, ribelle, intemperante – a costringere indirettamente Alec e Ilana ad aprire la scatola nera della loro storia turbolenta. Espulso da scuola a causa della sua condotta violenta, Boaz rifiuta le attenzioni della madre, che disprezza, e l’aiuto del marito di lei, che pure cerca di occuparsene. E Ilana, disperata e incapace di far fronte al comportamento problematico del figlio, decide di scrivere ad Alec per chiedergli sostegno, anche economico. E’ la prima della lunga serie di lettere che costituisce l’ossatura narrativa del romanzo, talvolta corrispondenza, talvolta scambio telegrafico; spesso monologo torrenziale, autodafé che esige ora un inquisitore, ora un sacerdote; sempre scrittura rivelatrice.

S’impara presto a riconoscere lo stile tagliente e spregiudicato di Ilana e quello raggelante, sarcastico, chirurgico di Alec, ma anche i toni didascalici di Michel, quelli cinici dell’avvocato di Alec, Manfred Zakheim (anche lui giunto bambino in Israele dalla Germania), e le sgrammaticature di Boaz, che non ha mai frequentato regolarmente le scuole e vive da borderline. E s’impara presto a mettere da parte il pudore e a indagare impietosamente nelle loro vite, fino a ricostruirne la trama che le tiene inesorabilmente insieme, perfino contro i loro stessi tentativi di lacerarla o di mortificarla in una grottesca compravendita, di case e terreni come di attenzioni e perdono.

Questa indagine è la seconda, importante ragione per cui leggere il romanzo: insegna a raccogliere le tracce e gli indizi non solo attraverso pedinamenti, appostamenti, testimonianze e ricerche d’archivio (che pure costituiscono una parte non indifferente della narrazione); essi non restituiscono altro che l’evidenza, mentre a fare le azioni degli uomini e delle donne è – più spesso – la latenza, che va cercata frugando nell’anima, nei desideri, nelle pulsioni inconfessabili o inespresse di ciascuno; nel fanatismo con cui ognuno persegue i suoi scopi.

Decodificare

Meno facilmente s’impara a decodificare i linguaggi dei protagonisti, e a riconoscere il fanatico in ognuno – che è ciò che la scatola nera contiene. Scrivono tutti, per le stesse ragioni del loro autore, che, nella prima lezione Contro il fanatismo, confessa “sono diventato scrittore perché vengo da una famiglia di profughi dal cuore a pezzi”. Pur parlando (scrivendo) nella stessa lingua, però, ognuno di loro ne fa un uso deforme e particolare, quasi fosse una copertura, una convenzione necessaria, sotto la quale resiste e reclama le sue ragioni una lingua-altra, una lingua da profughi, come sono tutti loro (anche Moshe Dayan, dopo tutto, lo è). “Tutti dicono (scrive Oz nella seconda delle sue lezioni, riferendosi agli abitanti di Israele) di essere venuti a Gerusalemme per costruirla ed essere costruiti. In effetti alcuni di loro sono venuti a Gerusalemme non tanto per costruirla, non tanto per essere costruiti, piuttosto per venirvi crocifissi, per crocifiggere altri, o entrambe le cose”. Tutti tranne uno: Boaz; che, pur essendo l’unico – fra tutti – a essere nato e cresciuto in Israele, è quello che - la lingua - la parla male e la scrive anche peggio. Decodificare è dunque impegno necessariamente complementare a quello di indagare; e va affrontato. Ci aiutano ancora le lezioni Contro il fanatismo Oz:

Il fanatismo attecchisce con molta facilità, è più contagioso di qualsiasi virus. Lo si può contrarre persino mentre si cerca di debellarlo o lo si sta combattendo. Vi basterà leggere il giornale, o guardare il notiziario in televisione, per rendervi conto della facilità con cui la gente diventa fanaticamente antifanatica.

Così parla (scrive) Ilana ad Alec, fanatica di lui, che odia (“drago di marmo”) e adora (“il mio asceta”):

Ora dimmi: perché mai ti ho scritto queste cose già dimenticate? Per grattare vecchie cicatrici? Per mettere invano il dito nelle nostre piaghe? Per decifrare la scatola nera? Per farti di nuovo del male? Per risvegliare le tue nostalgie? Forse è un’altra mossa per ricondurti nelle rete? Confesso tutte e sei le colpe. Non ho attenuanti. Eccetto, forse, una soltanto: ti amai non malgrado la tua crudeltà. No, proprio il mostro ho amato.

Così Alec ad Ilana, sarcastico perché (è la seconda delle lezioni di Oz) “i fanatici sono spessissimo sarcastici”, ma non sono “persone dotate di senso dell’umorismo” giacché “l’umorismo è relativismo, è la facoltà di vedersi così come potrebbe vederti il prossimo”; e di questa facoltà Alec, segnato dalle intemperanze di un padre vitale e castrante, dall’autocontrollo imposto dalla guerra, dall’umiliazione di una fragilità sessuale di cui solo Ilana ha la chiave, questa facoltà il grande professor Gideon (che ricorda tanto il professore universitario di filosofia che Oz ebbe come generale durante la Guerra dei Sei giorni…), non ce l’ha:

La felicità, ho scritto, è kitsch. Non ha niente in comune con la eudaimonia dei greci. Che cosa resta di tutta nostra, tua e mia, gioia, Ilana? Forse solo gioia per le disgrazie altrui. I tizzoni dopo il fuoco. E su quei tizzoni soffiamo a distanza di mezzo mondo, nella speranza di accendere per un istante una lingua di fuoco maligna. Spreco inutile, Ilana. M’arrendo. (…) E di me che farai? (…) La natura stessa vuole che il maschio sconfitto diventi schiavo. (…) Così ne avrai due: uno per prostrarsi e addolcirti le notti con religioso furore, e il secondo per finanziare il sant’uomo. Quanto devo scrivere sul prossimo assegno?

Così scrive (a Boaz) Michel, incarnazione inquietante di “ogni gerosolimitano”, convinto di disporre (è ancora Oz della seconda lezione) “della sua personale formula per una salvezza istantanea”, ma anche segnato dal trauma di appartenere a quella “metà della popolazione israeliana (che) consiste in gente che è stata messa fuori a calci dai paesi arabi e islamici” (terza lezione) e dunque fanatico dell’autocontrollo:

Adesso ascolta bene perché ti dico tutto questo. Non per inculcarti l’odio verso tuo padre, per carità, ma nella speranza che tu decida di prendere esempio da me e non da lui. Perché tu abbia a imparare che in me la fierezza e l’umanità si esprimono nel controllo dell’istinto. Ho accettato quel denaro da lui invece di ucciderlo. Questo è il mio onore, Boaz: ho dominato il senso d’umiliazione. Come sta scritto da noi: “Colui che passa sopra il suo onore, il suo onore mai si cancella”.

Così Manfred (a Michel), “ebreo israeliano dipinto (quasi) come un’estensione dell’Europa del passato: bianca, sofisticata, tirannica, colonizzatrice, crudele, senza cuore” (terza lezione):

Mi trovo costretto a toccare un tasto un po’ delicato. (…) Un intenso rapporto epistolare si è ordito fra sua moglie e il suo ex marito. Questo legame mi sembra quanto meno strano: secondo la mia modesta opinione non ne verrà nulla di buono per nessuna delle due parti. La malattia del dottor Gideon potrebbe spingerlo a incomprensibili passi indietro. La volontà da lui espressa nelle attuali disposizioni vi è piuttosto favorevole (…). Questa cosa apre molti canali per una futura collaborazione fra lei e mio genero. Mentre i rinnovati contatti con sua moglie potrebbero capovolgere la situazione (…). Al posto suo, terrei gli occhi bene aperti.

Così infine – sorprendentemente -  Boaz (a Ilana e Michel):

Gli studi santi non mi interessano un fico e di ragazze non si vedono qui. Solo di lontano. La gente cerca sì di essere simpatica (solo una parte) e fare favori, tutto benissimo ma io che centro? Che sono un ortodosso? Non mi piace mica come parlano qui degli arabi dietro le spalle (solo una parte). Può anche essere che un arabo resta pur sempre un arabo e allora? E di te possono dire no che Michel resta sempre Michel e allora? Mica una ragione per disprezare o prendere in giro. Io sono contro prendere in giro. E contro che tu tutto il tempo decidi per me la mia vita. Anche a Ilana tu decidi ma questo problema suo. Chi ti credi di essere, Dio Michel?

Il linguaggio di Alec e Ilana esprime una schiavitù senza riscatto (“schiava” del “drago di marmo” si definisce altrove la donna), che li obbliga a una dipendenza reciproca e distruttiva, che li esautora dal potere d’intervenire sugli eventi e li inchioda a un immobilismo corrosivo, di cui è cifra vistosa il cancro che divora Alec e il senso di fallimento di cui è vittima Ilana. Al contrario, il linguaggio di Manfred e di Michel esprime una volontà tenace di intervenire sugli eventi, volontà di segno uguale e opposto, che in Manfred è sesto senso d’affarista (speculazioni edilizie nelle terre che Israele ha appena conquistato), in Michel investitura messianica (il trionfo dell’ortodossia), in entrambi tensione opportunistica che li spinge l’uno verso l’altro, alla ricerca – l’uno nell’altro - del complemento necessario ai loro progetti: il denaro, per Michel, la copertura ideologica per Manfred. Nemmeno il loro codice – dunque – è espressione di cambiamento, ma di un movimento di superficie, strisciante, a volte arrogante, a volte rancoroso; come certe aree urbane di nuova espansione, che si impongono prepotentemente sul paesaggio, concepite ad essere, fin dalla nascita, imitazione degradata dei quartieri residenziali della città: costruzione senza ricostruzione, nuovo senza identità.

Ricostruire

Ricostruire è cosa che solo Boaz è capace di fare, perché è il solo disponibile a rivedere il suo codice; per esempio, a scrivere al padre nonostante il padre lo abbia disconosciuto e abbandonato

Vuoi fare da te e che nessuno ti dica quello che devi o non devi fare. Lo capisco. In fondo, anch’io avrei desiderato esattamente le stesse cose ma ero troppo debole. (…) Quindi ti do due possibilità: una in America e una in Israele.

Di fronte alla proposta del padre, Boaz sceglie Israele, dov’è nato, e la grande casa di famiglia, abbandonata nel mezzo di una vasta tenuta agricola. Lentamente la rimette in funzione: zappa, semina, taglia vecchi tronchi; impasta ghiaia e malta, getta un pavimento nuovo; oppure, seduto su un’amaca, “parla agli uccelli nella loro lingua” o legge un libro: così lo sorprende il padre, venuto a trascorrere in quella che era stata la sua dimora di ragazzo gli ultimi mesi della sua vita:

Gli ho chiesto cosa stava leggendo. Boaz ha alzato le spalle e risposto svogliatamente.

“Un libro. Perché?”

Gli ho chiesto quale libro.

“Un libro di lingua”.

Cioè?

“Grammatica per tutti. Per chiudere questa cosa della scrittura eccetera”,

Come si fa a leggere un “libro di lingua” per passatempo?

“Parole cioè”, ha concluso degnandomi di un lento sorriso, “è come conoscere della gente. Da dove vengono. Chi è parente di chi. Come si comporta ognuno in ogni genere di situazioni. E poi (…), e poi, non esiste una cosa del genere: passatempo. Il tempo comunque non passa. (…) Forse siamo noi a passare dentro il tempo. O il tempo fa passare le persone.

Sta qui, in questa tensione doppia verso la lingua – etimologia e sintassi, riflessione sull’origine e discorso sulle relazioni – il valore della ricostruzione di Boaz, scevra di nostalgia appiccicosa e di rimpianti e mai proiettata nel tempo determinato di un investimento vantaggioso. Nella grande casa dove “il tempo non passa”, il tempo recupera la sua misura costante ed eterna, ciclica, nella quale accoglie e ricompone odi inveterati e misteriose sintonie, semplicemente disponendo le cose e le persone le une accanto alle altre, in quella relazione naturale che è dettata “da dove vengono” e “da come si comporta ognuno in ogni genere di situazioni”, dalla loro etimologia e dalla loro sintassi; ovvero (come scrive ancora Oz nella seconda lezione): “capacità di esistere nel contesto di situazioni aperte, financo di imparare ad approfittare di queste situazioni, di apprezzare la diversità”, senza invocare “un relativismo morale assoluto”, ma “propugnando la necessità di immaginarsi a vicenda”.

In virtù di questa nuova grammatica, della lingua come degli affetti, in virtù di questa rinnovata capacità immaginativa sarà possibile per Alec, logorato dalla malattia, ricevere le visite della piccola Yifat, le attenzioni di Boaz, le cure di Ilana, rivolgendo a Michel parole di gratitudine; così sarà possibile per Ilana chiedere a Michel, che lei ha abbandonato proprio per assistere Alec morente, “di unirti in me a lui in lui a me. Essere noi tre uno solo” e di firmarsi, pensando a tutti loro, “Vostra madre”; così sarà possibile a Michel perdonare.

E forse per questo, quando si è finito di leggere il romanzo, si ripete convinti l’esortazione con cui Oz conclude le tre lezioni Contro il fanatismo: “Dovete essere per la pace”.

 

Commenti   

#1 Il naufragar m'è dolceStefano 2019-03-31 11:41
Grazie, Luisa, per la tua appassionata recensione.
Ho amato il libro di Oz, come operazione spietatamente razionale di analisi, emozionante perché del tutto privo di sentimentalismo.
Oggi - più vecchio io e intrisa di falsi sentimenti la socialità nella quale siamo immersi - le tue parole mi hanno restituito un'emozione forte. Soprattutto mi tocca la tua esplorazione, legata a operazioni indispensabili a qualsiasi sguardo voglia avere spessore: scoperchiare, indagare, decodificare, ricostruire.
Ci riconosco la mia ricerca personale, e l'essenza del nostro lavoro.
Grazie.
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