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La critica come "discorso sull'umano". La risposta di Demetrio Paolin

 

pov Vorrei aggiungere poche battute rispetto agli interventi di Romano Luperini e Morena Marsilio, legati al mio pezzo su critica e qualità. Non è questa una vera e propria risposta punto su punto, quando un corollario e una migliore specificazione di quello che volevo dire, perché mi sono reso conto di essere stato sibillino in certi passaggi.

Parto da una notazione di Morena che sostanzialmente dice (mi scuso per la semplificazione brutale), che le mie idee di testo e di critica siano in qualche modo “neutre”; come a suggerire che per me l’esercizio della critica esuli dalla bellezza pagina che viene studiata. Ora ammetto che scrivere un libro o curare una rubrica dal titolo “esercizi di critica di un testo brutto” potrebbe essere di per sé stimolante, ma vorrei provare a non cavarmela con una semplice battuta. Uno dei dati cruciali quando si prova a fare un ragionamento di critica letteraria su di un testo è la sua diffusione: questo valeva quando la circolazione del libro era minima e quindi si discuteva di numero di manoscritti, presenza di copie dell’opera in contesti diversi etc etc, ma ha una sua centralità ancora oggi nell’economia di mercato. Perché uno degli aspetti più rilevanti di un testo, che la critica non deve dimenticare, è il numero di lettori raggiunti, che non è indice di qualità, di valore o di bellezza, ma può permetterci di fare alcuni discorsi interessanti.

 

Proviamo a prendere sul serio un libro di Fabio Volo e descriviamone per sommi capiti alcune caratteristiche testuali e stilistiche: semplificazione sintattica totale; un certo andamento gnomico dei pensieri; frasi icastiche buone per essere riprodotte sui social; immagini da didascalia fintamente poetica;  descrizione di una vita piccola, di solito provinciale, in cui il sentimentalismo  conta più che il contesto storico; un minimo di ambientazione contemporanea per aumentare il sentimento di appartenenza con il lettore. È indubbio che il risultato dei testi di Volo è, nella migliore delle ipotesi, mediocre. Non è, infatti, Fabio Volo a interessarci, ma il fatto che buona parte anche dell’editoria indipendente sembri inseguire, da qualche anno, questo tipo di “immaginario”: lo scrittore/la scrittrice 25-30enne che racconta microstorie di provincia, piccole sconfitte esistenziali, frasi piene di senso poetico, una prosa al limite del rarefatto in cui si scambia il minimalismo carveriano per la composizione “soggetto+predicato+complemento+punto fermo”. 

Quanti libri ci capitano in mano che hanno queste caratteristiche? Molti, direi la maggior parte. Si scambia la profondità di una storia con il bel concetto profondo, si scambia la chiarezza del dettato stilistico con la sciatteria della frase. E credo che per comprendere il fenomeno, la critica debba includere nel proprio discorso “Fabio Volo” (inteso non come persona, ma come area di campo letterario), perché esso individua uno spazio vuoto della nostra letteratura. Studiare il fenomeno Volo, ovvero prendere sul serio i suoi testi, non significa dargli dignità di valore artistico, ma cercare di capire una serie di possibili movimenti e cambiamenti del testo letterario che sono macroscopici e stanno davanti ai nostri occhi, ma che non osserviamo perché pensiamo che il compito della critica sia di leggere e parlare di libri belli.

Un altro punto interessante della risposta di Morena è legato alla parola intrattenimento, termine che viene usato nel suo articolo con una accezione negativa, che pare risolversi in una sorta di sentimento binario. Esiste l’arte ed esiste l’intrattenimento. Esiste la musica ed esiste il pop; esiste il cinema d’autore e esistono i film con i supereroi etc et. In realtà anche la parola intrattenimento è molto più complessa e ambigua di quello paia in un primo momento. In un saggio  Chabon, scrittore americano non proprio pop, ma che con il pop sa giocare e sa usarlo come pochi, riflette su questo termine, “che gode di cattiva fama”, tanto che “le persone serie imparano a diffidarne”. Chabon sostiene che si può definire intrattenimento come “tutto ciò ch di piacevole scaturisce dall’incontro di una mente ricettiva con una pagina di letteratura” (gli esempi che porta a sostegno della sua tesi sono tratti da Proust, da Nabov e Gaiman).  E conclude: “La migliore risposta a chi vorrebbe svilirlo e sfruttarlo consiste non nello screditare o ripudiare, bensì nel rivendicare l’intrattenimento come un’occupazione degna degli artisti e del pubblico; uno scambio equo di attenzione, di esperienze e della fame universale di rapporti umani”. Ecco se lo leggiamo da questa prospettiva il fine della letteratura è trattenere, far stare il lettore dentro la storia che viene creata. Questo lungi dall’essere una cosa semplice – credo che si confonda l’intrattenimento con le battute sguaiate del Bagaglino – indica come chi scrive metta in scena una serie di strategie retoriche, stilistiche, di trama e di intreccio che portano i lettore a esser preso dello le spire della narrazione. Intrattenimento è solo un altro modo di dire “sospensione della credulità del lettore”; il compito della critica è anche di riflettere maggiormente sulle categorie interpretative che spesso usiamo, io per primo, con leggerezza. Anche se in maniera implicita è presente in queste mie riflessioni il tentativo di ri-definizione di giudizio. Proprio per questo vorrei concludere questa risposta ragionando sul punto sollevato da Romano Luperini e il discorso kantiano della critica e del valore.

Mi piace molto il discorso di Romano sul movimento “allegorico” o di restituzione di senso altro di un testo tramite l’esercizio della critica letteraria. Ed è forse vero che proprio in quella frizione tra senso del testo e restituzione dello stesso che si annida la ricerca di valore di un’opera. Non credo, però, che la mia definizione di compito della critica differisca molto da ciò che Luperini sostiene. Mi sia permesso un appunto linguistico: Romano parla di valore e non di qualità, e credo che questa traslazione sia fondamentale. Se diciamo che la critica letteraria debba occuparsi del valore di un testo, il discorso mi pare più interessante. Ora nel mio articolo io dicevo che non è compito del critico occuparsi della qualità di un testo e continuavo che il suo compito era di mostrare, mi auto cito, “come il testo entri in comunicazione con chi legge”, mostri “la produzione di stupore, di bellezza, di fatica; il modo con cui un testo influenza la sua epoca, come se ne fa carico e destino. Compito della critica letteraria non è mettere i voti, porre sufficienze o insufficienze, ma riflettere su qualcosa di più profondo che potremmo chiamare discorso sull’umano”.  Credo che questo passaggio sia un po’ rimasto in ombra. Il compito del critico è mostrare e raccontare cosa in un testo produca bellezza e stupore, come un testo dice qualcosa di noi come esseri umani; come un sonetto del 1200 possa dire qualcosa a noi del nostro destino attuale. Romano Luperini lo chiama “valore”, io l’ho definito come “discorso sull’umano”, ma credo che in fondo stiamo dicendo quasi la stessa cosa.

Aggiungo come postilla finale che la vera forza del discorso critico stia nel “discorso”, in questo incessante ragionare sulle parole proprie e su quelle altrui, su concordanze e discrepanze di visione e di idee, che la ricchezza del discorso critico stia proprio nel vedersi non come un “tutti uguali”, ma come complessi esseri in relazione gli uni con gli altri.

 

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