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Anteprima dal “Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana”

cover nuovo dizionario E’ da oggi disponibile in tutte le libreria il “Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana” (Fandango 2019). Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo una breve introduzione del curatore e due voci tratte dal libro. Oggi alle ore 18.30 presso il Caffè Letterario del Salone del Libro di Torino si terrà la lettura di alcune voci tratte dal dizionario. Matteo B. Bianchi

Il “Dizionario Affettivo della lingua italiana” è stato pubblicato da Fandango nel 2008. Il testo nasceva da un esperimento letterario che avevo condotto sulla mia rivista ‘tina: avevo chiesto ad alcuni amici scrittori di dirmi quale fosse una parola della nostra lingua alla quale fossero particolarmente legati e di spiegarne il perché. Al momento della sua uscita on line il numero aveva suscitato un grande interesse, stimolando fra gli altri Giorgio Vasta che per primo mi ha proposto di farne un libro. Io e Giorgio abbiamo unito le forze, curando il volume in collaborazione, contattando oltre 400 fra scrittori e scrittrici operanti in Italia e ottenendo i contributi di più di 300 di loro. 


Quest’anno, in occasione del ventennale della casa editrice, Fandango ci ha offerto di farne una nuova edizione. Non poteva però trattarsi di una semplice ristampa; ogni dizionario necessita di revisioni e aggiornamenti e questo, per quanto ludico e sperimentale, non fa eccezione. Abbiamo lavorato mesi per includere le voci dei nuovi autori emersi nell’ultimo decennio, per recuperare alcuni nomi illustri che erano sfuggiti alla prima edizione, per accontentare chi volesse modificare il suo contributo precedente e compiere altri aggiustamenti necessari.


Ora è pronto. Si intitola “Nuovo dizionario della lingua italiana” ed esce in libreria il 9 maggio.

 

Acquitrino

La mia parola preferita in inglese, marsh, non è la mia parola preferita in italiano, acquitrino.

Ma in qualche modo sono costretta a fare finta che lo sia, e a trattenere nell’imperfezione dei suoi suoni, nell’imperfezione di questa resa, qualcosa della magia che la contraddistingue all’origine. Viene dal protogermanico mori, che significa «corpo d’acqua». A sua volta, mori deve qualcosa alla radice proto-indoeuropea mer. Che invece significa «far male», «morire».

Quando andavo al liceo, un mio caro compagno di classe, per commentare la mia macerazione d’animo e l’aria scalamarata con cui mi trascinavo a scuola, disse che stavo andando a Mordor passando per un acquitrino.  Entrambi avevamo letto Il signore degli anelli e sapevamo che a Mordor ci si arrivava tramite foreste, valli nere e crepate dal fuoco, e cascate morenti; ci si perdeva sempre su sentieri pericolosi e non c’era neanche tutto questo interesse a difendere la propria vita, a volte. Ma lui non voleva dire che ero un’avventuriera, né tantomeno una creatura magica: voleva dire che ero «incastrata».

Che si dica acquitrino o marsh, quella sensazione di un corpo d’acqua che fa male è per me una condizione fisica bellissima e assoluta, un paesaggio interiore che esplode ogni volta che mi trovo nei pressi di un fiume limaccioso che non ha neanche la forza di estinguersi, o sento il rumore fradicio delle scarpe da ginnastica nell’erba bassa e gialla attorno a certi rivoli d’acqua inglesi. Non è come affondare in una palude, né essere risucchiata dalle sabbie mobili, ma per un breve istante ogni volta che attraverso un acquitrino qualcosa di me scompare, e viene inghiottito dalla terra. Per me questa limitata scomparsa, questo corpo che ritorna ogni volta, è una felice premonizione. Aveva ragione il mio amico: di questo passo, a Mordor non ci sono mai arrivata.

Claudia Durastanti

Impostura

Sostantivo femminile di derivazione tardo latina che indica l’abitudine della menzogna, dell’inganno per trarne vantaggio, concretamente: inganno, raggiro, finzione da impostore o da falsa dottrina da esso diffusa.

Il termine compare la prima volta nelle Etimologyae di Isidoro da Siviglia, curioso il riferimento a Giuda “impostura i.e. quid fecit Judas”. La storia a cui fa riferimento il padre della chiesa è legata a un episodio di Marciano, allievo di Celso, che nel suo De mendaciis doctrinae christianae racconta il seguente fatto.

Alle tre del pomeriggio mentre Cristo moriva sulla croce urlando la sua disperazione verso il Dio che lo aveva abbandonato, Giuda comprava una corda resistente e arrivato al luogo prestabilito s’impiccava all’albero di siliquastro. Fin qui il racconto di Marciano e quello del vangelo di Matteo sono identici, ma racconta Marciano, la traduzione è mia, “avvenne un fatto che indica la abile arte dissimulatoria di questi ebrei e seguaci di Gesù. Era, infatti, deciso da tempo e con un patto scellerato, che Giuda avrebbe finto di tradire il suo Messia, e che si sarebbe ucciso per messa in scena, così da far credere a tutti la veridicità dei suoi atti.

In realtà, il suo suicidio aveva ben altro scopo. La sua morte avvenne presenti gli apostoli.

Pietro, tra tutti, controllò che ogni cosa avvenisse secondo il loro disegno. Quando Giuda spirò, gli uomini presero il suo corpo, e lo posarono a terra. Presero un chiodo e gli trapassarono le mani e i piedi, servendosi di una mazza uguale a quella usata dai boia romani; inflissero alla pelle i tagli della tortura, e bucarono il capo con spine di rovi. Per ultimo Pietro infilzò la sua lama nel costato di Giuda e ne uscì sangue nero.

Quindi quel corpo macilento avvolsero in un lino e lo portarono alla tomba che Giuseppe di Arimatea aveva scelto per la sepoltura. Qui avvenne lo scaltro inganno, avvenne l’impostura! Non servono parole ornate per convincere dell’orrendo misfatto! Il corpo di Gesù fu portato in un luogo segreto e il cadavere di Giuda fu adagiato nel sepolcro e dentro a guardia vi rimasero Matteo, a cui fu affidato il compito di tramandare con la sua opera l’inganno, e Bartolomeo, questi scesa la notte furono in grado di uscire e far sparire il cadavere non visti. Del corpo di Gesù, re dei Giudei, nessuno seppe nulla se non per il resoconto di Mercurio, discepolo a cui fu dato il compito di vegliare il Salvatore sino a che non fosse risorto, cosa che come afferma Mercurio nel suo Vangelo mai accadde.”

Demtrio Paolin

 

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