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Le meraviglie del possibile. Tradurre Annalena McAfee

copertina AndreaAlemanno

I did think I had written the ultimate untranslatable novel.

Annalena McAfee

Che cosa

Quando, alla fine dell’estate 2017, Grazia Giua mi contattò da parte delle edizioni Einaudi per chiedermi se me la sentivo di accettare una sfida non proprio facilissima, la mia prima reazione era stata un moto di scoramento. Le “grandi sfide” sono all’ordine del giorno, per un traduttore. Non esistono testi facili, ciascuno ha i suoi brani “impossibili”... Ma quando un’editor ti dice una cosa del genere, la rogna rischia di essere grossa.

Però avrei avuto Susanna Basso come revisora, e la sola idea – oltre a esaltarmi per la quantità di cose che sapevo che avrei imparato – mi tranquillizzava enormemente: conoscevo Susanna Basso attraverso le sue traduzioni, i suoi seminari, i suoi articoli e il suo saggio Sul tradurre, pubblicato nel 2010 da Bruno Mondadori, e sapevo che la mia traduzione sarebbe stata sottoposta al vaglio di un’attenzione, una cura e una genialità ermeneutica più uniche che rare. Inoltre, in quel periodo avevo un gran bisogno di lavorare, perciò ho detto subito di sì.

Poi ho letto il libro. Hame, secondo romanzo di Annalena McAfee (uscito in italiano ad aprile 2019 con il titolo Ritorno a Fascaray) all’inizio sembra una satira su un certo tipo di ricercatore scientifico che si occupa di mostre e musei: Mhairi McPhail, la protagonista, è una storica canadese di origini scozzesi che, appena separatasi dal marito, accetta di trasferirsi per un anno insieme alla sua bambina da New York, dove abita, a Fascaray, immaginaria isola delle Ebridi eletta a propria dimora dal vate scozzese Grigor McWatt, che ha lasciato agli isolani tutto il proprio patrimonio. Mhairi, che ha origini “fascaradesi” (suo nonno aveva partecipato a una famosa occupazione di terre sull’isola subito dopo la Seconda guerra), dovrà organizzare il museo McWatt, l’edizione critica di tutte le poesie del vate e del suo zibaldone inedito, nonché scrivere un libro su di lui. Il romanzo è composto da capitoli alternati che narrano la vicenda di Mhairi, riproducono parti del saggio su McWatt che la protagonista sta scrivendo, e parti degli scritti di McWatt: articoli, pagine di diario, poesie.

La lingua, dunque, è un misto di racconto narrativo, esilarante parodia di una certa prosa accademica paradivulgativa, dialoghi in scots (la varietà di inglese parlata in Scozia), e scritti letterari composti in una lingua ibrida, un misto fra inglese standard e scots.

Poi, ci sono le poesie. McWatt non scrive quasi mai poesie “originali”, ma riscrive, in scots, il canone poetico da cui proviene la sua formazione (Keats, Shelley, Wordsworth, Coleridge, e poi Yeats, Eliot, Dylan Thomas fino ai contemporanei), essenzialmente anglosassone ma non solo (ci sono anche Omero e Li Po). Non si tratta di semplici traduzioni “da lingua a lingua”, ma di “traduzioni” vere e proprie nel senso dell’interpretazione, della modernizzazione, della trasposizione di una serie di elementi dalla cultura inglese a quella scozzese. L’originale le chiama reimaginings, termine che non si trova in tutti i dizionari monolingue ma che si usa nel linguaggio dei computer per dire qualcosa come “riformattare” e che l’Oxford English Dictionary, oltre che con questa accezione, definisce anche “raffigurare o immaginare di nuovo” (nella traduzione abbiamo optato per un neologismo: “rifigurazioni”).

 

Di queste poesie, nel testo, ce ne sono a decine. Che fare?

Devo ammettere che all’inizio non ne avevo idea. E voglio anche dire (io che sono un traduttore che spesso si lamenta vuoi dell’assenza vuoi dell’inopportuna ingerenza delle redazioni nel lavoro del traduttore) che senza l’aiuto attento, incoraggiante, tutt’altro che invasivo di Grazia Giua prima e di Susanna Basso poi non sarei mai arrivato alla soluzione che sto per descrivere, e di cui non nascondo che vado abbastanza fiero.

Prima di decidere che fare, però, bisognava decidere davanti a cosa ci trovavamo. Le possibilità di traduzione sono sempre molteplici, non esiste una traduzione “perfetta” né una traduzione “definitiva”, esistono solo interpretazioni più o meno convincenti, rese in modi più o meno belli.

E allora: davanti a cosa ci troviamo, quando leggiamo Hame? Non è mica tanto chiaro. Si tratta di una satira sull’intellighenzia transatlantica anglosassone, più o meno sradicata e cosmopolita? Del racconto della solitudine di un’intellettuale senza radici in cerca del proprio passato e del proprio presente? Di un esercizio di stile estremamente raffinato sulla storia della letteratura, anzi della poesia, occidentale? Sì, certo, un po’ tutte queste cose insieme. Ma, come al solito, la parola illuminante me l’ha detta Susanna Basso, durante una delle nostre telefonate in corso d’opera. Si parlava di quali poesie riportare in traduzione (la traduzione, con il consenso dell’autrice, riproduce solo una scelta delle “rifigurazioni” dell’originale, per due motivi: primo, si tratta di poesie notissime a un pubblico inglese mediamente scolarizzato, meno a quello italiano dello stesso livello – tanto che a un certo punto avevo ipotizzato di riscriverne una serie dal canone latino, ma sarebbe stato in contrasto con i personaggi e le linee narrative generali del libro; secondo, perché volevo avere la libertà di scegliere solo quelle poesie che sentivo appartenere in maniera profonda al tipo di traduzione che andavo facendo). Susanna Basso mi disse che c’era una poesia che non avevo riportato (On First Looking into Chapman’s Homer) e mi chiese di “tradurla”. “Te la devi, Daniele, questa poesia. Non può non esserci”. E lì ho capito.

Come la poesia di Keats, infatti, anche Hame (e così, di conseguenza, ho cercato di plasmare Ritorno a Fascaray) parla di traduzione. Ma non sulla traduzione come la intendiamo di solito, nel suo concetto riduttivo di “trasposizione da lingua a lingua”, ma nel suo significato ampio, di trovare una spiegazione al mondo e di imparare ad esprimerla. Di spiegare, o meglio di esprimere, sé stessi attraverso la verbalizzazione del proprio sguardo sul mondo. La traduzione, in effetti, è una questione di identità. E di identità si tratta, in Ritorno a Fascaray. Di cosa siamo, e di cosa vogliamo diventare. Di come “facciamo” noi stessi (incidentalmente, anche la trama alla fin fine parla essenzialmente di questo, ma a questo proposito non parlerò – chi vuol sapere cosa succede compri il libro).

Ma che cos’è l’identità, nell’espressione umana? E che cosa traduciamo, quando traduciamo l’identità? Secondo David Bellos, che ha scritto un bellissimo saggio molto semplice da leggere e profondamente acuto sulla traduzione (Is That a Fish in Your Ear?, uscito per Faber&Faber nel 2011 e purtroppo mai tradotto in italiano), l’appartenenza è il vero luogo dell’intraducibilità. Come si possono tradurre, infatti, nei loro scarti dalla norma, il linguaggio delle comunità nere degli Stati Uniti del Sud o l’inglese antillano, come si traduce in spagnolo la lingua di Camilleri (per fare un esempio nostro) o il romanesco di certi personaggi pasoliniani, come fai a rendere il gergo delle banlieues parigine o il turco-tedesco di tutta una letteratura germanica di seconda e ormai terza generazione? Mica si può far parlare in romanesco un operaio della Black Country, o in milanese un venditore ambulante di Calcutta. Come si traduce, allora, lo scots?

Come

Personalmente, sono contrario all’idea dell’intraducibilità. Non ideologicamente. È una questione, direi, di fiducia empirica. So – perché lo vedo accadere quotidianamente – che, se si scava appena un po’ più a fondo della (presunta) equivalenza linguistica, ci sono moltissimi modi di interpretare, e dunque di tradurre, qualsiasi cosa. Certo, ognuno sarà parziale, come parziale è ogni lettura. Ma tutte insieme renderanno visibile, come un prisma, la quantità incredibile di colori anche opposti che si nascondono all’interno di un testo apparentemente granitico. E questa fiducia non si basa su un’idea, ma su una pratica continuamente verificata. Camilleri è tradotto in decine di lingue, lo slang americano e il verlan francese vengono resi in italiano in molti modi. Niente ferma i traduttori dal tradurre i romanzi belli. Al limite, si sceglie di non scegliere, di usare una lingua “media” (standard, dicono i linguisti). Personalmente penso sia un po’ un peccato, perché ci sono sempre mille soluzioni possibili, ma dipende dal libro e dallo sguardo di chi traduce.

In questo caso, le possibilità che mi sono venute in mente erano, non sorprendentemente, molte e diversificate.

Si potevano tradurre solo le parti in inglese e lasciare lo scots lì dov’era, mettendo magari una traduzione di servizio in nota e spiegando eventualmente in una piccola introduzione l’importanza delle lingue regionali e dello scots in particolare nella storia antica e recente del Regno unito. Sarebbe stata una traduzione “filologica”, tendente a mettere l’accento sulle minoranze linguistiche e culturali dentro l’Europa (fisica e politica). L’unica altra traduzione del romanzo di cui sono a conoscenza, verso il tedesco e pubblicata in Svizzera, opta per questa soluzione . Lo so perché ho contattato la traduttrice e me lo ha spiegato lei stessa.

Nella mia lettura, però, il romanzo di McAfee non è un romanzo politico, né sociologico. O meglio, in parte lo è, ma non solo. È un romanzo che mette sulla pagina anche una sferzante ironia (di nuovo, una questione non solo di linguaggio ma pure di trama, cosa di cui tacerò) su quello che siamo. Anche da un punto di vista di minoranza linguistica.

Se era così – e per me era esattamente così – non potevo sottrarmi dal tradurre proprio questo scarto di lingua (e cultura), quella sensazione di “casa scasata”, di ritrovarsi davanti qualcosa che si conosce a fondo (una poesia di Keats, una parola della propria lingua madre – in questo caso, l’inglese) ma è stata sfasata, snaturata, cambiata in qualche modo strano che non si capisce bene ma che è chiaro che c’è. È questo, per me il senso profondo del romanzo. Era questo che dovevo tradurre.

Di nuovo: come fare?

Esclusa l’opzione filologica (perché non esauriva la mia interpretazione del testo), esclusa la possibilità di usare gli italiani regionali, anche in eventuale mescolanza (in parte perché non si trattava solo di dare una patina regionale, ma di rendere un linguaggio dichiaratamente e orgogliosamente dialettale, e nessun dialetto può sostituirsi a un altro – in questo David Bellos ha perfettamente ragione –, ma soprattutto perché qui si trattava di tradurre un’estraneità che suona familiare, non una familiarità con qualche stranezza, ovvero esattamente il contrario di quanto sarebbe risultato usando uno standard sia pure infarcito di regionalismi), escluse dunque queste due opzioni, che in altri casi avrebbero pure potuto mostrarsi molto feconde (ma non in questo, secondo me), ne rimanevano a mio avviso tre.

Prima di dirle a voi, le ho descritte all’autrice. La sua risposta è stata la frase in esergo a questo pezzo, dopodiché ha continuato dicendomi che non sapeva l’italiano, non aveva idea di come sarebbe venuto, ma che l’atteggiamento creativo con cui mi stavo muovendo verso il suo testo la faceva sentire fiduciosa. Andassi avanti, facessi quello che credevo, sentiva di essere in buone mani. Questa della fiducia dell’autore può sembrare scontata, ma non è affatto così. Nella mia esperienza, ci sono due tipi di autori che dominano il mondo della traduzione. Quelli che se ne lavano le mani (“Ormai il libro l’ho scritto, comunque non ho molto potere sullo stravolgimento che ne farai, pazienza, l’unica è affidarsi”, il sottotesto) e quelli con la mania del controllo (“Non capirai sicuramente niente, tenderai a rovinare il mio lavoro, perciò voglio seguirlo e controllarlo e correggerlo da vicinissimo, e di continuo”). Poi ci sono i grandi autori, che invece ti chiedono sì conto di quello che fai, ma con criterio. Molti di questi ultimi si fanno leggere ad alta voce brani tradotti, anche se non conoscono la lingua, perché – dicono, e con ragione – dal ritmo, dalla musica del testo, capiranno se sono sopravvissuti o meno in traduzione. Altri si fanno spiegare cosa leggi in loro, e se la tua lettura è abbastanza creativa sanno che il tuo lavoro sarà all’altezza del loro. Perché non importa il risultato, ma il processo. Annalena McAfee fa parte di quest’ultimo gruppo di persone.

Forte, dunque, del consenso dell’autrice, sono passato a descrivere le idee che avevo alla mia editor e alla revisora. La storia di come hanno guidato, con delicatezza ferma, da vere registe della traduzione di cui io ero protagonista, sarebbe troppo lunga da raccontare qui, e quindi lo farò altrove. Adesso basti dire che senza il loro costante, discreto, intelligente, creativo indirizzo, non sarei mai riuscito ad arrivare in porto in modo tanto sicuro e felice.

Ma veniamo alle possibilità che avevo immaginato.

La prima era di tradurre i testi in scots in italiano standard, ma poi di usare una grafia diversa. Per esempio l’Ipa, che sta per International Phonetic Alphabet (“Alfabeto fonetico internazionale").

La seconda era cercare di produrre graficamente una pronuncia che sembrasse dialettale, ma non lo fosse in realtà.

La terza era di prendere l’italiano per come era in fase di formazione, fra il XII e il XIV secolo, e fargli prendere, sintatticamente, etimologicamente, lessicalmente, una forma diversa. Inventare cioè un italiano che avrebbe potuto essere, ma non è stato.

Un esempio, per spiegarmi.

In esergo, il romanzo presenta questi versi, in scots:

Hameseek

Ah lang fur hame1, lang fur the keek2 o hame.

Gin onie goad has merked me oot agane

Fur shipwrack, ma ruchsome3 hert can dree4 it.

Whit haurdship hae Ah lang syne tholed5,

At sea, in fecht! Brang oan the trial.

1 home

2 sight, glimpse

3 tough

4 suffer

5 endured

Le note compaiono solo qui. Nel resto del testo, bisogna fare riferimento al glossario in fondo al libro. I versi sono di Omero, dall’Odissea (V, 219-224).

Pindemonte, questi versi (dal greco), li ha tradotti così:

Veder quel giorno al fin, che alle dilette

Piagge del mio natal mi riconduca.

Che se alcun me percoterà de’ Numi

Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo

Forte contra i disastri anima in petto.

Molti sovr’esso il mar, molti fra l’armi

Già ne sostenni; e sosterronne ancora.

Una traduzione (del testo scots) in italiano standard più modern(izzat)o, potrebbe suonare così:

Nostolgia

Agogno tutto il giorno e il giorno dopo

Di veder casa, casa dove torno.

E se anche un dio mi vuole naufragare

So sopportare, ho molta forza in petto:

Perché ho patito tanto, tante ore,

in mare ed in battaglia. Forza, ancora.

Se questi versi li trascrivo in Ipa, vengono così:

Nostɔʟ’dʒiɐ

A’goɲo tut:jl dʒɵrn’ə il dʒɵrno dopɵ

Di veder kazɑ, kazɑ dove tɵrno.

E s’anke uŋ dio mi vɯɔle nɑɯfra’gare

So sop:or’tare, ɔ moɭtɑ fɔrtsa iŋ pɛt:ɵ

Perk ɔ pa’titɵ tɑɳtɵ, tɑɳte ore,

iŋ mar’ed iŋ bat:aλa! Fɔrtsɑ, a’ŋkorɑ.

Se li “traduco” in un dialetto finto, (mi) vengono così:

Nuost’ algia

Mancamj caosa1, vòuglj avvistar caosa

E s’àunqua2 un deo mirommj,  ancòura ancòura

Per naufragaurmj, ràuzzo3 ho il core, e fòurtj.

Lj suffejràjnzj lj rèjggo4 da tàunto,

in mare et njlla loutta. Fallj entràjrj.

1 Casa

2 Anche

3 Rozzo

4 Sopporto

Se, infine, “rifaccio” l’italiano, il (mio) risultato è questo:

Re versando

 

Mancami ’l verso1, vogl’ il re verso in viso2

Et s’ aunqua3 un deo mirommi, ancora ancora

Per naufragarmi, agroio4 ho il core, e forte.

’L sufferenzi l’ipofero5 d’assai,

in mare et nella lotta. Fall’ entrari.

1 Ritorno (anche re verso)

2 Vista

3 Anche

4 Rozzo

5 Sopporto

A naso, avrei detto che la prima era più facile per me e forse più difficile per il lettore, la seconda difficile per entrambi, forse un po’ falsa, ma tutto sommato efficace, la terza una follia impossibile che mi avrebbero sicuramente bocciato.

Grazia Giua e Susanna Basso, dopo aver letto le diverse varie prove (non solo questa, avevo applicato le varie opzioni a diversi brani del testo, in versi e in prosa), non hanno avuto dubbi. La terza opzione era quella che funzionava di più. Ero fregato.

Ero fregato? Le apparenze, nonostante l’aforisma di Wilde, spesso possono ingannare. Non sempre la difficoltà è quello che sembra. Quando si fa un lavoro creativo, non bisogna mai farsi spaventare dagli ostacoli apparenti. Quando una strada è giusta, è anche la più breve.

Comunque, mi sono tutelato. Ho chiesto molto più tempo di quanto mi era stato proposto all’inizio (tempo che mi è stato dato – altra cosa decisamente inusitata nell’editoria contemporanea, dove i tempi sono sempre più stretti, cosa che troppo spesso va a discapito della qualità del lavoro) e ho chiesto di poter decidere, ovviamente consultandomi con l’autrice e la casa editrice, quali poesie “rifigurare” e quali no, a seconda del mio istinto e del mio talento. Anche su questo (a parte la richiesta finale di Susanna Basso di cui ho parlato prima) mi è stata data completa fiducia.

La fiducia è importante, per chi fa un lavoro difficile e creativo. Noi traduttori godiamo di pochissima fiducia. Verso di noi sono sospettosi gli autori, perché prendiamo i loro testi e li “stravolgiamo”, lo sono i lettori, che sono costretti a passare attraverso di noi quando non possono leggere l’“originale”, lo sono spesso le case editrici, che nonostante abbiano tanto a che fare con noi sembrano troppo spesso considerare la traduzione un lavoro poco più che meccanico per il quale in redazione non si ha tempo e i traduttori dei pignoli molesti che insistono per voler mettere bocca su qualcosa che sotto sotto non gli appartiene.

E invece i traduttori sanno – e sono – il vero respiro di ogni testo che traducono, ci si immergono come nessun lettore mai (anche solo per la quantità di volte che rileggono il testo che traducono). Fanno un lavoro delicatissimo, e hanno bisogno di essere guidati, sostenuti, ascoltati.

Questo ascolto, questo sostegno, di rado ci viene concesso. Per questo lavoro, io ce l’ho avuto. Ho goduto di un ascolto profondo, di un sostegno attento. E siccome è una cosa rara, lo voglio dire. Se tutte le redazioni seguissero i traduttori come sono stato seguito io per questo lavoro, le traduzioni italiane (che già sono a un livello altissimo) farebbero un salto di qualità inenarrabile.

Forte di questa fiducia, dunque, mi sono accinto a “rifigurare” la mia lingua madre. Come ho fatto? Innanzitutto, mi sono munito dei mezzi necessari. Dizionari di scots (almeno tre, storici e contemporanei), lessici, corpora. Dizionari di inglese (l’Oxford English Dictionary su tutti ma almeno un altro paio di monolingue e bilingue). Dizionari di italiano (non solo i monolingue più importanti, ma anche quelli etimologici e analogici, antichi e moderni). E infine, un buon dizionario di greco antico e un altro di latino. Perché, se volevo reinventare l’italiano, avevo bisogno di farlo andare in direzioni dove non era andato fin da prima che nascesse. Avevo bisogno di fare qualcosa di potenzialmente irriconoscibile, ma che profumasse forte di casa. Per farlo, dovevo lavorare sull’embrione, non sul corpo adulto e sviluppato.

Così, a poco a poco, al glossario scots-inglese si è andato sostituendo il “mio” glossario “fascaradese”-italiano. Alle note dell’autrice finte note del traduttore. Alla sintassi dello scots qualcosa che partiva da Boccaccio e andava a sbattere su Benni.

Cosa ne è venuto fuori? Per saperlo, bisogna leggere il libro.

Qui voglio aggiungere soltanto, a mo’ di esempio, due “rifigurazioni”. Una dall’incipit della Terra desolata di T.S. Eliot, l’altra da una famosissima poesia amorosa del metafisico secentista Andrew Marvell. Di seguito trovate l’originale, il reimagining in scots, una traduzione italiana (la prima di Mario Praz, la seconda di Giorgio Melchiori) e infine la “mia” “rifigurazione” (costruita a partire dallo scots, ma sempre con un occhio all’“originale”).

Eccole qui:

 

The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding           

Lilacs out of the dead land, mixing   

Memory and desire, stirring  

Dull roots with spring rain.   

Winter kept us warm, covering                

Earth in forgetful snow, feeding       

A little life with dried tubers.

T.S. Eliot

Il seppellimento dei morti

Aprile è il più crudele dei mesi: genera

Lillà dalla morta terra, mescola

Ricordo e desiderio, stimola

Le sopite radici con la pioggia primaverile.

L’inverno ci tenne caldi, coprendo

La terra di neve obliosa, nutrendo

Grama vita con tuberi secchi.

Mario Praz

 

Sheuchin o the Deid

April is the fellest month, breedin

Laylocks oot o the deid laun, kirnin

Mindin an wissin, eikin

Dreich roots wi voar rain.

Winter glaised us, happin

The yird in ill-mynded snaw, feedin

A wee bittie life wi dried tubers.

Grigor McWatt efter T.S. Eliot, 1959

Scolo de’ morti

Aprile mese crudo, covatore

Di serenelle da gleba necrata, mischiatore

Di ricordanze et voglie, crescitore

Di rize fradice et d’ombro primaveroso.

Verno ci ha calefatto, ha tegolato

’L globo di neve sricordata, et ha cibato

’Na vita brachia di tuberi essiccati.

Daniele Petruccioli da Grigor McWatt, 2019

 

To His Coy Mistress

 

Had we but world enough and time,

This coyness, lady, were no crime.

We would sit down, and think which way

To walk, and pass our long love’s day.

Thou by the Indian Ganges’ side

Shouldst rubies find; I by the tide

Of Humber would complain. I would

Love you ten years before the flood,

And you should, if you please, refuse

Till the conversion of the Jews.

[...]

But at my back I always hear

Time’s wingèd chariot hurrying near;

And yonder all before us lie

Deserts of vast eternity.

[...]

Let us roll all our strength and all

Our sweetness up into one ball,

And tear our pleasures with rough strife

Through the iron gates of life:

Thus, though we cannot make our sun

Stand still, yet we will make him run.

Andrew Marvell

Alla sua amante ritrosa

 

Sol che avessimo mondo e tempo sufficienti,

questo pudor, signora, non sarebbe delitto.

Assisi, penseremmo dove passeggiare

e trascorrere il nostro lungo giorno d’amore.

Tu sulla sponda dell’indiano Gange

rubini troveresti; io presso la corrente

del Humber mi dorrei. Io v’amerei

per ben dieci anni prima del Diluvio;

e voi ricusereste, se v’aggrada,

fino alla conversione degli ebrei.

[...]

Ma alle mie spalle odo continuamente

l’alato cocchio del tempo che rapido s’approssima:

e là tutto dinnanzi a noi si stendono

deserti di vasta eternità.

[...]

Ravvolgiamo ogni nostra forza ed ogni

nostra dolcezza in un unico globo;

ed avventiamo i nostri piaceri con rude violenza

oltre i ferrei cancelli della vita.

Così, sebbene non possiamo indurre il nostro sole

a star fermo, almeno lo faremo correre.

Giorgio Melchiori

Gin We Hae Warld Eneuch

Gin we hae warld eneuch an time,

This erchness Lassie, were nae crime.

We wid sit doon an think whit paith tae tak

An pass this lang loue’s day.

You wid stravaig by the Watter o Leith

While Ah hung aboot oan Mammor’s lanely heath.

Ah’d loue ye ten years afore the warld wis raw

An you could, if it pleases you, say naw,

Till England richts its wrangs an tyrants faw.

But jest ahint Ah hear the soond

O time’s auld tramcar gangin roond

An thonder aw aheid us lies

Muckle deserts bidin aye.

Let us pirl aw oor poost, an aw

Oor douceness intae wan baw.

An rive oor pleasures wi roch strife

Ben the airn yetts o life.

Sae tho we cannae mak oor sun

Staund still, yet we will gar him run.

Grigor McWatt efter Andrew Marvell, 1968

 

Avessimo bastante cosmo et crono

Avessimo bastante cosmo et crono

La tua gattamortaggine era un dono.

Ci siederemmo, nina mia, a pensare

Che via ’nforcar per cominciarci a amare.

Tu alatere del Leith in caracrollo,

Sul Mammor io, fra l’eriche sue brulle.

Diec’ anni aspetterei te e ’l demiurgo,

Tu mica ti daresti ’nfin’ a quanno

’L brit raddrizzasse i torti et via ’l tiranno.

Pure d’ a retro me sento ’l frastuono

Del filobus di crono galantuomo,

Et lì davant’ a noi giace ’mponente

’N ammasso di deserti ayeternamente.

Allor robore nostra amfiballiamo

Con douceria d’entro un pallone magno,

Et furia d’edonè precipitiamo

Nella transenna d’esta vita stragna.

Ché se non si può dir: «Fermati, o sole»,

Almeno corra a retro ’l nostro amore.

Daniele Petruccioli da Grigor McWatt, 2019

 

La cosa incredibile è che, una volta deciso il processo e imboccata la strada, la velocità con cui la traduzione è andata avanti è stata stupefacente. Avevo capito cosa esprimere e come esprimerlo e questo – naturalmente con le dovute correzioni di lessico e di rotta, con i dubbi da chiarire, con i brani da riscrivere, le revisioni da attraversare – si è rivelato un potentissimo binario linguistico e creativo, tanto che ho potuto consegnare la traduzione con quasi un mese di anticipo rispetto a quanto preventivato.

Poi è cominciato l’imprescindibile viaggio redazionale. La revisione acuta, intelligente, calda di Susanna Basso, le verifiche e riverifiche delle straordinarie lettrici e fact-checker dell’Einaudi, infine l’ultima mano di vernice di Grazia Giua (che mi ha portato a riscrivere due volte la “rifigurazione” dei versi di una canzone, finché la musicista a cui era stato chiesto di verificarne la cantabilità non è stata soddisfatta del risultato – questo è quello che chiamo amore per il testo da pubblicare, qualunque esso sia).

Che cosa ho imparato, nel processo? Ho imparato che una traduzione diventa tanto più grande e profonda e creativa quanto più parte e finisce dal traduttore, ma senza lasciarla solo in mano a lui. L’editoria è un lavoro collettivo, fatto di rispetto e ascolto reciproco, di tempi anche lunghi, di parametri culturali e di qualità prima che commerciali e pubblicitari (sì, lo so, gli editori sono imprenditori, il marketing ha le sue esigenze, bla bla bla: volete libri belli? ci vuole il tempo che ci vuole, misuratevi con questa verità – o, come si dice sbrigativamente in inglese, che è una lingua di gente pratica: deal with it).

Ma soprattutto ho imparato che niente è impossibile, in traduzione. Che siamo sì quello da cui veniamo, ma soprattutto quello che vogliamo farci. Che se impariamo ad avere un orizzonte non esiste luogo dove non possiamo andare. Che la madre, il padre, la terra da cui veniamo sono anche qualcosa che si sceglie. Che la vita è un tradursi costante, non un arroccarsi in sclerotizzazioni note. Oggi, grazie a questa traduzione, sono al contempo più giovane e più antico, uguale e diverso, più me stesso e più il resto del mondo. Esattamente quello che, leggendo, sentivo che mi stava raccontando Annalena McAfee.


Illustrazione della copertina a cura di Andrea Alemanno

 

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