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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

La forza dell'utopia. Una riflessione sull’attualità di Ivan Illich

 71t+IIJoxQL.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

A cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, esce una nuova edizione italiana dell’opera di Ivan Illich Deschooling society (Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, 1971, ora Mimesis 2019). L’opera conserva intatta tutta la sua carica di idealismo e di verità, come traspare dalle considerazioni conclusive del libro:

Certo, un’organizzazione imperialistica e capitalistica della società genera una struttura sociale entro la quale una minoranza è in grado di esercitare un’influenza sproporzionata sull’opinione della maggioranza. Ma in una società tecnocratica il potere dei capitalisti del sapere può impedire che si formi un’autentica opinione pubblica controllando le capacità scientifiche e i mezzi di comunicazione. Le garanzie costituzionali delle libertà di parola, di stampa e di riunione intendevano assicurare il governo del popolo. L’elettronica, i moderni procedimenti di fotocomposizione e di stampa in offset, i calcolatori che operano in tempo reale, i telefoni offrono in teoria un’attrezzatura che potrebbe dare a quelle libertà un senso del tutto nuovo. Ma purtroppo questi strumenti vengono impiegati nei media moderni per accrescere il potere, proprio dei banchieri del sapere, di convogliare i loro programmi preconfezionati, tramite catene internazionali, verso un maggior numero di persone, anziché essere usati per incrementare delle vere reti capaci di offrire eguali occasioni d’incontro fra i membri della maggioranza.

Leggere e discutere simili idee può essere utile in questo particolare momento storico, in cui la scuola è percorsa da una tensione molto marcata: da una parte, agisce una forte spinta verso forme di quantificazione, controllo, esattezza, oggettività (telecamere nelle aule, registri e comunicazioni elettroniche, proliferare di test e misurazioni nazionali ed internazionali degli apprendimenti, fiducia incondizionata nelle strumentazioni tecnologiche); dall’altra, si percepisce un diffuso bisogno di quello che Bergson chiamava supplemento di anima, uno spirito di appartenenza e di condivisione capace di tradursi in forme di comunicazione profonda e di relazione autentica fra i soggetti che abitano l’istituzione.

Letture come questa possono contribuire a restituire agli insegnanti lo slancio utopistico di cui molti sentono il bisogno.

Elogio del tema

vorderansichtstapel der buecher mit exemplarplatz 23 2148255858 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, della nostra redattrice Luisa Mirone alla Fiera Didacta Italia (Firenze, 9 ottobre 2019; panel ADI SD «La prima prova nel contesto del nuovo esame di Stato MIUR»)

Il tema alla prova

Ho la fortuna di insegnare in verticale: assumo la guida di una classe in prima e la accompagno sino alla quinta. Questo mi consente di seguire il percorso di acquisizione degli strumenti di ricognizione, indagine, interpretazione, formalizzazione del reale; il possesso e la consapevolezza di questi strumenti ritengo che sia l’unica reale competenza che la scuola debba e possa promuovere interdisciplinarmente e in vista del conseguimento della più alta competenza di cittadinanza, perché mi sembra che solo nella comprensione profonda della fisionomia e della destinazione degli strumenti di indagine e rappresentazione della realtà si apra autenticamente ai nostri allievi la possibilità di intervenire nel dibattito democratico.

Se volessimo tradurre questo percorso di progressiva acquisizione degli strumenti nelle linee programmatiche del ministero, diremmo che obiettivo dei nostri allievi è conseguire la padronanza linguistica, come emerge chiaramente dal Quadro comune europeo: insegnamento, apprendimento, valutazione (Consiglio d’Europa, 2001; poi D.M.N.139 2007, Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione): Interazione verbale (scambio comunicativo in contesti vari); Lettura (comprensione e interpretazione di testi scritti di vario tipo); Scrittura (produzione di testi differenti in relazione a differenti scopi).

Questo al primo biennio si traduce nel conseguimento di una competenza di lettura, secondo la chiara definizione che ne ha dato OCSE PISA (Quadro di riferimento del 2007):

La strana estate della scuola

08a5acd5 8f44 4a74 bf1a 335c24ca6ee3 Chiariamo subito una cosa: il problema non sono le sedie. Il problema è che si parli solo di sedie, come se potessero risolvere tutti i problemi, uovo di colombo per questioni complesse. Siamo alle solite, pare basti uno strumento per cambiare la scuola e risolvere problemi antichi: come quando ci inondarono di LIM e formazione tecnica, pensando che bastasse quella a esplorare le potenzialità dello strumento e a innovare (magica parola passepartout). Si sa che le cose vanno poi diversamente, qualsiasi strumento ha bisogno di riflessione, di esperienza e di analisi: se non mi domando come lo posso usare, quali cambiamenti potrebbe determinare, quali obiettivi mi prefiggo, come debba cambiare il mio messaggio cambiando il mezzo, al più userò lo strumento adattandolo a quello che facevo prima. Con buona pace dell’innovazione.
La situazione che si prospetta a settembre non ha nulla di ordinario, le incognite sono così tante che appena pensi di risolverne una ti si aprono in mano almeno cinque scenari diversi: è luglio e dirigenti e docenti sono in prima linea per cercare di mettere ordine e di tenere sotto controllo l’ansia, impresa improba e impossibile nonostante i messaggi incoraggianti che arrivano dall’alto.
La scuola è per sua natura una potenziale bomba epidemica, lo vediamo a ogni inverno e questo che si apre davanti sarà il peggiore di tutti: la soluzione, che ha qualcosa di magico, pare debbano essere le sedie. E giacché la magia non esiste ed è roba da allocchi, non vorrei ritrovarmi a fare la fine dell’imperatore che gironzolò nudo per la città convinto di indossare abiti meravigliosi. Useremo per il distanziamento uno strumento che nasce per il lavoro collaborativo, per la didattica progettuale (con il piccolo distinguo che non li puoi usare per disegnare, costruire plastici, fare cartelloni): insomma, sedie pensate per avvicinare gli studenti fra loro, non per tenerli lontani. Certo, non c’è alcun obbligo di acquisto, le sedie semoventi verranno richieste solo dalle scuole che ne hanno bisogno: ma non si può non rilevare il paradosso. Questo è ciò che mi preoccupa: la soluzione semplice a problemi complessi e la sua spettacolarizzazione. È cronaca che poche sere fa la Ministra abbia provato le sedie in tv: comodità di seduta, spazi e possibilità di consultare il “Rocci”, vocabolario di greco, perché il riferimento quando si parla di scuola pare sempre e solo debba essere il liceo, magari classico. E che importa se su quei banchi si dovrebbe fare anche disegno tecnico, arte, scienze, italiano.
Ma, soprattutto, può la questione della riapertura incentrarsi sulle sedute e sui banchi, ignorando il resto?

Ricadute psicologiche della Dad, confini mutati e nuove identità

705273 thumb full 720 maupal con tom jerry rep Pubblichiamo un intervento di Federico De Luca, psicologo responsabile dello sportello d’ascolto di un istituto tecnico di Roma sud-est, che durante la Dad è stato riconvertito in uno sportello d’ascolto a distanza. Le riflessioni riportate sono riferite a questa esperienza.

L’emergenza Covid ha coinvolto, e coinvolge, la società a tutti i livelli: individuale, sociale, economico, sanitario, lavorativo, formativo-educativo. Al di là delle implicazioni specifiche dei vari ambiti, l’emergenza ha omogeneamente reso necessaria una riorganizzazione, interna ed esterna, che fosse rapida ed efficace per evitare il diffondersi della pandemia e favorire un ritorno alla normalità.

Come fulcro del processo formativo-educativo, la Scuola ha dovuto affrontare una condizione nuova e in tempi brevi, dovendo rinunciare anche a uno dei suoi fondamenti, “si entra a scuola e si esce dalla scuola”. Questo dato di fatto definisce ciò che la Scuola rappresenta: il luogo della didattica e della formazione ma anche il luogo della relazione e della strutturazione. L’importanza di “entrare in classe” non risiede solo nell’entrare fisicamente (ci sono diversi casi positivi di formazione in contesti meno tradizionali)  quanto, piuttosto, nello stabilire uno spazio interiore ed esteriore definito e organizzato all’interno del quale insegnare/ apprendere e relazionarsi. Con l’emergenza Covid questo spazio è stato messo in discussione offrendo nuovi spunti di riflessione.

Per le rime

RHPS Cover In particolare, con riferimento alle indicazioni sanitarie sul distanziamento fisico, si riporta di seguito l’indicazione letterale tratta dal verbale della riunione del CTS tenutasi il giorno 22 giugno 2020:

« Il distanziamento fisico (inteso come 1 metro fra le  rime buccali degli alunni), rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione…»

Questo magnifico pezzo di prosa (con tanto di rima leopardiana in –ale) dimostra in modo inequivocabile che l’antilingua in Italia gode ottima salute. Era stato Calvino, nel febbraio 1965, a parlare dell’antilingua inesistente. «Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.» e riportava le parole di Pietro Citati:

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso».

Bisogna forse ricordare che la questione della lingua della seconda metà del Novecento aveva avuto inizio da una conferenza di Pasolini, pubblicata da «Rinascita» nel dicembre del 1964, con il titolo Nuove questioni linguistiche. A commento prendeva la parola - tra gli altri - anche Calvino, che così proseguiva sul «Giorno»:

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi.

Nel 2020 non si può fare a meno di registrare «bocca» tra le «parole oscene» che l’antilingua rifiuta: il che potrebbe avere i suoi effetti sul modo di esprimersi di solerti funzionari e di insegnanti osservanti (oltre che praticanti). Il campo semantico diventerà un campo minato: si oserà ancora affermare che si fanno verifiche orali? E gli Esami di Stato di quest’anno non potrebbero essere confusi in quanto esame orale con un’anamnesi ortognatodontica di un diciottenne? Sarà pudico parlare di lingua a minorenni affidati alle nostre cure? Il MI ci offrirà senz’altro delle indicazioni lessicali  adeguate, e sarebbe opportuno ci fornisse anche un piccolo dizionario, epurato da tutte le voci oscene, che noi insegnanti potremmo consultare alla bisogna (si licet). Meglio: nelle lunghe nostre oziose giornate potremmo imparare a memoria le voci ufficiali della lingua in uso nelle scuole secondo le nuove disposizioni del CTS approvate dal Ministero… etc  etc,  per comunicare correttamente con chi ci presta orecchio (con rispetto parlando).

La scuola (im)possibile

 

fitzcarraldo1 Premessa

Ogni ragionamento inerente fatti concreti, come le modalità di riapertura delle scuole a settembre, dovrebbe fondarsi su alcuni solidi dati di realtà.

Eppure nella scuola, tra docenti e personale ATA, e in certa misura anche tra i dirigenti scolastici, ma soprattutto tra le famiglie e nell’opinione pubblica, cresce il senso di disorientamento. La gran parte dei collegi dei docenti che si sono svolti a fine giugno ha preceduto l’approvazione delle Linee Guida definitive per la riapertura. Ciò ha prodotto situazioni difformi in un quadro già di per sé variegato rispetto alle caratteristiche degli edifici scolastici. Ci sono istituti che hanno iniziato una riflessione di merito per la riapertura, organizzando gruppi di lavoro e sottocommissioni e impostando soluzioni sulla base di alcuni scenari possibili. Altri hanno potuto avviare solo una riflessione più blanda: i dirigenti si sono limitati a enunciare alcune opzioni, ma di fatto non si è aperto alcun vero confronto. Ci sono poi anche istituti che non hanno discusso affatto, e ciò può essere dipeso anche da alcune altre fondamentali variabili, come quella relativa al grado di democraticità e di confronto interno a ogni singolo istituto, per cui è probabile che in alcuni casi il collegio docenti a settembre venga semplicemente chiamato a ratificare decisioni assunte dal dirigente e da pochi suoi collaboratori. Intanto le Linee Guida sulle quali si dovrebbe costruire la struttura per la eventuale nuova fase di Dad sono ancora in via di elaborazione. Anche in questo caso, quindi, le situazioni variano da istituto a istituto, per cui ci sono realtà che sono avanti con il digitale, in cui il confronto già nei precedenti mesi di Dad si è potuto impostare su basi anche metodologicamente fondate e che quindi saranno più pronte di altre, dove invece si è ancora nella fase dell’impressionismo. In questo contesto generale le analisi che riguardano sia i problemi concreti che pone la ripresa della didattica in presenza sia, dall’altro lato, la molteplicità di temi sollevati da tre mesi di Dad — temi che già di per sé potrebbero occupare la riflessione teorica di tre generazioni — rischiano di assumere un carattere del tutto parziale e circoscritto, restituendo appunto l’immagine globale di una realtà — quella della scuola — sfilacciata e sconnessa, fuori fuoco. Ciò paradossalmente accade mentre la ricerca sul coronavirus va avanti, mentre i sistemi di monitoraggio tutto sommato stanno dando prova di funzionare con una certa efficacia rispetto all’individuazione precoce di nuovi focolai. In altre parole questa realtà instabile e che certamente non ci piace si presenta ai nostri occhi in termini più definiti di febbraio. Eppure, mentre la situazione generale si precisa (che non significa si risolve), il destino della scuola si fa sempre più incerto. Perché?

Il piano inclinato. La scuola di settembre: architetture ideali e realtà

Ideali 2017 11 Un punto di vista

Sono entrato nel liceo scientifico di Pinerolo il 1 ottobre 1976 e non ne sono più uscito, tranne che per gli studi universitari e il servizio civile. Quell’anno, aveva preso il nome da “Marie Curie”, trasferendosi in una nuova sede: un edificio nuovo, enormemente sovradimensionato (ricordo per esempio l’aula di disegno, da cui nei decenni successivi ne sarebbero state ricavate quattro). C’erano tre o quattro sezioni, a seconda degli anni (circa 400 studenti); oggi ce ne sono dieci o undici (circa 1100 ragazze e ragazzi). 

Il richiamo all’esperienza personale non è un semplice aneddoto, ma serve ad inquadrare entro limiti corretti le opinioni che esprimerò in quest’articolo.

Da una parte, infatti, le mie considerazioni nascono da un intimo radicamento nel territorio pinerolese, da una conoscenza precisa della storia e delle caratteristiche – anche fisiche – della scuola in cui, il prossimo anno, ci troveremo a sperimentare in avvio dell’anno scolastico. Dall’altra, la mia appartenenza esclusiva a questa precisa scuola traccia i confini ristretti entro i quali collocare le mie idee: un liceo scientifico, collocato fra le valli e la pianura, in un centro studi affollatissimo, nella provincia piemontese.

Fra i numerosissimi temi del dibattito innescato dalla lettura del Piano di rientro a scuola mi soffermerò quindi solo su alcuni di quelli legati alla secondaria di II grado, immaginando di calare i principi e le considerazioni generali nella concretezza del “mio” territorio, teatro dell’azione di una precisa istituzione scolastica.

Ragionare sul rapporto fra teoria e pratica è l’unico modo, secondo me, per tentare di uscire dalla trappola delle semplificazioni e dei pregiudizi.

La dad a scuola finita

 

scuola finita e1590607397907 Premessa

La premessa è che a scuola finita la maggior parte degli insegnanti e delle famiglie, legittimamente, non ne può più di parole più o meno centrate su quello che è stata la didattica a distanza. Meglio per tutti, in questo inizio estate, riprendere contatto con il sole e le persone. Cercherò dunque la sintesi, affidando alla clemenza di chi legge il rischio di  saltare a piè pari questioni dirimenti (per dirne una, quella che non c’è stata una questione dad come mediaticamente s’è raccontato, ma almeno cinque questioni dad: quella della primaria, quella della secondaria inferiore, quella del biennio, quella triennio, quella dell’università), al fine di isolare quattro dati a mio parere significativi in proiezione futura, opinabili, discutibili, ma scritti per ragionare insieme.

Tutti protagonisti

Il primo dato è che la questione della civiltà digitale (perché di questo parliamo quando discutiamo di dad) ha per la prima volta, nel 2020 e per necessità, tirato dentro tutti. Sul fronte insegnanti, fino a febbraio 2020, è esistita la tribù degli insegnanti (con i suoi soldati semplici e i suoi sciamani) che glorificava il digitale da più lustri e la tribù degli insegnanti (con i suoi soldati semplici e i suoi sciamani) che il digitale l’ha sempre maledetto. Certo, esisteva anche il grande popolo di mezzo, ma stiamo semplificando. Sul fronte delle scuole, fino a febbraio 2020, è esistito il villaggio delle scuole già nel futuro, iperconnesse, dotate di tablet anche per appoggiare il caffè e il villaggio delle scuole ipoconnesse e della lavagna d’ardesia. Certo, esistevano anche i numerosi villaggi di mezzo, ma stiamo semplificando. Dopo febbraio 2020 ovviamente non c’è stata palingenesi, ma è un dato che le due tribù di insegnanti abbiano per forza iniziato a mischiarsi, così come i piccoli villaggi delle scuole abbiano iniziato a guardarsi, non per invadersi a vicenda ma se non altro per invocare un processo più o meno possibile di allineamento, ineludibile anche per chi governa.

Scuola e pandemia: la scelta della Francia

LN FRANCE22giu tous Dall’ agosto 2019 vivo in Francia, a Parigi, il che è significato lasciare la scuola secondaria di primo grado dove insegnavo e catapultare tutta la famiglia in una realtà diversa, figli alla scuola secondaria di primo grado compresi; così dalla mia situazione sospesa, da insegnante e genitore, ho vissuto questo periodo come l’occasione di osservare le scelte di un altro Paese in materia di istruzione e di fronte alla pandemia.

I miei figli qui a Parigi sono tornati a scuola dallo scorso martedì, il 2 giugno, eravamo tutti un po’ emozionati, era chiusa dal 16 marzo: la scuola che riapre è una bella sensazione, una dose di energia e speranza. Per me poi, che ritengo la scuola respiro di un Paese, è stato come tornare a respirare.

Il mio è però un osservatorio molto limitato, abito in un quartiere alle porte della città, le 20ème, Porte de Montreuil, nell’Est parigino; le scuole qui sono classificate nella Zona di Éducation Prioritaire: istituti  inseriti in contesti socio economici complessi e che hanno diritto a un maggior numero di fondi, ad un minor numero di studenti per classe e a sussidi per gli studenti.

Quella che leggerete quindi è ciò che ho visto e vissuto, senza pretesa di analisi sociologiche.

Prove di riapertura in Francia.

In Francia c'è stata fin dall’inizio una forte volontà, da parte del governo sicuramente, ma anche da parte di una certa percentuale di insegnanti e famiglie, di provare a riaprire le scuole e il dibattito su opportunità e modalità ha occupato uno spazio notevole nella scena politica e sociale.

All’inizio di maggio il governo ha fornito alle scuole, ai comuni e ai dipartimenti un protocollo sanitario molto rigido e ha fissato delle date comuni di riapertura, diverse a seconda del grado di scuola e a seconda delle zone verdi o rosse (divise in base alla diversa situazione di emergenza sanitaria): dall’11 maggio per tutte le scuole dell’infanzia e le primarie, dal 18 maggio per le scuole secondarie nelle prime zone verdi e dal 2 giugno nelle restanti zone. Il protocollo sanitario si fonda su cinque aree di intervento: il distanziamento fisico (inizialmente fissato in 4 mq per allievo); i gesti barriera (lavaggio mani; mascherina a partire dalla secondaria di primo grado; areazione dei locali); la non mescolanza degli allievi (classi e gruppi fissi); la pulizia e sanificazione di ambienti e materiali; la formazione, informazione e comunicazione. Spettava poi alle singole scuole, in accordo e collaborazione con le relative amministrazioni locali di competenza, la responsabilità di riaprire, verificando la possibilità di rispettare le misure sanitarie e le date fissate dal governo. Il ritorno a scuola è avvenuto in maniera progressiva, prima di tutto per alcune situazioni prioritarie, sempre su base volontaria da parte delle famiglie: in tutta la Francia si calcola che in questo periodo 1,8 milioni di alunni e alunne su 6,7 milioni sono tornati a scuola in presenza, per lo più per un tempo parziale.Domenica scorsa il presidente francese ha annunciato che dal 22 giugno la frequenza scolastica tornerà invece obbligatoria per tutti gli alunni e le alunne delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, nelle ultime due settimane di scuola (in Francia il termine delle lezioni è fissato per il 4 luglio). È uscito quindi in questi giorni un alleggerimento del protocollo sanitario – ed è ancora in evoluzione – per permettere l’accoglienza a scuola di tutti, aumentando anche il numero massimo di alunni per gruppo.

Abbecedario. Le parole dei ragazzi di questi mesi

Foto articolo La realtà sociale e la scrittura

«Dobbiamo guardare la realtà sociale», diceva Lévi-Strauss e noi docenti di scienze umane ripetiamo in coro «con gli occhi di un alieno, di un extraterrestre». Vaglielo a dire agli adolescenti che devono agire, sperimentare, lanciarsi verso il futuro senza guardare dettagli e contraddizioni. Non è facile, quindi, ma in classe possiamo provare qualche forma di allenamento: giochi di scrittura, di teatro, sulle percezioni, di comunicazione. La scrittura creativa è stata ampiamente usata nei tre anni di corso del nostro liceo (Sesto Properzio – Assisi). Tre gli obiettivi principali: divertire e creare in classe un clima positivo; avvicinare alla narrazione e alla sua capacità, come insegna Bruner, di costruire la realtà; permettere alla pluralità degli sguardi di emergere e lottare contro una visione stereotipata. Ricordo di aver appeso in classe, fin dai primi giorni di scuola di tre anni fa, un foglio su cui erano scritto un breve testo adattato da L’eccezione e la regola.  «Osservate il contegno», scrive Brecht «trovatelo strano anche se consueto, inspiegabile, pur se quotidiano, indecifrabile, se pure è la regola. Anche il minimo gesto, in apparenza semplice, osservatelo con diffidenza. Investigate se proprio l’usuale sia necessario, e - vi preghiamo- quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale». Questo monito ha guidato molte attività: il corpo biologico e la sua trasformazione in un corpo sociale, l’invenzione delle tradizioni, i miti e i riti d’oggi, i confini. Questi argomenti sono stati affrontati con modalità simili: un primo momento creativo con laboratori ed esercizi in cui gli studenti venivano spinti ad esprimere il proprio punto di vista, poi una serie di riflessioni con l’inserimento e la discussione di alcuni modelli teorici. 

Abbecedario

Tra i giochi di scrittura più usati e funzionali ce n’è uno che ha inventato Beniamino Sidoti che ha un bel titolo dal sapore antico: “abbecedario”, che ricorda Pinocchio e Cuore. Si gioca così: si sceglie un tema, un argomento e si scrive al centro di un grande foglio. Poi, nello spazio circostante, si scrivono le parole che hanno a che fare con l’argomento. Quindi ciascuno ne sceglie una e scrive un breve racconto, un ricordo, una poesia; infine si mettono le parole in ordine alfabetico. Tutto qui. Rimane un documento, un testo collettivo, un po’ frastornante, spesso contraddittorio. È un gioco prezioso che lambisce il territorio della lingua in cui le invenzioni individuali fanno i conti con la dimensione sociale e storica della lingua medesima, che abbina le certezze di una sintassi codificata con le modalità di una comunicazione urgente veloce ed estemporanea, che fa i conti con le piccole mutazioni del percepire e con le differenze degli sguardi individuali. È, secondo noi docenti di scienze umane, un bel campo di allenamento per provare a guardare «alla realtà sociale con gli occhi di un extraterrestre» come diceva Lévi-Strauss e come ripetiamo ad ogni occasione noi docenti. Poi è arrivato virus, l’emergenza sanitaria e l’interruzione dell’attività didattica.