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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Volevo fare l'insegnante

 

picasso1.jpg  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Aurea mediocritas

Chiedo l’aiuto di Walter Siti, per parlare un poco di me.

Mi chiamo Luisa Mirone, come tutti gli insegnanti. Campionessa di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Come ogni insegnante, indosso già la maglietta con su scritto Original mentre scrivo questo pezzo dedicato al mio mestiere, e sorrido della contraddizione, perché so che attingerò al più vieto repertorio dell’insegnante-medio; e non me ne vergogno. Non voglio essere originale, voglio essere come tutti, come tutti gli insegnanti che volevano fare questo mestiere.

Io – in verità – non lo volevo fare; e anche questo come molti, se non come tutti. Ma poi mi ci sono trovata e adesso non saprei pensarmi diversamente. Quello che so, quello che studio, quello che mi piace, che mi capita o che mi impongo di leggere, di ascoltare, di vedere, mi pare che acquisti un senso reale, pieno, compiuto (latinamente perfectum) solo quando entro in aula e ne parlo ai miei allievi, e i miei allievi mi rispondono, e poi mi chiedono. Non pensavo che fosse così, insegnare, quando l’insegnante non la volevo fare. E invece è così; sarebbe così, se solo me lo lasciassero fare. Ma evidentemente sarebbe troppo paradiso.

Basta (oggi) la Scuola?

 

Foto articolo Contu Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

A Recanati

Giovedì di marzo, accompagno insieme ad altri colleghi quattro seconde classi a Recanati. A inizio anno avevamo concordato in dipartimento un percorso tematico su Leopardi, c’eravamo detti di concluderlo con la visita alla biblioteca.

La giornata è splendida, c’è il sole, l’aria è chiara, anche i miei colleghi sono piacevoli, le lamentazioni dell’aula docenti mi paiono lontanissime. Scendiamo dall’autobus, poi via in fila indiana lungo le mura, «attraversate svelti», ecco l’arco, tutti a destra e giù verso la via. «Qui è dove cadono le noci a Silvia?» mi chiede Ceccagnoli, «bravo, però forza, tra cinque minuti inizia la visita guidata» rispondo, eppure sono contento come lui, sapessi quanto sono contento caro Ceccagnoli. La piazzetta ci accoglie, loro sciamano, io prendo i biglietti e li ritrovo a farsi selfie con il busto di Giacomo, finalmente siamo qui.

Ecco la rampa settecentesca di scale, le cucine, il panciotto di Monaldo e poi via, diritti per quelle stanze, le sue stanze ma da un po’ di tempo anche le nostre stanze, i libri proibiti e quelli noiosi, la bibbia poliglotta ma tutti ad affacciarsi alle finestre, a cercare Silvia e giù per la via, magari arrivasse, la ragazzina con i fiori in mano, alla faccia di Pascoli. Poi le teche, i «ma veramente è scritto a penna questo? Sembra stampato», «io me l’ero immaginato che quella era la scrittura di Ranieri». E ancora la guida che racconta del nubilato eterno di Paolina per troppa cultura «ma c’aveva i baffi, altro che cultura» ride Baldassarri, «l’ablativo assoluto a nove anni prof?» strabuzza gli occhi Tomassoni, appiccicata col naso alle prove nello studio di Monaldo. Le teste di tutti che girano per eccesso di vita, anche quando le scale già vanno a scendere, «riprendete i vostri zaini», ecco lo scappellotto dell’aria fresca e del sole in piazzetta, già sento di essermi intascato e messo nella dispensa dell’io diverse paia di occhi sgranati.

Nel pomeriggio incontriamo i ragazzi del liceo Giacomo Leopardi di Recanati con il loro professore (e amico) Gabriele Cingolani. Ci fanno da guide, ci portano per i luoghi leopardiani della città. Ragazze e ragazzi che raccontano vie palazzi e siepi a ragazzi e ragazze, «basterebbe guardarli» mi dico. Risaliamo sull’autobus, durante il viaggio di ritorno poggio il naso sul finestrino, come Tomassoni. «Ma veramente Leopardi e i loro sedici anni prof?», mi domando. «Basterebbe fare scuola» mi rispondo, «basterebbe fare scuola».

La letteratura per ragazzi: un parere autorevole

quentin blake matilda 3Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Devi scendere tutte quelle scale

Se ti vuoi salvare,

una ad una,

avere paura…

e girare la chiave

anche se tremano i ginocchi

devi aprire capire guardare

mai chiudere gli occhi

davanti al male

A. Vecchini

 “E’ scandaloso il modo in cui i libri per ragazzi vengono virtualmente ignorati dalle riviste letterarie, dai supplementi culturali dei quotidiani, dai cosiddetti intellettuali. Il posto d’onore è riservato alle biografie, seguite dai romanzi d’amore e dalle poesie. I libri per ragazzi vengono menzionati solo di rado e di sfuggita. Eppure- attenzione prego!- eppure se una volta qualcuno di quegli scrittori e di quei critici cervelloni tentasse di cimentarsi nella storia dei libri per ragazzi- di un bel libro, capace di conquistare i bambini e di resistere al passare del tempo – andrebbe quasi certamente incontro a un fiasco clamoroso. Sono sicuro al cento per cento che è assai più difficile scrivere un bel libro per ragazzi, un libro che sopravviva allo scorrere degli anni e delle mode, piuttosto che un bel romanzo dotato delle stesse qualità. E lo sostengo per un motivo molto semplice. Quanti romanzi sono pubblicati ogni anno, e quanti di essi potrebbero essere letti con gusto ancora dopo un ventennio? Suppergiù una mezza dozzina. Ma quanti dei libri per ragazzi editi ogni anno potranno essere letti avidamente e con passione vent’anni dopo? Suppergiù uno. Si potrebbe obiettare che i grandi autori non hanno voluto perdere tempo a scrivere libri per ragazzi. Errore. La maggior parte di loro ci ha provato. Parecchi anni fa, l’editore newyorkese Crowell Collier ebbe un’idea a prima vista brillante: invitare tutti i maggiori scrittori di lingua inglese a scrivere, in cambio di un congruo compenso, un racconto per ragazzi. I racconti sarebbero stati riuniti in un volume, così, con poca fatica, la casa editrice Collier si sarebbe trovata proprietaria di un classico. Furono interpellati gli autori prescelti e, dato l’alto compenso e l’apparente esiguità del compito, non uno rifiutò. Si trattava di scrittori famosi, tenetelo bene in mente, tutti cosiddetti “giganti della letteratura” Non rivelerò i loro nomi, ma, statene certi, li conoscete tutti.

Riflessioni preliminari (2) L’educazione letteraria negli ultimi vent’anni: il primato dell'interpretazione

Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Pubblichiamo la seconda parte della prolusione al corso di Didattica della letteratura che il nostro direttore Romano Luperini sta tenendo in quest'anno accademico presso l'Università di Catania. Il video è di proprietà del Dipartimento di studi umanistici. La prima parte si può vedere qui

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Il famoso incontro tra il cervo e lo scarafaggio

metamorfosi kafka 2 Gli incontri bizzarri mi sono sempre piaciuti. Nelle mie lezioni ce li infilo spesso, non tanto per stupire o incuriosire i ragazzi, quanto perché confrontare delle storie implica leggerle con attenzione e mi piace pensare che questo sia un allenamento per guardare, poi, il resto del mondo. Quello tra il cervo di Ovidio (Le metamorfosi, III, 138 - 255, tra il 2 e l’8 d.C.) e lo scarafaggio di Kafka (La metamorfosi, 1915) è un incontro non estraneo ai percorsi didattici tesi a suggerire rimandi letterari attraverso secoli e culture. Il salto spazio-temporale è enorme ma, per ragazzi pluridimensionalmente connessi, certamente non arduo. Inoltre la descrizione (in questo caso, lirica la prima e prosastica la seconda) delle trasformazioni di un essere in un altro, attira sempre gli adolescenti, mutanti per definizione. E allora, quando ne ho occasione, mi piace condividere con gli studenti liceali (al biennio se insegno Italiano, al IV anno se insegno Latino), due o tre ore di riflessioni intorno alle metamorfosi (glielo ricordo subito: dal greco μετὰ, indicante mutamento e μορφή, forma) di Atteone e di Gregor.

La storia di Atteone ci trasporta chiaramente in una dimensione lontana lontana dalla nostra e, per tutti, quel mito assume subito un valore universale, pedagogico e sacro. La dea «Diana, dal corto vestito», si spoglia in una caverna e si bagna in acque cristalline, ma Atteone, vagando nella selva meravigliosa, compie un atto sacrilego: la vede. Nelle espressioni degli studenti c’è la serenità dell’ascolto di una favola. Chiedo ad alta voce “«Che crimine c’è in un errore», secondo voi?”. E non posso non far venire il dubbio che ci sia qualcosa di autobiografico in questa domanda dello stesso Ovidio (poco male se i suoi Tristia li studieranno più avanti, con tutte le ipotesi intorno all’error, intanto getto loro un amo). Non mi trattengo neanche dall’accennare che l’alternativa tra errore e colpa era già stata sviscerata dalla tragedia greca.

La trasformazione

Atteone ha visto la dea senza vesti, ed ora è punito. Subisce la sua metamorfosi in cervo, in diretta durante la nostra lettura, attraverso scandite, terribili ma fantastiche fasi che la dea gli impone dopo averlo schizzato: «regala le corna di un cervo longevo alla testa bagnata, gli allunga il collo e gli affila in punta le orecchie, gli cambia in piedi le mani, in lunghe zampe le braccia e tutto il corpo gli copre di pelo chiazzato». Il protagonista è stupefatto, spaventato, vorrebbe gridare «me miserum!», ma non può, e gli altri non lo riconoscono. Fugge nella macchia, i suoi cani e i suoi compagni lo inseguono; solo per un momento, dagli occhi silenziosi, come braccia imploranti, «similis roganti», traspare la sua umanità. Atteone è sbranato e gli studenti suggestionati.

Il Mistero delle Tre Buste / 3 Dall'altra parte della cattedra

953392e50a86ce9c0fe058869d347d93 Pubblichiamo la terza e ultima parte del lavoro dedicato alla nuova prova orale dell’Esame di Stato. Questa volta la parola passa agli studenti. Per ragioni di tempo e nella modalità amichevole e informale con cui abbiamo lavorato, ci siamo limitati a chiedere un parere solo agli allievi di quei docenti che si sono offerti, direttamente o indirettamente, di condividere le loro considerazioni nella prima e nella seconda parte: è un campione significativo, che non ha la pretesa di essere esaustivo, ma solo di avviare una riflessione comune, che riteniamo indispensabile.

 

ANDREA BENEDETTI - LICEO SCIENTIFICO “F. BUONARROTI” - PISA

Quale scegli quella a sinistra? Quella a destra? O quella centrale? Sono queste le domande più frequenti che ci vengono poste dai nostri compagni prima dell’ingresso nella stanza del colloquio, questa nuova modalità che inizialmente sembrava voler trasformare questo ultimo atto del nostro percorso scolastico in una sorta di quiz televisivo preserale, di quelli in cui devi pescare il “pidigozzo” che contiene l’argomento delle domande, e ti porta a chiederti, cosa sarebbe successo se ne avessi preso un altro. Voler aggiungere un'esplicita componente di “fortuna” all’interno di un esame non sembra inizialmente un'ottima idea, ma alla fine la sorte gioca sempre il suo ruolo: nella modalità “classica” potevano comunque capitare domande che si potessero ritenere fortunate o sfortunate. Quello che cambia è forse la consapevolezza che la scelta dipenda da noi: alla fine siamo noi a sorteggiare il nostro “destino”.

Ma la particolarità delle buste, non è solo nella modalità di scelta dell’argomento da cui iniziare: essa ha finito per essere determinante anche nell’intera modalità di svolgimento del colloquio.

Lo studente si trova davanti ad un nuovo test che non ha mai svolto durante gli anni scolastici; deve in tutti i modi, abbattere i muri che separano i compartimenti stagno delle varie materie, che fino ad allora tenevano separate le discipline come fossero acqua ed olio, per riuscire a collegarle un unico discorso che gli permetta di parlare di tutto, e di evitare le domande, che dovrebbero arrivare solo in caso di “stallo”. Ed è qui che troviamo la chiave di volta della nuova formulazione di questo fantomatico esame orale. Se vogliamo paragonarlo con la vecchia formulazione può sembrare che quello che ci viene richiesto adesso sia una tesina improvvisata su un argomento casuale, e da un certo punto di vista è così; ma il trucco si rivela essere provare a non improvvisare. Mi spiego meglio: prima dell’inizio degli orali non ci eravamo resi conto di quanto fosse determinante sapere già cosa si andrà a dire, l’approccio era quello classico di studio, materia per materia con i compartimenti stagni ancora belli intatti. Quello che non ci era saltato all’occhio era la libertà di esposizione che questa nuova forma permetteva: come si può sapere cosa si andrà a dire se si deve partire con un argomento che non conosciamo? Provando ad esporre le materie collegandole fra di loro, ci si rende, però, conto che bene o male “tutte le strade portano a Roma” o comunque un modo per arrivarci si trova; capito questo quello che gran parte di noi ha fatto è stato quello di mettersi seduti di fronte alla commissione con una strada fissa in testa da percorrere, che comprendesse tutte le materie. La difficoltà diventava quella di utilizzare tutte le forze per riuscire ad andare dove volevamo senza dare nell’occhio. I collegamenti possono essere stati forzati – è vero – ma, alla fin fine, riuscire a parlare di quello che si vuole è il segreto del successo dell’esame delle tre buste. Eliminata la variabile delle domande poste dai singoli professori (che in questa nuova versione non compaiono se non per aiutare il candidato, o sopperire a mancanze di contenuto in una particolare materia) il pieno controllo del dialogo è in mano allo studente che deve riuscire a impadronirsi dell’argomento “pescato” e trovare una via che porta in un punto qualsiasi del percorso preventivato; a quel punto, se si procede senza dire “castronerie” e non si lascia fuori alcuna materia, l’esame è concluso con pieno successo. Dietro la maschera delle tre buste si nasconde quindi un esame che punta totalmente sulla capacità di esposizione e garantisce una libertà al candidato notevolmente superiore a quanto si aveva in passato.

Il risultato, che inizialmente pensavamo dipendesse moltissimo dalla sorte, si rivela alla fine dipendere dalla nostra capacità nell’autogestirci un percorso: tutt’altro che fortuna! Non avendo svolto la vecchia maturità mi viene impossibile confrontarle di fatto, ma, se l’obiettivo deve essere di valutare le competenze trasversali più di ogni altra cosa, conoscenze incluse, allora possiamo dire che la busta svolge il proprio lavoro.

La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società / 4

00000000000000001maturita4 Pubblichiamo la quarta parte di Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società, un saggio sulla storia dell’esame di Stato dalla “riforma Gentile” ai nostri giorni scritto da Mario Ambel e Annamaria Palmieri. Ringraziamo vivamente l’autore e l’autrice che hanno voluto destinare in anteprima ai lettori di LN questo lavoro, importante per ampiezza, spessore, implicazioni e spunti di riflessione. La prima parte si può leggere qui, la seconda qui, la terza qui.

Parte quarta. Tra ambiguità rinnovatrici e istinto alla conservazione (più o meno "reazionaria") (1997-2008)

8. Gli ultimi cambiamenti introdotti

Nel successivo primo ventennio del nuovo millennio, che ci conduce fino a oggi, a ogni cambio di Ministro (e non sono pochi), si sono susseguiti piccoli aggiustamenti apparentemente non sostanziali, fino alle più consistenti novità avviate dalla legge della cosiddetta “Buona scuola” del centrosinistra e poi applicate dal primo anno di lavoro del Governo gialloverde del “cambiamento”.

Nella scuola del I ciclo, come ridefinita dalla Riforma Moratti, colpisce però, per l’influenza indiretta che ha sull’argomento di cui ci stiamo occupando, il ripristino della valutazione attraverso il voto numerico, sin dalla scuola primaria: ritorno al voto che, da un lato, pone fine all’ambiguità con cui la valutazione processuale e formativa, attraverso giudizi e schede, introdotta dalla L.517/1977, era stata nei fatti svuotata di senso dalle prassi burocratiche, dall’altro svela una volontà di “classificazione” meritocratica e di ritorno al passato che assume e fa proprie, sotto il Ministero Gelmini, le posizioni conservatrici di chi aveva visto nella battaglia condotta da Don Milani contro la scuola selettiva l’inizio di un decadimento della qualità. Decadenza a cui solo il “rigore” asettico del numero, associato all’immancabile richiamo alle fantomatiche “serietà degli studi” e autorità del docente, poteva, anche secondo illustri commentatori e narratori, porre argine.1 Non diversamente viene vissuto come oggettivo, finalmente, l’utilizzo delle prove strutturate e l’introduzione dei test Invalsi, cui non destiniamo in questa sede attenzione, se non per dire che anche le prove standardizzate sono state in questi anni cartina di tornasole delle contraddizioni del sistema e delle grandi disparità che ancora separano, nelle diverse aree del paese, scuola da scuola, e all’interno degli stessi luoghi scolastici, alunno da alunno in base alle provenienze sociali.

Va detto che nella pratica della scuola le due anime, che qui per semplificazione potremmo definire progressista e restauratrice, si erano combattute e scontrate quotidianamente, e la letteratura se ne fa spesso specchio, con toni a volte seri, a volte ironici, raccontando delle tecniche di valutazione e/o di verifica in uso nella scuola reale con un sottofondo di mestizia non celata:

"Hai riferito alla tua insegnante di Inglese che ti avevo “messo 6+”. Ho avuto un diverbio con lei che mi ha in pratica accusato di regalarti i voti. Dal momento che non sai scrivere nemmeno una frase in maniera corretta, dal suo punto di vista un voto sufficiente in Italiano è un’astrusità. Lei non ha tutti i torti, ma io ho le mie ragioni. Non l’ho convinta.

Ti ho “messo 6+” come la scorsa settimana ti ho messo 2 in una verifica di grammatica. Una di quelle prove strutturate che si somministrano, come le medicine. E che non valgono molto, in realtà. Servono però a “mettere i puntini sulle i”, a premiare il ragazzo diligente e a punire quello svogliato. La verifica è stata il mio “bastone”. Il voto di questa mattina la mia “carota”. Io so che è un sistema che funziona. Me lo ha insegnato l’esperienza. Il 6+ ti ha fatto sentire felice, tanto da andare, appunto, a raccontarlo. So che alla prossima verifica ci terrai a non deludermi, a dimostrarmi che la sufficienza che hai avuto oggi non era regalata.

Non lo era infatti. Nel senso che è stata un atto di fiducia nei tuoi confronti. Un dirti “dai, che ce la fai”. Due giorni fa abbiamo discusso sul valore della maggiore età, su che cosa significasse essere maggiorenni. Ho fatto il nome di Kant, e in cattedra ho lasciato la fotocopia di un passo del suo saggio intitolato Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?.

Il Mistero delle Tre Buste / 2 A colloquio

 

concorso insegnanti scuola 640x342 Pubblichiamo la seconda parte della nostra analisi a più voci del nuovo orale dell’Esame di Stato. Qui la prima parte.

ALBERTO BERTINO - LA BUSTA STRAPPATA 

Una strana curiosità pervade la commissione al momento dell’apertura della busta, quasi ci si aspettasse una sorpresa, come se non si fosse in precedenza discusso su cosa fosse più opportuno inserire e cosa, suggerito da un beninformato amichevole sussurro, fosse meglio evitare. Eppure, si sta in attesa, mentre la mano spesso tremante estrae la sorte. E al sollievo dei commissari, che si confortano nel riconoscere quanto hanno selezionato, a volte non corrisponde lo stato d’animo dell’esaminando. A volte smarrimento, a volte sbalordimento (Perché proprio a me?) suscita quel foglio stretto tra le dita. E subito s’innesca il conforto “con atti e con parole”, e il Presidente e il commissario “studiasi fargli core”. A volte invano. Si cercano strane vie che consentano incespicanti passi sul cammino delle relazioni. Si stabiliscono evoluzioni funamboliche, si prega infine lo sventurato di dire qualcosa, di dimostrare che questo è il migliore degli esami possibili. Invece è l’unico esame reale. Non ne abbiamo un altro da far sostenere a questi giovani, che per un cieco destino hanno frequentato il quinto liceo nell’a.s. 2018-2019.

Ma, a volte, invece, il viso s’illumina di soddisfazione e con sicurezza s’intraprende un discorso che sciorina le tappe di un percorso collaudato. I ragazzi più sicuri s’impadroniscono di un tema o di una parola che brandiscono di fronte alla commissione. Fanno del loro meglio. Fanno quello che sono stati addestrati a fare negli ultimi mesi. Sono davanti a me a cercare approvazione incondizionata. E io non riesco ad approvare incondizionatamente che si metta insieme, nel tema del “viaggio”, il turismo e la crociera con Primo Levi di Se questo è un uomo. Non riesco a non pensare che cosa sia l’istruzione, la scuola, se guardate dal punto di vista di quest’atto finale. Quale sia la funzione sociale di questa nostra scuola me lo chiedo spesso. Ma quando abbozzo un ragionamento e sulla scorta di alcuni elementi configuro la possibilità di descrivere un problema e vedo la scintilla della curiosità accendersi in quei giovani occhi che mi guardano, capisco che il mio lavoro ha un senso. Anche queste buste possono essere un’opportunità se gli insegnanti vorranno identificarle come tale. Ma questo è un altro discorso. Impellente, necessario, che affronteremo in seguito. L’orale così come si è sviluppato davanti a me è la somma di tanti discorsi in buona sostanza scollati come in buona sostanza scollate sono le materie che si svolgono in una teoria di ore, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. In questo tempo uniforme e frammentato è certamente difficile recuperare le coordinate di senso della cultura: se si considera grandi navigatori quelli abituati al piccolo cabotaggio (e dico degli insegnanti, non degli studenti) sarà quantomeno imprudente lasciarli andare in mare aperto ad affrontare l’oceano.

La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra letteratura, politica, e società/ 3

esami Pubblichiamo la terza parte di Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società, un saggio sulla storia dell’esame di Stato dalla “riforma Gentile” ai nostri giorni scritto da Mario Ambel e Annamaria Palmieri. Ringraziamo vivamente l’autore e l’autrice che hanno voluto destinare in anteprima ai lettori di LN questo lavoro, importante per ampiezza, spessore, implicazioni e spunti di riflessione. La prima parte si può leggere qui e la seconda qui.

Parte terza. Il bisogno di cambiamento (1975-1997)

6. Gli anni Settanta-Ottanta e i “Nuovi Programmi per la scuola media”

Alla fine degli anni Settanta, il quadro è chiaro: non servono solo le riforme (degli esami), ma una riflessione sui saperi, ovvero programmi nuovi e metodologie rinnovate.

Nella scuola media inferiore, è evidente, è tempo di metter mano non più al “latino”, ma all’idea stessa del sapere da proporre alle nuove generazioni: lo sottolinea provocatoriamente Pier Paolo Pasolini, in una delle sue ultime incursioni critiche (“Corriere della Sera” del 18 ottobre del 1975), proponendo due grandi riforme in Italia: l'abolizione della TV e della scuola media!

“La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). (...) Certo arrivare fino all’ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l’optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d’obbligo è esattamente come io l’ho descritta (e mi angoscia letteralmente l’idea che vi venga aggiunta una “educazione sessuale”, magari così come la intende lo stesso “Paese Sera”), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E’ questo il nodo della questione).[1]

La proposta swiftiana di Pasolini non avrà seguito, ma i tempi sono maturi per una riflessione più organica e complessiva: è quel che accadrà con la L.6 giugno 1977 (ministro il democristiano Franco Maria Malfatti), n. 348, e con i Programmi del 1979 (ministro il repubblicano Giovanni Spadolini), iniziative cui fortemente collabora anche l’allora Partito Comunista Italiano. Del resto la provocazione di Pasolini si concentrava contro il rischio che la scuola di massa producesse una massificazione piccolo-borghese della società italiana, figlia del consumismo incipiente. La fine degli anni Sessanta e la prima metà del decennio successivo segnano la speranza di un profondo rinnovamento della scuola italiana, un rinnovamento che avrebbe dovuto scongiurare quel pericolo, ma che si è realizzato solo in minima parte, anche se in quegli anni sembravano essere non pochi i contesti in cui potesse attecchire.

Il Mistero delle Tre Buste / 1. Quando tutto ebbe inizio

pile di fogli Con questo articolo iniziamo una serie di tre interventi sull’esame orale. Seguiranno, il 4 luglio: Il Mistero delle Tre Buste / 2. A colloquio, relativo allo svolgimento degli orali e alle conclusioni che se ne possono trarre; il 15 luglio: Il Mistero delle Tre Buste / 3. Dall'altra parte della cattedra in cui si darà la parola agli studenti.

***

LUISA MIRONE – PRECETTOR D’AMABIL RITO

Non sapevo ancora che non sarei stata “nominata”, che non avrei officiato da commissaria (ma solo assistito da docente e da madre) i novissimi riti delle Tre Buste; eppure mi preparavo con la trepidazione di un adepto.

Il primo atto è stato l’interpretazione dei testi ministeriali, con l’aiuto dello stesso ministero:

Il colloquio di esame non vuole sostituirsi o, peggio, costituire una riproposizione (impoverita nei tempi e negli strumenti) delle verifiche disciplinari che ciascun consiglio di classe ha effettuato nell’ambito del percorso formativo (…) Il colloquio ha, invece, la finalità di sviluppare una interlocuzione coerente con il profilo di uscita, non perdendo di vista, anzi valorizzando, i nuclei fondanti delle discipline, i cui contenuti rappresentano la base fondamentale per l’acquisizione di saperi e competenze.

E fin qui, niente di nuovo. 

A tal fine, la commissione propone al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera. Nell’ambito del colloquio il candidato espone, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza svolta relativamente ai percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Il colloquio accerta altresì le conoscenze e competenze maturate dal candidato nell'ambito delle attività relative a Cittadinanza e Costituzione.

E nemmeno questo era proprio nuovissimo, giacché l’art. 17, comma 9, del decreto legislativo n. 62 del 2017 aveva già definito per il colloquio questa struttura. E – fatti salvi i percorsi per l’orientamento (nom de plume per l’alternanza scuola-lavoro) – direi che tutto il resto era contenuto, sotto altre vesti, nelle precedenti formulazioni del colloquio, specie considerando che ogni disciplina, correttamente intesa, promuove e alimenta le competenze di cittadinanza. Veniamo dunque alle integrazioni e – soprattutto – ai chiarimenti:

Il decreto ministeriale n.37 del 2019 chiarisce e integra tale previsione. In particolare, all’art. 2, al fine di scegliere e proporre al candidato i materiali spunto per l’avvio del colloquio, viene individuata una puntuale procedura alla quale le commissioni d’esame dovranno attenersi. L’articolo 19 dell’O.M. n.205 del 2019 fornisce ulteriori indicazioni operative sulle modalità di svolgimento del colloquio.