laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Se Lisistrata fa politica a scuola

 

Copertina Le donne che sciolsero gli eserciti

Atene, 431 a.C.: la città-simbolo della libertà e della democrazia, desiderosa di affermare la sua supremazia, entra in conflitto con la sua storica concorrente, Sparta, e con le sue alleate, scatenando la lunga ed estenuante guerra del Peloponneso. Nel 411 a.C., sull’onda emozionale di questi eventi e mentre Atene è squassata da un colpo di Stato oligarchico, Aristofane porta sulle scene il geniale progetto di Lisistrata. Ateniese, nutrita degli ideali della pòlis, Lisistrata decide di porre fine al conflitto con lo strumento che dalla pòlis ha appreso: convoca un’assemblea. Ma non è un’assemblea qualsiasi: ad essere convocate sono solo le donne, le donne di tutta l’Ellade, le donne i cui uomini si fronteggiano da nemici in guerra e che la guerra priva dei mariti, dei figli, di una vita normale. Alle compagne – non più nemiche – e per il raggiungimento della pace Lisistrata propone una singolare strategia di lotta: astenersi dal sesso. La reazione degli uomini non tarda ad arrivare. In un gioco di ruoli a tratti scanzonato e divertito, a tratti polemico e pensoso, Aristofane sovverte e travolge ipocrisie e luoghi comuni, smascherando i contenuti grotteschi e mostruosi di ogni guerra e riconducendo il conflitto entro i connotati simbolici di un corpo a corpo ancestrale tra la fisicità, la forza, il prepotente bisogno di fare degli uomini e l’intuito, la vitalità, la consapevolezza lungimirante delle donne. Dapprima indignati e furibondi, gli uomini si arrendono infine alla tenacia delle donne che, desiderose di amanti quanto gli uomini, conducono proficuamente le trattative di pace.

Rappresentare Lisistrata

Non stupisce che l’opera di Aristofane sia stata – nel corso dei secoli – rappresentata con successo o censurata con indignazione. Se il 28 giugno prossimo Tullio Solenghi debutta attesissimo come regista della commedia a Siracusa, in un cartellone di spettacoli classici tenuti insieme dalla trama robusta di una riflessione sulla guerra, andò male a Mario Prosperi (già sceneggiatore – con altri - dell’Odissea televisiva) la cui versione di Lisistrata fu censurata dalla Rai nel 1976, per essere ripresa solo vent’anni più tardi dal teatro stabile di Catania. Che un testo faccia discutere e susciti, in epoche diverse, sentimenti accesi e contraddittori, è il segno evidente del suo valore: la commedia aristofanea tocca nervi scoperti e non risparmia da reazioni forti lo spettatore di ogni tempo. E’ una incontenibile esplosione di sensualità e vitalità che si dipana però su molteplici direttrici; e se è gravissimo errore seguirne solo una, non è semplice tenere dietro a tutte senza disperderne la forza. Quando si vuol fare questo in una scuola, quando Lisistrata diventa oggetto innanzi tutto di studio di un laboratorio teatrale (alzi la mano chi, nella sua scuola, non ne abbia uno), le difficoltà sembrano crescere esponenzialmente. Eppure il gioco vale la candela, soprattutto in quest’epoca, in cui tristemente risuona il monito di “non si fa politica a scuola” e viene fatto di pensare perché, mentre era in corso un gravissimo colpo di stato, Aristofane potesse invece liberamente parlar di politica e uscirne perfettamente indenne e ritenere perfino di aver reso un ottimo servizio all’intera comunità, provando a rielaborare per tutti, dopo vent’anni, il trauma di una guerra lacerante e dolorosa, una guerra fratricida; consegnando alle generazioni future la  lezione difficilissima e salvifica dell’ironia, la stessa che ha fatto sì che Radu Mihăileanu potesse girare un film esilarante e spaventoso come Train de vie (1998).

Prima che gridino le Pietre, manifesto contro il nuovo razzismo, un libro e un incontro in classe

download

“Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo,

da un’unica essenza quel giorno creati.

E se uno tra essi a sventura conduca il destino,

per le altre membra non resterà riparo.

A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore,

non può esser dato nome di Uomo”.

(Saadi di Shiraz, Shiraz , Iran,1203 – 1291)

31 maggio: 70 ragazzi e una giornalista

Metti che un tuo collega ti dica “Linda che ne dici se invitiamo una giornalista a scuola?”

Lì per lì pensi che non ci sarebbe tempo, che non lo abbiamo progettato, messo nel PTOF, siamo alla fine dell’anno, accidenti e come la mettiamo con le verifiche e le interrogazioni?

Poi quello stesso collega ti mette in mano il libro che la giornalista ha curato “Prima che gridino le pietre” di Alex Zanotelli e ti si accendono alcune lampadine:

  • Il primo libro che lessi di Zanotelli fu “i poveri non ci lasceranno dormire”: avevo pochi anni più dei miei studenti. Non so quanto ci capii, ma mi colpì con la forza di un pugno. Ho passato interi pomeriggi con la mia amica Benedetta a parlare degli articoli di Nigrizia.
  • Questo libro è un altro cazzotto. Padre Zanotelli non è un moderato, non è un politico: è un prete per il quale vige il motto “predicate sempre il Vangelo, se necessario anche con le parole”
  • L’incontro e il libro arrivano alla fine di un percorso sul fenomeno della migrazione che le tre classi del nostro istituto hanno seguito dalla prima: abbiamo ascoltato il racconto di testimoni, profughi e medici che si sono occupati della prima accoglienza a Como, letto giornali, riviste, libri e albi illustrati. Abbiamo cercato di capire e ne abbiamo scritto in forma narrativa.
  • Da due mesi sto insegnando loro a scrivere un testo argomentativo: hanno scelto argomento, individuato la tesi, cercato le fonti, faticosamente stiamo scrivendo insieme. Incontrare una giornalista è l’occasione per discuter su come si può raccontare un fatto, dare una notizia, provare ad essere obiettivi.

Moderna Tiresia. Raccontare la transizione sessuale in un libro di poesie e in un incontro a scuola

249589555 vivinnetto La poetessa Giovanna Cristina Vivinetto ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sul suo libro d’esordio, Dolore minimo, che affronta per la prima volta in Italia il tema della transizione sessuale. Pubblichiamo l'intervista che le è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere.

1. Una cosa che ha colpito molto i ragazzi durante l’incontro a scuola – ne abbiamo poi parlato successivamente – è stato scoprire che non tutto quello che hai scritto è autobiografico, o meglio, non è immediatamente cronachistico. Mi spiego: nell’ultima sezione del libro si raccontano le reazioni di genitori, parenti, amici di fronte alla scoperta della transessualità della protagonista e sono reazioni in parte positive e in parte negative, di diffidenza, paura, incomprensione. Hai detto ai ragazzi che in questo caso non hai raccontato la tua esperienza, che è stata di profonda comprensione e sostegno da parte della tua famiglia, e hai spiegato di aver cercato di immaginare quale potesse essere la condizione di chi al contrario non ha avuto la tua fortuna. I ragazzi hanno fatto un po’ di fatica a comprendere: nel caso di un libro come il tuo, così scopertamente autobiografico, tutto doveva essere per forza “vero”. Pian piano ho cercato di farli ragionare sul fatto che anche le cose “inventate” sono vere, perché tu ti eri sforzata di immaginare una situazione del tutto reale e plausibile, ma per altri. Trattandosi della prima opera di poesia che in Italia affronta il tema della transessualità in modo esplicito, il tuo libro diventa per forza di cose emblematico di una condizione e non solo strettamente personale. Che rapporto c’è tra questi due piani? Quanto pesa la volontà di raccontarsi e quanto quella di fornire un modello, uscire allo scoperto, far parlare del tema anche in letteratura?

Tutte le scritture letterarie partono sempre da un dato (auto)biografico, esplicitamente esibito o volontariamente occultato. Sarebbe impossibile, infatti, separare l’esperienza biografica dalla pratica artistica, anche perché, nella gran parte dei casi, l’arte si fa interprete della vita stessa. Per quel che mi riguarda, la prassi poetica esige una certa “distanza” da quel che si vuole raccontare, un volontario allontanamento dall’epicentro sensibile della narrazione, poiché è proprio in quello scarto che la poesia trova la sua forza, l’opportunità di dispiegare completamente la sua efficacia comunicativa. Quindi, nonostante la mia poesia abbia assunto come punto di riferimento la tematica sociale della transessualità, è poi sforzo del poeta quello di distaccarsi dal tema per, paradossalmente, metterlo maggiormente “a fuoco”: così, partendo dalla mia storia, ho potuto anche abbracciare un contesto molto più ampio e “universale”, e fare in modo che, grazie alla poesia, tutti potessero rivedere se stessi in quel che ho scritto. Vita e poesia vanno dunque di pari passo e possono convivere nell’esatta misura in cui la seconda si faccia interprete (e risolutrice) delle contraddizioni della prima, rielaborandola e “sublimandola”.

Amor che ne la mente mi ragiona

Amor cha nullo amato amar perdona 767x511 Fragili e spavaldi

Immaginare di mettere insieme poesia medievale e poesia del Novecento attraverso la mediazione della poesia scritta da un adolescente di oggi appare un azzardo. Se poi questo mélange è il sostrato da cui prende forma un video, allora i rischi sembrano moltiplicarsi in modo incontrollabile. Eppure, questo è accaduto qualche anno fa, nell’intensa collaborazione tra alcuni studenti di una classe quinta e quelli di una classe terza di liceo linguistico.

Tra le molteplici ragioni che mi hanno spinto a compiere questo attraversamento di classi e di programmi, la prima e la più importante è stata la richiesta da parte degli studenti di mettere a frutto le competenze costruite nella realizzazione di un video l’anno precedente. Ho dunque spezzato la linearità circolare del mio lavoro, che inesorabilmente si ripete anno scolastico dopo anno scolastico, e  ho invitato i ragazzi di terza ad anticipare alcuni argomenti di letteratura e un piccolo gruppo di studenti di quinta a recuperare la lirica amorosa di epoche già studiate.

Si è dunque costituito un gruppo di lavoro trasversale che ha cominciato a ragionare, forte della propria esperienza, su un nuovo percorso di studio.   

Rerum vulgarium fragmenta

Rispetto al canonico programma di una terza liceo ho raccontato una storia della letteratura incentrata sulla lirica d’amore, avvertendo i ragazzi che il nostro compito sarebbe stato costruire un’altra storia, derivata alla prima, dotata per noi di significato, ma capace di parlare ad altri, di essere cioè universale pur parlando del senso di esperienze individuali effettivamente vissute. Il nostro modo di raccontare  avrebbe dovuto stabilire una connessione tra le abitudini tecnologiche multimediali delle giovani generazioni e il patrimonio culturale consegnatoci dalla tradizione:  il ponte tra due sponde indubitabilmente distanti sarebbe stato il video, che avrebbe dovuto dare forma all’immagine verbale e mentale consegnataci dalla storia. Dunque avrebbe dovuto raccontare una storia dotata di memoria.

L’insegnante di Palermo e noi insegnanti

docente sospesa palermo Il caso della sospensione dell’insegnante di Palermo ha mosso in modo significativo il dibattito politico nazionale. Dopo avere preso posizione nell’immediato attraverso le parole del nostro direttore (link), come redazione composta di molti insegnanti abbiamo provato a raccogliere i nostri punti di vista, di donne e uomini che vivono ogni giorno la classe, al fine di alimentare una discussione che a nostro parere ha a che fare con la ragion d’essere stessa dell’istituzione scolastica italiana.

Alberto Bertino

Quanto accaduto a Palermo è grave, ma è anche inquietante perché nella ricostruzione dei fatti mancano dei tasselli essenziali: e nell’indeterminatezza si annidano l’oscura minaccia e il capriccioso arbitrio che sono l’opposto della certezza della legge scritta. Scoperta questa che conta qualche millennio come conquista nella convivenza della civitas. Provo ad elencare i motivi di inquietudine. 1. Rosa Maria Dell’Aria è stata pesantemente sanzionata in nome di quale norma? Da quanto si legge dai resoconti giornalistici gli ispettori hanno stabilito una culpa in vigilando. Tuttavia, la vigilanza a cui è tenuto un insegnante riguarda l’incolumità fisica dei minori che gli sono affidati. Non c’è, a mia certo parziale conoscenza, una norma che preveda una sanzione per non aver valutato negativamente un lavoro didattico. 2. Il 28 gennaio un attivista di destra di Monza inoltra la foto della slide incriminata in un tweet al ministro Bussetti. Non è dato sapere chi, tra i presenti il 27 gennaio a Palermo, abbia inviato quella foto. Il fatto può sembrare irrilevante e non lo è. Se non si vuole scomodare il diritto alla difesa, dare un nome a chi ha messo in moto l’affaire sarà utile ad evitare che si diffondano sindromi paranoiche tra gli insegnanti di storia. 3. Il 29 gennaio la sottosegretaria leghista ai Beni culturali su Facebook comunica: “Già avvisato chi di dovere”. Anche in questo caso non è dato sapere chi sia stato informato. 4. Il ministro leghista Bussetti, dopo qualche incertezza, ha dichiarato di non avere richiesto ispezioni e sanzioni e di non essere “stato interessato né nell’avvio né nella conclusione dell’iter del caso specifico”. Quindi la decisione è stata presa dall’Ufficio scolastico provinciale di Palermo. 5. Il 18 maggio, a polemica incandescente, il provveditore di Palermo nel ricostruire la vicenda dichiara: “Abbiamo ricevuto una segnalazione dal ministero, ma eravamo già al corrente di quanto accaduto.” 6. Un’azione disciplinare nei confronti di un insegnante deve partire dal Dirigente scolastico oppure è sufficiente un tweet o un post su Facebook? 7. Il Miur nelle “Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola” suggerisce agli insegnanti lo studio di quella tragica realtà in quanto utile ad “imparare a cogliere con prontezza tutti i segnali di allarme e di pericolo che continuano a mettere a rischio lo sviluppo della vita civile e democratica e il rispetto dei fondamentali diritti umani. [...] È un modo per imparare ad esercitare nella nostra società una cittadinanza attiva e consapevole. Sappiamo bene che la democrazia senza educazione non si regge. La si impara studiando e vivendo. Questo compito è affidato alla scuola attraverso la conoscenza”. Non pare che la collega si sia discostata da quanto il Miur consiglia di fare. 8. È vero, come da lui dichiarato a Giuseppe Cruciani (La Zanzara, Radio24), che il provveditore di Palermo debba rispondere solo alla sua “coscienza”? In altre parole, noi insegnanti possiamo dormire sonni tranquilli perché la sua coscienza “è a posto”? Non sarebbe possibile avere una qualche altra garanzia? In questa vicenda in cui è identificabile con certezza soltanto la vittima, c’è qualcosa di tipicamente italiano. Sciascia ci avrebbe scritto su.

Volevo fare l'insegnante

 

picasso1.jpg  Aurea mediocritas

Chiedo l’aiuto di Walter Siti, per parlare un poco di me.

Mi chiamo Luisa Mirone, come tutti gli insegnanti. Campionessa di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Come ogni insegnante, indosso già la maglietta con su scritto Original mentre scrivo questo pezzo dedicato al mio mestiere, e sorrido della contraddizione, perché so che attingerò al più vieto repertorio dell’insegnante-medio; e non me ne vergogno. Non voglio essere originale, voglio essere come tutti, come tutti gli insegnanti che volevano fare questo mestiere.

Io – in verità – non lo volevo fare; e anche questo come molti, se non come tutti. Ma poi mi ci sono trovata e adesso non saprei pensarmi diversamente. Quello che so, quello che studio, quello che mi piace, che mi capita o che mi impongo di leggere, di ascoltare, di vedere, mi pare che acquisti un senso reale, pieno, compiuto (latinamente perfectum) solo quando entro in aula e ne parlo ai miei allievi, e i miei allievi mi rispondono, e poi mi chiedono. Non pensavo che fosse così, insegnare, quando l’insegnante non la volevo fare. E invece è così; sarebbe così, se solo me lo lasciassero fare. Ma evidentemente sarebbe troppo paradiso.

I ragazzi non stanno a guardare

tom sawyer Come tutti ho visto il video in cui Simone, un ragazzo di 16, fronteggiava Mauro Antonini, responsabile di Casa Pound nel Lazio, a Torre Maura: non me la sento di gridare al miracolo, di esaltare il suo coraggio, come se si trattasse di un caso raro di adolescente impegnato. Non mi stupisce che un ragazzo si batta per le proprie idee, che lo faccia in modo avventato e senza pensare ai rischi, mi fa più riflettere che fosse lì da solo, senza altro adulto a sostenerlo, che fosse l’unico a opporsi a un pensiero razzista. O forse no. Perché insieme a Simone c’erano tutti gli adulti che negli anni hanno parlato, discusso e ragionato con lui sulle periferie, sull’accoglienza, sulla diversità, sulla politica, sull’humanitas. La questione, quindi, non è cosa fanno o non fanno i ragazzi, la questione vera è cosa facciamo noi con loro e per loro.

Due fiabe e una visita d’istruzione

Visita di istruzione a Trieste, cammino insieme ai miei cinquantaquattro preadolescenti. Non posso dire siano silenziosi e composti: trasudano vita da tutti i pori. Non camminano, ciondolano e ogni tanto parte la rincorsa, non parlano sottovoce, certo, ma nemmeno urlano, sono concentrati sul loro essere lì, sull’unicità di quel momento, sull’assaporare la libertà sotto un leggero sole di marzo. Incontriamo un gruppo di bambini, non sono più silenziosi di noi, non sono più composti di noi, eppure anche a me viene un moto di tenerezza negli occhi: noi umani siamo programmati così, protezione naturale verso il bambino, diffidenza e paura verso la giovinezza che ci urla addosso. Guardandomi intorno ho notato una cosa, gli stessi sguardi pieni di empatia e amore che accompagnano i bimbetti, si trasformano in disappunto e fastidio al passare dei preadolescenti. Ma perché? Che cosa ci spaventa? Che cosa ce li fa additare? E guardare con distacco e giudizio?

Chi ha paura dell’INVALSI?

olimpiadi di italiano  Negli ultimi mesi l'Invalsi è tornato a fare notizia non solo perché le prove sono approdate all'ultimo anno delle superiori, ma soprattutto perché il governo ha manifestato l'intenzione di cambiare, se non addirittura di sopprimere, gli Enti di valutazione tra cui INVALSI e ANVUR.(Repubblica 14/12/2018) Al momento in cui pubblichiamo queste riflessioni non sappiamo se e per quanto ancora saranno in vita le prove INVALSI perché le intenzioni del governo non sono molto chiare. La notizia ha però acceso un ampio dibattito sulla stampa, con interventi per lo più molto critici, (Rossella Latempa. Fa eccezione un articolo favorevole di Chiara Saraceno). Le critiche all’INVALSI non sono un fatto nuovo ma ne hanno accompagnato lo sviluppo dal momento dalla sua comparsa sulla scena della scuola italiana, con forme di dissenso a volte particolarmente accese come nel caso del gruppo “noInvalsi”.

 Le principali critiche rivolte all’Invalsi sono che le prove:

1- sono utilizzate in modo surrettizio per valutare i docenti e i dirigenti;

2- non sono uno strumento valido per misurare l'apprendimento degli studenti; in particolare non si può valutare la comprensione del testo attraverso un questionario a risposta multipla;

3- favoriscono una distorsione della didattica attraverso l’addestramento a superare la prova (teaching to test);

"Autonomia differenziata: il liberismo si fa stato". Intervista a Giorgio Cremaschi

cremaschi foto Intervista a cura di Katia Trombetta

Giorgio Cremaschi, in primo luogo, come è motivata sul piano della politica culturale l'autonomia differenziata che si annuncia in materia di istruzione?

«In nessun modo. L'autonomia differenziata non si comprende e non si motiva evidentemente sul piano culturale, nel senso che non è un progetto che abbia assunto come elemento propulsivo dell'azione istituzionale una qualche riflessione sui temi dell'educazione e della formazione. L'autonomia differenziata rappresenta semplicemente uno degli atti conclusivi della devastazione neoliberista della società italiana, che porta alle estreme conseguenze un percorso avviato circa trent'anni fa. Credo pertanto che qualsiasi reazione alla regionalizzazione della scuola ― ma prima ancora qualsiasi seria considerazione in tal senso ― vada posta guardando ai provvedimenti che si annunciano per quello che veramente sono, vale a dire fronteggiando anche l'insieme degli elementi che contribuiscono a delineare il quadro in cui questo processo si inserisce ed elaborando delle piattaforme che pongano in primo luogo delle grandi discriminanti».

Divide et impera. L’autonomia differenziata

 

burattinaio Da quando le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno richiesto al Governo forme ulteriori e condizioni specifiche di autonomia in materia di istruzione e formazione si sono accesi i riflettori sulla scuola statale e sui suoi meccanismi di finanziamento.

La questione attiene a quella che per qualcuno è una vera e propria secessione delle Regioni più ricche in una materia che la Costituzione Repubblicana affida allo Stato: questa richiesta, se accettata, porterà alla regionalizzazione del sistema scolastico statale.

Le Regioni richiedenti dimenticano che la scelta dello Stato Italiano è stata quella di mantenere il controllo dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e che tale garanzia verrebbe ovviamente messa in discussione dalla regionalizzazione del sistema, come è già avvenuto ad esempio per le Università.

Ci si domanda se questo non sia un altro tassello di quel percorso già avviato di rottura dell’unità nazionale in uno Stato in cui non si fa altro che spingere verso forme di autonomia Regionale e gestione locale, con il rischio di continuare ad aumentare il divario tra le differenti aree del Paese, foraggiando lo spostamento della popolazione da alcune regioni ad altre più attraenti sotto il profilo delle opportunità. Si tratterebbe di replicare il modello della Sanità con una significativa differenziazione dei livelli di qualità del servizio pubblico garantito, il che determina la crescita dell’offerta a pagamento di livello medio soprattutto in alcune aree del Paese: dove le risorse scarseggiano la qualità del servizio pubblico tende a scendere sotto la soglia accettabile per il cittadino e il privato si accaparra spazi importanti anche solo perché garantisce un livello medio-basso di servizio. Per non parlare dei meccanismi di controllo, già complessi su sistemi unitari, che diventano differenziati ed inesigibili di fronte a frammentazioni su larga scala.