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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Perchè i Promessi sposi

 

len 20180428 0081 Scorrendo l’intervento di Teresa Agovino, anch’io mi sono chiesta perché insisto così tanto – da insegnante - su I promessi sposi. E anch’io mi sono risposta: perché il romanzo di Manzoni fa discutere, è attuale, è bello, e insegna l’italiano. Nel proporlo miei studenti al secondo anno del Liceo, e poi nuovamente al quarto, faccio la cosa che mi sembra più naturale: lo leggo; lo leggo insieme a loro e insieme a loro lo smonto, come fanno i bambini per capire il funzionamento di un giocattolo. Ci divertiamo abbastanza. Ma la parte più divertente del gioco è – in ultimo - rimontare i pezzi. Proverò a illustrarvi di quali pezzi dispongano.

LA STRUTTURA DEL ROMANZO – Manzoni crea una sorta di congegno prodigioso, capace di restituire il dialogo serrato tra Macrostoria e Microstoria, di rappresentare la doppia dimensione dell’esistenza di ognuno: le piccole storie dentro la grande Storia. Mi piace dire ai miei studenti che la struttura de I promessi sposi ha una conformazione simile a quella delle “scatole cinesi”: la scatola più piccola e più interna contiene il tempo della storia (la vicenda di Renzo e Lucia raccontata nel Manoscritto); ed è contenuta nella seconda scatola, quella che contiene il Manoscritto, ma anche il Seicento, il secolo dell’autore che – nella finzione manzoniana – ha scritto lo “scartafaccio”; la terza scatola contiene il tempo del racconto, che è il tempo in cui vive il narratore onnisciente, che recupera e nuovamente racconta la vicenda dello scartafaccio; la quarta è la scatola dell’Autore, lo scrittore ottocentesco Alessandro Manzoni. E c’è infine pure una quinta scatola, che è quella del lettore, che vive nella sua epoca e s’incarica di custodire, aprire e interpretare tutte le altre scatole, in un rapporto serrato tra sé, la sua storia, le storie degli altri, la Storia di ogni tempo. Scoprirsi proprietari di un quinto del romanzo è solitamente per i miei allievi l’incentivo più forte per andare alla conquista dei rimanenti quattro quinti.   

Manzoni e i Millennials. Una modesta proposta per attirare la Generazione Y alla lettura di un bigotto milanese morto quasi 150 anni fa

Ritratto di Alessandro Manzoni by Francesco Hayez Ha ancora senso nell'era del digitale proporre a scuola e nelle università la lettura, indubbiamente estenuante e faticosa, di un testo come I promessi sposi? Certamente non per Matteo Renzi che nel recente Marzo 2015, ultimo di una lunga serie di speculatori sull'argomento, si affrettava a dichiarare sulle maggiori testate nazionali di volerlo «abolire per legge»[1].  Non ci si addentrerà qui sulle reali conoscenze in campo manzoniano dell'ex premier né sulla sua apparente buona fede nell'affermare con vigore che, eliminato dai programmi scolastici, il romanzo manzoniano avrebbe "riacquisito fascino" (sic!); sorvoleremo anche sul polverone sollevato da coloro (pochi, a dir la verità) che tali dichiarazioni le presero sul serio. Vale però la pena chiedersi se davvero risulti ancora necessario immettere nel bagaglio culturale  della cosiddetta "Generazione Y"[2] un testo così datato e inviso alla maggior parte degli studenti delle ultime cinque generazioni di italiani o se il vero problema non risieda invece nel metodo utilizzato per presentare il romanzo agli studenti. Chi scrive ha tentato lo scorso semestre, con le matricole di un corso di laurea triennale, un approccio certamente sui generis, ma che pare aver dato i suoi frutti.

Prima di esporre il "come", però, si ritiene inevitabile indagare sui "perché": non che un autore di siffatta grandezza necessiti di apologia alcuna, né tantomeno una tale apologia sarebbe da affidare alle cure di chi scrive, esistono per fortuna a tale scopo ben altre penne,  ma «intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d'andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente»[3].

Riflessioni su fascismo e antifascismo nella scuola

 

len 20121002 0164 Il mio primo incontro con studenti che si dichiarano fascisti è avvenuto lo scorso ottobre, a poche settimane dall’inizio del mio primo anno scolastico nella scuola pubblica. In un istituto superiore dell’ovest vicentino è la ricreazione, io sono di sorveglianza, accanto a me un collega con cui scambio parole sul tempo grigio e sul freddo glaciale nelle aule. A pochi metri, accanto alla recinzione rugginosa, un gruppetto di ragazzi di quarta e quinta parla e ride rumorosamente. Li osservo e proprio in quel momento si alza un coro: inconfondibile la canzone, è il ritornello di “Giovinezza”. Guardo il collega, gli chiedo se anche lui ha sentito. Risponde di sì e sorride bonario, quasi a scusarli. Io rimango interdetto. Sono in anno di prova, prima insegnavo in un liceo paritario: classi piccole, ragazzi per la maggior parte provenienti dalla borghesia cittadina, molti di destra. Eppure non mi era mai accaduto ciò a cui sto assistendo. Decido quindi di intervenire. Mi avvicino ai ragazzi (non sono miei studenti) e decido di adottare una linea “morbida”: accenno ad un sorriso e chiedo se sanno cosa stanno cantando.

- Come no!  - risponde un ragazzo che ha l’aria di essere uno dei leader.

- Noi siamo fascisti – fa eco un secondo.

Per un attimo resto paralizzato dall’affermazione e dal tono stentoreo con cui è proferita. Mi riprendo subito però e abbozzo una risposta istituzionale.

- Sapete che la Costituzione e ben due leggi vietano espressamente di rifarsi al fascismo?

Uso questa parola, ‘rifarsi’, consapevolmente, pensandola più adatta di altre, più difficili, come ‘apologia’, e tutto sommato più vicina a loro. Nel gruppo cala per un istante il silenzio, rotto dal suono della campanella. Poco dopo, mentre siamo in colonna per rientrare nella scuola, mi arriva, a bruciapelo, la domanda:

- Ma lei come la pensa, prof.?

L’italiano senza letteratura. Commento alla tracce all'Esame di stato 2018/3

len esame baldi Abbiamo letto numerose opinioni a proposito delle tracce di italiano per l’esame di maturità. Ne abbiamo letto su blog e facebook, su diversi quotidiani, abbiamo seguito approfondimenti su radio e televisioni, e, mi sembra, che i plausi abbiano superato le critiche. In molti si sono lasciati andare a interpretazioni politiche: è stato scritto che questa maturità così piena di antifascismo e tolleranza sarebbe una risposta indiretta agli orrori politici più recenti.

Ammetto di condividere con Claudio Giunta (che ne ha scritto su «Internazionale») la tentazione di immaginare quale traccia avrei scelto: è probabile che avrei subito scartato costituzione e tema storico (troppo ampi i margini di genericità), mentre avrei letto e riletto solitudine e clonazione (lo so, ho sempre avuto un debole per le tracce di attualità apocalittico-qualunquista) e, alla fine, avrei probabilmente scelto la solitudine, con la sua carrellata di micro-citazioni. Una traccia fragile, perché a sua volta oggetto di letture sociologico-facilone per cui i giovani, soli nella propria cameretta, avrebbero deciso di lanciare un grido d’allarme (Severgnini sul «Corriere» è uno dei più accesi sostenitori di questa tesi patetico-intimista). Ecco, mi sembra che sia le letture politiche che quelle psicologiche dicano davvero poco sul significato di queste tracce e sulla natura dei “nostri ragazzi”: gli studenti sono dotati di molto più pragmatismo rispetto a quello che i media vorrebbero concedergli.

Strada maestra e vie laterali. Commento alle tracce dell'Esame di stato 2018 /2

len 20170608 35 Ho sempre trovato singolare, a fronte di una sostanziale indifferenza e disinformazione nei confronti della scuola, che l’opinione pubblica manifesti invece tanto interesse verso le tracce per la prova di italiano dell’esame di stato. Evidentemente questo momento – conclusivo del quinquennio della secondaria di secondo grado e dell’intero percorso scolastico di uno studente – con buona pace dei detrattori continua a esercitare il suo fascino, a essere vissuto, individualmente dallo studente e collettivamente dalla comunità di genitori, docenti, intellettuali e non, come test dotato di esemplarità. Il dibattito che si accende tutti gli anni sembrerebbe confermarlo.

Ma la discussione nata quest’anno intorno alle “tracce” per antonomasia ha avuto caratteri particolari; perché, se non sono state lesinate accuse di incompetenza agli estensori delle prove (cfr. Pombani), l’accoglienza riservata ai temi affrontati dalle quattro tipologie d’esame è stata in genere positiva, quando non entusiastica (cfr. Maraini). Certo non si può negare che si sia trattato, sotto il profilo tematico, di una scelta importante; e lo sarebbe stata anche in un momento storico meno infelice di questo, contrassegnato da un clima di dilagante intolleranza (anche istituzionale), dalla recrudescenza di forme di razzismo, bullismo, emarginazione, miseria materiale e morale, dalla povertà di contenuti e violenza di toni della vita politica, dalla imbarazzante esiguità (anche questa materiale e morale) dell’offerta occupazionale. Ribadire, a partire dall’articolo 3 della nostra Costituzione (Tipologia D), il “principio dell’eguaglianza formale e sostanziale” o il “diritto all’integrità della persona” (art.3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, tipologia B, ambito 4), entrambi rilanciati (mutatis mutandis) dalla pagina intensa de Il giardino dei Finzi Contini (tipologia A), ribadire quanto sia deteriore e manipolatrice la strategia di “costruzione del nemico” (tipologia B, ambito 3), quanto prioritario sarebbe piuttosto l’obiettivo della “cooperazione internazionale” (tipologia C), ribadire l’importanza della “creatività (…) formula complessa” (tipologia B, ambito 2), resa ancora più complessa accanto al “dibattito bioetico sulla clonazione” (ancora tipologia B/4), ribadire infine a quali esiti di devastante solitudine possa portare il mancato riconoscimento di quei principi, di quei diritti, di quegli obiettivi prioritari nella vita della polis e del civis  (tipologia B, ambito 1), ecco, ribadire tutto questo mi pare sia tracciare le coordinate essenziali del dialogo fra individuo e comunità, al quale nessuno stato democratico credo possa venire meno; e indubbiamente farlo in un momento in cui sono diventate ordinarie (nello sconcerto inerte dei più) storie incresciose di emarginazione e omologazione è un segnale che accogliamo con particolare favore e che alimenta un pochino il nostro (invero malnutrito) bagaglietto di speranze. Sono infatti dell’idea che la scelta dei temi non sia asettica: non credo (in altre parole) che sottoporre a uno studente (e all’opinione pubblica) un tema o un altro sia indifferente e che conti soltanto che lo studente scriva, non importa su cosa. Scegliere un tema significa richiamare l’attenzione su questioni precise, ritenute più urgenti di altre, e scriverne significa assumersi la propria responsabilità nei confronti di quel tema e nei confronti della comunità che lo riceve. Scegliere un tema significa prendere una posizione e spiegare in cosa consista. In una parola: argomentare. E su questo la mia disponibilità di insegnante rispetto alle tracce 2018 (e non solo) s’incrina.

Insegnare a leggere la letteratura è un atto oppositivo: a margine delle riflessioni di Emanuele Zinato

len 2018 04 11 19.30.25 Anna Angelucci risponde all'intervento del 13 giugno di Emanuele Zinato.

Sono assolutamente d’accordo con Zinato: non solo insegnare a leggere la letteratura è un atto oppositivo (soprattutto quando non ci si limiti a riconoscere le sole forme del testo letterario) ma è un atto oppositivo oggi più necessario che mai.

Ma attenzione. Il contesto in cui compiere questo atto oppositivo necessario, la scuola, è radicalmente compromesso e il terreno su cui piantare i semi di una coltivazione clandestina dei classici più che paludoso, appare desertificato. Da quali elementi vogliamo partire per descrivere l’attuale condizione di impotenza educativa in cui il discorso pedagogico egemone, ovvero il discorso capitalistico, ha confinato insegnanti e studenti? La “buona scuola” non è che il conclusivo epifenomeno nostrano dell’assoggettamento al principio educativo economicistico, del mercato e del profitto, globalmente dominante. E dominante, in Italia, in quanto imposto con una legge osteggiata come poche (la 107 del 2015) da chi, insieme ai sindacati di base, ne aveva colto i pericoli, ma nel contempo egemone, in quanto introiettato e sostanzialmente condiviso dalla maggioranza dei docenti e dell’opinione pubblica, che a quella legge e ai suoi paradigmi si sono fin da subito acriticamente conformati.

Certo, come ci suggerisce Zinato, possiamo ancora dedicare qualche ritaglio di tempo alla letteratura - così come alla storia, alle scienze, alla filosofia o alla fisica - quando, per caso, gli studenti sono in classe e non a scimmiottare lavoretti qua e là (quelli dei licei, più fortunati) o a svolgere lavoro nero non pagato (quelli dei tecnici e dei professionali, sfruttati per legge fin dai banchi di scuola).

Girando fra i banchi di un liceo artistico. Commento alle tracce dell’Esame di Stato 2018 /1

 

FB Tracce tema maturita 800x419 Pubblichiamo una riflessione del collega Antonello Ronca sulle tracce dell'Esame di Stato di quest'anno. Nei prossimi giorni ne seguiranno altre, per guardare alla prima prova da una molteplicità di punti di vista.

Leggendole d’un fiato ci si accorge, per chi è del mestiere, che le tracce respirano ancora l’aria del precedente governo, e non quella del “cambiamento”. Il neo ministro Bussetti in visita nelle Marche ha dichiarato che sono temi che «non mi appartengono»: solo nel senso che sono stati decisi da altri o anche perché non appartengono alla sua “cultura”? (link) L’«Huffington Post» taglia corto: «la traccia sull’opera di Bassani è la più bella replica che la scuola potesse dare a Salvini» (link). E la neo senatrice a vita Liliana Segre si è complimentata per la scelta di Bassani.

Se ne saranno accorti i ragazzi dietro ai banchi di un liceo artistico in una delle prime giornate assolate e afose a Torino, dopo 23 giorni di pioggia su 31 a maggio? Per loro il problema è un altro: dobbiamo piegare il foglio in due? La risposta è sempre uguale: no, scrivete dentro i margini, per favore. La mania di dividere il foglio in due risale a quasi venti anni fa, quando la prima prova fu riformata: un piccolo contributo a imbarbarire le abitudini scrittorie dei ragazzi, che cominciano così a scrivere a sinistra a filo giustezza, senza lasciare un millimetro, quando i fogli timbrati e firmati distribuiti sono dotati di ampi e comodi margini. Piccolissima cosa, me ne rendo conto, a fronte della richiesta di dimostrare come sappiano organizzare il loro pensiero per iscritto.

Il crepuscolo dei verbomani

salk institute kahn Il melomane

Due anni fa sono stato nominato commissario esterno di Italiano per l’Esame di Stato. Come accade in questi casi, durante il lavoro della commissione ho fatto amicizia con gli altri commissari. Uno di loro, Simone, docente di Inglese, già dalle chiacchiere iniziali di circostanza, mi aveva detto di essere un melomane. Ho così passato venti giorni splendidi, durante i quali, nei momenti di pausa della commissione, sono stato ammaliato dai racconti fiume sulle sue classifiche delle migliori recite del Novecento, sulle arie più belle, ma anche sui pettegolezzi della trasmissione La barcaccia. La sensazione più forte, per me profano del mondo nobile dell’opera, è stata quella di potere parlare con qualcuno che oltre a darmi la sensazione di sapere tutto, bruciasse di una passione quasi misteriosa per un linguaggio a me indifferente o poco più. Perché il linguaggio dell’opera, almeno in Italia, appartiene nei fatti a una minoranza risicata, proprio per questo splendidamente appassionata, ma comunque minoranza ristretta e praticamente preclusa alle nuove generazioni. Un codice che invece nel XIX secolo non solo incendiava i cuori, ma era più che attuale, insomma era pane quotidiano dell’opzione estetica popolare della nascente società di massa. Un linguaggio oggi, a un secolo e mezzo di distanza, a uso e consumo solo di melomani e pochi altri, più o meno occasionali.

Il verbomane

Insegno letteratura da quindici anni, la studio da venticinque e ligio a uno dei più abusati mantra, mi sforzo alla morte per nove mesi all’anno affinché gli studenti leggano, ovvero si incendino per un canto di Dante, per una argomentazione machiavelliana, per un correlativo oggettivo di Montale. Più di una volta mi è capitato di sentirmi chiedere da loro «prof, ma lei come fa a ricordarsi tutto, come fa a sapere tutto». La risposta, di circostanza è ogni volta la stessa: «è il mio lavoro, mi ci pagano lo stipendio, è la mia passione». L’ultima osservazione suona per i miei ragazzi sempre come misteriosa. Perché il linguaggio della letteratura, almeno in Italia, appartiene nei fatti a una minoranza risicata, proprio per questo splendidamente appassionata, ma comunque minoranza ristretta e praticamente preclusa alle nuove generazioni. Un codice che invece nel XX secolo non solo incendiava i nostri cuori, ma era più che attuale, insomma era pane quotidiano dell’opzione estetica popolare della società di massa. Un linguaggio oggi, a pochi anni di distanza, a uso e consumo solo di verbomani e pochi altri, più o meno occasionali.

La natura linguistica e comunitaria delle emozioni. Intervista a Matteo Pelliti

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Il poeta Matteo Pelliti ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere.

Per l’incontro ci hai gentilmente concesso di leggere anche l’ultima raccolta ancora inedita, Dire il colore esatto. C’è una poesia che ha colpito molto alcuni studenti, Il più vecchio del mondo. Ne cito alcuni versi: «Morto l’uomo più vecchio del mondo, aveva 116 anni. / Così recitava una notizia di qualche mese fa. / Ogni anno ne muore uno. O forse ogni mese. // Il più vecchio, che lascia il posto al secondo più vecchio / che, nel frattempo, è diventato ancora più vecchio / e, alla fine, muore». Nella nostra «civiltà dei record, / basata sui superlativi», riusciamo a fare notizia anche sul tutt’altro che eccezionale susseguirsi di morti, anche se, dici, nascosto da qualche parte c’è sicuramente chi «vegeta e sogna senza curarsi affatto d’essere / un superlativo, fossile notiziabile». La tua poesia è attenta ai fatti del mondo e della giornata, è piena di cose concrete; di conseguenza, dal momento che la nostra quotidianità ormai è costituita anche da questo, sei molto attento anche alla mediosfera. Non c’è argomento che non sembri poetabile. Sei d’accordo con questa osservazione?

Partirei proprio del termine che usi, “poetabile”, che mi rimanda, per assonanza, a qualcosa sia di “potabile” sia di “portatile”. Sì, penso che non ci sia argomento che non possa essere attraversato per mezzo della poesia che è, appunto, lo strumento linguistico che storicamente si è usato per attraversare qualsiasi argomento e che è stato capace di assorbire, modulare i linguaggi e le forme espressive più diverse proprio per riuscire a “parlare” di qualsiasi cosa, dall'amore, alla morte, alla filosofia, alla natura, al Cosmo, alla vita quotidiana. Tendenzialmente sono sospettoso verso una poesia unicamente orientata a temi, per così dire, “metafisici”. Mi interessano di più le forme capaci di accogliere gli oggetti, i fatti, le cose, le persone anche nelle loro interazioni minute, biografiche e quotidiane. Una poesia che sia capace di far scaturire una riflessione più astratta a partire da elementi molto concreti.

Trovare la propria voce. Intervista a Umberto Fiori

 

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Il poeta Umberto Fiori ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere.

  1. Spiegando agli studenti il tuo modo di intendere e di fare poesia, hai distinto poeti e prosatori che usano la lingua come uno strumento, sfruttando tutta l’estensione tonale della lingua italiana, e poeti e prosatori che cercano la “propria voce” dentro la lingua. Puoi spiegarlo anche ai nostri lettori? Puoi farci qualche nome di scrittori appartenenti all’una e all’altra categoria? E tu come sei arrivato, con la tua ricerca artistica, a collocarti nella seconda? Mi hai detto di amare molto Gadda, che sta nel primo gruppo. Che rapporti si stabiliscono tra la prima specie di scrittori e la seconda o, quanto meno, che rapporti stabilisci tu con la prima specie?

Detto molto in breve e schematicamente, mi pare che ci siano due possibili atteggiamenti di un autore nei confronti della lingua. Il primo parte da un’idea di dominio del “materiale” verbale, di un suo uso accorto, finalizzato a un certo risultato estetico, letterario. Nel secondo le parole sono sentite come un destino, un limite dato, come una voce, appunto. La voce non è uno strumento che abbiamo a disposizione: noi siamo una voce, ognuno questa voce, e non un’altra. Cantare (scrivere) significa – in questa prospettiva – accettare di avere (di essere) la nostra voce, essere legati al nostro verso, come un animale al suo.

Tra i poeti (scrittori) che dispongono della lingua italiana come uno strumento, una grande tastiera, metterei tra gli altri D’Annunzio, e appunto Gadda. Ma anche – per stare più vicini a noi – Zanzotto. Tra i poeti “di voce” penso a Penna, in parte a Sbarbaro (lo Sbarbaro di Pianissimo). Alla poesia “di voce” sono arrivato dopo un lungo esercizio di scrittura, che attraverso un tentativo di “dominio” del linguaggio mi aveva portato a produrre dei testi che non mi convincevano: li sentivo come degli oggetti estetici, chiusi, cartacei, senza una vera tensione vitale. Cercavo invece una dimensione etica della poesia, un discorso che si espone nella sua nudità, nella sua inermità, senza più “bravure” letterarie (la chiamavo la mia “frase normale”). Tra la scrittura “di strumento” e la scrittura “di voce” non credo si possa stabilire un meglio e un peggio. Ammiro molto gli scrittori “fabbri”, che a volte (come nel caso di Gadda) riescono a trasmetterti una tensione autentica, viscerale, scottante; ma la mia esperienza mi ha spinto in un’altra direzione.