laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

À la guerre comme à la guerre. Notazioni sparse sulla distanza vista da vicino

la-grande-guerra-monicelli-768x426.jpg In principio dunque, non peste

In questo tempo strano, in cui il numero dei contagi continua a salire, il Ministero dell’Istruzione e il sistema burocratico (che tendono pericolosamente ad identificarsi) giocano con le parole. L’antilingua si arricchisce di acronimi. Se la scuola dell’emergenza era DAD, quella della ripartenza è stata DM, quella della cautela è DDI. La prima D è sempre Didattica, e che sia Mista significa che è in parte Digitale, e che sia Integrata significa che può essere integralmente Digitale, dunque si tratta di un’attività d’insegnamento/apprendimento sempre in sostituzione dell’attività in presenza, ma pare che non si possa più dire A Distanza, anche se l’evidenza dice che quella è. Se non è più consentito pronunciarne il nome, che si riconosca, almeno, alla prolifica DAD, già genitrice delle gemelline PIA e PAI, la paternità dei germani DM e DDI. Si tratta di neoformazioni linguistiche ad altissima frequenza sulla carta e sono contenitori vuoti. Tocca agli insegnanti – naturalmente – riempirli di cose. Si dirà che sto parlando di inezie, rispetto ai gravi, seri problemi dell’Italia e del mondo, e se non posso essere rimproverato da chi ha avuto l’idea di mettere le rotelle ai banchi di scuole in DSRBC (Distanziamento Statico Rime Buccali Chiuse), tuttavia:

Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. […] Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme […].

Tra topoi e fili rossi: un’esperienza didattica interdisciplinare

chiharu-shiota-infinity-lines.jpeg Ho la fortuna di insegnare lettere in un liceo linguistico, dove è possibile lavorare quasi sempre, almeno nel corso del triennio, in parallelo con almeno una o due delle altre discipline umanistiche: storia, filosofia, storia dell’arte e ben tre letterature straniere.

Da tre anni nel mio istituto, grazie anche agli sforzi di un gruppo di colleghi che credono fortemente nel valore dell’interdisciplinarità, è nato il progettoIl filo rosso,nell’ambito del qualevengono organizzatedelle lezioni-conferenze, a classi aperte parallele, incentrate su una tematica comune affrontata secondo le diverse prospettive disciplinari.

Alla base del progetto c’è la convinzione che studiare le diverse letterature (italiana, inglese, spagnola, francese, tedesca – da qualche anno anche cinese) «significa ricostruire un tessuto, collegando tra loro testo a testo, autore ad autore. Significa imparare a riconoscere che gli autori dialogano tra loro per mezzo delle loro opere, cercando di dare risposte intorno ai grandi problemi posti dalla natura dell’uomo, dalla storia e dalle dottrine scientifiche, tenendo conto di quanto prima di loro è stato scritto, in una continua dialettica tra saperi diversi» (dalla presentazione sul sito della scuola). L’aspirazione dei docenti che hanno pensato il progetto e che vi partecipano non è quella all’enciclopedismo o all’esaustività, ma quella di attivare negli studenti la capacità di individuare, riconoscere e apprezzare gli innumerevoli fili che legano tra loro le discipline, umanistiche e scientifiche; quella di stimolare il senso critico e la capacità di confrontare esperienze culturali diverse; quella di offrire proposte di approfondimento stimolanti, che possano servire da spunto anche per il colloquio dell’Esame di Stato.

Ideato durante un’autogestione per un piccolo gruppo di studenti e proposto poi alle sole classi quinte del liceo, attraverso una serie di aggiustamenti successivi il progetto è arrivato alla formula odierna, che coinvolge le classi del triennio dell’indirizzo liceale e dell’indirizzo tecnico per un numero variabile di incontri, da due a quattro l’anno (a seconda delle classi); nel corso degli anni, inoltre, si è cercato di coinvolgere sempre più attivamente anche gli studenti, prima solo con delle blande proposte di comprensione e verifica dei contenuti trattati, poi chiamandoli come relatori a fianco dei docenti.

Prospettive a distanza -Di nuovo in DAD alla secondaria di primo grado -

 

resilienza_significato-.jpg Premessa

Provo molto invidia per chi ha risposte certe anche in una situazione complessa come quella che stiamo vivendo, riuscendo a polarizzarsi tra “dobbiamo lasciare aperte le scuole di ogni ordine e grado” e “dobbiamo chiuderle tutte, anzi mai avremmo dovuto riaprirle”. Da una parte la situazione che vivo è così stressante e precaria che mi trovo a desiderare la chiusura, dall’altra lo sguardo dei ragazzi l’ultimo giorno di lezione giovedì e la forza con cui si sono attaccati alla scuola a settembre mi ricordano cosa significhi per loro non mettere piedi in aula. In questo momento non abbiamo il lusso della decisione giusta e incontrovertibile, possiamo solo scegliere il male minore o il bene maggiormente sacrificabile: sembra di stare dentro una suasoria del tipo “deve Cicerone bruciare tutte le sue opere in cambio della salvezza?”, con la differenza che questa è vita reale.

Venerdì 6 novembre: zona rossa

Da venerdì 6 novembre i ragazzi delle classi seconde e terze delle scuole secondarie di primo grado sono tornati a studiare a casa: il dpcm firmato mercoledì 4 impone alle zone rosse la didattica a distanza. In due giorni, è stato rivoluzionato il modo di fare scuola, giacché, sul piano organizzativo, peggio di “tutti in didattica a distanza” c’è solo “ due terzi in classe e un terzo a casa”. C’è stato concesso un giorno per salutare i ragazzi: tutto è stato meno improvviso del 21 febbraio, ma, d’altro canto, docenti, studenti e famiglie hanno ora la consapevolezza di cosa significhi questa chiusura e il desiderio che non si replichino i tentennamenti della scorsa primavera.

Un passo indietro

In questa estate di progettazione, la schizofrenia è regnata sovrana: quella stessa didattica a distanza, definita eroica e salvifica mesi prima, è stata accantonata al refrain de occhi negli occhi, scuola in presenza o niente. Le scuole non si sono fermate, hanno progettato e hanno chiesto tre cose: certezza dei docenti all’inizio della scuola, possibilità di spazi e distanziamento, soluzione del problema dei trasporti. L’organico completo si è avuto a inizio ottobre, spazi in più non sono stati definiti e previsti, i trasporti manco a parlarne: abbiamo impostato tutto il dibattito sui banchi a rotelle, che sono arrivati, dove sono arrivati, ben dopo l’aperture delle scuole. Il bonus connettività, più volte invocato visto che i problemi più grandi per le famiglie sono proprio la connessione e i device, è attivo dall’8 novembre e solo per ISEE fino a 20000 euro: come a dire bicicletta per tutti, ma pc e internet solo per alcuni, fingendo di ignorare che, in una famiglia di tre figli e due genitori in smartworking, la didattica a distanza significa cinque device, una connessione che li regga e, non da ultimo, spazi per tutti.

Contro l’ideologia burocratica

truman-show-4.jpg Il primato dell’organizzazione

Le riforme che si sono susseguite nella scuola degli ultimi quindici anni, da quelle più ambiziose e articolate (Gelmini, Renzi) a quelle più mirate e specifiche (ad esempio, i continui interventi sull’esame di Stato) presentano una caratteristica comune: un forte orientamento all’organizzazione di sistema ed una progressiva crescita nella burocratizzazione della professione insegnante.

L’enorme mole di Piani, Documenti, Rapporti, Patti e Regolamenti che le ha accompagnate fa sentire continuamente i suoi effetti attraverso monitoraggi, aggiornamenti, integrazioni e rinnovi.

In un simile quadro culturale, la domanda fondamentale per chi insegna tende ad essere come fare, anziché cosa fare, e soprattutto perché farlo. Questa spinta alla descrizione e alla rendicontazione del singolo passaggio di ogni azione formativa si salda infatti ad un malinteso pedagogismo, che colloca “il metodo” al di fuori di ogni discussione sull’epistemologia disciplinare.

La Didattica A Distanza è stata inserita dal legislatore  con grande naturalezza in questo disegno, fornendo opportunità e risposte tecniche a questioni legate all’insegnamento.

Nella sua versione emergenziale – quella praticata da febbraio dello scorso anno scolastico – il forzato trasferimento sullo schermo delle azioni didattiche è stato considerato sinonimo di innovazione didattica, come se le potenzialità di una nuova strumentazione tecnologica per l’educazione si riverberassero automaticamente sui contenuti che esso veicola, sulle pratiche comunicative cui viene associato, sui risultati di apprendimento.

Immaginare l’impensabile. Raccontare per immagini nel tempo degli stereotipi

0fc5b2f6613eaae41971420ce2354c7f.jpg Del  progetto Racconti di scuola abbiamo scritto in una precedente occasione: è uno scambio fra due licei di Pinerolo e Catania, iniziato due anni fa, che intende consentire ai ragazzi di narrare attraverso un video la loro realtà scolastica, tenendosi a debita distanza dagli stereotipi consueti della fiction, che colonizzano l’immaginario di molti di loro.

Ci sembra interessante, in questa sede, riflettere su come la storia del progetto sia proseguita, e su quali vicende abbiano vissuto gli insegnanti e le classi coinvolte durante la pandemia.

Può infatti costituire una nuova occasione per riflettere sulle migliori potenzialità della media education nella scuola, e sul senso profondo dell’innovazione tecnologica che è in corso.

Il filo del discorso

Nel marzo 2020 il filo del discorso sembrava essere definitivamente spezzato dall’avanzare della pandemia e dal lockdown, che imponeva la chiusura delle scuole. Non si intende qui ripercorrere quanto accaduto in quei tragici mesi, né raccontare l’esperienza in DAD di cui anche questo blog ha più volte ospitato il racconto; piuttosto, vorremmo rendere conto di qualcosa che ha stupito, in prima battuta, noi insegnanti: la capacità del nostro progetto di essere forma di un contenuto improvvisamente necessario, impellente ed assolutamente non programmato (né programmabile), nonostante il prodotto fosse già ad uno stato avanzato di realizzazione.

La scuola di Dante: recenti sperimentazioni e questioni annose

152d031b5a0dbefdc509393337f41030.jpg Ripensare allo studio di Dante

Ripensare allo studio scolastico di Dante significa affrontare i nodi principali dell'insegnamento dell'italiano e del suo ruolo nella formazione del cittadino. L'approccio al classico per eccellenza impone, infatti, di riconsiderare le questioni aperte, le sfide di una reale didattica per competenze, capace, cioè, di superare i confini disciplinari sfruttando ciò che del singolo insegnamento è irrinunciabile e precipuo. Chiedersi come si possa e cosa significhi proporre un classico della letteratura agli studenti del nostro tempo ha innescato un proficuo dialogo fra scuola e università, studi scientifici e formazione che in questi anni ha trovato spazio nelle molteplici iniziative organizzate dal gruppo Dant&noi dell'ADI-ADIsd e nel sito www.dantenoi.it.

Due sono gli aspetti su cui, almeno per cominciare, è interessante soffermarsi: la dialettica fra cultura deperibile e cultura permanente, e la necessità dell'interpretazione. In altre parole: il senso e la funzione di leggere un testo antico, complesso, “classico” in un contesto di lettura veloce e letteratura di consumo a breve, brevissima scadenza, e, soprattutto, le modalità con cui renderlo occasione per un'esperienza significativa. 

Questioni inscindibilmente legate e utili per illustrare e definire la pratica dell'attualizzazione, centrale in qualsiasi processo di apprendimento, affrancandola dalle sue pericolose semplificazioni, in particolare dall'accostamento per tema che è difficile distinguere dall'associazione libera e che inficia la formazione del lettore critico e, dunque, del cittadino, obiettivo della scuola. Insomma, riconoscere la forza evocativa e comunicativa di un grande classico non deve indurre a fraintenderlo piegando il suo dettato a significati alieni al tempo e al luogo in cui è stato concepito, ma stimolare a cogliere la sua verità “umana”, quegli aspetti permanenti, appunto, che danno profondità e prospettiva alle questioni attuali che esso evoca nella mente del lettore.

Come garantire tale approccio nella prassi didattica?

CTRL+C CTRL+V (scrittura non creativa): Appunti di lettura su un libro di Kenneth Goldsmith

 

9788880560531_0_0_585_75.jpg Un manifesto contro la creatività letteraria

Un manifesto contro la creatività letteraria, così si può definire il saggio pubblicato da Goldsmith circa una decina di anni fa e proposto in Italia dalla casa editrice Nero nel 2019. La legittimazione di pratiche di scrittura del tutto liberate dalla 'presunzione' d'originalità viene fondata su una genealogia che comprende, fra gli altri, Mallarmé, Duchamp, Benjamin, Wharol, Sol LeWitt, Gertrud Stein, Debord. L'elenco, per quanto incompleto, lascia affiorare i sedimenti sui quali l'autore deposita la proposta di esautorare definitivamente una categoria estetica – l'originalità – che ha determinato posizionamenti nel campo letterario, dalla fine del Settecento fino alla metà del Novecento, quando lo sviluppo ipertrofico dell'industria culturale nel contesto della società di massa, ne ha sfrondato ogni accezione filosofica, definendone così la natura di marchio commerciale. Nella progressiva liberazione dallo stereotipo imposto dal romanticismo alla creatività, idealizzata come produzione geniale dell'inesistente – ovvero ricombinazione inedita dell'esistente – assume rilievo il ruolo delle avanguardie, esplicitamente chiamate in causa da Goldsmith anche in un altro testo, Wasting time on the Internet (HarperCollins Publisher Inc, 2016, trad. it. Perdere tempo su Internet, Torino, Einaudi, 2017):

Quando il poeta Filippo Tommaso Marinetti scriveva in un manifesto del 1909 le famose parole «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie» non poteva prevedere la lama a doppio taglio delle strutture fondate sul web. Da un lato gli artisti accolgono nella loro pratica l'infinitesimale tempo di vita di un meme di internet come nuova misura (pensateci: un ridotto tempo di attenzione come nuova avanguardia), costruendo opere destinate a durare non in eterno, ma solo il tempo sufficiente a diffondersi nei network, per poi scomparire velocemente come sono apparse, sostituite da altre il giorno dopo (p.21).

Tuttavia, come l'autore stesso precisa, l'aspirazione del fondatore del futurismo a distruggere qualsiasi istituzione destinata alla conservazione del passato e qualsiasi canone dispensatore di auctoritas, viene contraddetta dalla permanenza dei dati sul web, una condizione che configura il paradosso di Internet come «un gigantesco museo, una biblioteca e un'accademia tutto insieme» (p.22).

Sull’inerzia della classe (e l’innovazione a scuola)

 

nonsaradio_cop_140x210-a_01.jpg Come si fa

Per spiegare cosa intendo per inerzia della classe e provare a dimostrare quanto sia importante averne coscienza soprattutto oggi, mi tocca raccontare un aneddoto che mi è capitato qualche giorno fa. A scuola faccio le ultime due ore, in un quinto anno ottimo, disciplinato, che ho la fortuna di avere da tre anni: la classe ideale. Lavoriamo, andiamo avanti, leggiamo, discutiamo fino alla campanella delle tredici e quaranta. Tornato a casa, lancio la borsa sul divano e poi mi ci lancio anche io, sono distrutto. Entra un secondo dopo mia figlia, al ritorno dalla scuola anche lei e mi fa: «ma che hai fatto? Sei morto!». Le rispondo: «sì, sono stanco morto», e lei: «scusa, non hai le stesse classi dell’anno passato?». «Veramente il quinto ce l’ho da tre anni». «E non sono quelli bravi che mi dici sempre?», mi incalza. «Sì, sono loro» provo a difendermi. Ma lei: «ti sei dimenticato come si fa? Non dovrebbe essere più facile dopo più di due anni insieme? Se sei ridotto così dopo tre settimane non ci arrivi a giugno». Poi mia figlia se ne va in camera sua, lasciandomi solo sul divano, appeso a quel «ti sei dimenticato come si fa?». La domanda non è peregrina, ma comunque la risposta non tardo troppo a darmela: certo che non mi sono dimenticato come si fa, mi dico, tanto più in quella classe dove le cose sono andate bene per due anni. Ma il fatto è che, a forza di stare insieme, a fronte di un rapporto che dura scolasticamente da tanto, in due anni ogni giorno ho dovuto imparare, anzi combattere con l’ostacolo naturale del «come si fa». Scontato no?

L’inerzia della classe

No che non è scontato, e quindi provo a spiegarmi. Due anni con una delle migliori classi mai avute e perciò nella migliore posizione possibile, mi hanno comunque messo giorno per giorno, minuto per minuto, difronte a quella forza vischiosa e sfiancante che definisco l’inerzia della classe. Di che si tratta? Esiste una resistenza naturale, una forza che spinge in senso contrario, una tensione continua con cui fare i conti nella vita di una classe (anche la migliore, figuriamoci le peggiori) e che in genere emerge dopo la prima e sempre più risicata fase in cui la novità lascia ancora docente e studenti sul chi va là. Un’usura naturale alla quale sono sottoposte tutte le strategie didattiche, i canali virtuosi, le lezioni che sappiamo avere più probabilità di successo, fino anche alle battute che sappiamo hanno sempre fatto ridere. Ebbene, l’unico rimedio possibile a questa resistenza, che è scritta nel dna stesso del fare scuola, è di fatto la rimodulazione continua e adattiva di tutta la propria funzione ai minuti, ai giorni, agli anni che passiamo in una classe. Quella roba che insomma l’altro giorno mi ha fatto stramazzare sul divano e che, a dirla tutta, forse ha a che fare con quell’inerzia della vita che tutti conosciamo e che a un certo punto ci insegna che la partita della nostra esistenza non si gioca tanto sulle vette delle grandi gioie o gli abissi dei grandi dolori, quanto sulla fatica di percorrere la pianura del giorno dopo giorno. Beh, scontato anche questo no? Eh sì che siamo già al secondo paragrafo.

Fritto misto di didattica

Affresco-Pompei-730x495.jpg Creatività al potere

È una situazione di emergenza e all’emergenza si fa fronte con atteggiamenti flessibili, collaborativi, aperti. Ce lo ripetono e ce lo ripetiamo anche noi docenti dal mese di marzo. Se centinaia di medici, infermieri e brava gente di professioni varie non avessero dato prova – già da allora – di risorse inesplorate, competenze altissime e spirito di adattamento, per molti settori della vita del nostro Paese sarebbe stata la fine. Ma mi limiterò a parlare di quello dove opero, che è la scuola. Forse ci si aspettava che, a fronte di questa disponibilità laboriosa, la risposta istituzionale fosse diversa: non che si pretendesse di ricevere premi o incentivi, ma magari qualche intervento più incisivo in materia di assunzioni, edilizia scolastica, numero degli allievi per classe, strumentazione digitale, ecco, quello sì. Questo non è accaduto e l’intervento istituzionale si è materializzato nelle forme che sappiamo (dotazioni di pc, dotazioni di banchi monoposto, dotazioni di gel e mascherine, dotazioni di segnaletica cartonata o adesiva da affiggere alle pareti delle aule e lungo i corridoi, nei bagni e nei laboratori, ovunque) e, per quanto attiene alla didattica, in un suggerimento: adottare la didattica mista. Alla carenza di aule, banchi, insegnanti e istruzioni logistiche, le scuole d’Italia hanno risposto con l’attesa flessibilità; alla carenza di indicazioni didattiche forti che precisassero contenuti e modalità della didattica mista hanno risposto con flessibilità e fantasia interpretativa. Alcune scuole hanno diviso i gruppi classe in due esatte metà, qualunque fosse il numero dei componenti, e, a settimane alterne, convocano nell’aula reale un gruppo e si connettono contemporaneamente con l’aula virtuale dell’altro gruppo rimasto a casa; alcune scuole hanno calibrato il numero dei presenti nell’aula reale in relazione ai posti disponibili previo distanziamento, sicché solo pochi studenti turnano in aula virtuale; altre scuole hanno diviso i gruppi classe in due metà, entrambe presenti in aule reali ma separate e connesse; in altre si assegnano lavori diversi, a chi sta a casa e a chi sta in aula, e si ripetono due volte, per il gruppo che prima era qui e ora è là e viceversa… Il repertorio è nutrito e denota sicuramente, accanto a una tenace volontà di lavorare, grande e ammirevole creatività.

La valutazione come gioco degli scacchi, ovvero che cosa ho imparato guardando la valutazione da una certa distanza

Il settimo sigillo  partita a scacchi con la morte mare-2.jpg Durante le prime riunioni di questo nuovo anno scolastico ho avuto la netta sensazione che uno dei motivi di maggior sollievo fra i colleghi per il ritorno alla didattica in presenza riguardasse la valutazione. La perdita del controllo sulle verifiche e le interrogazioni da casa, cui qualcuno e forse più di qualcuno la scorsa primavera non aveva saputo o voluto rinunciare, è stata sfibrante.

La riottosità ad abbandonare queste modalità “frontali” di valutazione aveva generato pesanti sarcasmi: i docenti fanno come al solito interrogazioni/interrogatori, intendono la valutazione come forma di controllo e il proprio ruolo come un esercizio di potere, a tal punto da esigere di penetrare nelle stanze dei propri studenti per estorcere la performance. Al contrario, si sarebbe dovuto cogliere l’occasione per tentare vie diverse dalla formula lezione-studio-interrogazione, per cambiare alla radice paradigma di valutazione e didattica e una scuola muffita e inerziale.[i]

Confesso di vivere con una certa insofferenza entrambe le posizioni: da un lato mi pare suicida e dimostrazione di scarsa fantasia pretendere di fare la fotocopia della valutazione in presenza quando tutto, dai tempi al setting, dagli strumenti ai criteri, è stravolto dalla distanza; dall’altro mi urta questo salto quantico che nelle discussioni è diventato – o forse è sempre stato – una costante, per il quale un problema didattico e pratico, spesso complesso, viene spostato polemicamente su un piano di volta in volta pedagogico, sociologico, politico. Ma non è sempre possibile, o utile, trasformare difficoltà quotidiane in Questioni Politiche. Tra i due piani ci sono gradazioni, sfumature e una complessa dialettica.

L’equivoco rousseauviano

Mi sembra che la mancata volontà di cambiare registro da parte di alcuni colleghi, oltre che su fenomeni di inerzia di sistema e personali che non negherò, dipendano anche da un equivoco di fondo: illudersi che la relazione tra docente e studente si fondi esclusivamente sull’autorevolezza del primo, il rispetto per essa del secondo, e un appello alla reciproca trasparenza e fiducia che rischia di diventare però una forma di fideismo. Per questo, impossibilitati a esercitare la vigilanza, durante la didattica a distanza ci siamo illusi che fosse sufficiente la petizione di principio del richiamare alla correttezza gli studenti, ritrovandosi a rigirare fra le mani solo e soltanto un senso di frustrata impotenza, che si è tramutato talvolta in una vera e propria ossessione da controllo, di cui il caso emblematico – benché unico ed estremo – è quello del collega che avrebbe interrogato gli studenti facendoli bendare, neanche fossimo a Guantanamo.