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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Un nuovo registro per una vecchia storia

 

Grande preoccupazione per la ripartenza della scuola tutto sembra affidato al fai da te articleimage LN riprende le pubblicazioni. Abbiamo provato a riflettere tutti insieme su questo anno scolastico che sta per iniziare e che è denso di paure, speranze, incognite, individuando alcuni temi che riteniamo decisivi.

La scuola narrata

Molti spunti del dibattito pubblico di questi giorni si nutrono delle numerose incognite della ripresa per creare un interesse tanto immediato quanto generico: è una situazione ideale per il giornalismo fatto di sensazionalismo, velocità, spettacolarizzazione. La vecchia massima sull’uomo che morde il cane, inoltre, da noi trova un’applicazione letterale, come insegna il recente caso degli immigrati di Lampedusa.

Da questa spasmodica attenzione a procedure, protocolli, scenari futuri non deriva una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica. Per ottenerla, bisognerebbe concentrare lo sguardo non sulle variabili narrative ma sulle costanti che segnano la vita della comunità scolastica. Secondo l’insegnamento di Propp, andrebbe studiata la struttura profonda di ogni nuovo anno scolastico – statica fino all’immobilità –, non la sua semplice apparenza – che quest’anno risulterà sicuramente dinamica e imprevedibile.

L’emergenza costituisce, infatti, un’occasione per modificare alcuni elementi di questa struttura, responsabili di infinite difficoltà didattiche, psicologiche, organizzative.

In primo luogo, può spostare l’attenzione sull’edilizia scolastica, portando a creare ambienti di apprendimento più agibili, spaziosi, colorati; ponendo fine alla schizofrenia di luoghi dove convivono fatiscenza e vecchiume (aule scrostate, servizi indecenti, ristrettezze di ogni genere) e arredi innovativi (soprattutto tecnologie di nuova generazione). Può inoltre consentire di affrontare in modo sistematico il tema del reclutamento dei docenti e della loro formazione. Senza la pretesa di trovare un filo che conduca alla normalità, in un mondo segnato da decenni di grovigli introdotti per legge, ma offrendo un segnale chiaro che si sta andando in una direzione diversa.

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La scuola al bivio: tra mercato e autonomia

Miur2 e1556784565391 1200x600 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

In Scuola e Costituzione, tra autonomie e mercato di Roberta Calvano, saggio snello ma denso, si riflette su vari nodi costituzionali che riguardano il sistema scolastico italiano, radicalmente mutato a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, in base a un percorso che, proprio nel nome dell’autonomia e del merito, ha finito, tra le varie criticità, per colpire lo status degli insegnanti della scuola e per minare la libertà di insegnamento. Di recente tale dato emerge con forza in relazione al progetto di attuazione dell'autonomia differenziata delle regioni, previsto dall'art. 116 Cost., tema rispetto al quale l’autrice segnala tutti i rischi della regionalizzazione delle «norme generali sull'istruzione» e gli ostacoli di ordine costituzionale opponibili rispetto a tale progetto, in nome innanzitutto dell'unità nazionale e del ruolo dell'istruzione rispetto alla costruzione della cittadinanza.

L’autrice analizza l'evoluzione dell’istruzione in tre stadi: come funzione pubblica (da cui l’obbligo scolastico, «per almeno otto anni» [art. 34, c. 2 Cost.]), come servizio pubblico (parallelamente alla privatizzazione del pubblico impiego, nel 1993), e infine come servizio-merce, «offerto sempre più tramite forme privatistiche, da parte di soggetti in competizione tra loro, in concorrenza per risorse sempre più scarse» (p. 176).

Sebbene la Corte costituzionale (con la sent. 7/1967)  abbia precisato e distinto i concetti di insegnamento, istruzione, educazione, «comprendendo nel primo l’attività del docente diretta ad impartire cognizioni ai discenti nei vari rami del sapere, nel secondo l’effetto intellettivo di tale attività e nel terzo l’effetto finale complessivo e formativo della persona in tutti i suoi aspetti», Calvano segnala come, con Gramsci, si possa valorizzare il concetto di educazione, e dire che «nella scuola il nesso istruzione-educazione può solo essere rappresentato dal lavoro vivente del maestro» (Quaderni del carcere, q. 12, p. 1542 dell’ed. Gerratana). Se nel modello socialdemocratico (quello sostanzialmente sotteso alla Costituzione repubblicana) l’obiettivo dell’insegnamento è la libertà di scelta del cittadino, ovvero la sua piena realizzazione come individuo, a prescindere dalla concreta occupazione lavorativa e dal ceto sociale di provenienza, nel nuovo modello liberista le esigenze del mercato vengono prima di tutto, e la scuola è «funzionalizzata alla formazione della forza lavoro« (p. 25). Va detto che questa visione in Italia si è presentata con maggiore enfasi che negli altri Paesi europei, anche e soprattutto per nascondere l’arretratezza del tessuto economico di un Paese che non investe in ricerca e sviluppo, affidandosi a settori, come quello manifatturiero, messi in crisi dalla competizione globale; del resto, i dati macroeconomici denunciano uno svilimento delle nuove generazioni, con un tasso di disoccupazione del 10,2% e un tasso di impiego dei giovani laureati del 56,5% contro una media UE (19 Paesi), rispettivamente, del 7,6% e dell’80,1% (fonte: Eurostat). La scuola è stata scelta dai politici come capro espiatorio, in modo da distogliere l’attenzione dai veri responsabili (le aziende, che non investono in ricerca e sviluppo; il governo, che non finanzia adeguatamente la cultura, l’istruzione e la ricerca).

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Il prologo di un insegnante

insegnanti 28 agosto 2019 copertina prima edizione fronte e aletta Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

È appena uscito per l’editore Aguaplano il volume Insegnanti. Il più e il meglio, scritto dal nostro redattore Roberto Contu anche grazie dall’esperienza del blog. Pubblichiamo il prologo del libro.

 

«A proposito – soggiunse il burattino –

per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa:

anzi mi manca il più e il meglio.»

(C. Collodi, Le avventure di Pinocchio)

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisette anni non compiuti. Ricordo perfettamente il mio primo giorno di scuola da insegnante, come potrei dimenticare. Vengo convocato a inizio ottobre in un istituto superiore, per una supplenza di un mese in Italiano e Storia. Ho in mente il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino blu di cotone morbido scelto come quello giusto. Poi i venti minuti di macchina, con la radio accesa ma senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di scooter, per un attimo mi scopro felice e mi beo tra me e me: «prof. Contu, suona bene».

Varcata la porta della scuola chiedo degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Vengo accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spediscono immediatamente in presidenza: il dirigente mi sta aspettando. Non colgo l’anomalia che intendo invece come ineccepibile cortesia. Busso alla porta, il preside mi fa accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore», sento il sole che mi brilla dentro.

In cinque minuti vengo messo in guardia sulla «terribile II e» che ha già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Vengo congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non capisco il messaggio come avrei dovuto, saluto con un bel sorriso di gratitudine e mi avvio felice verso il mio battesimo scolastico.

Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, sono le undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché il dirigente mi ha appena detto che avrei dovuto tenere (aveva detto proprio «tenere») la II e durante le ultime due ore di lezione. Ricordo invece perfettamente l’istante successivo in cui ho aperto la porta dell’aula, come potrei dimenticare.

Mi rivedo impietrito all’epifania improvvisa di una sedia che vola, quasi con un fischio, quasi a toccare il soffitto, da una parte all’altra della classe, lanciata da uno studente contro un altro che per un pelo riesce a schivare il colpo. Così come l’ho detto. Un proiettile di ferro e legno scarabocchiato. Da un lato all’altro della classe. Un fracasso finale indicibile, un’esplosione di ferraglia e compensato.

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La forza dell'utopia. Una riflessione sull’attualità di Ivan Illich

 71t+IIJoxQL.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

A cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, esce una nuova edizione italiana dell’opera di Ivan Illich Deschooling society (Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, 1971, ora Mimesis 2019). L’opera conserva intatta tutta la sua carica di idealismo e di verità, come traspare dalle considerazioni conclusive del libro:

Certo, un’organizzazione imperialistica e capitalistica della società genera una struttura sociale entro la quale una minoranza è in grado di esercitare un’influenza sproporzionata sull’opinione della maggioranza. Ma in una società tecnocratica il potere dei capitalisti del sapere può impedire che si formi un’autentica opinione pubblica controllando le capacità scientifiche e i mezzi di comunicazione. Le garanzie costituzionali delle libertà di parola, di stampa e di riunione intendevano assicurare il governo del popolo. L’elettronica, i moderni procedimenti di fotocomposizione e di stampa in offset, i calcolatori che operano in tempo reale, i telefoni offrono in teoria un’attrezzatura che potrebbe dare a quelle libertà un senso del tutto nuovo. Ma purtroppo questi strumenti vengono impiegati nei media moderni per accrescere il potere, proprio dei banchieri del sapere, di convogliare i loro programmi preconfezionati, tramite catene internazionali, verso un maggior numero di persone, anziché essere usati per incrementare delle vere reti capaci di offrire eguali occasioni d’incontro fra i membri della maggioranza.

Leggere e discutere simili idee può essere utile in questo particolare momento storico, in cui la scuola è percorsa da una tensione molto marcata: da una parte, agisce una forte spinta verso forme di quantificazione, controllo, esattezza, oggettività (telecamere nelle aule, registri e comunicazioni elettroniche, proliferare di test e misurazioni nazionali ed internazionali degli apprendimenti, fiducia incondizionata nelle strumentazioni tecnologiche); dall’altra, si percepisce un diffuso bisogno di quello che Bergson chiamava supplemento di anima, uno spirito di appartenenza e di condivisione capace di tradursi in forme di comunicazione profonda e di relazione autentica fra i soggetti che abitano l’istituzione.

Letture come questa possono contribuire a restituire agli insegnanti lo slancio utopistico di cui molti sentono il bisogno.

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Elogio del tema

vorderansichtstapel der buecher mit exemplarplatz 23 2148255858 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Pubblichiamo, parzialmente rielaborato, l’intervento, della nostra redattrice Luisa Mirone alla Fiera Didacta Italia (Firenze, 9 ottobre 2019; panel ADI SD «La prima prova nel contesto del nuovo esame di Stato MIUR»)

Il tema alla prova

Ho la fortuna di insegnare in verticale: assumo la guida di una classe in prima e la accompagno sino alla quinta. Questo mi consente di seguire il percorso di acquisizione degli strumenti di ricognizione, indagine, interpretazione, formalizzazione del reale; il possesso e la consapevolezza di questi strumenti ritengo che sia l’unica reale competenza che la scuola debba e possa promuovere interdisciplinarmente e in vista del conseguimento della più alta competenza di cittadinanza, perché mi sembra che solo nella comprensione profonda della fisionomia e della destinazione degli strumenti di indagine e rappresentazione della realtà si apra autenticamente ai nostri allievi la possibilità di intervenire nel dibattito democratico.

Se volessimo tradurre questo percorso di progressiva acquisizione degli strumenti nelle linee programmatiche del ministero, diremmo che obiettivo dei nostri allievi è conseguire la padronanza linguistica, come emerge chiaramente dal Quadro comune europeo: insegnamento, apprendimento, valutazione (Consiglio d’Europa, 2001; poi D.M.N.139 2007, Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione): Interazione verbale (scambio comunicativo in contesti vari); Lettura (comprensione e interpretazione di testi scritti di vario tipo); Scrittura (produzione di testi differenti in relazione a differenti scopi).

Questo al primo biennio si traduce nel conseguimento di una competenza di lettura, secondo la chiara definizione che ne ha dato OCSE PISA (Quadro di riferimento del 2007):

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La strana estate della scuola

08a5acd5 8f44 4a74 bf1a 335c24ca6ee3 Chiariamo subito una cosa: il problema non sono le sedie. Il problema è che si parli solo di sedie, come se potessero risolvere tutti i problemi, uovo di colombo per questioni complesse. Siamo alle solite, pare basti uno strumento per cambiare la scuola e risolvere problemi antichi: come quando ci inondarono di LIM e formazione tecnica, pensando che bastasse quella a esplorare le potenzialità dello strumento e a innovare (magica parola passepartout). Si sa che le cose vanno poi diversamente, qualsiasi strumento ha bisogno di riflessione, di esperienza e di analisi: se non mi domando come lo posso usare, quali cambiamenti potrebbe determinare, quali obiettivi mi prefiggo, come debba cambiare il mio messaggio cambiando il mezzo, al più userò lo strumento adattandolo a quello che facevo prima. Con buona pace dell’innovazione.
La situazione che si prospetta a settembre non ha nulla di ordinario, le incognite sono così tante che appena pensi di risolverne una ti si aprono in mano almeno cinque scenari diversi: è luglio e dirigenti e docenti sono in prima linea per cercare di mettere ordine e di tenere sotto controllo l’ansia, impresa improba e impossibile nonostante i messaggi incoraggianti che arrivano dall’alto.
La scuola è per sua natura una potenziale bomba epidemica, lo vediamo a ogni inverno e questo che si apre davanti sarà il peggiore di tutti: la soluzione, che ha qualcosa di magico, pare debbano essere le sedie. E giacché la magia non esiste ed è roba da allocchi, non vorrei ritrovarmi a fare la fine dell’imperatore che gironzolò nudo per la città convinto di indossare abiti meravigliosi. Useremo per il distanziamento uno strumento che nasce per il lavoro collaborativo, per la didattica progettuale (con il piccolo distinguo che non li puoi usare per disegnare, costruire plastici, fare cartelloni): insomma, sedie pensate per avvicinare gli studenti fra loro, non per tenerli lontani. Certo, non c’è alcun obbligo di acquisto, le sedie semoventi verranno richieste solo dalle scuole che ne hanno bisogno: ma non si può non rilevare il paradosso. Questo è ciò che mi preoccupa: la soluzione semplice a problemi complessi e la sua spettacolarizzazione. È cronaca che poche sere fa la Ministra abbia provato le sedie in tv: comodità di seduta, spazi e possibilità di consultare il “Rocci”, vocabolario di greco, perché il riferimento quando si parla di scuola pare sempre e solo debba essere il liceo, magari classico. E che importa se su quei banchi si dovrebbe fare anche disegno tecnico, arte, scienze, italiano.
Ma, soprattutto, può la questione della riapertura incentrarsi sulle sedute e sui banchi, ignorando il resto?

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Ricadute psicologiche della Dad, confini mutati e nuove identità

705273 thumb full 720 maupal con tom jerry rep Pubblichiamo un intervento di Federico De Luca, psicologo responsabile dello sportello d’ascolto di un istituto tecnico di Roma sud-est, che durante la Dad è stato riconvertito in uno sportello d’ascolto a distanza. Le riflessioni riportate sono riferite a questa esperienza.

L’emergenza Covid ha coinvolto, e coinvolge, la società a tutti i livelli: individuale, sociale, economico, sanitario, lavorativo, formativo-educativo. Al di là delle implicazioni specifiche dei vari ambiti, l’emergenza ha omogeneamente reso necessaria una riorganizzazione, interna ed esterna, che fosse rapida ed efficace per evitare il diffondersi della pandemia e favorire un ritorno alla normalità.

Come fulcro del processo formativo-educativo, la Scuola ha dovuto affrontare una condizione nuova e in tempi brevi, dovendo rinunciare anche a uno dei suoi fondamenti, “si entra a scuola e si esce dalla scuola”. Questo dato di fatto definisce ciò che la Scuola rappresenta: il luogo della didattica e della formazione ma anche il luogo della relazione e della strutturazione. L’importanza di “entrare in classe” non risiede solo nell’entrare fisicamente (ci sono diversi casi positivi di formazione in contesti meno tradizionali)  quanto, piuttosto, nello stabilire uno spazio interiore ed esteriore definito e organizzato all’interno del quale insegnare/ apprendere e relazionarsi. Con l’emergenza Covid questo spazio è stato messo in discussione offrendo nuovi spunti di riflessione.

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Per le rime

RHPS Cover In particolare, con riferimento alle indicazioni sanitarie sul distanziamento fisico, si riporta di seguito l’indicazione letterale tratta dal verbale della riunione del CTS tenutasi il giorno 22 giugno 2020:

« Il distanziamento fisico (inteso come 1 metro fra le  rime buccali degli alunni), rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione…»

Questo magnifico pezzo di prosa (con tanto di rima leopardiana in –ale) dimostra in modo inequivocabile che l’antilingua in Italia gode ottima salute. Era stato Calvino, nel febbraio 1965, a parlare dell’antilingua inesistente. «Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.» e riportava le parole di Pietro Citati:

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso».

Bisogna forse ricordare che la questione della lingua della seconda metà del Novecento aveva avuto inizio da una conferenza di Pasolini, pubblicata da «Rinascita» nel dicembre del 1964, con il titolo Nuove questioni linguistiche. A commento prendeva la parola - tra gli altri - anche Calvino, che così proseguiva sul «Giorno»:

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi.

Nel 2020 non si può fare a meno di registrare «bocca» tra le «parole oscene» che l’antilingua rifiuta: il che potrebbe avere i suoi effetti sul modo di esprimersi di solerti funzionari e di insegnanti osservanti (oltre che praticanti). Il campo semantico diventerà un campo minato: si oserà ancora affermare che si fanno verifiche orali? E gli Esami di Stato di quest’anno non potrebbero essere confusi in quanto esame orale con un’anamnesi ortognatodontica di un diciottenne? Sarà pudico parlare di lingua a minorenni affidati alle nostre cure? Il MI ci offrirà senz’altro delle indicazioni lessicali  adeguate, e sarebbe opportuno ci fornisse anche un piccolo dizionario, epurato da tutte le voci oscene, che noi insegnanti potremmo consultare alla bisogna (si licet). Meglio: nelle lunghe nostre oziose giornate potremmo imparare a memoria le voci ufficiali della lingua in uso nelle scuole secondo le nuove disposizioni del CTS approvate dal Ministero… etc  etc,  per comunicare correttamente con chi ci presta orecchio (con rispetto parlando).

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La scuola (im)possibile

 

fitzcarraldo1 Premessa

Ogni ragionamento inerente fatti concreti, come le modalità di riapertura delle scuole a settembre, dovrebbe fondarsi su alcuni solidi dati di realtà.

Eppure nella scuola, tra docenti e personale ATA, e in certa misura anche tra i dirigenti scolastici, ma soprattutto tra le famiglie e nell’opinione pubblica, cresce il senso di disorientamento. La gran parte dei collegi dei docenti che si sono svolti a fine giugno ha preceduto l’approvazione delle Linee Guida definitive per la riapertura. Ciò ha prodotto situazioni difformi in un quadro già di per sé variegato rispetto alle caratteristiche degli edifici scolastici. Ci sono istituti che hanno iniziato una riflessione di merito per la riapertura, organizzando gruppi di lavoro e sottocommissioni e impostando soluzioni sulla base di alcuni scenari possibili. Altri hanno potuto avviare solo una riflessione più blanda: i dirigenti si sono limitati a enunciare alcune opzioni, ma di fatto non si è aperto alcun vero confronto. Ci sono poi anche istituti che non hanno discusso affatto, e ciò può essere dipeso anche da alcune altre fondamentali variabili, come quella relativa al grado di democraticità e di confronto interno a ogni singolo istituto, per cui è probabile che in alcuni casi il collegio docenti a settembre venga semplicemente chiamato a ratificare decisioni assunte dal dirigente e da pochi suoi collaboratori. Intanto le Linee Guida sulle quali si dovrebbe costruire la struttura per la eventuale nuova fase di Dad sono ancora in via di elaborazione. Anche in questo caso, quindi, le situazioni variano da istituto a istituto, per cui ci sono realtà che sono avanti con il digitale, in cui il confronto già nei precedenti mesi di Dad si è potuto impostare su basi anche metodologicamente fondate e che quindi saranno più pronte di altre, dove invece si è ancora nella fase dell’impressionismo. In questo contesto generale le analisi che riguardano sia i problemi concreti che pone la ripresa della didattica in presenza sia, dall’altro lato, la molteplicità di temi sollevati da tre mesi di Dad — temi che già di per sé potrebbero occupare la riflessione teorica di tre generazioni — rischiano di assumere un carattere del tutto parziale e circoscritto, restituendo appunto l’immagine globale di una realtà — quella della scuola — sfilacciata e sconnessa, fuori fuoco. Ciò paradossalmente accade mentre la ricerca sul coronavirus va avanti, mentre i sistemi di monitoraggio tutto sommato stanno dando prova di funzionare con una certa efficacia rispetto all’individuazione precoce di nuovi focolai. In altre parole questa realtà instabile e che certamente non ci piace si presenta ai nostri occhi in termini più definiti di febbraio. Eppure, mentre la situazione generale si precisa (che non significa si risolve), il destino della scuola si fa sempre più incerto. Perché?

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Il piano inclinato. La scuola di settembre: architetture ideali e realtà

Ideali 2017 11 Un punto di vista

Sono entrato nel liceo scientifico di Pinerolo il 1 ottobre 1976 e non ne sono più uscito, tranne che per gli studi universitari e il servizio civile. Quell’anno, aveva preso il nome da “Marie Curie”, trasferendosi in una nuova sede: un edificio nuovo, enormemente sovradimensionato (ricordo per esempio l’aula di disegno, da cui nei decenni successivi ne sarebbero state ricavate quattro). C’erano tre o quattro sezioni, a seconda degli anni (circa 400 studenti); oggi ce ne sono dieci o undici (circa 1100 ragazze e ragazzi). 

Il richiamo all’esperienza personale non è un semplice aneddoto, ma serve ad inquadrare entro limiti corretti le opinioni che esprimerò in quest’articolo.

Da una parte, infatti, le mie considerazioni nascono da un intimo radicamento nel territorio pinerolese, da una conoscenza precisa della storia e delle caratteristiche – anche fisiche – della scuola in cui, il prossimo anno, ci troveremo a sperimentare in avvio dell’anno scolastico. Dall’altra, la mia appartenenza esclusiva a questa precisa scuola traccia i confini ristretti entro i quali collocare le mie idee: un liceo scientifico, collocato fra le valli e la pianura, in un centro studi affollatissimo, nella provincia piemontese.

Fra i numerosissimi temi del dibattito innescato dalla lettura del Piano di rientro a scuola mi soffermerò quindi solo su alcuni di quelli legati alla secondaria di II grado, immaginando di calare i principi e le considerazioni generali nella concretezza del “mio” territorio, teatro dell’azione di una precisa istituzione scolastica.

Ragionare sul rapporto fra teoria e pratica è l’unico modo, secondo me, per tentare di uscire dalla trappola delle semplificazioni e dei pregiudizi.

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