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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

La riforma della prima prova dell’esame di Stato /3. Tra continuità e positive innovazioni

 

vento 1 Il Documento di lavoro licenziato dalla Commissione presieduta da Luca Serianni e pubblicato dal MIUR il 4 ottobre contempera la duplice esigenza di dare corso alle prescrizioni normative (D.lgs. 62/17) e di salvaguardare la continuità con la prima prova degli ultimi vent’anni: si coglie nel testo l’apprezzabile intento di valorizzare il lavoro quotidiano dei docenti, e di risolvere, allo stesso tempo, le incongruenze che in questi anni hanno connotato in una direzione del tutto artificiosa alcune proposte di scrittura. Del resto, nel Documento è esplicitamente dichiarata la volontà di salvaguardare gli studenti dal rischio di una compilazione centonaria e acritica, connesso soprattutto con la vecchia tipologia B.

La lettura complessiva del Documento rivela alcuni riferimenti concettuali ed operativi che, credo, hanno orientato il lavoro della Commissione; i più significativi mi paiono due: la testualità e la stretta interrelazione, in ogni ambito in cui si esercita la padronanza linguistica (quindi non solo nella relazione con il testo letterario), tra competenza ricettiva e competenza produttiva.

Competenza testuale

Il primo aspetto, la testualità, viene richiamato in più luoghi del Documento, come requisito (o, più propriamente, obiettivo da perseguire) di una padronanza linguistica consolidata, che non sia limitata ai livelli formali o di superficie del testo (pur necessari), ma ne investa la strutturazione concettuale complessiva e profonda. Dominare la testualità non significa semplicemente saper individuare dei requisiti propri delle diverse tipologie discorsive: il Documento stesso puntualizza che va evitata una «astratta classificazione della tipologia testuale», nella consapevolezza che la maggior parte dei testi, soprattutto complessi, non si può ascrivere semplicemente ad una unica tipologia. Ciò che si attende alla conclusione del secondo ciclo è una capacità di lettura del testo che ne sappia riconoscere l’organizzazione interna e gli snodi strutturali in relazione allo specifico contenuto.

La riforma della prima prova dell'Esame di Stato /2: la scrittura alla (prima) prova

 prima prova 2019 maturita tema italiano guida esame tracce svolte miur L’opportunità

Quindi l’Esame di Stato, nel 2019, cambia davvero. Il quattro ottobre il MIUR ha pubblicato una importante circolare che illustra i contorni delle nuove prove conclusive dell’istruzione secondaria in Italia, quelle che a giugno dovranno affrontare circa cinquecentomila studenti. Le novità, in larga parte (ma non del tutto) derivanti dall’attuazione della legge 107, sono rilevanti, e riguardano l’esame nel suo complesso (modifica dei criteri per l’attribuzione del voto, razionalizzazione di numero e tipologia delle prove, ridimensionamento del ruolo dell’Alternanza Scuola Lavoro e dell’INVALSI), ma offrono indicazioni preziose, anche a livello didattico, soprattutto per quel che riguarda la prima prova, quella che tradizionalmente è chiamata “prova di italiano” ma che forse sarebbe più opportuno chiamare d’ora in poi “prova di scrittura”.

La circolare era molto attesa nelle sale insegnanti e soprattutto nelle classi quinte, quelle che dovranno sperimentare sulla loro pelle, e con pochissimo preavviso, molte cose nuove; alcune già chiare, altre molto meno. Il documento MIUR, infatti, è ancora piuttosto vago su diversi aspetti, anche se va decisamente apprezzato lo sforzo di dare a insegnanti e studenti alcuni punti fermi, e di impegnarsi in un cronopogramma che dovrebbe, entro la fine del primo quadrimestre, illuminare anche gli aspetti ancora avvolti nella nebbia. Il Ministero ha anche deciso di allegare alla circolare due importanti documenti: uno redatto dalla “cabina di regia” che sta lavorando alla definizione dei quadri di riferimento e dei criteri di valutazione della seconda prova; l’altro, frutto del lavoro di un gruppo di esperti guidato dal linguista Luca Serianni, volto a dare indicazioni per la preparazione della prima prova. Sono due documenti che sembrano però testimoniare due stadi di avanzamento del lavoro molto diversi: il primo è ancora piuttosto generico, e va poco oltre la parafrasi esplicativa del decreto attuativo del 2017 che norma la materia, mentre il secondo offre indicazioni molto più dettagliate ed è chiaramente frutto di una riflessione didattica più attenta e approfondita. È quello che, in questa sede, ci interessa di più.

Parlare di scuola /1. Riflessioni a margine di Ultimo banco di Giovanni Floris

 

emb superpower sm Insegnanti e superpoteri

«I professori vivono la straordinarietà dello spazio-tempo scolastico senza poter condividere questa fortuna. Loro sanno di essere protagonisti della fase più unica ed eccezionale della nostra vita, ma sanno anche che noi lo capiremo molto tardi e forse mai. (…) E l’importanza della dimensione in cui operano non verrà, quindi, mai riconosciuta davvero. Sono i classici supereroi, insomma. Vivono in incognito la missione più fondamentale e più rischiosa, mascherati da persone qualsiasi». (G.Floris, Ultimo banco, Solferino, 2018, p.51).

Le parole di Floris mi sono tornate in mente quest’estate, in Gran Bretagna, in un negozio di souvenir: un magnete mi apostrofava spavaldo, I’m a teacher, what’s your superpower?. Preda di un’eccitazione adolescenziale, quasi che il mondo fosse diventato una grande aula docenti (o piccolo quanto l’aula docenti di una scuola), sono stata sul punto di comprarlo. Ma non l’ho fatto. Mi è bastato ricordare il sottotitolo di Ultimo banco Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia – e il mio presunto superpower si è dissolto. Ho poi cercato di capire perché mi fossi privata di un mantra così semplice, di una gioia così a buon mercato, proprio mentre in Italia – a suon di copie vendute (ad oggi oltre 40.000) – Floris legittimava i docenti a sentirsi come gli Incredibili, capaci di salvare il Paese. Anch’io avevo un disperato bisogno di sentirmi così! Allora ho ripreso in mano il libro (che – nel frattempo – mieteva consensi pressoché unanimi: de Bortoli, Augias, Settis, Salvemini…). E ho capito.

Scrivere di migrazioni: un laboratorio di lettura e scrittura

Black Dog by Levi Pinfold 003 Il cane nero

Esiste un bellissimo albo illustrato dal titolo Il cane nero[i]che ho usato come spunto di riflessione in classe: un mattino, fuori dalla finestra della casa degli Hope, appare un grosso cane nero, ad uno ad uno tutti i componenti della famiglia si spaventano e scappano, più aumenta la loro paura, più il cane diventa grande, smisurato, spaventoso. Solo la più piccola di casa, Small, ha un’idea diversa, con noncuranza indossa la mantellina gialla ed esce a giocare col cane: corre, si fa inseguire, lo sgrida, parla con lui e a mano a mano il cane diventa più piccolo, fino a raggiungere le dimensioni che tutti conosciamo ed è allora che viene accolto in casa perché non fa più paura.

Il cane è, ovviamente, un simbolo di tutto ciò che ci spaventa, perché ignoto e della paura di quello che viene da fuori: nelle discussioni coi ragazzi mi ha colpito come non abbiano sottolineato tanto il coraggio della bambina, ma il suo sguardo, la capacità di andare oltre, di non farsi guidare dal pregiudizio. Ed è con questo sguardo che in classe, da gennaio a maggio, abbiamo affrontato il fenomeno delle migrazioni, sospeso il giudizio e fatto silenzio; ci siamo messi in ascolto, per poi provare a descrivere la realtà e trasformarla in narrazione, in letteratura.

La "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato

Riforma della scuola cosa cambia nel 2018 1 Premessa

Dividerò questo intervento in quattro parti: nella prima dirò in che cosa consista il D.Lgs 61/2017, Revisione dei percorsi dell'istruzione professionale nel rispetto dell'articolo 117 della Costituzione, nonchè raccordo con i percorsi dell'istruzione e formazione professionale, a norma dell'articolo 1, commi 180 e 181, lettera d), della legge 13 luglio 2015, n. 107; nella seconda cercherò di commentarne i tratti salienti e collocarlo nel quadro che solo può spiegarne la genesi, quello delle riforme europee dei sistemi educativi; nella terza, spogliandomi dei panni del docente e vestendo quelli del militante, individuerò i possibili "margini attuali per una scuola di opposizione" (per riprendere l'espressione di Emanuele Zinato), ovvero le forme possibili di una risposta collettiva che a mio avviso può esistere solo se si pone il problema dell'organizzazione, sindacale e politica, e non certo restando al livello della pur doverosa battaglia culturale, dato lo squilibrio di forze oggi annichilente; nella quarta, brevissima, formulerò una proposta.

Dichiaro subito un debito teorico, spero l'unico riferimento bibliografico che sarò costretto a fornire: l'e-book di Alberto Pian, docente e studioso torinese, Scuole "sparse" sul territorio? Che cosa nasconde la "riforma" dell'Istruzione professionale di Stato? La verità sul decreto delegato della 107[i], è, a mia conoscenza, l'unica trattazione organica di questo sottovalutato e poco discusso corollario della 107 ed un testo assolutamente imprescindibile per chi voglia approfondire seriamente quanto qui, per ragioni di spazio e di limiti di chi scrive, vale solo come primo momento informativo e orientativo sul tema.

La lettura ad alta voce: il recupero dell’oralità

8942011 È uscito, per i tipi di Giovanni Fioriti editore, nella collana “naviganti” diretta da Anna Angelucci, La Lettura, il Corpo, la Voce. Fondamenti linguistici e neurali della lettura ad alta voce di Paolo S. Sessa. Il libro si muove tra didattica, critica letteraria, linguistica, neuroscienze e indaga i presupposti della lettura ad alta voce. L’estratto che segue si intitola “Il recupero dell’oralità” e proviene dal primo capitolo. Ringraziamo l’autore e l’editore per averci concesso la pubblicazione. 

Solo la lettura ad alta voce ci consente di recuperare l’oralità presente in un testo, attraverso un percorso ad ostacoli lungo il quale non solo i segni grafici, ma in alcuni casi anche gli spazi bianchi che li delimitano e li contornano, riacquistano alcune delle loro originarie caratteristiche che li contraddistinguevano in quanto suoni, pause e silenzi. Che un testo scritto sia stato pensato soprattutto per l’ascolto, come tanta poesia, dalla Commedia di Dante alle Foglie d’erba di Whitman, o anche tanta prosa d’arte, o che molto più semplicemente si tratti di testi destinati (ma quanto, poi!) a una degustazione solitaria, la scrittura conserva tracce più o meno consistenti della voce dell’autore che, prima di scrivere o nell’atto stesso della scrittura, ha fatto passare dalla sua bocca una parte dei suoi pensieri, quelli che sentiva più strettamente aderenti alla sostanza fonica che li esprimeva. “Le grand secret est là: la pensée se fait dans la bouche”[i], scriveva Tzara, e dalla bocca del lettore può riprendere vita. Si tratta di compiere, come Alice, un viaggio dentro lo specchio al quale la voce del poeta ha consegnato, appunto, la sua parola parlata e i suoi silenzi, ricevendone in cambio una sorta di ricevuta per avvenuta consegna, che è, appunto, il testo scritto. La lettura di un testo richiede alla nostra immaginazione la capacità di convertirlo in suoni, compiendo un percorso a ritroso che ci consente di recuperare dalle parole scritte la loro sostanza e, dagli spazi bianchi, gli indugi dell’anima; si tratta di rivitalizzare quella densità semantica che la cristallizzazione dei fonemi in grafemi ha disperso: tutto questo è reso miracolosamente possibile, per vie spesso misteriose e complesse, dalla nostra voce, dal nostro corpo, dal nostro gesto, come in un  magico intreccio. Ad alta voce, naturalmente, e senza chiedere permesso perché, dice bene Pennac, la lettura ad alta voce è fra i dieci diritti imprescrittibili del lettore[ii].

Bentornata scuola (complessa)

 

68783436 abstract immagine di una pluralita di fili intrecciati In attesa della classe

Settembre, la scuola ricomincia e in molti siamo qui a mettere in fila pensieri che poi (per fortuna) verranno spazzati via dal fragore delle sedie trascinate della prima ora del primo giorno in classe. In queste ore durante le quali rivediamo programmi, immaginiamo progetti, fantastichiamo su novità per tenere in vita e salute quello che abbiamo sempre fatto, sarebbero tanti i temi su cui riflettere: da questioni di fondo come il nostro addio simbolico al Novecento con il definitivo ingresso nelle secondarie dei soli nati negli anni Zero alle incognite di propositi governativi ancora nebulosi, da banchi di prova come il nuovo esame della secondaria superiore al nodo culturale dell’alternanza scuola lavoro, dalle problematicità dell’universo Invalsi fino a ombre funeste e fino a ieri inimmaginabili che si addensano, come distopie improvvisamente possibili, fatte di telecamere e uomini in divisa per i corridoi delle nostre scuole. Di certo, dal nostro piccolo ma cruciale osservatorio di insegnanti, ci occuperemo di quanto di importante potrebbe accadere quest’anno. Nell’imminenza di un tempo che potrebbe essere decisivo per le sorti del bene comune e di uno dei luoghi naturali della sua edificazione che è la scuola resta però l’immediato presente, in cui ci chiuderemo dietro per la prima volta la porte della classe e sul quale vorrei proporre una piccola riflessione.

Questa estate

È stata un’estate complicata. Abbiamo vissuto un tempo particolare, inedito, denso di conflitti che si è riempito di questioni che difficilmente solo un anno prima avremmo ipotizzato potersi imporre in modo così violento. Il Paese si è spaccato, i toni sono aumentati a ogni livello, le urla e i selfie hanno sostituito la parola, lo scontro ha seppellito le possibilità dell’incontro. L’egemonia di un pensiero collettivo dozzinale, semplificante, teso da ogni parte alla polarizzazione degli estremi è sembrato diventare l’unico codice possibile, dalla comunicazione politica a quella di riflesso violenta e proliferante dell’universo social. Proprio a partire da questo scenario mi è capitato spesso durante l’estate di pensare all’anno scolastico che sarebbe stato. Perché è evidente come quanto sia maturato o meglio marcito nella società transiterà naturalmente, in assenza di un argine, tra i nostri banchi, nelle nostre aule docenti, tra i nostri pensieri e le nostre parole, tra i pensieri e le parole dei ragazzi e delle ragazze. In ragione di ciò, se dovessi allora indicare una priorità da mettere in cima alla mia personale lista per l’anno che verrà, avrei pochi dubbi: la difesa del valore del pensiero complesso. La scuola dovrebbe essere baluardo e luogo elettivo dove, per mandato, per condizioni (anche se sempre più precarie), margine di intervento, resti possibile, anzitutto a partire dallo statuto epistemologico di ogni disciplina, consegnare ai ragazzi la libertà seminale del pensiero complesso.

Da necessario a urgente

Il pensiero complesso, quello sguardo sul mondo che rende sostanza e ragione di ogni sistema nella sua interezza e interazione continua, che non retrocede mai alla sfida del dubbio, che non si fa forte della falsa comodità della semplificazione ignorante, è urgenza educativa nella misura in cui è per natura antidoto anche a quanto di degradante e pericoloso va imponendosi nella nostra società. Per altro c’è poco da inventarsi. Ciò che le materie scientifiche insegnano già manifestando autenticamente se stesse, ciò che le materie umanistiche ribadiscono raccontando uno snodo storico o chi con il pensiero e con l’arte ha saputo spingere le domande oltre i confini della pura evidenza, diventa da necessario a urgente in un tempo in cui ogni grande questione che investe il nostro tempo viene risolta nella scorciatoia becera dello slogan, della leva sui nervi scoperti della rabbia, della paura, della diffidenza. Mi pare evidente come questa generazione di ragazze e ragazzi, che ha la fortuna di vivere in un mondo che offre possibilità comunicative mai viste e di cui sarebbe importante ribadire sempre più, anche in sede scolastica, non solo le insidie ma soprattutto le risorse, sconti una sovraesposizione alla quale solo la palestra del pensiero complesso, del conflitto critico, del percorso in profondità possa rendere abili e resistenti.

La centralità del docente

Da questo punto di vista la centralità del docente nel processo educativo torna ad assumere quella posizione di fulcro dalla quale più o meno surrettiziamente, in nome dello svecchiamento, dell’allineamento a presunti standard o di una generica chiamata al futuro, da qualche anno a questa parte sembra essere gradualmente estromesso. Certo, i docenti dovranno essere all’altezza del mandato che un tempo storico come questo richiede loro, proprio a partire dalla capacità di mettere in circolo la possibilità di accesso alla dimensione della complessità e della costruzione di uno sguardo critico che ogni processo educativo onesto porta con sé. Scegliere di farlo ovviamente non si ridurrà a un generico buon proposito senza gambe per diventare concretezza. Si tratterà di essere all’altezza di quella chiamata alla storicizzazione del sapere di un autore, di un’opera, nel proprio legittimo e fondato passato ma proprio perché dialoghi con il nostro presente, che è sempre mutevole, che non è quello di ieri, che non sarà quello di domani. Davvero oggi Dante, Galileo, Verga, hanno l’occasione di tornare a essere vivi tra i nostri banchi, per quello che possono dire al nostro tempo ma così come lo studio del pensiero, del diritto, delle domanda sulla natura, delle necessità delle logiche, dei grandi orizzonti svelati dalle lingue, fino a quanto possano dirci le stesse materie prettamente tecniche.  Che cosa sia in gioco mi pare abbastanza chiaro. Si diceva di una scuola dove oramai circolano solo ragazzi e ragazze nati negli anni Zero. Con loro che entrano nel mondo degli adulti se ne sta però oramai andando quella generazione che nel bene e nel male ha determinato il patrimonio culturale e politico fondativo della nostra società, a partire da principi dati a torto come oramai scontati: quello di democrazia, di cittadinanza, di Stato di diritto e di sussidiarietà. Oggi più che mai è a scuola che si gioca la partita del futuro di una società che sarà abitata o da persone libere e capaci di un pensiero critico o al contrario di masse indistinte pronte alla sequela del seminatore di stupidità di turno. Sta a noi, a partire da questa settimana.

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Lavoro in un CAS di Padova, ossia una delle strutture di prima accoglienza offerte a coloro che, una volta arrivati in Italia, fanno domanda di protezione internazionale. Il mio compito è quello di insegnare l'italiano e indirizzare verso il conseguimento di un titolo di studio riconosciuto, generalmente una certificazione linguistica o la licenza media. Ho in carico circa cinquanta persone: uomini, maggiorenni, provenienti dall'Africa subsahariana e dalle zone del Bangladesh e del Pakistan. Alcuni sono arrivati in cooperativa direttamente dallo sbarco, altri hanno trascorso prima parecchi mesi in centri più grandi e problematici come quelli di Cona e Bagnoli. Molti di loro sono già sposati e con figli a carico, parlano due lingue o più ma non necessariamente hanno anche un percorso di scolarizzazione alle spalle. Sono circa un terzo, infatti, gli analfabeti.

Per questi ultimi andrebbe fatto un discorso a parte perché costituiscono uno degli aspetti più problematici e irrisolti del fenomeno migratorio in atto. Basti pensare che nell'intera provincia di Padova non ci sono scuole pubbliche che contemplino nell'offerta formativa l'inserimento di adulti non alfabetizzati. L’onere della prima alfabetizzazione ricade così interamente sulla discrezionalità delle singole cooperative ospitanti che, non di rado, si disinteressano della questione o la affidano a volontari che improvvisano una didattica basata sul buon senso e sui pochi manuali esistenti. Ma anche quando si lavora col massimo della preparazione e della costanza, i risultati sono spesso estremamente lenti e limitati.

Vendetta o pace, ovvero della violenza (sui docenti, ma non solo)

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Un film

C’è un bellissimo film, In un mondo migliore, uscito nel 2010, per la regia di Susanne Bier. Il titolo danese, però, suona molto diverso: Hævnen, “vendetta”. La nostra traduzione sceglie di valorizzare l’aspetto consolatorio di un lieto fine che effettivamente c’è, rispetto a un titolo originale che  stende un velo d’ombra sullo scioglimento. Il tema del film, in effetti, è una riflessione sulla vendetta e il perdono, la violenza e il pacifismo, e il dubbio intorno alla priorità ontologica fra bene e male.

Hævnen è ambientato in una Danimarca linda, solo apparentemente serena, e in un’Africa polverosa e ferina: su tutti e due i continenti, una natura bellissima e leopardianamente indifferente. La storia dell’amicizia tra Christian e Elias è intrecciata a quella del padre del secondo, Anton, medico internazionale impegnato in missioni umanitarie. Elias è un adolescente educato e indifeso, vittima delle angherie dei compagni; lo stillicidio di piccole violenze che subisce, mai eclatanti, sfugge alle maglie troppo larghe della rete educativa: gli insegnanti psicologizzano – Elias ha difficoltà di relazione, il capo dei bulli è in fondo solo un ragazzo, Anton e la moglie stanno per separarsi e il figlio ne risente –; la preside si fa bastare una buona educazione di facciata tra gli studenti; Anton, che è un padre amorevole e autorevole, perde però progressivamente il contatto con il figlio. 

A scuola arriva Christian, che nota subito il ruolo di vittima designata di Elias e proprio per questo stringe con lui un forte legame d’amicizia. Anche Christian subisce un’aggressione, ma reagisce in modo ben diverso da Elias. In lui il recente lutto per la perdita della madre si è convertito in una profonda rabbia esistenziale e in una filosofia cinica: «se colpisci duro la prima volta, nessuno oserà più toccarti». Così difenderà Elias e vendicherà se stesso minacciando con un coltello il capo dei bulli, che da quel momento lascerà in pace i due ragazzi.

Il test PISA: una corsa globale all’educazione?

pisa caduta gravi Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Traduzione di Daniele Lo Vetere

Questo articolo è uscito su Europhysicsnews. The magazine of the European Physical Society, n. 48, 4 2017. L’autore è un accademico norvegese con grande esperienza nel settore dell’educazione scientifica e con incarichi presso enti internazionali che si occupano di educazione. L’abbiamo tradotto per il nostro blog perché il suo interesse esula da quello specifico dell’insegnamento della scienza. È un prezioso contributo alla critica alle politiche internazionali dell’educazione basate su rilevazioni degli apprendimenti, classifiche, pressioni esplicite ed implicite alla riforma dei sistemi scolastici nazionali. Ringraziamo l’autore per averci concesso la pubblicazione.

Il programma PISA (Programme for International Student Assessment, Programma per la valutazione internazionale degli studenti) è stato introdotto dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel 2000 e da allora ha cambiato drasticamente in tutto il mondo sia i dibattiti sull’educazione che le politiche in quest’ambito. Benché scienziati ed educatori possano apprezzare la logica che sta dietro il quadro concettuale della valutazione PISA, dovrebbero anche comprendere il più ampio contesto sociale e ideologico di questo programma.

Il programma PISA deve essere inteso come fenomeno sociale e progetto politico, sostanzialmente uno strumento di potere profumatamente finanziato che ha costantemente accresciuto la propria influenza sul discorso e sulle politiche educative nelle 70 nazioni che attualmente vi partecipano. Il dibattito sull’educazione è diventato globale e la corsa a migliorare il piazzamento nelle classifiche PISA è diventato un’assoluta priorità in molti paesi.

 Mentre non si fornisce alcun feedback agli studenti, agli insegnanti, alle scuole, per i governi il test PISA rappresenta un’alta posta in gioco. Essi vengono messi sotto accusa per un punteggio basso e sono veloci nell’approfittare degli onori quando i risultati migliorano. Posizionamenti percepiti come cattivi spesso producono crisi o panico e i governi sono sollecitati a fare “qualcosa” per migliorare il loro punteggio. Ma il programma PISA, per come è concepito, non è in grado di dirci nulla sulle cause e gli effetti. Per migliorare i risultati nel test PISA vengono spesso attuate riforme scolastiche approssimative. I curricoli nazionali, i valori e le priorità culturali vengono messi da parte.

Molte delle riforme che vengono legittimate dal test PISA possono essere descritte come New Public management e politiche neoliberali. Le parole chiave in queste riforme sono la standardizzazione dei curricoli, più test, fiducia nella competizione, privatizzazione e libera scelta della scuola.