laletteraturaenoi

!-

diretto da Romano Luperini

-->
icomail twitter facebook
marcella

La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Poesia e didattica/1. Piccoli esperimenti per grandi problemi

 

1306414973Ag56UUCi occupiamo con due interventi della didattica della poesia. L’autore del primo articolo è Roberto Cescon, giovane professore friulano che lavora a molti progetti sulla diffusione della poesia tra i ragazzi. Seguirà un intervento di Giuliano Ladolfi, professore per vent’anni e preside in un liceo piemontese, fondatore della rivista «Atelier».

Cosa si può fare?

La poesia a scuola è un argomento difficile da maneggiare, poiché si presta a dire cose tanto sensate quanto superflue, con il rischio di non misurarsi con una realtà spesso distante dalle aspettative. Questo perché la poesia a scuola arranca, soprattutto per tre ragioni: innanzitutto la letteratura e la cultura di fatto non sono più esperienze estetiche primarie nella formazione dei ragazzi, in secondo luogo la forte seduzione dei new media muta i paradigmi della percezione (piacevole fa rima semplice, mettersi in gioco è noioso), infine è lo stesso modo di proporre la letteratura a scuola ad allontanarla dal sentire dei ragazzi.

Tuttavia, invece di lamentarci, cosa si può fare? La bella provocazione di Rondoni di rendere opzionale l'insegnamento della letteratura per riscoprire il suo essere un bene antropologico e nazionale fondamentale è fragile dal punto di vista operativo. D'altro canto, quando si va a discutere sull'impostazione gentiliana e diacronica dei programmi (ora indicazioni nazionali), ci si muove come elefanti in un negozio di cristalli: la letteratura e i testi aumentano, ma il tempo didattico rimane uguale; inoltre vengono richieste le competenze di cittadinanza e la costruzione del sapere basato sugli assi culturali, ma la prova dell'Esame di Stato resta identica. Si aggiunge, ma non si toglie, per non scontentare nessuno, né i pedagogisti né i disciplinaristi. Non si compiono cioè delle scelte, demandando tutto all'insegnante, che deve far entrare tutti gli argomenti in una valigia sempre più stretta.

Non insegno da molti anni. Col tempo ho imparato a avere meno timore di togliere e organizzare gli argomenti (moduli? Unità di apprendimento?), deviando dalla strada segnata, anche se continuo a restare fedele all'impianto concordato con il mio dipartimento, perché le novità in sé non siano fuochi di paglia e perché non è da trascurare la responsabilità di fornire agli studenti una formazione solida. Lo stesso Armellini diceva di procedere per tagli e campioni. D'altra parte, i miei studenti forse direbbero che sono comunque troppe le cose che facciamo...

Due aspetti: il tempo e le persone

Per non parlare a vuoto, ritengo che qualsiasi cambiamento debba però partire da due aspetti imprescindibili per chi fa questo mestiere. Innanzitutto bisogna sempre considerare i numeri: ogni anno nelle classi del triennio del Liceo ci sono 132 ore di insegnamento di italiano, alle quali vanno sottratte circa 30 ore di compiti e interrogazioni, 15 di scrittura e 10 che sono sempre "perse" (assemblee, conferenze, viaggio d'istruzione, varie ed eventuali). Rimangono circa 70 ore. Non sono così tante, rispetto alla mole di argomenti da infilare nella valigia. Bisogna partire dunque dalla domanda: cosa propongo in 70 ore ai miei studenti?

Il secondo aspetto da valutare è che "la guerra si fa con le armi che si hanno", ovvero ogni classe è un universo a sé stante. Ci sono gruppi più autonomi, altri che devono essere più guidati, classi con gravi difficoltà nella scrittura, altre in cui prima di ogni altro discorso occorre recuperare l'interesse per lo studio. Con il lavoro puoi agire e migliorare chi hai di fronte, ma spesso la condizione di partenza determina la prassi didattica di un anno scolastico. In genere gli studenti che vedo hanno in comune una debole padronanza del testo e del tessuto argomentativo che lo costituisce e tendono a non mettersi in ascolto del testo, atteggiamento che presuppone anche una certa fatica di analisi e rielaborazione.

Il problema della vastità dei programmi non è da trascurare, in quanto spesso si arriva a alle "due corone" del Novecento, Ungaretti, Montale e, per quanto riguarda la narrativa, a Svevo e Pirandello. Coloro che si spingono più in là sono mosche bianche. Così tutto il secondo Novecento appare come un magma indistinto di cui è complicato tirare le fila. Però c'è un problema: di fatto questi autori sono gli stessi che sono stati proposti a me nell'ultimo anno di Liceo e gli stessi che sono stati proposti alla generazione precedente alla mia, con la differenza che nel frattempo qualcosa è accaduto.

Dolente Pia: fra espiazione e rock

palco retroNel Purgatorio di Dante (e nostro)

Nella attuale scuola del caos (classi di 28 alunni che diventano 36 quando bisogna ospitare la classe di un collega assente, programmi ministeriali sempre più lunghi e ore di lezione sempre più esigue) l’insegnante ha il compito, sempre più oneroso, di motivare i ragazzi allo studio e stimolare il loro interesse verso testi che, con un giudizio sommario e superficiale, essi ritengono poco interessanti perché “superati”. Tale disinteresse si acuisce quando il testo cui accostarsi è il Purgatorio di Dante. Se infatti la lettura dell’Inferno li affascina, raccontando eccessi e passioni suadenti per la loro giovane età, il Purgatorio con la sua carrellata di sofferenze costruttive costituisce un percorso impegnativo assai meno attrattivo per i giovani. Essi abituati a vivere nella società dell’hinc et nunc non apprezzano il lungo pellegrinaggio di Dante in cerca, come le anime che incontra, di purificazione e di crescita spirituale.

Sull’utilità dell’applicazione delle nuove tecnologie alla didattica della letteratura

img articolo2E' innegabile che le nuove tecnologie rappresentino un’evoluzione nei processi di scrittura, archiviazione, informazione e comunicazione. Un adulto minimamente colto che le demonizzasse tout court risulterebbe ridicolo, come sarebbe ridicolo chiunque rimpiangesse l’inchiostro e il calamaio negando la praticità della biro. Tanto più se insegnante. Scrivere un testo, preparare un compito in classe o una mappa concettuale, formulare una programmazione o un progetto, inviare o chiedere informazioni, materiali o documenti e-mail, osservare e mostrare immagini e video: questi sono solo alcuni esempi delle tante attività inerenti al nostro lavoro che le nuove tecnologie hanno reso più agevoli. Senza contare le potenzialità offerte da Internet: trovare rapidamente in rete prove d’esame, riferimenti bibliografici e sitografici, notizie, articoli, interventi e testi implica indubbiamente il risparmio di un tempo che può essere più proficuamente occupato.

E' innegabile che le nuove tecnologie debbano costituire un supporto anche nell’attività di apprendimento: già sufficientemente abile nel copiare le versioni o leggere i riassunti dei testi on line (così come noi copiavamo dagli Avia Pervia o studiavamo sui Bignami), ogni studente del terzo millennio deve imparare ad accedere criticamente a Internet, deve conoscere i principali motori di ricerca, deve saper maneggiare i più efficaci sistemi applicativi, deve saper individuare e costruire una sitografia attendibile. E su questi aspetti della questione l’attenzione di docenti di tutte le discipline deve essere sempre vigile e costante. Ciononostante, non solo ritengo inutile servirmi di un portatile e di uno schermo o di una lavagna interattiva durante le mie lezioni ma, piuttosto, e proprio perché inutile, potenzialmente dannoso.

La vita delle nuove generazioni, non a caso definite dei “nativi digitali”, è radicalmente pervasa dalle nuove tecnologie. Il computer è sempre acceso sulle loro scrivanie, così come il display dei loro telefonini, magari silenziosi ma mai spenti, lo schermo televisivo nelle cucine e nei salotti delle loro case: la comunicazione si moltiplica, a scapito dell’esperienza. A scuola, e solo a scuola, usano i libri. Se io sostituisco la pagina cartacea con lo schermo, se sostituisco la mia voce che recita i versi di Dante con quella di un attore famoso, se io proietto una poesia sul muro e chioso il testo con un pennarello colorato sulla lavagna interattiva invece che sul libro non ho potenziato le loro capacità cognitive, non ho agito positivamente sulle loro modalità di apprendimento, che, per quanto riguarda la lettura, restano necessariamente legate alla percezione lineare e sequenziale della visione alfabetica. E se ho scelto i nuovi strumenti didattici multimediali della case editrici più scaltramente all’avanguardia, che mescolano suoni, immagini e parole, magari con un po’ di interattività, in un sapere che sembra efficacemente sinestetico ma è solo confusivamente multitasking, ho fatto un’operazione di puro marketing didattico, rendendo il testo in apparenza più fruibile proprio perché assimilato al codice semiotico dell’immagine, attualmente dominante nell’immaginario dei cantori postmoderni della scuola 2.0.

Piccolo dizionario della didattica multimediale. L-Z

10387741-words-in-a-wordcloud-of-web-2-0-concept-of-internet-and-web-site-developmentLa didattica multimediale sta entrando nelle nostre classi a tappe forzate. Il suo impiego però non sempre è accompagnato da una seria riflessione critico-pedagogica. Crediamo che un piccolo dizionario della didattica multimediale possa essere l'inizio di una discussione che auspichiamo ampia, problematica e aperta. Oggi Claudia Carmina tratta le voci learning object, libro misto, libro interattivo, lim, nativi digitali, immigrati digitali, Opening Educational Resources, Podcast, Videocast, portfolio digitale, Portfolio digitale, social network, videoconferenza, web 2.0, wiki

Learning object

Si definisce così ogni risorsa didattica digitale e non digitale che possa supportare l’apprendimento con le nuove tecnologie. I Learning Object sono caratterizzati da quattro tratti distintivi: la granularità (perché sono strutturati come singoli granelli di conoscenza, che possono essere aggregati con altri Learning Object e inseriti in una catena di senso, e come pillole formative autonome, dotate di significato compiuto, che hanno una durata breve, commisurata alle capacità di attenzione dell’utente); la reperibilità (perché sono marcati dall’indicazione di alcune parole-chiave e ciò li rende facilmente indicizzabili e rintracciabili); la riusabilità (perché, in virtù della loro autonomia, possono essere utilizzati in vari contesti); l’interoperabilità (perché possono essere fruiti attraverso media diversi e inseriti in tutti gli ambienti di apprendimento che rispettino determinanti standard).

Libro misto

Un decreto ministeriale del 2009 impone che ogni libro di testo debba essere composto da una parte cartacea e da una espansione digitale. In risposta al decreto le case editrici scolastiche hanno elaborato differenti proposte. La Palumbo, ad esempio,  ha ideato il Webook, termine che condensa i vocaboli “web” e “book”: si tratta di un’espansione online del manuale cartaceo, destinata agli studenti, che contiene materiali multimediali e testuali, pensati per integrare e arricchire i contenuti del libro. In particolare tra i materiali presenti nel Webook vanno ricordati i podcast scaricabili sul computer o su dispositivo mobile; i testi on line (generalmente testi di approfondimento corredati da immagini che, tramite una rete di link, rimandano a siti in cui è possibile trovare ulteriori informazioni e spunti di riflessione); le risorse multimediali, come animazioni, gallerie fotografiche e raccolte di video; i contenuti per la lavagna interattiva, cioè tutti quei materiali che possono essere fruiti tramite le lavagne interattive elettroniche, come presentazioni multimediali, esercitazioni e test di autovalutazione.

Libro interattivo e suggerimenti didattici

È una versione digitale del libro cartaceo che offre la possibilità di effettuare una “navigazione” al suo interno, grazie a una efficace interfaccia grafica attraverso cui è possibile accedere a una serie di contenuti extra. Si parla più esattamente di libro ipermediale quando i contenuti extra sfruttano le funzionalità di diversi media (come accade nel caso di contributi audio, video, animazioni, ecc.). I libri interattivi e ipermediali replicano i contenuti del volume cartaceo aggiungendovi il plus dell’interattività, coniugando il modello di apprendimento tradizionale con quello basato sulle nuove tecnologie. Combinando linguaggi diversi, questi prodotti vanno incontro alle mutate esigenze e al gusto degli studenti, abituati a muoversi in contesti caratterizzati dall’interazione sinergica tra codici diversi. Il libro interattivo valorizza quindi la centralità dell’alunno e della classe all’interno dei processi formativi e costituisce uno strumento valido e importante per migliorare il lavoro didattico.

Lim

È un acronimo che sta per Lavagna Interattiva Multimediale. La LIM è una lavagna touch screen collegata ad un computer e ad un proiettore. La LIM da una parte conserva le funzionalità di una lavagna tradizionale, perché si presenta come una superficie interattiva su cui è possibile scrivere e disegnare con una penna elettronica, dall’altra sfrutta le nuove risorse del digitale e della multimedialità, proprie di un computer. La lavagna interattiva permette all’insegnante di coinvolgere la classe nella lezione in modo efficace, visualizzando in aula i testi e lavorando con gli studenti sui documenti proiettati, facendo interagire e dialogare media diversi, passando facilmente da un’applicazione all’altra, con la possibilità di collegarsi alla Rete.

Nativi digitali e immigrati digitali

Con questa espressione la maggior parte degli studiosi intende riferirsi alla generazione di coloro che sono nati a partire dal 2000, vale a dire dopo la diffusione di Internet (c’è però chi retrodata l’apparizione dei nativi digitali alla seconda metà degli anni Ottanta, in concomitanza con la diffusione del sistema operativo Windows). Il “nativo digitale” è abituato a vivere in un ambiente ad alto contenuto tecnologico e a muoversi con naturalezza in una società “multi-schermo”, dominata dalla televisione, dal computer, dal cellulare, dalla console di videogiochi, dagli innumerevoli schermi interattivi, che hanno plasmato le sua competenze, il suo immaginario, il suo approccio all’apprendimento e il suo modo di relazionarsi al mondo. Al contrario dei nativi digitali, gli “immigrati digitali” hanno conosciuto le tecnologie digitali solo in età adulta.

Piccolo dizionario della didattica multimediale. A-I

blog-postLa didattica multimediale sta entrando nelle nostre classi a tappe forzate. Il suo impiego però non sempre è accompagnato da una seria riflessione critico-pedagogica. Crediamo che un piccolo dizionario della didattica multimediale possa essere l'inizio di una discussione che auspichiamo ampia, problematica e aperta. Oggi Claudia Carmina inizia a trattare le voci blog, chat, classe virtuale, didattica 2.0, E-book, E-mail, forum, ipertesto, suggerendone al contempo degli impieghi didattici.

Blog

Il termine ‘blog’ indica uno spazio sul Web, generalmente gratuito, che l’utente può gestire in modo autonomo. Il blog è una sorta di diario elettronico, in cui è possibile scrivere, in presa diretta, le proprie riflessioni e pubblicare notizie, informazioni, narrazioni di ogni genere, aggiungendo anche immagini, video e link a siti di proprio interesse. Tutti i blog, al di là delle differenze di contenuto, sono accomunati da quattro caratteristiche distintive, proprie del genere diaristico: l’immediatezza, e quasi la simultaneità, di un’annotazione registrata currenti calamo, interponendo una distanza minima tra la durata oggettiva dell’accadere e la durata soggettiva del raccontare; la disposizione della materia in ordine cronologico con i contributi più recenti in alto nella pagina, che restituisce l’idea di una scrittura a cadenza rituale, talvolta anche quotidiana; la centralità del punto di vista soggettivo dell’autore; il rapporto di contiguità tra l’annotazione individuale e il contesto che la determina.

Benché esistano diverse tipologie di blog, la più diffusa replica il modello di un diario personale. A differenza del diario che tradizionalmente è una forma di scrittura privata, il blog ha però una destinazione pubblica ed è accessibile a tutti gli utenti del Web. Inoltre può aprirsi allo scambio e alla discussione: infatti i visitatori, di solito registrandosi, hanno la possibilità di pubblicare commenti su quanto leggono. A gestire la comunicazione è però sempre l’autore, che può passare al vaglio i commenti altrui, cancellando quelli che ritiene inutili o inappropriati. Nondimeno la presenza dei commenti inviati dai lettori trasforma il blog in un spazio dinamico, in evoluzione, distinguendolo così da un sito Web, i cui contenuti possono restare invariati anche per lungo tempo.

Rientrano nella categoria dei blog strutturati al modo di diari personali, con un’attenzione particolare per l’attualità, le pagine Internet compilate da alcuni famosi scrittori, giornalisti, intellettuali, politici, uomini di teatro, personalità del mondo dello sport e dello spettacolo, da Luca Sofri a Tommaso Pincio, da William Gibson a Beppe Grillo, da Dario Fo a Vasco Rossi. Accanto ai blog personali ci sono poi quelli collettivi, in cui gli articoli vengono pubblicati da una redazione (un blog collettivo che si occupa di letteratura è, ad esempio, Nazione indiana, fondato da un gruppo di intellettuali e scrittori, tra cui va ricordato almeno Antonio Moresco), e i social blog, i cui contributi possono essere pubblicati da tutti gli utenti registrati. Questi blog possono nascere dall’esigenza di condividere e sviluppare un progetto comune, per permettere ai partecipanti di scambiarsi idee e suggerimenti su un argomento preciso. È il caso di molti Edu-blog, ossia di blog dedicati alla didattica o usati nel lavoro in classe come strumenti didattici. Ad esempio, lo spazio online in cui state navigando adesso mette insieme le caratteristiche di un blog letterario, aperto alla discussione sull’attualità e coordinato da una redazione, di un Edu-blog, con una sezione dedicata alla riflessione sul mondo della scuola e un laboratorio riservato ai docenti per la sperimentazione di nuovi modelli didattici (accessibile dalla voce “Gruppi di lavoro”).

Suggerimenti per l’uso didattico del blog

Ci sono molti modi per utilizzare un blog a fini didattici. L’applicazione didattica più diffusa ed immediata è rappresentata dal “blog di classe”, cui partecipa tutto il gruppo della classe sotto la guida dell’insegnante. Di solito esso è strutturato sotto forma di un “diario di bordo”, in cui registrare le attività svolte dalla classe, oppure è centrato su un argomento preciso. Ovviamente l’argomento può variare a seconda degli interessi e del percorso formativo della classe: nell’ambito della letteratura italiana, si potrebbe pensare ad un blog dedicato ad un tema (come il tema del labirinto nella letteratura e nell’arte), ad un genere (ad esempio la memorialistica di guerra, inserendo nello spazio online testi letterati, da Levi a Rigoni Stern, e documenti non letterari, quali foto, testimonianze, reportage, lettere, interviste a sopravvissuti, filmati, canzoni, ecc.), ad un innovativo percorso di ricerca (come un’indagine sulla letteratura italiana degli ultimi anni, una ricognizione dei blog personali degli scrittori affermati, un’analisi del rapporto tra scrittura creativa e nuove tecnologie, ecc.). L’uso del blog infatti permette di accogliere in un’unica piattaforma una molteplicità di documenti di formati diversi (testi, immagini, video, ecc.) e facilita lo scambio tra utenti che condividono gli stessi interessi, favorendo così l’esperienza di gemellaggio tra le classi che, in Italia o all’estero, si occupano delle stesse questioni. Partecipare ad un blog può rappresentare per lo studente un valido strumento per sviluppare le capacità di scrittura e lo spirito critico: infatti la possibilità di intervenire nella discussione con i commenti favorisce i processi di meta-apprendimento.

Scuola ed editoria. Una proposta

libriDa tempo la Scuola continua ad essere terreno di scontro e di confronto di politiche di diverso orientamento, ispirate nella massima parte a ricerca di consenso e prive di una visione dei problemi organica e di lungo periodo. Negli anni la Scuola ha svilito nella considerazione generale la sua funzione di principale istituzione educativa e nuove agenzie formative hanno preso il sopravvento, alimentate da una fideistica capacità di surroga attribuita alla “rete”.

Le principali novità legislative introdotte in materia sono riconducibili ai c.d. “Decreti Gelmini” e, successivamente, alle modifiche apportate agli stessi con “Agenda Digitale”. I primi provvedimenti, consistenti fondamentalmente nel blocco delle edizioni e delle adozioni finalizzato a tutelare i bilanci familiari attraverso il ricorso all’usato, hanno finito per cristallizzare il mercato, favorendo la conservazione e penalizzando l’innovazione. Sul piano degli auspicati effetti pratici, poi, le contestuali modifiche degli ordinamenti e la obbligatoria trasformazione degli strumenti, hanno di fatto vanificato i benefici attesi, costringendo genitori e ragazzi all’acquisto di libri del tutto nuovi o rinnovati. I provvedimenti successivi, invece, pur da tutti ampiamente condivisi nell’ottica di un necessario ulteriore adeguamento degli strumenti e della didattica agli ineludibili progressi tecnologici in corso, sono stati caratterizzati da un preoccupante dirigismo pedagogico che non ha tenuto conto della reale condizione del Paese, sotto il profilo della mancanza di infrastrutture e del necessario aggiornamento dei docenti.

Dalle Associazioni dei Genitori emerge poi una profonda e diffusa preoccupazione verso questa accelerazione digitale impressa alla didattica, sia con riguardo ai risultati attesi, ma soprattutto in termini di risparmi auspicati. E’ da ritenere che qualsiasi politica che abbia sinceramente a cuore la Scuola, non possa mai prescindere, soprattutto in momenti di difficoltà, dall’onorare il fondamentale patto generazionale che ci lega a chi verrà dopo di noi.

Letteratura europea e cittadinanza umana. Intervista a Roberto Antonelli a cura di Lucia Olini

 busstopNell’attuale difficile scenario la letteratura può contribuire alla formazione di una cittadinanza europea sul piano culturale e politico, in concorrenza con l’Europa delle banche e dei mercati?

Può certamente contribuire a formare una comune coscienza di radici culturali e quindi di cittadinanza, al momento soprattutto in funzione integrativa: per chiarire cioè che non ha senso un’Europa esclusivamente finanziaria e che la stessa Europa dei mercati può avere in prospettiva un senso soltanto se è basata su alcuni comuni pilastri ideali. In prospettiva, pensando cioè alla formazione dei giovani europei, di coloro che sono appena nati o sono bambini, un compito del genere può essere svolto esclusivamente da ciò che nel corso dei secoli si è definito come “cultura umanistica” e per una parte notevole dalla letteratura, per quanto la letteratura può offrire sia sul piano dei significati che su quello critico, come sistema comunicativo complesso, forse il più complesso esistente e quindi il più formativo per abituare i giovani a capire e interpretare un testo, giornali e film o TV compresi. Ma non solo: nel sistema formativo, e di conseguenza sul piano della coscienza culturale di un paese o di un sistema di paesi è estremamente pericoloso che tutto venga misurato soltanto sulla crescita del PIL o sul successo immediato, senza più chiedersi quali siano le grandi problematiche dell’esistenza umana: recentemente negli USA è uscito un vecchio articoletto del giovane Obama in cui questi si poneva appunto questi problemi, valutando la funzione positiva di uno scrittore come T. S. Eliot che pure gli appariva, e giustamente, come reazionario ed estraneo ai valori liberali. Per questo appare, non solo a me e non solo agli umanisti, del tutto miope l’attacco che viene portato alla formazione umanistica anche nell’Unione Europea (si pensi al tagli dei finanziamenti per la ricerca e l’istruzione, ad esempio), scimmiottando gli aspetti più miopi e retrivi del modello anglosassone.

Sillabario. Per un manifesto sulla Scuola Bene Comune (versione 1.0)

 

280 19 1401911 0Presentazione

Con il Sillabario TQ dice la sua sulla scuola: ciò che la scuola è nel presente, nel bene e nel male, e ciò che vuole essere, centro di elaborazione di idee per il futuro; è implicito riconoscimento di bisogni, ma anche proposta di un rinnovamento la cui urgenza emerge in modo drammatico nell'Italia di oggi. Non si presenta come un testo chiuso: è piuttosto un insieme eterogeneo di contributi che si sono stratificati nel corso di più di un anno di discussione e di rielaborazione condivisa profondamente fra i membri di TQ, tutti legati in modo diretto o indiretto al mondo dell'educazione. Ne è scaturito un documento aperto e politico: aperto, perché concepito per essere ampliato ed aggiornato nell'ambito di un confronto con altri esponenti del mondo della scuola e della cultura; politico perché la scuola è bene di tutti, e a tutti è rivolto, quelli che a scuola vanno ad imparare e quelli che vanno ad insegnare -o vorrebbero farlo.

Le voci del Sillabario spaziano da “Autonomia” a“TFA”, affrontando temi quali l'educazione al pensiero critico, la costruzione di una relazione educativa lontana da dogmatismi e schemi autoritari, il percorso formativo degli insegnanti, costellato da quiz e corsi di dubbia efficacia. Ne emerge un ritratto della scuola che si vorrebbe: aperta al confronto e alla comprensione non omologante della diversità, in grado di comprendere l'evoluzione degli stili cognitivi, capace di educare cittadini che partecipino in modo propositivo alla vita sociale.

Nella consapevolezza che l'analisi di una struttura così complessa e magmatica come la scuola non sia esauribile nelle voci proposte, che il continuo aggiornamento della normativa può rendere alcune parti del Sillabario obsolete, e, infine, che la pluralità dei soggetti che lo hanno elaborato possa non rappresentare tutte le voci della scuola, TQ chiede ai lettori di intervenire attivamente contribuendo alla stesura del (futuro) Sillabario 2.0.

Lidia Massari Generazione TQ