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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Insegnare la letteratura oggi/1. Intervista a Romano Luperini

07 cavi in acciaio inox 640 x 480A cura di Emanuela Annaloro

E. A. : il titolo della locandina dell'incontro che si terrà a Milano il prossimo 14 marzo recita Insegnare la letteratura oggi. Vorrei segmentare questo titolo in tre parti e chiederti:

  1. l'insegnamento della letteratura nelle nostre scuole su cosa poggia? Su di un nucleo condiviso di contenuti e di valori negoziati dal canone della nostra tradizione? Sulle forme di un immaginario condiviso? Sulla ricerca di significati che lo studio letterario sa alimentare? O molto più prosaicamente su abitudini e rituali burocraticamente scanditi?

  1. Per precisare il senso della prima domanda, forse può essere utile introdurne una seconda. A cosa serve la letteratura? Quale può essere la sua funzione oggi?

  1. Oggi la scuola è sottoposta ad una egemonia culturale performativa, valutativa, economicista. In essa i valori umanistici mediati dalla letteratura appaiono sempre più marginali e residuali. Tale egemonia è talmente forte che anche dal basso, presso gli studenti, vengono a mancare i principi basilari di legittimazione dell'azione di un docente di lettere. L'insegnante di letteratura italiana non mostra come si fa un mestiere, non spiega nulla di utile, parla di un mondo che non c'è più (o non c'è ancora); che senso ha il suo lavoro oggi?

R. L: Un tempo l’insegnante di lettere in un liceo aveva un compito e uno statuto precisi: doveva raccontare una grande narrazione mitica centrata sul nesso fra la tradizione letteraria e umanistica, l’identità nazionale e la storia del nostro paese. Questo compito e questo statuto davano all’insegnante di letteratura un ruolo privilegiato nella formazione della classe dirigente. Oggi siamo senza narrazione e senza identità, e la letteratura non è più utilizzabile a fini identitari nazionali. Inoltre l’insegnamento, sottratto a tale dimensione, è diventato succube di quella egemonia culturale performativa, valutativa, economicista e, aggiungerei, burocratizzante di cui parla la domanda n. 3. La letteratura è diventata un insieme di nozioni neutrali e di competenze oggettive da impartire dall’alto senza più un rapporto ricco né con la storia della comunità nazionale né, e questo è ancora peggio, con l’immaginario degli studenti.

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Per chi suona la campana?

superimagem-megacurioso-392009683002058878 megaIl 19 Marzo a Napoli presso la Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica (BRAU), Piazza Bellini, 59-60 (ore 9.30-13.00), il gruppo di ricerca interdisciplinare “A piene mani. Dono e beni comuni” (http://www.benicomuni.unina.it/) organizza un seminario pubblico sul tema “Università delle conoscenze / Università della valutazione”. Parteciperanno: A. Arienzo, R. Ciccarelli, A. Dal Lago, T. Drago, A. Ferretti, A. Pezzella. Presiederà Ugo M. Olivieri. Segue l'appello a firma di Alesandro Arienzo, Tiziana Drago, Ugo M. Olivieri.

L'espansione del capitalismo cognitivo

Ogni mattina nelle scuole della Repubblica suona la campana d'ingresso per migliaia di studenti di ogni età e classe sociale.

Da tempo, nel nostro Paese, la campana a morto suona per la cultura umanistica.

Cosa può unificare due esperienze così diverse, l'una reale, quotidiana, dotata della forza dell'abitudine e l'altra metaforica, ideologica, dominante, in assenza (o in occultamento) di punti di vista differenti?

Le unificano personaggi come Andrea Ichino. Strano potere dato ad alcuni individui e a un pensiero forte di pochi pensieri, ben testardi e indimostrati, nonostante il tentativo di dare a questi assunti una patina di concretezza economica e di scientificità. Sì perché è il pensiero di Ichino sull'istruzione pubblica a mettere insieme questi due momenti. L'idea, cioè, che il Nostro ha dell'istruzione pubblica e della necessità di cancellarla nella sua architettura pubblica ed egualitaria. Il disegno è, in fondo, di voler interrompere quella consuetudine mattutina in nome del tramonto di un'ideologia umanitaria e umanistica: se la cultura è una merce come le altre, va trattata secondo i parametri di redditività, rapporto costi/benefici, spese impiegate nella produzione che una qualsiasi merce deve mostrare e possedere per essere prodotta e venduta.

Questo dato il Manifesto per la difesa della cultura umanistica, stilato da Alberto Asor Rosa, Roberto Esposito, Ernesto Galli Della Loggia, lo coglie, seppur nella forma più tradizionale dello scontro tra due culture e nella rivendicazione di una specificità italiana nella difesa della cultura umanistica a noi connaturata. Il nesso merce-saperi, stigmatizzato nel Manifesto, appare come l'estensione del rapporto di dominio del capitale anche agli aspetti sociali della vita umana e quindi come necessità del capitalismo cognitivo di appropriarsi del tempo di studio, di lavoro, di ricerca e di trasformarlo in merce, in prodotti, in dati misurabili, quantificabili o valutabili, in elementi di scambio commerciale o di auto-imprenditorialità.

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Insegnare la letteratura oggi. Tavola rotonda

La società e la scuola stanno cambiando rapidamente; e altrettanto rapidamente sta cambiando l’immaginario dei nostri studenti, il loro modo di vedere il mondo, di studiare le discipline umanistiche, di considerare la letteratura. Ma l’unico aggiornamento di cui si parla, nei documenti ministeriali, sembra riguardare i processi di burocratizzazione dell’insegnamento o la sua riduzione in termini elettronici. Di rinnovamento della didattica della letteratura e di nuovi contenuti disciplinari si parla assai meno, se si eccettuano i tentativi fatti in questo senso da alcune associazioni degli insegnanti e in particolare dall’ADI-Scuola. 


È diventato dunque urgente riprendere e rilanciare il dibattito sull’insegnamento della letteratura. A questo scopo, come prima tappa di una necessaria discussione, è stata organizzata a Milano, il 14 marzo, una tavola rotonda a cui partecipano una insegnante di liceo, che è anche vicepresidente dell’ADIScuola, e quattro docenti universitari che nell’ultimo trentennio si sono più volte occupati di didattica della letteratura e sono autori di antologie e storie della letteratura che hanno avuto una importanza decisiva nella evoluzione del suo insegnamento.

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Quattro punti di vista sulla dispersione scolastica

 

2664299 10Punto di vista n.1: a che cosa serve il mio lavoro?

Insegno in una scuola professionale e tecnica di Palermo dove i ragazzi arrivano carichi di rabbia e spaesamento, costretti a scuola dall'obbligo scolastico. Le mie classi non coincidono mai con l'elenco ufficiale fornito dall'ufficio alunni. Ne ho in elenco alcuni, quasi una decina, che non ho mai visto. Si vede che da qualche parte li hanno iscritti d'ufficio. Fin da settembre chiamiamo le famiglie e, se queste si negano, la scuola li segnala ai servizi competenti. Intanto quei nomi restano lì, poco più che spettri che appaiano e dispaiono seguendo la ciclicità dei controlli. Io non li conosco. Il mio lavoro non li tocca.

Altri ragazzi arrivano e subito dichiarano che nulla intendono fare, che a scuola li hanno costretti a venire. Attendono che si apra a febbraio il corso di formazione che loro desiderano frequentare, di programmatore, di pizzaiolo, di estetista. In effetti dopo un po' vanno via. Ma non si sa bene che ne è di loro. Il sistema della formazione professionale non fornisce, a differenza della scuola pubblica, un'anagrafe degli studenti. Manca un'anagrafe regionale della popolazione studentesca siciliana. Mi chiedo il perché, anche se questo non è il mio lavoro.

Con 35 nomi e 20 persone il mio lavoro continua per il resto dell'anno, chiedo loro molto, perché molto devo ancora ottenere. Gramsci sui professionali mi ha insegnato che non tutto quello che è complesso deve essere semplificato. Che un eccesso di semplificazione coincide con una banalizzazione degli insegnamenti. E di insegnamenti banali (sarà banale dirlo) i miei ragazzi non hanno bisogno. Quindi sono esigente, creo una distanza tra me e loro e li invito a percorrerla tutta con determinazione. L'invito non è mai formale: so che anche se sbagliano congiuntivi ed espressioni possono farcela, che possono dare molto a loro stessi e a noi tutti, che possono avere più opportunità dei loro genitori. E questo lo so non perché abbia letto De Amicis; lo so per averlo visto, il mio lavoro, diventare mestiere e dignità sociale.

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Blaise Pascal e l'umanità resiliente / Letteratura e bisogni speciali 5

 

Blaise PascalPascal e la malattia

Blaise Pascal (1623-1662) ha soltanto 39 anni quando si spegne a Port Royal; scienziato, filosofo, uomo di fede, giansenista, inventore della calcolatrice e anche del trasporto pubblico fu una personalità profondamente umana, travagliata da contraddizioni e logorato dalla malattia. A distanza di 350 anni sentiamo ancora il suo grido di dolore, la sua umanità ferita, la sua ricerca della verità nella lotta quotidiana contro la malattia e la morte. Senza togliere nulla al genio filosofico e scientifico di Cartesio non v'è dubbio che la figura di Pascal ci appare più prossima, per le sue debolezze e la ricerca permanente del senso della vita.

Durante le fasi acute della sua malattia Pascal scriverà su dei frammenti di carta quello che diventeranno dopo la sua morte I Pensieri; frammenti di un dialogo con se stesso e con Dio che c'interpella ancora oggi per la sua intensità. Pascal rimane nel panorama filosofico una figura unica e toccante, di fede e di scienza. Si sentiva prossimo all'umanità, incontrava poveri e sofferenti. Con la fede sfiorava l'infinito e intraprendeva una ricerca incessante e disperatamente irraggiungibile dell'assoluto. Nella figura di Cristo, letta attraverso la dottrina giansenista, vedeva la sintesi dell'infinito e del finito, s'identificava con le sofferenze di Gesù, con il suo corpo ferito e questo gli permetteva di lottare contro la malattia, anzi di accompagnarla e considerarla come una compagna di viaggio capace di fargli toccare la verità. All'età di 18 anni, durante una prima crisi che lo colpisce duramente (provocando una forma di paralisi) scrive una Preghiera per chiedere a Dio il buon uso delle malattie dove lo ringrazia per avere potuto tramite la sofferenza andare in fondo all'essenza stessa dell'infinito e avere in questo modo trovato una nuova forza in essa. La preghiera del giovane Blaise Pascal è insieme intensa e straziante, si sente l'uomo che prova dolore:

fate Signore che sappia come sono ridotto conformarmi alla vostra volontà: malato come sono, vi glorifico con le mie sofferenze. Senza di esse non potrei raggiungere la gloria; anche voi, mio Salvatore, ci siete arrivato così. E' dai segni delle vostre sofferenze che siete stato riconosciuto dai vostri discepoli. Riconoscetemi come vostro discepolo attraverso i mali che devo sopportare sia nel corpo che nello spirito a causa delle mie offese.(...) Entrate nel mio cuore e nella mia anima, per condividere il mio dolore.

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Riflettere sull'inclusione

BES Palermo 300114 copiaGrazie a Maria Montessori, Ovide Decroly, Lev Vygotskij sappiamo che l'esperienza metodologica acquisita con gli alunni disabili può diventare didattica e pedagogia per tutti. Da ricerche recenti sappiamo pure che vi sono diverse criticità, storture e disfunzioni nel nostro sistema d'integrazione scolastico, al punto che, a partire dalla normativa sui DSA e BES, si prospettano cambiamenti radicali nel paradigma inclusivo del nostro paese.

Intanto, mentre la comunità scientifica dibatte sui presupposti e sui possibili esiti di tale prospettiva, dove volge lo sguardo degli insegnanti? Verso le potenzialità, la resilienza degli alunni o verso le loro disfunzioni e problematiche? A scuola è ancora vivo lo sguardo della pedagogia, o siamo già entrati in un'epoca iatrogena a dominante tecnico-clinica dove tutti gli alunni possono essere uguali non perché diversi ma perché, in qualche misura, ammalati?

Se interrogarsi e riflettere sulle forme e sulle vie dell'inclusione scolastica è divenuto compito urgente, in primo luogo tale compito ricade sugli insegnanti, sulla loro responsabilità di aprire la scuola a tutti.

 

Riflettere sull'inclusione

incontro di studio

Giovedì 30 gennaio 2014, ore 17.00 - Centro Studi Giovan Battista Palumbo (via Ricasoli, 59 - Palermo)

 

Programma

Raffaele Iosa Direttore didattico, ispettore scolastico, cooperatore internazionale

Sguardo iatrogeno e sguardo pedagogico. I BES, l'autonomia e il ruolo degli insegnanti

Alain Goussot Università degli studi di Bologna

La resilienza, strada maestra dell'inclusione

 

Seguirà un dibattito. Coordina i lavori Emanuela Annaloro, redattrice del blog laletteraturaenoi.it

l’incontro verrà trasmesso in modalità streaming da www.laletteraturaenoi.it

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Riflettere sul digitale - Forum

digitale Palermo 230114 BIl digitale viene presentato all’opinione pubblica come il grimaldello che potrà spalancare le porte di un grande cambiamento nella scuola.

Ma a quali scelte implicite obbedisce chi cerca di dare una veste elettrica alle situazioni di apprendimento? E tale veste è davvero la migliore che possiamo indossare? Quali sono le potenzialità non digitali della scuola? E quali quelle realmente tangibili offerte dalla tecnologia digitale?

L’agenda digitale è in divenire, ma se sul digitale non è ancora tempo di verifiche, nella scuola è allora tempo di cautele. Compito degli insegnanti è ancora una volta quello di mediare tra passato e presente, fra tradizione e innovazione, fra mondo degli adulti e mondo giovanile. Compito indispensabile degli insegnanti oggi è riflettere sul digitale. 

Presso il Centro Studi Giovan Battista Palumbo

Giovedì 23 gennaio 2014, ore 17.00 

Si terrà l'incontro di studio  Riflettere sul digitale

Interverranno

Roberto Casati Centre National de la Recherche Scientifique (cnrs) all’Institut Nicod, école Normale Supérieure di Parigi

Riflettere sul digitale

Giuseppe Chiazzese Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR, Unità Operativa di Palermo

Le tecnologie didattiche. Un approccio critico

Seguirà un dibattito

Coordina i lavori Emanuela Annaloro.

L’incontro verrà trasmesso in modalità streaming da www.laletteraturaenoi.it.

E' possibile inviare domande e interventi utilizzando lo spazio dei commenti sottostante. Il professor Casati ed il prof. Chiazzese risponderanno alle domande poste nel corso delle loro relazioni. 

Gli interventi dei lettori sono pubblicati qui di seguito e sulla pagina facebook LN.

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La telecamera a scuola

201306051529110Un giorno uno studente mi chiese: «Prof, perché non ci fa un corso sul linguaggio del cinema?». «Perché non ne sono in grado», gli risposi. Ma l’estate seguente mi attrezzai. Lessi alcuni libri ed affittai decine di film, producendo una dispensa di una quarantina di pagine ed un dvd a corredo con una cinquantina di più o meno brevi sequenze filmate. Successivamente la dispensa si accrebbe e le sequenze filmate divennero più di duecentocinquanta.

La maggior parte dei ragazzi a cui, anno dopo anno, il corso fu sottoposto manifestò un certo interesse. Ma l’entusiasmo aumentò considerevolmente quando, ad un certo punto, per la prima volta misi in mano agli studenti la telecamera: dopo un apprendistato basato su alcuni esercizi di «grammatica filmica», chiesi loro di realizzare un prodotto che tenesse conto di tutte le competenze acquisite, un cinegiornale d’istituto a cadenza bimestrale.

Per non perdere a mia volta slancio, feci sì che negli anni successivi le classi realizzassero un prodotto via via diverso, naturalmente tenendo conto del programma curricolare svolto o in fase di svolgimento: campagne di «pubblicità progresso» (che, insieme agli spot televisivi, prevedevano anche poster di 6x3 m, manifesti e comunicati radio); «interviste impossibili», in costume, di grandi personaggi della storia o della letteratura, traendo spunto dall’omonima e fortunata trasmissione radiofonica degli anni Settanta; pubblicità di tipo “Carosello”, con scenetta di circa due minuti e mezzo e codino pubblicitario di trenta secondi.

Ma il lavoro più faticoso ed ambizioso, durato circa due anni (dal novembre del terzo anno all’ottobre del quinto), è stato il parziale adattamento dell’Inferno dantesco, lungometraggio di circa trentadue minuti: oltre venti ore di girato, uso di sei telecamere, location disparate (campagna, mare, montagna, interni), costumi autoprodotti. Il tutto cercando di non danneggiare in alcun modo le attività curricolari, e dunque operando soltanto durante le domeniche, le feste, le vacanze estive, con l’indispensabile collaborazione di alcuni genitori.

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