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diretto da Romano Luperini

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La scuola e noi

È lo spazio di lavoro ed intervento degli insegnanti. In questo spazio i docenti si confrontano e riflettono sull'insegnamento della letteratura sia in termini didattici che teorici ed elaborano riflessioni, critiche e proposte sulla scuola italiana. 

Il primo collegio di settembre

image Oggi LN riprende le proprie pubblicazioni. Buon anno di lavoro a tutti e tutte.

Il collegio (e la crisi)

Il primo collegio di settembre. Qualcuno leggerà queste righe che già ci sarà stato, altri forse le leggeranno proprio durante, magari seduti nell’ultima fila (che se no stai a vedere mi tocca il tutoraggio dell’alternanza). Chi incontrerà facce che vede da anni, molti si ritroveranno soli, tra colleghi nuovi, in una scuola che già per trovarla è stata una mezza impresa. Tanti nemmeno potranno farlo il primo collegio, per lungaggini dell’ufficio scolastico, una convocazione che slitta e una supplenza che speriamo arrivi presto. A differenza delle altre riunioni durante l’anno, al primo collegio quasi tutti arriveremo puntuali, non pochi in anticipo, perché in fondo il gusto di rincontrarsi («come è andata in vacanza», «come andrà quest’anno», «di che morte moriremo») è vissuto comune. Anche io, pur essendo già tornato a scuola per gli esami di recupero, ho iniziato in questi giorni ad aspettare il primo collegio, a scrivere qualche messaggio a qualche collega. A dire il vero meno degli anni passati: come tutti ero preso da altro, chino con il naso sul telefono a scorrere aggiornamenti sulla crisi politica di questo agosto 2019. Alla fine, proprio la concomitanza in testa degli eventi politici a tutti noti e di quella parola così vecchia e ingessata, collegio, ha fatto nascere qualche pensiero che vorrei condividere.

Luoghi della collettività

Senza stare a scomodare troppo le etimologie, dentro la parola collegio c’è scritto un qualcosa che si fa insieme. Se c’è un’evidenza che questa crisi politica ha mostrato, è stata senz’altro l’assoluta prevalenza del protagonismo/narcisismo dei singoli leader nello sviluppo degli eventi. Nei giorni in cui questo dato si imponeva a botte di dichiarazioni sempre più eclatanti, a un certo punto mi sono ritrovato a pensare come a scuola, luogo del collegio, luogo del fare insieme, non potrebbe (dovrebbe) mai funzionare così. Perché la scuola è per natura il luogo della collettività continua, il luogo dove, oltre il collegio, l’ora precedente di un collega legittima e giustifica l’ora del collega successivo, il luogo dove la responsabilità non può che essere condivisa, specie quando va male, perché condiviso è il processo educativo e dove, per fugare una possibile obiezione, anche il dirigente dovrebbe essere garante primo di tale processo. Se i segni maggiori dei tempi, in primis quelli politici, ribadivano nei giorni della crisi e per l’ennesima volta il definitivo prevaricare dell’istanza (spesso del tiramento) del singolo e della propria autonarrazione nevrotica, il collegio, come luogo del fare insieme, rappresentava ai miei occhi un anacronismo simbolico senz’altro da interrogare. Per dirmi cosa? Per dirmi che se i luoghi della collettività (e la politica e la scuola sono per eccellenza luoghi della collettività) prescindono dalla natura stessa che li legittima, i risultati non possono che essere infausti.

Federalismo e autonomia rinforzata: i rischi senza paracadute di una secessione dai valori della Repubblica

fotolia italia puzzleR400 4ott10 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Sono passate per tanto tempo pressoché inosservate, specie nel mondo della scuola, le possibili conseguenze sul sistema nazionale dell’istruzione dell’iniziativa delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, volta al conseguimento di una maggiore autonomia (autonomia rinforzata) ai sensi del terzo comma dell'art.116 della Costituzione, cosi come riformato dalla L.3 del 2001.

Non è possibile affrontare il tema, o comprendere fino in fondo il significato eversivo di questo processo di "secessione", senza fare un passo indietro.

Il nostro paese ha costruito nel dopoguerra la sua unità attraverso la progressiva costruzione di una rete di servizi pubblici che dessero concretezza ai diritti di cittadinanza enunciati e garantiti dalla Costituzione, tra i quali prioritari il diritto all'istruzione e alla salute. Questa costruzione è avvenuta attraverso ingenti investimenti pubblici e ha avuto naturalmente le sue problematicità: da un lato l'aumento di spesa pubblica che si è tradotto nel grave deficit per il bilancio statale che oggi ci troviamo a pagare; dall'altro le diverse velocità e le diverse situazioni di partenza delle zone del paese, che hanno fatto sì che, laddove le pubbliche amministrazioni apparissero più deboli o permeabili a fenomeni di illegalità e clientelismo, le reti civili più deboli e le condizioni culturali ed economiche più arretrate, connotate da alti tassi di disoccupazione e scarsi di alfabetizzazione, l'investimento non desse esiti di efficienza e di efficacia tali da riuscire a rispondere ai bisogni delle popolazioni.

Dal 1992, dopo Tangentopoli, e con il costituirsi di politiche europee centrate sulla globalizzazione di mercati e risorse, è poi iniziata una generale revisione della spesa pubblica che si è tradotta nel nuovo secolo in una politica di efficientamento e riorganizzazione a cui non è sfuggito nessun settore, dalla sanità alla scuola. Ridurre gli sprechi e rendere più efficienti i servizi, anche attraverso processi di responsabilizzazione dei territori, attraverso forme di autonomia e decentramento, attraverso modelli più stringenti di controllo e monitoraggio della spesa: questo il senso complessivo che veniva enunciato dalle forze politiche di governo (per la verità, di vari governi) e assegnato alle diverse azioni avviate. L'accrescimento del ruolo degli enti decentrati, avvenuto con la riforma costituzionale del 2001, si è accompagnato a nuove modalità di allocazione delle risorse dal centro alle periferie, a volte ai servizi stessi (come accade, per la scuola, con l'autonomia scolastica).

Volevo fare l'insegnante

 

picasso1.jpg  Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Aurea mediocritas

Chiedo l’aiuto di Walter Siti, per parlare un poco di me.

Mi chiamo Luisa Mirone, come tutti gli insegnanti. Campionessa di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Come ogni insegnante, indosso già la maglietta con su scritto Original mentre scrivo questo pezzo dedicato al mio mestiere, e sorrido della contraddizione, perché so che attingerò al più vieto repertorio dell’insegnante-medio; e non me ne vergogno. Non voglio essere originale, voglio essere come tutti, come tutti gli insegnanti che volevano fare questo mestiere.

Io – in verità – non lo volevo fare; e anche questo come molti, se non come tutti. Ma poi mi ci sono trovata e adesso non saprei pensarmi diversamente. Quello che so, quello che studio, quello che mi piace, che mi capita o che mi impongo di leggere, di ascoltare, di vedere, mi pare che acquisti un senso reale, pieno, compiuto (latinamente perfectum) solo quando entro in aula e ne parlo ai miei allievi, e i miei allievi mi rispondono, e poi mi chiedono. Non pensavo che fosse così, insegnare, quando l’insegnante non la volevo fare. E invece è così; sarebbe così, se solo me lo lasciassero fare. Ma evidentemente sarebbe troppo paradiso.

Basta (oggi) la Scuola?

 

Foto articolo Contu Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

A Recanati

Giovedì di marzo, accompagno insieme ad altri colleghi quattro seconde classi a Recanati. A inizio anno avevamo concordato in dipartimento un percorso tematico su Leopardi, c’eravamo detti di concluderlo con la visita alla biblioteca.

La giornata è splendida, c’è il sole, l’aria è chiara, anche i miei colleghi sono piacevoli, le lamentazioni dell’aula docenti mi paiono lontanissime. Scendiamo dall’autobus, poi via in fila indiana lungo le mura, «attraversate svelti», ecco l’arco, tutti a destra e giù verso la via. «Qui è dove cadono le noci a Silvia?» mi chiede Ceccagnoli, «bravo, però forza, tra cinque minuti inizia la visita guidata» rispondo, eppure sono contento come lui, sapessi quanto sono contento caro Ceccagnoli. La piazzetta ci accoglie, loro sciamano, io prendo i biglietti e li ritrovo a farsi selfie con il busto di Giacomo, finalmente siamo qui.

Ecco la rampa settecentesca di scale, le cucine, il panciotto di Monaldo e poi via, diritti per quelle stanze, le sue stanze ma da un po’ di tempo anche le nostre stanze, i libri proibiti e quelli noiosi, la bibbia poliglotta ma tutti ad affacciarsi alle finestre, a cercare Silvia e giù per la via, magari arrivasse, la ragazzina con i fiori in mano, alla faccia di Pascoli. Poi le teche, i «ma veramente è scritto a penna questo? Sembra stampato», «io me l’ero immaginato che quella era la scrittura di Ranieri». E ancora la guida che racconta del nubilato eterno di Paolina per troppa cultura «ma c’aveva i baffi, altro che cultura» ride Baldassarri, «l’ablativo assoluto a nove anni prof?» strabuzza gli occhi Tomassoni, appiccicata col naso alle prove nello studio di Monaldo. Le teste di tutti che girano per eccesso di vita, anche quando le scale già vanno a scendere, «riprendete i vostri zaini», ecco lo scappellotto dell’aria fresca e del sole in piazzetta, già sento di essermi intascato e messo nella dispensa dell’io diverse paia di occhi sgranati.

Nel pomeriggio incontriamo i ragazzi del liceo Giacomo Leopardi di Recanati con il loro professore (e amico) Gabriele Cingolani. Ci fanno da guide, ci portano per i luoghi leopardiani della città. Ragazze e ragazzi che raccontano vie palazzi e siepi a ragazzi e ragazze, «basterebbe guardarli» mi dico. Risaliamo sull’autobus, durante il viaggio di ritorno poggio il naso sul finestrino, come Tomassoni. «Ma veramente Leopardi e i loro sedici anni prof?», mi domando. «Basterebbe fare scuola» mi rispondo, «basterebbe fare scuola».

La letteratura per ragazzi: un parere autorevole

quentin blake matilda 3Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

Devi scendere tutte quelle scale

Se ti vuoi salvare,

una ad una,

avere paura…

e girare la chiave

anche se tremano i ginocchi

devi aprire capire guardare

mai chiudere gli occhi

davanti al male

A. Vecchini

 “E’ scandaloso il modo in cui i libri per ragazzi vengono virtualmente ignorati dalle riviste letterarie, dai supplementi culturali dei quotidiani, dai cosiddetti intellettuali. Il posto d’onore è riservato alle biografie, seguite dai romanzi d’amore e dalle poesie. I libri per ragazzi vengono menzionati solo di rado e di sfuggita. Eppure- attenzione prego!- eppure se una volta qualcuno di quegli scrittori e di quei critici cervelloni tentasse di cimentarsi nella storia dei libri per ragazzi- di un bel libro, capace di conquistare i bambini e di resistere al passare del tempo – andrebbe quasi certamente incontro a un fiasco clamoroso. Sono sicuro al cento per cento che è assai più difficile scrivere un bel libro per ragazzi, un libro che sopravviva allo scorrere degli anni e delle mode, piuttosto che un bel romanzo dotato delle stesse qualità. E lo sostengo per un motivo molto semplice. Quanti romanzi sono pubblicati ogni anno, e quanti di essi potrebbero essere letti con gusto ancora dopo un ventennio? Suppergiù una mezza dozzina. Ma quanti dei libri per ragazzi editi ogni anno potranno essere letti avidamente e con passione vent’anni dopo? Suppergiù uno. Si potrebbe obiettare che i grandi autori non hanno voluto perdere tempo a scrivere libri per ragazzi. Errore. La maggior parte di loro ci ha provato. Parecchi anni fa, l’editore newyorkese Crowell Collier ebbe un’idea a prima vista brillante: invitare tutti i maggiori scrittori di lingua inglese a scrivere, in cambio di un congruo compenso, un racconto per ragazzi. I racconti sarebbero stati riuniti in un volume, così, con poca fatica, la casa editrice Collier si sarebbe trovata proprietaria di un classico. Furono interpellati gli autori prescelti e, dato l’alto compenso e l’apparente esiguità del compito, non uno rifiutò. Si trattava di scrittori famosi, tenetelo bene in mente, tutti cosiddetti “giganti della letteratura” Non rivelerò i loro nomi, ma, statene certi, li conoscete tutti.

Riflessioni preliminari (2) L’educazione letteraria negli ultimi vent’anni: il primato dell'interpretazione

Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Pubblichiamo la seconda parte della prolusione al corso di Didattica della letteratura che il nostro direttore Romano Luperini sta tenendo in quest'anno accademico presso l'Università di Catania. Il video è di proprietà del Dipartimento di studi umanistici. La prima parte si può vedere qui

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Il famoso incontro tra il cervo e lo scarafaggio

metamorfosi kafka 2 Gli incontri bizzarri mi sono sempre piaciuti. Nelle mie lezioni ce li infilo spesso, non tanto per stupire o incuriosire i ragazzi, quanto perché confrontare delle storie implica leggerle con attenzione e mi piace pensare che questo sia un allenamento per guardare, poi, il resto del mondo. Quello tra il cervo di Ovidio (Le metamorfosi, III, 138 - 255, tra il 2 e l’8 d.C.) e lo scarafaggio di Kafka (La metamorfosi, 1915) è un incontro non estraneo ai percorsi didattici tesi a suggerire rimandi letterari attraverso secoli e culture. Il salto spazio-temporale è enorme ma, per ragazzi pluridimensionalmente connessi, certamente non arduo. Inoltre la descrizione (in questo caso, lirica la prima e prosastica la seconda) delle trasformazioni di un essere in un altro, attira sempre gli adolescenti, mutanti per definizione. E allora, quando ne ho occasione, mi piace condividere con gli studenti liceali (al biennio se insegno Italiano, al IV anno se insegno Latino), due o tre ore di riflessioni intorno alle metamorfosi (glielo ricordo subito: dal greco μετὰ, indicante mutamento e μορφή, forma) di Atteone e di Gregor.

La storia di Atteone ci trasporta chiaramente in una dimensione lontana lontana dalla nostra e, per tutti, quel mito assume subito un valore universale, pedagogico e sacro. La dea «Diana, dal corto vestito», si spoglia in una caverna e si bagna in acque cristalline, ma Atteone, vagando nella selva meravigliosa, compie un atto sacrilego: la vede. Nelle espressioni degli studenti c’è la serenità dell’ascolto di una favola. Chiedo ad alta voce “«Che crimine c’è in un errore», secondo voi?”. E non posso non far venire il dubbio che ci sia qualcosa di autobiografico in questa domanda dello stesso Ovidio (poco male se i suoi Tristia li studieranno più avanti, con tutte le ipotesi intorno all’error, intanto getto loro un amo). Non mi trattengo neanche dall’accennare che l’alternativa tra errore e colpa era già stata sviscerata dalla tragedia greca.

La trasformazione

Atteone ha visto la dea senza vesti, ed ora è punito. Subisce la sua metamorfosi in cervo, in diretta durante la nostra lettura, attraverso scandite, terribili ma fantastiche fasi che la dea gli impone dopo averlo schizzato: «regala le corna di un cervo longevo alla testa bagnata, gli allunga il collo e gli affila in punta le orecchie, gli cambia in piedi le mani, in lunghe zampe le braccia e tutto il corpo gli copre di pelo chiazzato». Il protagonista è stupefatto, spaventato, vorrebbe gridare «me miserum!», ma non può, e gli altri non lo riconoscono. Fugge nella macchia, i suoi cani e i suoi compagni lo inseguono; solo per un momento, dagli occhi silenziosi, come braccia imploranti, «similis roganti», traspare la sua umanità. Atteone è sbranato e gli studenti suggestionati.

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953392e50a86ce9c0fe058869d347d93 Pubblichiamo la terza e ultima parte del lavoro dedicato alla nuova prova orale dell’Esame di Stato. Questa volta la parola passa agli studenti. Per ragioni di tempo e nella modalità amichevole e informale con cui abbiamo lavorato, ci siamo limitati a chiedere un parere solo agli allievi di quei docenti che si sono offerti, direttamente o indirettamente, di condividere le loro considerazioni nella prima e nella seconda parte: è un campione significativo, che non ha la pretesa di essere esaustivo, ma solo di avviare una riflessione comune, che riteniamo indispensabile.

 

ANDREA BENEDETTI - LICEO SCIENTIFICO “F. BUONARROTI” - PISA

Quale scegli quella a sinistra? Quella a destra? O quella centrale? Sono queste le domande più frequenti che ci vengono poste dai nostri compagni prima dell’ingresso nella stanza del colloquio, questa nuova modalità che inizialmente sembrava voler trasformare questo ultimo atto del nostro percorso scolastico in una sorta di quiz televisivo preserale, di quelli in cui devi pescare il “pidigozzo” che contiene l’argomento delle domande, e ti porta a chiederti, cosa sarebbe successo se ne avessi preso un altro. Voler aggiungere un'esplicita componente di “fortuna” all’interno di un esame non sembra inizialmente un'ottima idea, ma alla fine la sorte gioca sempre il suo ruolo: nella modalità “classica” potevano comunque capitare domande che si potessero ritenere fortunate o sfortunate. Quello che cambia è forse la consapevolezza che la scelta dipenda da noi: alla fine siamo noi a sorteggiare il nostro “destino”.

Ma la particolarità delle buste, non è solo nella modalità di scelta dell’argomento da cui iniziare: essa ha finito per essere determinante anche nell’intera modalità di svolgimento del colloquio.

Lo studente si trova davanti ad un nuovo test che non ha mai svolto durante gli anni scolastici; deve in tutti i modi, abbattere i muri che separano i compartimenti stagno delle varie materie, che fino ad allora tenevano separate le discipline come fossero acqua ed olio, per riuscire a collegarle un unico discorso che gli permetta di parlare di tutto, e di evitare le domande, che dovrebbero arrivare solo in caso di “stallo”. Ed è qui che troviamo la chiave di volta della nuova formulazione di questo fantomatico esame orale. Se vogliamo paragonarlo con la vecchia formulazione può sembrare che quello che ci viene richiesto adesso sia una tesina improvvisata su un argomento casuale, e da un certo punto di vista è così; ma il trucco si rivela essere provare a non improvvisare. Mi spiego meglio: prima dell’inizio degli orali non ci eravamo resi conto di quanto fosse determinante sapere già cosa si andrà a dire, l’approccio era quello classico di studio, materia per materia con i compartimenti stagni ancora belli intatti. Quello che non ci era saltato all’occhio era la libertà di esposizione che questa nuova forma permetteva: come si può sapere cosa si andrà a dire se si deve partire con un argomento che non conosciamo? Provando ad esporre le materie collegandole fra di loro, ci si rende, però, conto che bene o male “tutte le strade portano a Roma” o comunque un modo per arrivarci si trova; capito questo quello che gran parte di noi ha fatto è stato quello di mettersi seduti di fronte alla commissione con una strada fissa in testa da percorrere, che comprendesse tutte le materie. La difficoltà diventava quella di utilizzare tutte le forze per riuscire ad andare dove volevamo senza dare nell’occhio. I collegamenti possono essere stati forzati – è vero – ma, alla fin fine, riuscire a parlare di quello che si vuole è il segreto del successo dell’esame delle tre buste. Eliminata la variabile delle domande poste dai singoli professori (che in questa nuova versione non compaiono se non per aiutare il candidato, o sopperire a mancanze di contenuto in una particolare materia) il pieno controllo del dialogo è in mano allo studente che deve riuscire a impadronirsi dell’argomento “pescato” e trovare una via che porta in un punto qualsiasi del percorso preventivato; a quel punto, se si procede senza dire “castronerie” e non si lascia fuori alcuna materia, l’esame è concluso con pieno successo. Dietro la maschera delle tre buste si nasconde quindi un esame che punta totalmente sulla capacità di esposizione e garantisce una libertà al candidato notevolmente superiore a quanto si aveva in passato.

Il risultato, che inizialmente pensavamo dipendesse moltissimo dalla sorte, si rivela alla fine dipendere dalla nostra capacità nell’autogestirci un percorso: tutt’altro che fortuna! Non avendo svolto la vecchia maturità mi viene impossibile confrontarle di fatto, ma, se l’obiettivo deve essere di valutare le competenze trasversali più di ogni altra cosa, conoscenze incluse, allora possiamo dire che la busta svolge il proprio lavoro.

La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società / 4

00000000000000001maturita4 Pubblichiamo la quarta parte di Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società, un saggio sulla storia dell’esame di Stato dalla “riforma Gentile” ai nostri giorni scritto da Mario Ambel e Annamaria Palmieri. Ringraziamo vivamente l’autore e l’autrice che hanno voluto destinare in anteprima ai lettori di LN questo lavoro, importante per ampiezza, spessore, implicazioni e spunti di riflessione. La prima parte si può leggere qui, la seconda qui, la terza qui.

Parte quarta. Tra ambiguità rinnovatrici e istinto alla conservazione (più o meno "reazionaria") (1997-2008)

8. Gli ultimi cambiamenti introdotti

Nel successivo primo ventennio del nuovo millennio, che ci conduce fino a oggi, a ogni cambio di Ministro (e non sono pochi), si sono susseguiti piccoli aggiustamenti apparentemente non sostanziali, fino alle più consistenti novità avviate dalla legge della cosiddetta “Buona scuola” del centrosinistra e poi applicate dal primo anno di lavoro del Governo gialloverde del “cambiamento”.

Nella scuola del I ciclo, come ridefinita dalla Riforma Moratti, colpisce però, per l’influenza indiretta che ha sull’argomento di cui ci stiamo occupando, il ripristino della valutazione attraverso il voto numerico, sin dalla scuola primaria: ritorno al voto che, da un lato, pone fine all’ambiguità con cui la valutazione processuale e formativa, attraverso giudizi e schede, introdotta dalla L.517/1977, era stata nei fatti svuotata di senso dalle prassi burocratiche, dall’altro svela una volontà di “classificazione” meritocratica e di ritorno al passato che assume e fa proprie, sotto il Ministero Gelmini, le posizioni conservatrici di chi aveva visto nella battaglia condotta da Don Milani contro la scuola selettiva l’inizio di un decadimento della qualità. Decadenza a cui solo il “rigore” asettico del numero, associato all’immancabile richiamo alle fantomatiche “serietà degli studi” e autorità del docente, poteva, anche secondo illustri commentatori e narratori, porre argine.1 Non diversamente viene vissuto come oggettivo, finalmente, l’utilizzo delle prove strutturate e l’introduzione dei test Invalsi, cui non destiniamo in questa sede attenzione, se non per dire che anche le prove standardizzate sono state in questi anni cartina di tornasole delle contraddizioni del sistema e delle grandi disparità che ancora separano, nelle diverse aree del paese, scuola da scuola, e all’interno degli stessi luoghi scolastici, alunno da alunno in base alle provenienze sociali.

Va detto che nella pratica della scuola le due anime, che qui per semplificazione potremmo definire progressista e restauratrice, si erano combattute e scontrate quotidianamente, e la letteratura se ne fa spesso specchio, con toni a volte seri, a volte ironici, raccontando delle tecniche di valutazione e/o di verifica in uso nella scuola reale con un sottofondo di mestizia non celata:

"Hai riferito alla tua insegnante di Inglese che ti avevo “messo 6+”. Ho avuto un diverbio con lei che mi ha in pratica accusato di regalarti i voti. Dal momento che non sai scrivere nemmeno una frase in maniera corretta, dal suo punto di vista un voto sufficiente in Italiano è un’astrusità. Lei non ha tutti i torti, ma io ho le mie ragioni. Non l’ho convinta.

Ti ho “messo 6+” come la scorsa settimana ti ho messo 2 in una verifica di grammatica. Una di quelle prove strutturate che si somministrano, come le medicine. E che non valgono molto, in realtà. Servono però a “mettere i puntini sulle i”, a premiare il ragazzo diligente e a punire quello svogliato. La verifica è stata il mio “bastone”. Il voto di questa mattina la mia “carota”. Io so che è un sistema che funziona. Me lo ha insegnato l’esperienza. Il 6+ ti ha fatto sentire felice, tanto da andare, appunto, a raccontarlo. So che alla prossima verifica ci terrai a non deludermi, a dimostrarmi che la sufficienza che hai avuto oggi non era regalata.

Non lo era infatti. Nel senso che è stata un atto di fiducia nei tuoi confronti. Un dirti “dai, che ce la fai”. Due giorni fa abbiamo discusso sul valore della maggiore età, su che cosa significasse essere maggiorenni. Ho fatto il nome di Kant, e in cattedra ho lasciato la fotocopia di un passo del suo saggio intitolato Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?.

Il Mistero delle Tre Buste / 2 A colloquio

 

concorso insegnanti scuola 640x342 Pubblichiamo la seconda parte della nostra analisi a più voci del nuovo orale dell’Esame di Stato. Qui la prima parte.

ALBERTO BERTINO - LA BUSTA STRAPPATA 

Una strana curiosità pervade la commissione al momento dell’apertura della busta, quasi ci si aspettasse una sorpresa, come se non si fosse in precedenza discusso su cosa fosse più opportuno inserire e cosa, suggerito da un beninformato amichevole sussurro, fosse meglio evitare. Eppure, si sta in attesa, mentre la mano spesso tremante estrae la sorte. E al sollievo dei commissari, che si confortano nel riconoscere quanto hanno selezionato, a volte non corrisponde lo stato d’animo dell’esaminando. A volte smarrimento, a volte sbalordimento (Perché proprio a me?) suscita quel foglio stretto tra le dita. E subito s’innesca il conforto “con atti e con parole”, e il Presidente e il commissario “studiasi fargli core”. A volte invano. Si cercano strane vie che consentano incespicanti passi sul cammino delle relazioni. Si stabiliscono evoluzioni funamboliche, si prega infine lo sventurato di dire qualcosa, di dimostrare che questo è il migliore degli esami possibili. Invece è l’unico esame reale. Non ne abbiamo un altro da far sostenere a questi giovani, che per un cieco destino hanno frequentato il quinto liceo nell’a.s. 2018-2019.

Ma, a volte, invece, il viso s’illumina di soddisfazione e con sicurezza s’intraprende un discorso che sciorina le tappe di un percorso collaudato. I ragazzi più sicuri s’impadroniscono di un tema o di una parola che brandiscono di fronte alla commissione. Fanno del loro meglio. Fanno quello che sono stati addestrati a fare negli ultimi mesi. Sono davanti a me a cercare approvazione incondizionata. E io non riesco ad approvare incondizionatamente che si metta insieme, nel tema del “viaggio”, il turismo e la crociera con Primo Levi di Se questo è un uomo. Non riesco a non pensare che cosa sia l’istruzione, la scuola, se guardate dal punto di vista di quest’atto finale. Quale sia la funzione sociale di questa nostra scuola me lo chiedo spesso. Ma quando abbozzo un ragionamento e sulla scorta di alcuni elementi configuro la possibilità di descrivere un problema e vedo la scintilla della curiosità accendersi in quei giovani occhi che mi guardano, capisco che il mio lavoro ha un senso. Anche queste buste possono essere un’opportunità se gli insegnanti vorranno identificarle come tale. Ma questo è un altro discorso. Impellente, necessario, che affronteremo in seguito. L’orale così come si è sviluppato davanti a me è la somma di tanti discorsi in buona sostanza scollati come in buona sostanza scollate sono le materie che si svolgono in una teoria di ore, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. In questo tempo uniforme e frammentato è certamente difficile recuperare le coordinate di senso della cultura: se si considera grandi navigatori quelli abituati al piccolo cabotaggio (e dico degli insegnanti, non degli studenti) sarà quantomeno imprudente lasciarli andare in mare aperto ad affrontare l’oceano.