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Distopie letterarie e distopie reali: dall’algoritmo della maturità inglese a The Giver, Hunger games, Divergent

hunger games la ragazza di fuoco Ad agosto, chi non si sia concesso una meritata disconnessione estiva o non abbia prestato angosciata attenzione solo alle notizie sulla ripresa dei contagi da covid-19, avrà sentito, magari distrattamente, che nel Regno Unito gli studenti dell’ultimo anno delle superiori sono scesi in piazza per protestare contro le loro valutazioni finali, costringendo il governo a fare marcia indietro, o “inversione a U”, come si dice in inglese.

Poco altro è trapelato nel nostro Paese. La stampa britannica ha ovviamente dato una copertura ben più ampia alla vicenda; il Guardian, storico giornale di sinistra, le ha dedicato molti articoli e commenti: in uno di questi si riportava una storia che aveva tutta l’apparenza, ma solo l’apparenza, di uno di quegli episodi di cronaca che la stampa incornicia nella forma dell’aneddoto curioso. Ne era protagonista la diciottenne Jessica Johnson, che in un racconto distopico aveva “previsto” quello che è successo quest’estate.

Il virus e l’algoritmo

A marzo il governo di Boris Johnson aveva deciso di rinunciare agli esami conclusivi della scuola superiore, come precauzione di fronte alla pandemia. È stato perciò necessario trovare una forma alternativa di valutazione finale. L’agenzia incaricata della valutazione nel Regno Unito, Ofqual, ha così fatto ricorso a un algoritmo, con cui il voto dei singoli veniva calcolato anche sulla base di parametri come la media dei voti della classe e dell’istituto nel corso degli anni precedenti.[i] In questo modo il 40% degli studenti ha ottenuto uno, se non addirittura due voti in meno rispetto a quanto si sarebbero aspettati di ottenere, se fossero stati valutati dai propri docenti. In particolare sono risultati penalizzati gli studenti delle classi più numerose, contro le piccole, e dei contesti socio-economici più poveri, contro quelli più ricchi. Inoltre, dal momento che il voto finale delle scuole superiori incide sull’ammissione al college, molti studenti si sono trovati privati del diritto di andare all’università prescelta. Un vero e proprio epic fail, che ha costretto il governo inglese a correre ai ripari, riconoscendo agli studenti danneggiati il voto più alto che meritavano.

 

Assurdo, eppure...

La prima morale che si ricava da questa brutta storia è semplice: l’intreccio perverso di interessi economici, superficialità epistemica, sciocco progressismo che chiama «andare avanti» il «tornare indietro», mito della soluzione rapida ed efficiente, irresponsabilità politica, produce come risultante un cieco fideismo negli algoritmi formalmente identico a una superstizione, che può avere conseguenze sociali devastanti sull’uguaglianza e l’equità. Ma vorrei concentrare la mia attenzione su un altro aspetto della vicenda, che ci porta un passo alla volta alla storia di Jessica Johnson e all’immaginario angosciato che dal suo racconto, come si vedrà, emerge.

La rinuncia alle valutazioni dettate dall’algoritmo ha risolto un problema, ma ne ha creati altri, che sono stati denunciati dalle università inglesi. Fra questi, il fatto che i voti più alti consentiranno a un maggior numero di studenti di ambire a università prestigiose, le quali hanno perciò chiesto fondi ulteriori al Governo per far fronte ai nuovi iscritti; per la stessa ragione, le università collocate più in basso nella classifica degli atenei rischiano di avere meno studenti del previsto.

Come si può notare, il problema della valutazione viene semplicemente spostato. Se il sistema universitario è ormai integralmente fondato sulla competizione tra atenei e sul ranking, l’istruzione come capitale da sfruttare in una concorrenza con gli altri in condizioni di scarsità torna a riflettersi, come una risacca, sulle valutazioni finali della scuola superiore. Ottenere una A o una B fa la differenza, ma non solo perché ad attribuirla sia stato un essere umano piuttosto che un computer. 

Non è un mistero infatti che l’algoritmo avesse come obiettivo quello di contenere il fenomeno del grade inflation, un fenomeno che non ha ancora una efficace traduzione italiana. Wordreference propone “voti gonfiati / voti regalati”: versione letteralmente corretta, ma che veicola impliciti culturali e pragmatici diversi dall’originale. In italiano l’espressione evoca i 6 politici o l’immagine di un docente non molto professionale che per pigrizia o malintesa generosità profonda a piene mani 8, 9 e 10. L’espressione inglese identifica al contrario un fenomeno statistico e sociale, quello per cui le valutazioni troppo alte dei docenti tendono a schiacciare verso le fasce superiori un maggior numero di studenti, facendo saltare la loro “corretta” distribuzione e impedendo di discriminare gli studenti che meritano un posto da quelli che non lo meritano. Il grade inflation è in altre parole un problema di gestione delle risorse umane, di programmazione di sistema, di distribuzione dei posti di lavoro (il lessico economicistico e amministrativo non è scelto a caso). Non è un problema docimologico, è un problema politico, e di quelli belli grossi.

Come mi è capitato di osservare recensendo il bel libro di Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, anche qualora riuscissimo a risolvere il problema delle diseguaglianze sociali ed educative di partenza, ci troveremmo a dover risolvere il problema delle diseguaglianze in arrivo, cioè a confrontarci con il fatto che le società hanno la necessità di distribuire in qualche modo i ruoli e le competenze e che gli status acquisiti tendono sempre a cristallizzarsi in status ascritti. Rimando a quella recensione per gli aspetti più strettamente politici di questa penosissima aporia. Ora vorrei concentrarmi su un problema di immaginario letterario.

Band apart 

888 Nel 2019 Jessica Johnson ha vinto il premio Orwell con un racconto di fantascienza distopica, intitolato Band apart, nel quale immagina che in futuro i voti saranno attribuiti da un algoritmo, che dividerà gli studenti in tre fasce (band), A B C: la prima garantisce i posti migliori nella società, la seconda identifica i salvati cui spetta comunque un lavoro, la terza condanna ad essere sommersi. Tra l’altro alcuni ragazzi della fascia C, fra i quali l’amico della protagonista, Tommy, scompaiono misteriosamente.

Ciò che ha reso la vicenda di Jessica una notizia appetibile per i giornali non è solo il fatto che la realtà abbia superato l’immaginazione, quanto il fatto che la ragazza sia diventata protagonista della sua stessa storia: Jessica infatti, che si aspettava e meritava una A, è stata valutata dall’algoritmo soltanto con una B, voto che peraltro le avrebbe impedito di iscriversi al college da lei prescelto.

Band apart ci interessa perché è la messa in scena di un immaginario che è diventato predominante nella recente fantascienza distopica per giovani adulti: quella di The giver, di Hunger games, di Divergent, tutti libri poi diventati film, tutti best seller mondiali. Quello distopico non è mai stato un genere esclusivamente pensato per gli adolescenti. Questi libri al contrario lo sono. E il paradigma politico intorno a cui si sviluppano è molto simile. Mi chiedo: perché questo paradigma ha tanto successo fra i giovani?

Distopie politiche e atti di valutazione

Non pretendo di addentrarmi in un’analisi sofisticata di queste opere, nel loro essere bildungsroman, eredi di Orwell e Huxley, messe in scena della biopolitica, metafore del totalitarismo.[ii] Mi limito a fare poche osservazioni non specialistiche, dettate dalla mia curiosità di insegnante.

Nella forma tipica delle distopie novecentesche il potere politico è totalitario nella misura in cui conculca integralmente la libertà personale, imponendo la sottomissione allo Stato-Leviatano e pretendendo un conformismo assoluto (si pensi al condizionamento che sostituisce l’educazione ne Il mondo nuovo di Huxley). Queste storie più recenti descrivono il potere solo in parte secondo questo classico modello. In The giver il potere è talmente “morbido” da avere la parvenza del sogno regressivo: la società appare perfettamente ordinata, ciascuno ha il proprio posto e il proprio compito, ciascun bisogno sembra essere soddisfatto. La stessa (apparente) armonia domina in Divergent, in cui la società è divisa in caste: «i Candidi, legislatori incapaci di mentire; i Pacifici, generosi assistenti sociali e coltivatori; gli Eruditi, insegnanti o ricercatori; gli Abnegati, governatori dei territori; gli Intrepidi, coraggiosi difensori della pace».[iii] Certo, in Hunger games la società di Panem è distribuita in un cerchio perfetto, “panottico”, di 12 distretti via via più lontani da Capitol city; l’ordine è difeso con il terrore; c’è il tema orwelliano della manipolazione tramite i mass media (nella forma del reality show). Ma ciascun distretto ha la propria funzione produttiva e ai 12 giovani maschi e 12 giovani femmine che partecipano agli Hunger games è concesso di salvarsi se sapranno essere sufficientemente performativi nella gara di sopravvivenza: possono allenarsi, scegliere le proprie armi, in una parola hanno diritto a un’educazione, sia pure nella forma dell’addestramento, che in ogni caso non è indottrinamento propagandistico.

Nelle distopie le società sono sempre immaginate in forme organicistiche. Ma se il posto che spetta a ciascuno non è stabilito a priori (l’apologo di Menenio Agrippa sulla funzione di patrizi e plebei; il ruolo di oratores, bellatores, laboratores nella teoria dei tre ordini di Adalberone di Laon; la presenza di un’aristocrazia ereditaria), occorre trovare altri criteri per la ripartizione sociale delle funzioni. In queste nuove distopie pensate esplicitamente per ragazzi e ragazze che stanno ancora cercando la propria collocazione nella società, questo avviene attraverso precisi atti di valutazione: la selezione dei più adatti alla “mietitura” in Hunger games; la cerimonia/rito di iniziazione in The giver e in Divergent, tramite le quali si associa ciascun giovane al mestiere o alla fazione più adeguati alle sue attitudini. In Band apart di Jessica Johnson non c’è bisogno di metafore: la valutazione del posto che spetta in futuro a ciascuno è tout court una valutazione scolastica. In quest’ultimo caso – e nella realtà del Regno unito – l’equità della valutazione sarebbe garantita dalla oggettività dell’algoritmo. Nelle altre distopie – con l’eccezione di Hunger games, in cui la selezione è spietata e non ha compensazioni – ci si affida a un’armonia prestabilita tra individuo e società, perché ciascuno fa quello al quale sembrerebbe incline. Ma quell’armonia non esiste: il meccanismo di distribuzione dei ruoli risulta soffocante; per di più, quanti risultino totalmente inadatti, vengono messi ai margini della società (gli Esclusi, in Divergent) o soppressi per mezzo di una sorta di eutanasia (eufemisticamente chiamata “release”, liberazione, in The giver). Sono scarti, come gli studenti che finiscono nella fascia C di Band apart.

Meritocrazia

Il protagonista e le protagoniste sono eccezioni alle leggi di queste società. Ciò è particolarmente evidente in The giver e in Divergent, dove Jonas e Beatrice sono dotati di caratteristiche speciali: il primo è l’unico a meritare un’educazione non comune, quella di Accoglitore di memorie; la seconda è una Divergente, non possiede specificamente nessuna delle qualità che deciderebbero della sua appartenenza a una delle fazioni o, per meglio dire, le possiede tutte. Sono eretici: per carattere, attitudini, capacità, qualità intellettuale (in The giver il tema del possesso del sapere è particolarmente forte).

Nulla di strano, si dirà. Se ci teniamo alla narratologia e alla morfologia della fiaba, il protagonista di una narrazione è per definizione unico e irripetibile. È colui che infrange le regole e innesca la storia. La sua identità è differenziale: si innalza dal grado zero del limbo indistinto in cui sono stipati tutti gli altri personaggi. Ed è altrettanto vero che anche nelle distopie novecentesche il protagonista è colui che difende quel lumicino di libertà interiore in cui consiste l’autonomia dell’individuo. Ma in questa recente narrativa l’eccezionalità del protagonista si configura in una forma particolare: è una messa in scena dei valori “meritocratici”.

Tutti i protagonisti sono “speciali”, hanno meriti particolari. Una mia nipote, nata e cresciuta a Londra e abituata quindi a quel sistema scolastico ossessionato da test e performance (i suoi compiti per le vacanze, al pc, avevano un timer con un tempo prefissato per rispondere a ciascuna domanda), dopo aver visto Divergent e interrogata sulla morale del film, ha risposto che questa era “be yourself”. Primo comandamento: non farsi rigidamente incasellare “dal sistema”.

L’autenticità, la propria irripetibilità di individuo, sono valori fondamentali per le nostre società liberal-democratiche. Non a caso il titolo del racconto di Jessica è Band apart, quella di chi fa parte per se stesso. Ma quello che la letteratura distopica, come fa sempre ogni letteratura, è in grado di mostrare, è il rimosso dei valori dominanti, il loro lato oscuro: a un certo punto, si fa capire molto chiaramente a ciascun individuo irripetibile che dovrà trovare la propria collocazione non disfunzionale, secondo le esigenze della società. E queste possono essere imposte rinchiudendoti con il terrore nel tuo distretto, o in forma ipocrita, mascherando la selezione sotto le apparenze della giustizia. Nel mondo di Divergent è addirittura garantita una completa mobilità sociale: ogni giovane può scegliere se mantenere l’appartenenza al gruppo sociale di cui già fa parte la propria famiglia o essere riattribuito a un altro, scegliendosi un destino conforme alla propria natura.

Oltre ad essere i più bravi, i protagonisti sono anche quelli che smascherano l’ipocrisia: mentre gli altri continuano a credere all’illusione collettiva che viene loro venduta, essi scoprono, dietro l’ideologia, che c’è sempre e solo la spietata competizione, ci sono i meritevoli e gli scartati, i sommersi e i salvati. Ma contemperare in modo equilibrato libertà individuale e funzione sociale sembra impossibile: questi due assoluti entrano in conflitto tra loro e qualsiasi sistema sociale che pretenda di aver trovato la soluzione dell’aporia, semplicemente mente.

Il potenziale di critica sociale di queste opere e la loro capacità di rappresentare una latenza dell’immaginario dei nostri studenti sono notevoli, anche se ci si potrebbe domandare se non abbia il suo peso anche una certa propensione consolatoria: non rischiano di rafforzare l’idea che la società sia ingiusta, ma che farà un’eccezione solo con te, che sei unico e speciale, come Katniss, Jonas, Beatrice?

Ringrazio Giulia Falistocco e Linda Cavadini per i preziosi suggerimenti.


[i] Qui si può leggere una spiegazione dettagliata del funzionamento dell’algoritmo; una spiegazione più divulgativa in italiano qui.

[ii]    Facendo qualche ricerca fra le riviste in rete si trovano una buona quantità di articoli che hanno già messo sotto la lente d’ingrandimento questa letteratura, con gli strumenti della critica letteraria, della psicanalisi, degli studi sui mass media.

[iii]    Stefano Calabrese, Romanzi in realtà aumentata, in «Between», vol. 4, n. 8 (2014), p. 10.

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