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Dante&Me: cinque domande a Nicolò Mineo

alleva7.jpg A cura di Luisa Mirone

Il 2021 vedrà moltissime iniziative nel nome di Dante Alighieri, nella ricorrenza dei settecento anni dalla sua morte. La redazione de Laletteraturaenoi ha voluto dedicargli uno spazio di riflessione che possa essere luogo di incontro fra università e scuola, proponendo a studiosi e studiose d’Italia di rispondere a cinque domande-chiave per entrare nell’universo dantesco. Pubblicheremo periodicamente le loro risposte.

***

D1. Cosa ha significato, cosa significa nel suo percorso di studioso di letteratura l’incontro e la frequentazione con Dante Alighieri? 

R1. In breve direi: penso che leggere Dante significa capire come si possa dare un senso alle cose anche nei momenti personalmente più penosi e storicamente più drammatici.

Negli anni Sessanta per me le varie suggestioni e le nuove problematiche si coagulavano soprattutto intorno al percorso dantesco. Questo diveniva il terminale di un viaggio a lungo preparato e il banco di prova di vertiginose scommesse.

Si riproponeva la lezione dei maestri. Dal magistero catanese di Carlo Grabher alla lezione di Bruno Nardi a Pisa. E anche di Morghen, Frugoni, Manselli, Gregory. Come, sul versante metodologico, quella di Luigi Russo, che integrava alla poesia il «romanzo teologico». Come poi quella di Paul Renucci a Parigi. E Prima tuttavia era il medioevo in generale che si riaffacciava con forti interrogativi sul piano della filosofia e dell’esegesi biblica e, per altre vie, sul piano della religiosità e dell’agiografia. Dallo sfondo non poteva non emergere la suggestione di un Buonaiuti, e non solo in quanto storico del cristianesimo medievale. Furono  anni di riflessione e di studio, anche se non sistematici, sui testi biblici e relativi commenti e sui filosofi del tredicesimo secolo. Sino alla definizione del tema e delle idee confluite nell’interpretazione in chiave profetico-apocalittica. Che ha guidato sempre e guida tuttora il mio lavoro su Dante. Ormai migliaia di pagine.

Cominciò a Parigi, e il senso profondo della ricerca (ricerca non di quello che si sa di cercare, piuttosto di quello che si vuol capire di star cercando) era orientato dall’interrogativo sull’orrore dell’olocausto, sulla possibilità di rintracciarne le stimmate nella storia del popolo ebraico. E perciò nel Vecchio Testamento mi sembrava di profondo significato il filone profetistico, da ripensare in termini di moderno simbolismo. E anche per questo dirette e immediate sollecitazioni, come in Italia non sarebbe stato possibile, venivano dalla cultura francese tra marxismo ed esistenzialismo e dalle ancor riconoscibili ferite di un paese che tanto a lungo aveva subito il nazismo. Ma ancor di più dalle ferite del tempo presente e dal rinnovarsi di violenze e di orrori della vicenda algerina, nefandezze certo di ben più ridotta scala, ma non meno inquietanti perché ben note, perché contemporanee e perché perpetrate da uomini della patria dell’illuminismo. Bisognava perciò fare i conti almeno con Sartre. Mentre ben poco in quel quadro di interessi e di riferimenti culturali aveva da dire il primo strutturalismo.

E da ripensare diveniva, nel campo della critica dantesca, il senso profondo della sua religiosità. Il libro sul profetismo e l’apocalittica della Divina Commedia, del ’68, era il primo momento di coagulo, finalmente nella direzione dell’analisi letteraria, dell’ampio materiale di tema biblico raccolto e delle lunghe interrogazioni dell’opera dantesca. Sceglievo, in questo per primo, una tesi estrema, ma chiara e inequivoca, sviluppando sistematicamente l’intuizione di Bruno Nardi, fondandone filologicamente e storicamente lo spazio e le referenze culturali  e dilatandone sino al limite ultimo l’estensione. Il convergere di dottrina mistico-teologica e biblica e di convinzioni critiche relative all’unità della Commedia consentì di interpretare e definire il poema come opera unitariamente e totalmente, come tema e come genere, profetico-apocalittica. Ma pensando che lo stesso profetismo, in determinate condizioni, si determina come conoscenza apocalittica, cioè comprensione e conoscenza, sempre ispirata, dei segni dei grandi rivolgimenti storici.

In questo senso si può ancora una volta rileggere il poema in rapporto al nostro tempo. Ma tenendo ben presente l’ammonizione di Virgilio: «pensa che questo dì mai non raggiorna!». I progetti immaginabili sono tanti, quelli «cantierabili» non si sa.

D2. Tra le opere dantesche assume un rilievo speciale la Commedia. C’è un canto o un personaggio o una situazione che ritiene particolarmente esemplare o con cui semplicemente abbia un rapporto privilegiato? Per quali ragioni?

R2. Il canto di san Francesco. Perché uno dei primi testi di poesia italiana conosciuti al Liceo è il Cantico delle creature che mette direttamente in contatto con una delle figure più straordinarie della storia umana. Perché la pittura di Giotto, anche nelle infinite riproduzioni, imprime nella fantasia uno scenario essenziale: l’uomo e Dio. Perché la «lettura» del canto XI fu il mio esordio pubblico. Quando da uno dei banchi di un’aula qualcuno disse: «Ma è un ragazzo!». Perché ne parlai a lungo con uno dei frati francescani che più ho stimato e a cui sono stato più affezionato, padre Mellone. Perché poche figure umane la poesia di tutto il mondo ha fatto vivere con tanta potenza nell’essenzialità dei momenti esemplari dell’esistenza.

E al canto ho dedicato alla fine più di cento pagine a stampa.

D3. Non-solo-Commedia: fra le cosiddette opere minori di Dante quale si sentirebbe di rilanciare all’interno dei percorsi scolastici e perché?

R3. Tutte potrebbero essere scelte secondo la destinazione e gli interessi. Per il valore letterario non dubiterei di scegliere la Vita Nova. Per le poesie che contiene, certo, ma soprattutto per l’insieme come opera narrativa. Non solo perché è una delle prose narrative duecentesche di maggior interesse linguistico e tematico, ma soprattutto per il modello di rapporto col mondo che essa propone. Un rapporto con l’ideale che non può essere in nessun modo o momento secondario. Una percezione della realtà come insieme di fenomeni di profondo valore simbolico. E perché no? Per la proposta di un rapporto con l’altro, tra persone di sesso diverso soprattutto, improntato a rispetto e senso dell’imprescindibilità del riconoscimento dei valori.

D4. Nella lunga e nutrita tradizione di studi danteschi, quali ritiene ad oggi irrinunciabili? Quali indicherebbe a chi, ancora giovanissimo, si accosta all’opera di Dante?

R4. Comincerei con una buona storia della critica per un quadro storico generale. Con riferimento solo al Novecento-Duemila proporrei la successione Moore, Croce, Nardi, Auerbach, Gilson, Getto, Renucci, Petrocchi, Pézard, Contini, Singleton, Hollander, Mazzaglia, Scott, Boyde, Mercuri, Pasquini, Spera, Baranski. Tra i più giovani Cristaldi, Casadei, Ledda, scuola di Spera, Italia. Insieme i commenti di Grabher, Momigliano, Sapegno, Bosco, Chiavacci Leonardi, Inglese. In particolare, Branca per la Vita Nova, Segre e Baldelli per lo stile e la lingua.

Anche le riviste specializzate, per eventuali ricerche e approfondimenti. Classica «Studi danteschi».

Al giovanissimo proporrei il capitolo di Sapegno o quello di Barberi Squarotti e, tra i commenti, soprattutto Chiavacci Leonardi, aggiornato e profondo, se dovesse scegliere. E soprattutto gli direi che studiare in genere, studiare Dante in particolare significa sacrificio, ciostanza, impegno culturale, conoscenze linguistiche. Ma, gli direi, alla fine è una conquista per sempre. Molti tornano a Dante con interesse e amore in età matura. Ed è un ricordare la giovinezza.

D5. All’interno della ricchissima eredità lasciata da Dante, quale aspetto in particolare proporrebbe alla generazione più giovane?

R5. Dante volle far conoscere ai contemporanei la realtà di quella che lui riteneva crisi del suo tempo, in  modo che ne ricevessero orientamento per l’azione e positiva speranza di vittoria sul male. È un ideale di ritorno al passato quello che propone. Si direbbe che, sul piano del pensiero politico, la sua sia una posizione addirittura reazionaria. Ma non è corretto avvalersi di categorie politiche per capire un intellettuale che giudica in base a categorie morali e nella sicurezza di leggere in Dio le proprie idee. Il vero è che il ritorno alle origini per lui è una restaurazione di valori ritenuti universali ed eterni. Entro il quadro e la cornice storica che la determina, la  sua ideologia ha in sé un’istanza progressiva, una carica umana, una perennità di lezione e di suggestione, che ha sempre trovato lettori attenti e partecipi nelle epoche storiche segnate da instabilità, disorientamento, insicurezza, come fu appunto quella di Dante. E proprio in questa nostra epoca tra primo Novecento e Duemila, che ha vissuto e vivono, sia nei decenni delle guerre mondiali come in quella che chiamiamo pace, agghiaccianti esperienze di inumani stermini e di smisurati egoismi, i valori celebrati nel poema trovano nuova attualità almeno come meta e come punto di riferimento. Parliamo di valori come la pacifica e amorosa convivenza umana, la felicità di un’esistenza non attanagliata dall’ansia del successo ad ogni costo ed equilibrata dalla ragione, la gioia del conoscere, la nobiltà di una vita liberata dalla cieca passionalità, la sicurezza di una giustizia immancabile, giusta anche nella clemenza, la certezza di un’armonia e una rispondenza tra azione e valori, fatti e ideali o umano e sovraumano.

Entro queste coordinate seguirei il percorso umano del personaggio Dante nel viaggio ultraterreno. Un percorso di salvezza sul piano religioso, leggibile in generale come fatto culturale e psicologico, la coscienza di una condizione di crisi e di depressione e la progressiva, ma lenta e difficile, liberazione verso la padronanza di sé e il riconoscimento di una propria autenticità in rapporto alla storia e al mondo. Un processo in cui può riconoscersi ogni giovane, ogni essere umano.

 

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