Dante&Me/ 6. Cinque domande a Francesco Spera

Scritto da Francesco Spera - - Categoria: La scuola e noi

1309463774.jpg Il 2021 vedrà moltissime iniziative nel nome di Dante Alighieri, nella ricorrenza dei settecento anni dalla sua morte. La redazione de Laletteraturaenoi ha voluto dedicargli uno spazio di riflessione che possa essere luogo di incontro fra università e scuola, proponendo a studiosi e studiose d’Italia di rispondere a cinque domande-chiave per entrare nell’universo dantesco. Pubblicheremo periodicamente le loro risposte. Sono già state pubblicate quelle di Pietro CataldiGiulio FerroniLoredana ChinesNicolò Mineo e Alberto Casadei

A cura di Luisa Mirone

D1. Cosa ha significato, cosa significa nel suo percorso di studioso di letteratura l’incontro e la frequentazione con Dante Alighieri?

R1. Ho cominciato a studiare seriamente Dante quando il mio maestro, Giorgio Bàrberi Squarotti, cambiò cattedra passando dall’insegnamento di Letteratura moderna italiana alla Letteratura italiana generale. Io ero ricercatore e mi ero laureato con lui anni prima sul secondo Ottocento, quindi collaboravo guidando seminari e partecipando agli esami su autori dalla Scapigliatura al Novecento. Potevo restare con il nuovo professore, ma ero ormai troppo legato al maestro e quindi lo seguii. Avevo però sottovalutato qualche aspetto di tale passaggio: il patrimonio di letture di opere e di critica che avevo accumulato nel corso di anni non era più sufficiente, ma dovevo in fretta mettermi a studiare i nuovi autori dei corsi monografici per poter continuare seminari ed esami: erano soprattutto Dante Boccaccio Machiavelli Tasso Manzoni, i suoi autori preferiti. Ma l’autore più frequente nei programmi d’esame era Dante, che gli studenti portavano anche a parte, cioè anche quando non era l’oggetto del corso monografico. A me toccava immancabilmente di porre domande di storia letteraria e di interrogare su qualche passo della Commedia. E qui sorgeva il problema perché, mentre io dovevo valutare lo studente chiedendogli la parafrasi e il significato delle terzine dantesche, mi sentivo fatalmente anche valutato da chi stava seduto accanto a me interrogando un altro studente, ma poteva pure ascoltare come conducevo l’esame.

Per di più sapevo bene come il professore scegliesse, quando interrogava su Dante, terzine non tra le più note e quindi dovevo anche seguire questo principio del resto giusto, avendo davanti studenti che si erano iscritti a Lettere. Probabilmente gli studenti erano più preparati di quelli attuali, provenendo da licei dove si studiava di più la Commedia, e tuttavia potevano incontrare prevedibili difficoltà: nel linguaggio, che è spesso allusivo e impone indispensabili conoscenze storiche del passato e del presente, bibliche e religiose; nei passi più filosofici e teologici, ma anche in certe apostrofi cariche di indignazione, dove il linguaggio diventa sempre più criptico. Gli studenti si arenavano già nella parafrasi. Ma anche il sottoscritto si era dovuto coscienziosamente preparare leggendo i principali commenti e iniziando a entrare nella immensa foresta della bibliografia della critica.

Avevo avuto pochi contatti con la critica dantesca, ma per fortuna qualcuno significativo. La mia insegnante di liceo, a metà degli anni Sessanta, era stata Lidia De Federicis, nota soprattutto come autrice con Remo Cesarani di un’antologia molto innovativa, Il Materiale e l’Immaginario; era un’intellettuale di valore, molto attiva, e anche una grande insegnante, a cui devo la scelta di iscrivermi a Lettere. Ogni settimana incontrava di pomeriggio nella biblioteca del liceo alcuni allievi per discutere di opere letterarie e saggistiche, che ci comunicava in anticipo. Un anno ebbe però un’idea diversa, direi geniale: ci propose di leggere insieme Mimesis di Erich Auerbach, invitandoci anche a leggere le opere che il saggista analizzava nei vari capitoli, dalla letteratura antica a quella moderna. Fu per me una rivelazione e forse allora fui più attratto dagli ultimi capitoli dedicati alla grande narrativa europea. Ma certo il capitolo iniziale, La cicatrice di Ulisse, dove si confrontava lo stile classico e quello biblico, e poi quello dantesco, Farinata e Cavalcante, mi impressionarono molto e mi portarono a leggere il saggio Figura dello stesso studioso, che ritengo ancora fondamentale per la comprensione dell’opera dantesca.

L’ultimo atto di questo avvicinamento a Dante avvenne nel 1978 quando andai a Ravenna a parlare per la prima volta in pubblico della Commedia, presentando una lettura sulla confessione del protagonista davanti a Beatrice, descritta negli ultimi canti del Purgatorio (il testo fu pubblicata l’anno dopo nell’VIII volume delle Letture classensi). Da allora si susseguirono interventi orali e scritti, a testimonianza di una passione ininterrotta. Devo essere grato al mio maestro che fu l’artefice di questo passaggio dal Novecento al Trecento e seguì il mio iniziale percorso dantesco, ma ripenso anche agli studenti torinesi che furono le cavie dei mei primi sondaggi, e poi agli studenti milanesi perché molte idee sul poema mi sono venute proprio mentre commentavo il testo durante le lezioni. In effetti il mio primo corso in Statale fu proprio imperniato sugli ultimi canti del Purgatorio e anche quando arrivò la riforma del 3+2, un modulo del mio corso era sempre dedicato a Dante; arrivai a proporre anche per le brevi tesi triennali un passo della Commedia, dove gli studenti dovevano porre a confronto un certo numero di commenti e interpretazioni. Infine, devo anche confessare che ai giovani studiosi, che sono diventati miei collaboratori negli oltre vent’anni di insegnamento milanese, ho quasi imposto di studiare Dante, e di questi nuovi dantisti sono molto fiero.

D2. Tra le opere dantesche assume un rilievo speciale la Commedia. C’è un canto o un personaggio o una situazione che ritiene particolarmente esemplare o con cui semplicemente abbia un rapporto privilegiato? Per quali ragioni?

R2. Il mio interesse maggiore si è rivolto alla seconda cantica. Sarebbe troppo complesso spiegare le varie ragioni, ma i molteplici dialoghi sui più vari argomenti tra i trapassati che si mondano sulle balze della montagna e Dante che in parallelo prosegue il suo percorso di liberazione spirituale mi hanno sempre molto affascinato. Secondo un gioco concentrico devo aggiungere inoltre che per me gli ultimi canti del Purgatorio sono essenziali, la chiave per intendere tutto il poema; inoltre, i due canti 30 e 31 sono straordinari per l’intensità drammatica del primo incontro con Beatrice. Infine, nel canto XXIX c’è il mio verso preferito, il verso 42, su cui più volte mi sono soffermato a meditare: forti cose a pensar mettere in versi.  Qui emerge la grande audacia dantesca che mira a una letteratura forte, in grado di abbracciare l’intero mondo per giovare ai viventi.

D3. Non-solo-Commedia: fra le cosiddette opere minori di Dante quale si sentirebbe di rilanciare all’interno dei percorsi scolastici e perché?

R3. Nelle antologie scolastiche la Vita nuova e le altre rime sono in genere abbastanza ben rappresentate. I trattati sono invece meno presenti perché sicuramente più difficili. Ma il primo libro del Convivio mi pare molto utile perché non è soltanto un’introduzione al trattato incompiuto, ma aiuta moltissimo a comprendere perché poi Dante abbia scelto di comporre il poema. Alcune pagine, quando Dante parla di sé, oppure del volgare, oppure del fine etico della scrittura, sono davvero illuminanti.

D4. Nella lunga e nutrita tradizione di studi danteschi, quali ritiene ad oggi irrinunciabili? Quali indicherebbe a chi, ancora giovanissimo, si accosta all’opera di Dante?

R4. Nella sterminata bibliografia dantesca si trova di tutto, secondo i più diversi metodi. Talvolta lo studioso perde molto tempo a cercare un saggio pubblicato in qualche sperduta rivista per poi scoprire che poteva anche farne a meno. Io penso che Auerbach sia ancora il saggista più importante, che ha consentito una svolta essenziale per interpretare la visione del mondo dantesca. Per il resto posso più volentieri ricordare i dantisti che sono stati fondamentali per me, perché non ho letto soltanto i loro saggi ma ho anche amichevolmente dialogato con loro: oltre a Giorgio Bàrberi, cito Nicola Mineo, Umberto Carpi, Robert Hollander. I saggi di questi studiosi sono più adatti a studenti universitari. Per studenti più giovani esistono non poche guide di buona fattura. Una guida più ponderosa, ma ottima, dove si trova tutto quello che si deve sapere su Dante (talvolta forse non facile, ma c’è pure un glossario) è quella di Saverio Bellomo, Filologia e critica dantesca.

D5. All’interno della ricchissima eredità lasciata da Dante, quale aspetto in particolare proporrebbe alla generazione più giovane?

R5. Se si pensa alla generazione più giovane bisogna ricordare che la Commedia ha settecento anni e si sentono, consta di oltre 14000 versi e quindi appare un mattone enorme. Nella mia esperienza puntare in partenza sul binomio tematico di verità e giustizia si è rivelata una scelta proficua. Bisogna attentamente selezionare i passi, inquadrare sinteticamente la situazione drammatica, ma concentrarsi soprattutto sui versi, anche pochi, che vanno messi al centro del discorso e commentati in tutta la loro pregnanza ermeneutica. Dobbiamo essere espliciti ribadendo che lo stesso Dante era consapevole della difficoltà che il lettore poteva incontrare, insomma che la distanza esiste, ma che l’opera è in grado di dialogare anche con il lettore contemporaneo. E poi tocca a noi: se il viaggio ultraterreno del protagonista è così arduo che l’autore gli affianca ben tre guide, anche noi dobbiamo assumerci la responsabilità di calarci nella parte della guida all’interno del poema per concedere al giovane la possibilità di un’esperienza culturale straordinaria. Dobbiamo dimostrare ’l lungo studio e ’l grande amore che lo stesso protagonista confessa subito nei confronti dell’Eneide, all’inizio del suo incontro con Virgilio (verso 83). Sappiamo quanto sia determinante il termine amore nel poema: la sua prima presenza riguarda Dio (l’amor divino del verso 39) e la seconda proprio l’opera di Virgilio: già dal primo canto si ricava l’imperativo categorico che la grande letteratura va studiata e amata, e quindi soprattutto la Divina Commedia.

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