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Per una critica (non costruttiva) della valutazione

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Nelle serie di interventi pubblicati in questi giorni su letteraturaenoi è comparso anche Psicoanalisi della valutazione di Maria Rosaria Marella. Quando lo lessi a suo tempo, nel 2011, fu davvero come incontrare qualcuno nel deserto. Allora nessuno in Italia osava dubitare della bontà della valutazione. “Dalla storica assemblea di Milano del 29 aprile 2010 , in cui è stata fondata la Rete 29 Aprile, passando per le assemblee di ateneo” (Marella, 2011) era un coro senza sbavature. In effetti il grido "Valutateci. Vogliamo essere valutati” si levava persino dai tetti in rivolta. Buona la valutazione, cattiva questa valutazione dell’Anvur. Se non anche: Buona l’Anvur, cattiva questa Anvur. Nessuno era capace di riconoscere nella valutazione, nella tecno-valutazione, l’architrave della nuova Enterpreneurial University in via di costruzione anche in Italia. Eppure non era impossibile a vedersi.

Ho cominciato a occuparmi di valutazione proprio all’inizio delle mobilitazioni contro la riforma Gelmini. La mia prima relazione sul tema, a un convegno del 2009, si apriva con l’ammissione di una spaesata presa d’atto: scoprivo l’esistenza di un mondo (in senso proprio, dunque di una vera e propria visione del mondo) affatto estraneo eppure coincidente con quello attraversato per anni. Un mondo che certo non spuntava dalla sera alla mattina come un improvviso effetto tellurico – una nuova isola, una nuova montagna a trasformare il paesaggio – ma che si costruiva piuttosto pezzo dopo pezzo, molto velocemente ma con ordine. L’immagine più adeguata, direi adesso, è quella di chi abbia visto crescere intorno a sé la speculazione edilizia del secondo dopoguerra: la febbrile attività di svecchiamento e innovazione che – nella convergenza tra potere centrale, amministrazioni locali e interessi privati – portò allo sventramento di tessuti urbani sedimentati e al proliferare di nuovi edifici e quartieri, funzionali per quelli che erano (allora) gli standard di riferimento, ma al tempo stesso, come si è poi capito, drammaticamente poveri di qualità architettonica e urbana e dai costi sociali smisurati. Criticare, di fronte a questa devastazione del paesaggio, la forma dei balconi o anche il disegno delle facciate avrebbe significato non cogliere nulla della trasformazione in atto, della sua profondità strutturale e delle sue conseguenze antropologiche. Eppure esattamente questo è quel che accadeva con la valutazione.

Ancora oggi, di fronte ai risultati della VQR e delle ASN, a molti viene naturale concentrarsi sulle distorsioni, le anomalie, gli errori clamorosi, insomma sui difetti del mezzo, mettendo da parte, ovvero dando per scontate, le finalità. Ma questo significa mancare, per dirla con Bourdieu, “l’economia generale delle pratiche” (Bourdieu, 1994) e dunque anche essere fuori strada nell’analisi delle pratiche concrete. Manca una presa teorica capace di sottoporre a critica riflessiva gli strumenti con i quali si pensa, ovvero si trasforma la realtà. Si fabbricano strumenti, si riflette sul loro uso, sul loro impatto, ma manca una genealogia e un’analisi delle strategie di senso che essi dispiegano – ossia di tutto quanto fa di questi strumenti dei “dispositivi”. Nel parlare di valutazione concentrandosi sugli strumenti e i “risultati” intesi nel senso più limitato si realizza così una sorta di “naturalizzazione” dello strumento: esso è un fatto che c’è e diventa inconcepibile anche solo l’idea che il suo impiego sia messo in discussione (o sospeso). Oggi la proposta di liberarsi dalla valutazione appare in effetti inconcepibile: cosa si mette al suo posto, si chiede. Eppure l’abolizione del Ministero per la cultura popolare nel ‘44 o dell’Index librorum prohibitorum nel ‘66 non ci appare come una perdita da rimpiazzare. Questo, però, perché sappiamo a che cosa servivano, ciò che nel caso della valutazione nonostante tutto non ci è ancora chiaro. Proprio adesso perciò, penso, di fronte ai risultati di VQR e ASN e alle farneticazioni delle procedure di accreditamento, è più che mai necessario evitare di farsi catturare dal meccanismo, in una discussione su strumenti e risultati, e rompere il frame dettato dalla valutazione. Per esempio ricordando che non vi è un solo dato propriamente scientifico il quale testimoni di vantaggi procurati da questa nuova “organizzazione scientifica del lavoro” scientifico. Di vantaggi, intendo, in termini di ricerca scientifica propriamente detta. Ritenere che in seguito all’applicazione delle nuove procedure valutative sia migliorata la qualità della ricerca, perché questa esibisce risultati migliori in base agli indicatori adoperati da un organo o da un’agenzia di valutazione, è un evidente corto circuito argomentativo.

Ma se è così – e così è – il problema vero che stenta ad emergere è allora non, come si dice, “chi valuta i valutatori” (obiezione che, confesso, non mi è mai parsa particolarmente penetrante), bensì chi valuta l’utilità e il danno della valutazione per il sapere e la ricerca, e soprattutto in base a cosa. La valutazione medesima? E sulla base di quali valori? Qui si nasconde l’inganno di una discussione data per archiviata e in verità mai aperta, giacché i valori che orientano (o hanno orientato) il sapere e la ricerca non sono gli stessi che orientano la valutazione. E se – com’è ovvio ma continuamente dimenticato – la valutazione mette in gioco appunto valori, allora ogni discorso critico sulla valutazione dovrebbe interrogarsi non semplicemente sulla valutazione in senso stretto, ma, come ho provato a proporre altrove (Pinto, 2012), più fondamentalmente sulla cultura della valutazione.

È precisamente qui, in questa assenza di una critica della cultura della valutazione, che mi è sempre sembrato manifestarsi o forse nascondersi il tratto dogmatico o totalitario della valutazione medesima. C’è in altri termini qualcosa di stupefacente nella generale acquiescenza al fatto che uno dei principali obiettivi dichiarati della valutazione sia il riconoscimento del valore della cultura della valutazione, l’educazione alla quale (o alla “cultura della qualità”, del merito e così via) è esplicitamente menzionata nei documenti e protocolli ANVUR come elemento qualificante, e la verifica della risposta positiva (scilicet, sottomissione) a questo imperativo presentata come un momento determinante dello stesso processo valutativo. Così, a fronte delle evidenti difficoltà e problemi sollevati da più parti, e in certa misura anche riconosciuti da Anvur, l’ultimo esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca viene nondimeno dichiarato un successo, per il fatto che – così ad esempio il capo GEV di area 11 – “non ha sollevato conflitti significativi”; “per l’estrema limitatezza dei rifiuti”; per il fatto che “la comunità scientifica ha compreso che si trattava di un’importante occasione di miglioramento e autodisciplina”; perché, appunto, non va “sottovalutata la sua ricaduta in termini di diffusione di una cultura della valutazione”. Il che, assai concretamente, significa in questo caso “l’eredità” di “una banca dati di referee filtrati in base al loro operato”: valutatori affidabili, testualmente di “qualità certificata”, non però nel senso di una alta qualità scientifica, cioè valutatori scientificamente affidabili, ma valutatori affidabili per aver “rispettato, per così dire, i valori in campo”. Di qui la celebrazione entusiastica dello “sforzo eccezionale” compiuto “sul piano scientifico, statistico, antropologico [sic!] e sociologico” (ANVUR, 2013).

Nello stesso senso, per fare un altro esempio, la Scheda del Riesame del mio Corso di Studio denuncia come un punto debole rilevato nella valutazione della didattica – cui si invita a porre rimedio – la scarsa percezione da parte della platea studentesca dell’importanza della valutazione. “Criticità sono anche presenti nelle risposte degli studenti circa l’utilità stessa del questionario di valutazione. Sarà perciò compito dei docenti illustrare meglio il significato e l’importanza della valutazione da parte degli studenti allo scopo di rendere esplicite eventuali insoddisfazioni e problematiche nel corso dei loro studi”. Dal che deduco che, se decidessi di adottare per un prossimo corso il mio Valutare e Punire, dove di queste cose – questionari compresi – dico e argomento tutto il male possibile, dovrei attendermi almeno una sanzione disciplinare (ipotesi niente affatto iperbolica, grazie ai nuovi codici etici imposti dalla riforma e al codice di comportamento introdotto dalla legge anticorruzione).

Più ufficialmente ancora, negli ultimi documenti AVA si legge che “gli Organi di Governo dell’Ateneo […] si devono inoltre impegnare esplicitamente a sviluppare nell’Ateneo una cultura che riconosca l’importanza della qualità e della sua assicurazione […], promuovendo una cultura diffusa della qualità e la tensione verso l’autovalutazione critica orientata al miglioramento. […] A tal fine, ci si attende che l’Ateneo, con il coordinamento del Presidio Qualità, eserciti una azione continua di formazione dei responsabili dei CdS e metta in atto una verifica interna volta ad accertare che i CdS applichino e sviluppino in modo efficace la cultura della qualità, fornendo un riscontro sistematico ai CdS riguardo ai documenti da essi prodotti”. Non manca uno specifico indicatore (AQ1.A.3), volto a rilevare l’effettiva promozione di “una cultura diffusa della Qualità a tutela dei fruitori della formazione” (ANVUR, 2014). E potrei continuare con innumerevoli esempi.

Qualunque sistema che imponesse non già il semplice rispetto delle leggi, ma l’intima adesione ai principi veicolati e difesi da esse (un sistema che ad esempio non si limitasse a punire l’uso di stupefacenti ma richiedesse a ciascuno di farsi convinto sostenitore di una “cultura del benessere”, pena un’adeguata sanzione, o che non si limitasse a punire il furto ma imponesse un’attiva diffusione della “cultura della proprietà privata”, o non semplicemente imponesse la galera a chi vi è condannato ma pretendesse il sentito riconoscimento di bontà, utilità e miglioramento continuo della vita civile per opera delle patrie galere) susciterebbe, c’è almeno da sperarlo, un certo sgomento. Il fatto invece che non ci si interroghi proprio su questa vocazione totalitaria della cultura della valutazione, che come è stato notato apparenta essa in verità più ad un culto che non a una cultura (Neave, 1988), è già proprio l’effetto tangibile di questa cultura medesima, tutta orientata – contro ogni massimalismo – a ridimensionare, moderare, tacitare. Ossia a bollare come divagazioni ideologiche riflessioni di ordine e scala superiore (“la fine della grandi narrazioni” si disse al termine degli Ottanta, anni di svolta, dove in discussione non è tanto la narrazione ma appunto la sua dimensione: per dire, lo storytelling, la narrazione aziendale e quella degli affetti individuali vanno bene), a stigmatizzare come ordito complottistico tutto quanto richiede un surplus interpretativo-intellettivo, a denunciare come apocalittica la non adesione o ogni eccentricità allo Zeitgeist, rivendicando allo stesso tempo per sé uno sguardo asseritamente non integrato, ma, come si dice, laico, ragionevole, se non persino critico.

Così fa certamente effetto, ma non sorprende, leggere o ascoltare ancora le premesse di rito a ogni discorso pubblico sulla valutazione, che recitano il credo dell’imperativo ineludibile, della necessità inderogabile, l’atto di fede dell’occasione, dell’investimento, dell’opportunità, la proclamazione che nessuno vuole sottrarsi o teme di farsi valutare. E certo più effetto, ma in fondo non maggiore sorpresa, suscita l’insistita rassicurazione che si intende “riflettere sui processi valutativi” (criticamente, ca va sans dire: chi mai oggi direbbe che parla per sottomessa fedeltà al Re, al Ministro, alla Nazione?), senza tuttavia alcun “intento di aprire (o di riaprire) un dibattito di principio, in materia di valutazione di università e ricerca […] nella convinzione della loro inderogabilità” (Bonolis - Campelli, 2014), perché sarebbe addirittura “fuorviante [un] dibattito sui pro e i contro della valutazione” (Palumbo, 2014), una “contrapposizione inutile e perdente” (Valentini, 2014), mentre un paese normale dovrebbe interrogarsi su ciò che chiedono i portatori di interesse, sulle – testuale (Palumbo, 2014) – “domande degli stakeholder” (un paese normale, verrebbe da chiedere, o un paese normalizzato?). Per essere degna di esistere, una critica della valutazione dovrebbe cioè essere appunto costruttiva – “occorre essere propositivi oltre che chiari e sostenibili nel criticare le posizioni” (Valentini, 2014) –, condensarsi in proposte di modifiche credibili su questo o quell’aspetto, di interventi mirati su obiettivi raggiungibili (la distanza dai quali, verrebbe da aggiungere in ossequio ai principi della valutazione, dovrà essere misurabile). In altre parole, la critica alla valutazione va bene soltanto se assume l’habitus mentale della cultura della valutazione (congelare le menti, ciò che alla fine è il vero senso del richiamo, anche questo ricorrente, a “cambiare le menti”).

Tutto ciò fa effetto, eppure, di nuovo, non sorprende, perché questo è il clima che si respira ormai da anni nelle università, dove si è abituati a lavorare in un regime di esecuzione, senza più domandarsi se quanto viene imperativamente richiesto (calato dall’alto – top down – come dall’alto cala un bastone, o sospinto dal basso, botton up… e non sviluppo l’immagine), abbia un senso e quale. Una condizione che in chi, seppur confusamente, non sia approdato ancora a un’adesione senza residuo, produce una sorta di smarrimento. In relazione alla condizione francese, meno disastrata della nostra ma non imparagonabile, Albert Ogien e Sandra Laugier hanno denominato “dépossession” il sentimento dotato di spessore politico che corrisponde a questa specifica forma di alienazione (Ogien - Laugier, 2011).

In questa condizione da “mondo capovolto” di Marx diventa allora ovvio, come nota acutamente Claudio La Rocca, “il presentarsi di un rapporto quasi inversamente proporzionale tra il consenso riservato ad alcune opinioni ormai date per indiscusse – riassunte in quella che si usa chiamare, significativamente, cultura della valutazione – e la consapevolezza riguardo a ciò che esse presuppongono, al significato e alla posta in gioco, ma anche riguardo alla natura dei mezzi con cui essa si dispiega, che, mai come in questo caso, non sono affatto neutrali. Sempre più spesso si sente ripetere che una valutazione è necessaria – al punto da farla assurgere a conditio sine qua non della ricerca, quasi si fosse ignari del fatto che, se la valutazione (nelle forme qui in questione) è una novità, la ricerca esisteva ben prima, e senza. Forse ci si può chiedere come mai qualcosa di così ovviamente necessario sia stato per moltissimo tempo se non superfluo, semplicemente non percepito come ineluttabile” (La Rocca, 2013).

In definitiva, per anni la singolarità italiana è stata proprio l’assenza di una critica della “cultura della valutazione”, di un dibattito condotto fuori dal perimetro tecnico-operativo degli addetti ai lavori e/o valutatori di professione. Solo ultimamente, possiamo dire, questa chiusura è stata rotta, grazie a isolate iniziative intellettuali (ultima il numero monografico di “aut aut” All’indice. Critica della cultura della valutazione) e ad alcuni blog e siti web attenti a cogliere le trasformazioni del presente (penso, per esempio, al di là di Roars, a Leparoleelecose, Doppiozero, Alfabeta2, Lavoroculturale, ovviamente Letteraturaenoi, ecc.), quasi a supplire ad una sempre meno presente funzione critica delle riviste, ingessate nelle cautele accademiche e negli stessi meccanismi della valutazione (Pinto, 2013). L’autentica singolarità italiana è stata cioè la presenza per lungo tempo di una letteratura “scientifica” sul tema quasi esclusivamente apologetica: grigiamente tale, quasi una – verrebbe da dire – letteratura impiegatizia sulla valutazione, che mischia buon senso, linguaggio burocratico, sottocultura amministrativa in una produzione che, senza a ben vedere mai nulla argomentare, respinge come resistenza all’innovazione (altra parola chiave degli apologeti della valutazione) quella che ben potrebbe essere considerata invece solo la legittima resistenza ad un regime distruttivo del sapere, dei rapporti di cooperazione sociale, della libertà di ricerca e insegnamento, una resistenza di carattere propriamente politico ad una finanziarizzazione del sapere e della conoscenza fatta passare anche e soprattutto attraverso l’istillazione tossica, capillare di una omogenea mentalità valutativa.

Questa è d’altronde la vera specificità della propagandata “cultura della valutazione”. Si potrebbe certo di nuovo registrare per essa un rapporto inversamente proporzionale, per cui tanto meno evidente è il valore culturale in senso stretto di un fenomeno, tanto più ne si proclama il valore culturale in senso ampio: ecco così spuntare “cultura di impresa”, “cultura della qualità”, “cultura della trasparenza”, “cultura della misurazione” (sic!) e altri ircocervi, dove la parola cultura è adoperata in senso avalutativamente generico, come in “cultura mafiosa” (dove tuttavia l’espressione è forse persino più appropriata). Ma tutto ciò senza cogliere i tratti distintivi che fanno di questa “cultura” qualcosa di diverso da una pura e semplice propaganda. Perché, e questo è un punto determinante, la cultura della valutazione non si giustappone propagandisticamente alla valutazione ma è parte integrante del dispositivo valutativo, un suo snodo tecnicamente necessario, senza il quale l’apparato governamentale della valutazione non funzionerebbe. Non coercizione, dispendiosa sotto ogni profilo e inefficace (ciò che certo non significa che non vi si ricorra quando è il caso), ma piuttosto “tecnologia di governo” tesa a provocare condotte, produrre soggettività “libere”, vale a dire autonomamente conformi alle procedure attese. In altri termini non si tratta semplicemente di verificare e controllare soggetti e organizzazioni, ma di costruirli attraverso verifica e controllo. Di scientifico qui non vi è niente se non il metodo, l’organizzazione, nel senso del “management scientifico” (Nicoli, 2010). Per il resto “la ‘auditabilità’ è una costruzione sociale e politica”. Per questo “la questione spesso sollevata della obiettività della valutazione non ha senso. Questa tecnologia di potere mira a creare un tipo di rapporto che convalida se stesso” (Laval - Dardot, 2014). Il fatto che alla ricerca e all’istruzione essa non serva a nulla, o anche che – come è il caso – le danneggi, non è un’obiezione. Il suo risultato, che non si esita a celebrare come tale, è una rivoluzione antropologica: una grande opera di ingegneria sociale, ovvero un grande “esperimento sociale” (Bonaccorsi, 2013).

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NOTA

ANVUR, Linee guida per l’accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio, 2014, all’URL http://www.anvur.org/attachments/article/26/Linee%20Guida%20Accr%20%20Periodico_17%2004%202014.pdf.

ANVUR, Valutazione della Qualità della Ricerca 2004-2010, Rapporto finale di area. Gruppo di Esperti della Valutazione dell’Area 11 (GEV 11), 2013, all’URL http://www.anvur.org/rapporto/files/Area11/VQR2004-2010_Area11_RapportoFinale.pdf.

Bonaccorsi A., La valutazione della ricerca come esperimento sociale, in “Scuola democratica”, 6 (n.s.), 2012, all’URL http://www.scuolademocratica.it/2012/10/n%C2%B06-nuova-serie-%E2%80%93-ottobre-2012; cfr. anche Id. su “Il Sole 24 ore” del 08/07/2012.

Bonolis M. - Campelli E.,La valutazione del testo scientifico:omaggio a Gadamer, in “Sociologia e ricerca sociale”, XXXIII, n. 100, 2013, pp. 5-10.

Bourdieu P., Raisons pratiques. Sur la théorie de l’action, Paris, Le Seuil, 1994.

Dardot P. - Laval Ch., La nouvelle raison du monde. Essais sur la société néolibérale, Paris, La découverte, 2009 (tr. it. DeriveApprodi 2013).

La Rocca C., Commisurare la ricerca. Piccola teleologia della neovalutazione, in “aut aut”, 360/2013: All’indice. Critica della cultura della valutazione, pp. 69-103 http://paolocomanducci.files.wordpress.com/2014/03/commisurare-la-ricerca-piccola-teleologia-della-neovalutazione.pdf

Marella M.R., (Psico-)analisi della valutazione, in “Meno di zero”, II, 5, 2011, all’URL http://menodizero.eu/attachments/article/167/Maria_Rosaria_Marella.pdf.

Neave G., On the Cultivation of Quality, Efficiency and Enterprise: An Overview of Recent Trends in Higher Education in Western Europe, 1986-1988, in “European Journal of Education”, 23,1988, pp. 7-23.

Nicoli M., Regimi di verità nell’impresa postfordista, in “Esercizi Filosofici”, 5, 2010, pp. 65-77, all’URL http://www2.units.it/eserfilo/art510/nicoli510.pdf.

Ogien A. - Laugier S., Pourquoi désobéir en démocratie?, Paris, La découverte, seconda ed., 2011.

Palumbo M.,Chi ha paura della valutazione cattiva?, in “Sociologia e ricerca sociale”, XXXIII, n. 100, 2013, pp. 52-65.

Pinto V., Valutare e Punire. Per una critica della cultura della valutazione, Cronopio, Napoli, 2012.

Pinto V., Tanatologia della critica. Le riviste nell’epoca della valutazione, in “Laboratorio dell’ISPF”, X, 2013, all’URL http://www.ispf-lab.cnr.it/2013_204.pdf.

Valentini E., Ritorno al passato? Il cortocircuito riforme/valutazione nel campo delle scienze umanistiche e politico-sociali, in “Sociologia e ricerca sociale”, XXXIII, n. 100, 2013, pp. 72-90.

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Commenti   

#1 Il problema comunque rimaneMichele_Dr 2014-05-25 18:40
Premetto che non sono un insegnante né sono addentro la complicata problematica della valutazione e della legittimità di essa non solo in determinate forme e attuazioni ma della sua legittimità in se stessa. Di fatto io non rifiuto a priori tesi come quella qui presente contrari alla valutazione in qualsiasi sua forma. L'unico punto che io non ho compreso di questa posizione è questo: quali sono le soluzioni alternative per fronteggiare quei problemi che la valutazione (o certe forme o di valutazione, o certe forme di valutazione assieme ad altri strumenti), come dicono i suoi sostenitori, doveva risolvere ? Parlo di problemi che difficilmente si possono negare o minimizzare, ovvero gli abusi della libertà di insegnamento e di ricerca, che si concretizzano in comportamenti irresponsabili come familismo, clientelismo, partite truccate, raccomandazioni e azioni miranti a favorire certi nomi e non altri a prescindere da quali azioni compiono i portatori di quei nomi. Quali sono le soluzioni concrete (che dunque non si possono limitare a semplici esperienze di educazione a forme di etica professionale, del tutto impotenti rispetto ad avversità così potenti) che possono portare a un minor numero possibile di tali negative situazioni? Mi sembra un punto che debba essere molto ben approfondito, in modo che si debba giustificare non solo perché quella risposta è sbagliata ma anche qual è la risposta giusta, o perlomeno la migliore per ora disponibile, all'insieme di problemi sopra esposti.
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