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Giambattista Vico “iperattivo” e malinconico/Letteratura e bisogni speciali 7

Giovan Battista VicoVico ‘iperattivo’

Giambattista Vico spesso viene citato nei testi di studiosi che si occupano di linguistica, mitologia, antropologia e storiografia. Eppure è una figura poco nota, poco letta e la sua stessa biografia è ignorata dai più.

Si può affermare che il pensatore, erudito e filosofo napoletano si impegnò tutta la vita per la conoscenza e la ricerca storica provando in questo modo a comprendere il corso dell’umanità, ma anche ad evadere dalla vita miserabile e difficile che lo costringeva ad affaticarsi molto.

Nato nel 1688 in una famiglia di modeste condizioni, Giambattista è un fanciullo molto vivace che oggi gli esperti definirebbero ‘iperattivo’, in realtà Vico era semplicemente un bambino molto turbolento come tutti i bambini che hanno bisogno di muoversi per scoprire se stessi ed il mondo.

Il piccolo Giambattista amava muoversi e fare salti pericolosi, andava nella povera libreria del padree si arrampicava sui mobili. Egli stesso racconta il suo primo grande trauma nella sua Autobiografia:

Imperciocchè, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo, ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d’una scala nel piano onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerato il lungo sfinimento, ne fè tal presagio: che egli o ne morrebbe o avrebbe sopravvissuto stolido. Però il giudizio in niuna delle sue parti, la Dio mercè, si avverrò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l’ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell’arguzie e del falso.

La caduta sembrò dover fermare la sua crescita e il suo sviluppo, si temette anche per la sua vitae, per le sue cagionevoli condizioni di salute, rimase fuori dalla scuola per tre anni.

Da quel momento Giambattista diventa solitario e si tuffa nella lettura, legge in latino e in greco; ammesso agli studi dai gesuiti di Napoli abbandona tuttavia il collegio. Decide di studiare da solo. La solitudine e lo studio approfondito dei filosofi e pensatori antichi furono, da quel momento, le sue principali attività. Ma Vico soffrirà continuamente di malori e di mal di testa.

Vico svantaggiato

Nato di famiglia molto modesta, sofferente, solitario, vivrà dentro ‘una somma povertà’ dedicandosi corpo e anima allo studio della storia, dei miti, della filosofia e della filologia latina. La sua furia di imparare e di conoscere lo porterà alla depressione giovanissimo; combatterà continuamente con dolori fisici e terribili mal di testa .

Scrive Enzo Siciliano a proposito:

Scuole irregolari: fu un ‘fanciullo maestro a se medesimo’. Ebbe un incidente a sette anni: cadde da una scala, restò per cinque ore privo di sensi. (...). Il ragazzo non morì, né poté dirsi stolido (...).Tornò agli studi di grammatica dopo tre anni di convalescenza, e vi tornò con lena e intensità. Sposò una donna analfabeta. Lavorava in mezzo al chiasso domestico. Nell’Autobiografia racconta di una malattia che gli corrose il palato. Si disse che Giambattista Vico ‘giammai non rise’. Le sue qualità umane sono quelle del solitario e del sofferente. Ma la solitudine era cosa che temeva, e fu lo scotto che egli pagò al disagio dell’esistenza.

Lo stesso Vico si rende conto a più riprese di stare sull'orlo critico di una psiche sotto pressione che poteva spezzarsi ad ogni momento, si rendeva conto del rischio di sprofondare nell’isolamento altezzoso e di perdere il senso del reale. Confessava:

Nella mia vita ho temuto sopra ogni cosa proprio questo: l’esser solo a sapere: mi è sembrato sovraccarico di una pericolosa responsabilità, per la scelta che impone tra essere un Dio ed essere uno stolto.

Si appassiona alla filosofia e svolge anche l’attività di precettore dei figli del marchese Domenico Rocca, nel Cilento, in quella occasione sfrutta la ricca Biblioteca del marchese e legge Platone, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Sant’Agostino, Aristotele e Bacone. Scopre la storia con Tacito e il rapporto della storia, della filosofia con il diritto leggendo Bodin e Grozio.

Nel 1695 deve tornare a Napoli; ha 27 anni ed è affetto di tisi, con la febbre che lo indebolisce Vico è costretto a fare delle ripetizioni di retorica e grammatica per sfamare la sua famiglia. Tenta, ma senza successo, di ottenere un posto come segretario presso il Municipio di Napoli.

Sempre più in difficoltà ed ammalato prova il concorso di eloquenza e retorica all’Università di Napoli. La nomina accademica è un grosso aiuto ma, oltre alla sua famiglia con 8 figli, deve provvedere al fratello e al padre. Per aumentare il suo reddito è costretto ad aprire uno studio privato dove impartisce le lezioni di retorica e di grammatica; scrive anche poesie, epigrafi, orazioni funebri e panegirici per arrotondare. Non conoscerà mai più la tranquillità necessaria per lo studio, eppure proseguirà le sue meditazioni «tra lo strepitio dei suoi figli». Difficoltà economiche, un carico famigliare enorme, sofferenza fisica e problemi di salute: ecco la quotidianità di Vico.

 Vico resiliente

Intorno al 1699 conosce il filosofo Paolo Mattia Doria (1667-1746), di origine genovese, che fu per lui un punto di riferimento intellettuale e personale importante. Filosofo e matematico Doria si lega d’amicizia e dialoga con Vico sulla filosofia della natura. Sempre alle prese con mal di testa e febbre, Vico scrive anche un trattatosulle febbre. Influenzato da Doria elabora una filosofia critica nei confronti del dualismo cartesiano. Per Vico la natura umana e la vita sono un tutto unico (con le sue patologie) , e l’uomo ne è parte integrante, c'è quindi una sostanza unica in quanto corpo e mente fanno un tutt’uno. Legge anche attentamente l’opera di Ugo Grozio e la commenta.

In mezzo al dolore ed alle difficoltà di ogni genere, Vico scrive la sua Scienza Nuova che pubblica nel 1732. Indebolito «da quei malori che fin dai suoi più floridi anni l’avevano debilitato» rinuncia a uscire di casa, fa fatica a camminare e finisce anche per perdere la memoria e per non riconoscere più le persone. Nel suo sforzo di recuperare la tradizione degli studi umanistici e latini si oppone alla moda dilagante dell’uso della lingua francese e difende l’uso del latino come base e radice della lingua italiana. In questo Vico è strenuo difensore dell’identità culturale latina, dell’umanesimo italiano e partenopeo; è contrario al colonialismo culturale che viene dalla Francia (allora potenza egemone in Europa) e vede anche tutti i pericoli di una modernità disumanizzante. Vico diceva spesso di sentirsi «straniero nella sua patria». Molti lo descrivono come di bassa statura e anche collerico. Scrive Enzo Siciliano:

Le sue esplosioni d’ira proverbiali andavano di pari passo con la sordità altrui verso i suoi scritti. Quelle bufere, nate da una ipersensibilità spinta quasi al patologico, nascondevano un accanito lavorio riflessivo, la caccia segreta di un diverso modo di intendere e conoscere il passato - un inaudito bisogno di possederlo - che durò oltre vent’anni.

Molti lo vedono come una specie di pazzo, «agitato e afflitto, lacero e stanco», qualcuno con disprezzo aggiunge «come nato in Marocco», un folle, un seccatore a cui «dava di volta il cervello».

Vico aveva degli atteggiamenti provocatori; in apparenza rispettoso dell’autorità, era terribilmente sovversivo nel pensiero: basta pensare che a più riprese, pure conoscendo bene il francese, si rifiutò di scrivere in quella che veniva considerata all’epoca come la lingua franca utilizzata dalla maggior parte degli intellettuali. Vedeva in questo una minaccia per l’identità culturale e filosofica latina e partenopea. La sua opposizione era sicuramente una forma di resistenza culturale. Il filosofo napoletano, partendo dalle sue profonde radici storiche, è però tutt’altro che un provinciale e si apre allo studio comparato delle culture di tutti popoli antichi. Ne scaturirà la Scienza Nuova, il suo capolavoro riconosciuto nel mondo intero.

Malato, isolato e povero, Vico si trascina e si rinchiude su se stesso, probabilmente affetto anche da una forma di Alzheimer. Muore poveramente e senza grande rumore.

L'eredità di Vico

James Hillman in un testo dedicato a Plotino, Marsilio Ficino e Vico fa notare come questi tre filosofi assai diversi avessero una grande capacità di analisi della psicologia umana ed avvicina anche il lavoro di Vico sui miti a quello di Carl Jung:

Vico è stato rivendicato come precursore di innumerevoli rami del pensiero moderno: matematica, linguistica e sociologica. Lo si è avvicinato ad Hegel, al marxismo, a Lévi-Strauss, e lo si è considerato l’ispiratore di Coleridge e di Joyce. Nelle grandi linee è facile cogliere il significato di Vico nelle origini del metodo umanistico, della corrente anti-positivistica, e anti-cartesiana, della psicologia verstehende, quale fu sviluppata più tardi da Dilthey, Cassirer e Jaspers. In queste accezioni generali, Vico è un precursore dell’orientamento junghiano.

Si può anche affermare che Vico anticipi i lavori di Geza Roheim e Georges Devereux sulla psicologia transculturale che teorizzano l’unità psichica del genere umano.

L’antropologo britannico Edmund Leach vede in Vico il fondatore dello studio del mito come trasfigurazione metaforica, mentre Claude Lévi-Strauss scrive che Vico

si rende conto che le storie mitiche non sorgono come unità isolate ma come complessi e che gli elementi nelle unità di un complesso devono adattarsi in qualche modo l’uno all’altro. In base a questa unità comprensiva (strutturale) è possibile trarre inferenza da una storia particolare ad un’altra.

Sappiamo che anche Karl Marx conosceva bene il pensiero di Vico (lo cita in due lettere a Lassalle e Engels, nonché in una nota del primo libro del Capitale); apprezza il suo punto di vista storico e si accosta alla sua opera tramite la lettura di Hegel che ammirava il filosofo napoletano.

Abbiamo visto che Vico si arroccò in un intransigente rifiuto della modernità.

La sua difesa della poesia, dell’irrazionale, della storia contro la ragione geometrica di Cartesio rappresentarono il rifiuto della pretesa d’imbrigliare la natura negli schemi astratti della matematica.

Come ha ben scritto Fausto Nicolini nella sua biografia intellettuale del filosofo partenopeo:«il nemico vero del Vico, colui che non gli lasciò mai un momento di tregua, fu lo stesso spirito di lui, sempre irrequieto e insoddisfatto. Irrequieto e insoddisfatto come scrittore».

Questa ‘anima torturata’, non classificabile, anticonformista fu accusata di essere pazza per la sua esuberante fantasia e la sua passione per i tempi antichi e lo studio dei miti. Si può affermare che Vico fu un pensatore isolato perché rifiutava la cultura dominante del suo tempo, il razionalismo calcolatore, il metodo deduttivo dei cartesiani; l’idea che il mondo fosse strutturato secondo rapporti matematici e scritto in caratteri geometrici gli appariva non aderente alla storia reale degli uomini.

Vico non accetta il disprezzo dei cartesiani per il passato e la storia e afferma:

In verità ciò che all’uomo è dato di sapere è, come l’uomo stesso, finito e imperfetto.

Le intuizioni pedagogiche

Le intuizioni pedagogiche di Vico oggi assumono una particolare rilevanza proviamo a riassumerle:

1) Vico estende il criterio del verum-factum alla realtà storica: il mondo è sempre opera e costruzione dell’uomo e non di una Ragione calcolatrice geometrizzante. Un mondo fatto non di formule matematiche ma di propositi, di azioni, di passioni, terrori, speranza, linguaggi, miti, leggi e istituzioni civili. L’uomo non è mai uno spettatore passivo ma conosce questo mondo dall’interno poiché né è l’attore e il protagonista.

2) C’è uno sforzo continuoinVico di comprendere storicamente i mondi lontani dal suo e riconoscere loro la stessa dignità culturale; in fondo parlare di rapporti con il mondo antico, con i popoli lontani e con i bambini è parlare del rapporto con la diversità, meglio con l’Alterità.

3)Vico s’interroga sulle modalità espressive esui linguaggi dei popoli; ne coglie la peculiarità, mette in evidenza la sensibilità fantastica del bambino e nota come i sordomuti si esprimano con la gestualità e il corpo.

4) Interessante l’attenzione di Vico per la disabilità, lui, che soffrì fisicamente per tutta la sua esistenza, scrive a proposito dei ciechi:«Ed è proprietà di natura umana ch’i ciechi vaglionomeravigliosamente nella memoria».

    Qui c’è tutta la capacità di Vico di cogliere il particolare per collegarlo all’universale ed in tralice, la lotta del bambino traumatizzato per capire il mondo e l’umanità, la ricchezza della sua pluralità di linguaggi e la sua capacità di comunicare nella reciprocità.

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