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"Insegnare a chi non vuole imparare" 

/files/libri/151/large_151.pngll 19 marzo 2015 uscirà per L'asino d'oro Insegnare a chi non vuole imparare di Giuseppe Bagni e Rosalba Conserva. Ne anticipiamo la prefazione di Pietro Lucisano su gentile concessione dell'editore e degli autori.

 

Ormai tutti han famiglia e hanno figli,

che non sanno la storia di ieri,

io son solo e passeggio tra i tigli

con te cara che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri

quelle nostre speranze di allora

rivivessero in quel che tu speri

o ragazza color dell’aurora.

Italo Calvino, Oltre il ponte

 

 Due colleghi si scrivono raccontandosi esperienze di scuola. Due colleghi bravi, impegnati, sensibili, capaci di cogliere elementi della loro esperienza con il cuore e con la testa. Emerge dalla loro corrispondenza il vissuto del professionista riflessivo, del professore di scuola secondaria superiore, colto, in grado di trasformare l’esperienza quotidiana collegandola a teorie e modelli

Dalle lettere si comprende come la scuola sia un aspetto importante della vita di chi le scrive, un aspetto che dà stimoli, che possono essere insieme commozione, preoccupazione, soddisfazione, disagio. I due si scrivono a partire da esperienze diverse: Rosalba Conserva insegna italiano e storia in un Istituto tecnico, Giuseppe Bagni insegna chimica nel laboratorio di un Istituto professionale. Nessuno dei due ha come allievi i ‘Pierini’ del dottore del Liceo classico.

In questa corrispondenza ci sono molte delle domande che si pongono gli insegnanti, ci sono anche alcune risposte e alcune riflessioni, ma non ci sono ‘ricette’. Già, perché Bagni e Conserva dentro a questa scuola, mentre discutono tra loro, finiscono per dover dare «una raffica di 4», «votare per il 7 in condotta a ben cinque allievi», proprio perché, come dice Conserva, «Cambiano i tempi, cambiano le generazioni, ma la scuola si trova davanti sempre lo stesso problema: far passare la ‘memoria sociale’ nella ‘memoria individuale’». E così la corrispondenza a due diventa una corrispondenza a quattro: Beppe intellettuale e Bagni insegnante, Rosalba intellettuale e Conserva insegnante. Beppe e Rosalba colgono le contraddizioni, le inquadrano in modelli descrittivi, avanzano ipotesi interpretative, fino a cogliere le ragioni e i rimedi possibili. Bagni e Conserva, invece, sono immersi in queste contraddizioni e talvolta si capisce che annaspano, che cercano una soluzione per il qui e ora. Talvolta ci stupiscono, come quando Conserva nella lettera del 17 novembre afferma di essersi arresa all’efficacia dei voti pur di mettere a tacere uno studente che insisteva nel chiedere come fosse andato all’interrogazione.

I due intellettuali si confrontano su tematiche fondamentali («Dove nasce l’indifferenza dei ragazzi alla scuola?»), sulla deontologia professionale che implica la «segretezza»; colgono il fatto che la forma della scuola è «usurata, anacronistica, obsoleta» e che «Se i contenuti e i metodi non funzionano, non ci sono buone relazioni che salvino la situazione»; citano, cercano conforto in primo luogo in Bateson, ma poi si accompagnano a Bruner, Wittgenstein, Truffaut, Kafka, Canetti, Popper. Il ragionamento elevato ‘molcisce le cure’. I due insegnanti, invece, si arrovellano su che cosa proporre ai ragazzi e sul perché i contenuti del sistema scolastico non costruiscano in alcun modo una continuità di interesse in loro.

Le lettere e le riflessioni si inseguono come in un dialogo reale, in cui solo raramente a una osservazione segue una risposta precisa. Ogni osservazione e riflessione dell’altro, infatti, è più spesso lo spunto per cercare nella propria memoria esperienze analoghe o in grado di corrispondere in interesse, intensità, problematicità a quelle che vengono proposte. L’ascolto è la più difficile delle discipline. Nella fretta di fare, spiegare, insegnare, va lutare, dimentichiamo continuamente che ascoltare può essere un servizio ben più grande che parlare. Ascoltando insegniamo ad ascoltare.

Ma forse il mio compito non è chiosare un libro che va letto. In questi ultimi anni sto riflettendo molto su quanto le condizioni di contesto determinino le nostre esperienze e il nostro modo di sentire e di pensare. Ed è evidente che Conserva e Bagni vivono la loro esperienza di insegnanti in una scuola piena di contraddizioni in cui spazi, tempi e rapporti sono definiti in modo tale da consentire solo interventi limitati. La scuola è un labirinto. Dentro la logica della scuola del Ministero diventa ragionevole riscoprire l’utilità dei voti, la necessità di far provare la durezza dello studio, la soddisfazione per il successo di uno studente difficile, la sofferenza per i ragazzi che disturbano, lo scherzo sull’errore di Pomponio. Nel labirinto si insegnano i verbi, ma l’unico tempo è il presente noioso, non entrano le storie dei ragazzi, il loro passato, non entra il loro futuro. Il presente noioso è fatto di episodi scollegati, interrotti dal trillo di una campanella.

Si sopravvive, però. Tutti siamo sopravvissuti al labirinto. Dei risultati è difficile parlare perché non c’è una cultura della valutazione. Ma dobbiamo certamente al labirinto la competenza e il rigore morale del nostro paese e delle nostre classi dirigenti. Eppure si può persino imparare ad amare il labirinto, i suoi orari, le sue campanelle, le storie che all’interno si ripetono ciascuna nella sua originalità: «Con Demarco le ho provate tutte, fino a quando mi sono arresa», «c’è sempre anche Filippo, che preferisce studiare vicino a qualcuno», «Reyes e Manzi – fino a ieri pecorelle smarrite – hanno fatto un compito niente male». Si può riflettere sul labirinto accettando la convinzione che resistere al suo interno per tredici anni sia il prezzo da pagare per una condizione di vita socialmente meglio retribuita e socialmente più rispettata, la convinzione che solo il labirinto aiuti a formare le competenze necessarie per inserirsi nella società della conoscenza. Si può vivere nel labirinto se accettiamo l’idea che ‘alla fine’ faccia bene ai ragazzi.

Tra le regole del labirinto c’è quella che il cavallo deve bere e deve bere quello che tu gli dai da bere quando dici tu. È buffo il detto da cui, in parte, prende le mosse questo epistolario: «Si può portare un cavallo alla fonte, ma non si può costringerlo a bere». Viene da chiedersi: perché bisogna costringere il cavallo a bere? Ovviamente per il suo bene. Avete mai visto morire di sete cavalli perché si rifiutano di bere? Non è più ragionevole immaginare che i cavalli quando hanno sete siano in grado di cercare da soli fonti, ruscelli, pozzanghere? I cavalli sanno distinguere per istinto l’acqua pulita da quella inquinata. Forse non sempre. Forse è necessario disporre pascoli e cercare di fare in modo che ci siano più possibilità di bere, quando si vuole, come si vuole, quello che si vuole.

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