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La poesia come forma araldica. Alessandro Fo incontra gli studenti

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Il poeta Alessandro Fo ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere.

1. In una sua raccolta del 2002, Piccole poesie per banconote, lei ha deciso di usare come supporto per i suoi versi le banconote delle lire e dell'euro, spiegando così questa sua scelta: «a che varrebbe “pubblicare” / per non farsi ascoltare / e restare lontani? // È meglio circolare – così – per le tue mani.». Lei ritiene che la poesia debba essere “comunicativa”? Pensa che essa oggi circoli così poco fra i lettori anche per il fatto di essere percepita come un genere troppo elitario o iniziatico?

Certo. Secondo il mio punto di vista, se non c’è comunicazione e comunicatività, non c’è nemmeno poesia. La ‘trovata’ delle banconote era intesa soprattutto ad ovviare alla mancanza di ‘circolazione’ della poesia. Naturalmente è rimasta a livello di provocazione: non è che mi sono poi messo davvero a scrivere quelle poesie su quei tagli di banconote – anche se in realtà non l’ho fatto solo perché non ne ho avuto tempo né voglia. Continuo infatti a credere che sarebbe un modo fantasioso e proficuo per proporre alla lettura ciò che si ha da dire.

  1. Lei incontra spesso gli studenti nelle scuole e da qualche anno porta la sua poesia anche nel carcere di San Gimignano. Ritiene queste attività collaterali o complementari o consustanziali al suo essere poeta?

Mah, proprio per l’idea di poesia che vorrei sostenere, sarei tentato di rispondere «consustanziali». Tuttavia le alternative proposte in questo modo tendono a incasellare in una determinata categoria una realtà che è naturalmente molteplice. Se uno si sente vocato alla poesia, e quindi (come dicevamo sopra) anche alla sua trasmissione, avere modo di parlarne con giovani che si affacciano ora alla letteratura è una fortunata occasione. E altrettanto fortunata è l’occasione di schiuderne i segreti a persone che vivono in una situazione di grave deprivazione, e che di conseguenza possono trovare nella poesia un po’ di conforto. 

  1. La sua poesia ricorre spesso a misure di versi tradizionali, non disdegna la rima, cura attentamente rispondenze sintattiche e foniche, ama giocare anche in forme combinatorie. Durante l’incontro con gli studenti lei accennava al suo sforzo di far coincidere, nella raccolta Piccole poesie per banconote, tema del componimento con colore e taglio della banconota. Penso però anche ai calligrammi, agli acrostici, o alla mimesi dello svolgimento delle frasi musicali nelle poesie dedicate a Chopin (nella sua ultima raccolta Mancanze). Nella poesia, che rapporto si stabilisce o si dovrebbe stabilire, secondo lei, tra forma e contenuto?

A mio parere la poesia consiste di un determinato contenuto ‘particolare’ (un punto di vista il più possibile profondo, o magari solo inconsueto, su certe cose, certi eventi, certi rapporti della vita) disposto in una certa forma, che mi piace definire ‘araldica’. Una tensione formale, cioè, che tende a spingere i contenuti verso l’essenzializzazione, e nel contempo verso un loro raffinamento simbolico. La forma senza contenuti è pura accademia (conosco voci poetiche in cui si fa sfoggio di una consumatissima abilità tecnica, ma alla fine la forma divora e fa sparire i contenuti). E, parallelamente, un contenuto proposto come «poesia» che, per quanto interessante, non sia articolato in una certa forma, tradizionale o innovativa che sia, tende a un diverso dominio – quello, se vogliamo chiamarlo così – della prosa.

  1. Nei suoi testi, quelle che Montale avrebbe chiamato le “occasioni” della poesia non sono mai taciute, anzi sono molto spesso riconoscibili: i luoghi attraversati, le esperienze fatte, le persone incontrate (penso, ad esempio, alla sezione Figure d’angeli, ancora in Mancanze). Mi pare che si tratti di una chiara presa di posizione rispetto a quel modo di intendere e scrivere la poesia che potremmo definire ermetico o simbolista (nell’accezione ampia che i due termini hanno in Giacomo Debenedetti, La poesia italiana del Novecento, e Mario Luzi, L’idea simbolista). Che rapporto ha la sua poesia con la tradizione (le tradizioni) del Novecento e con la tradizione più in generale, considerando anche il fatto che lei insegna letteratura latina?

Personalmente sono uno strenuo fautore della tradizione, e ritengo che chiunque voglia esprimersi in un determinato campo debba conoscere quanto più può di ciò che, ovviamente a un livello alto e per tale riconosciuto (o riconoscibile attraverso una strumentata indagine critica), è stato scritto e trasmesso in quel settore. Penso che ogni voce rappresenti un diverso timbro, in una sorta di ideale organo dagli innumerevoli registri. Di conseguenza, mi piace leggere e assimilare i più disparati autori, antichi e moderni, lasciando che i loro singoli tesori vengano a depositarsi sul fondo della mia mente, e restituiscano magari, auspicabilmente, qualche loro bagliore quando tento di esprimermi in proprio. Da questo punto di vista direi che ho un rapporto piuttosto onnivoro e multilaterale con la tradizione, e non saprei collocarmi in una precisa linea piuttosto che in un’altra. Certamente, alcune istanze di ‘poetica’, come il tentativo di essere il più comprensibile, il meno criptico e oscuro possibile, determinano anche, in quanto riflesso di un gusto personale, predilezioni nei riguardi di alcuni autori rispetto ad altri. Ma non saprei auto-definirmi rispetto a precise ‘scuole’ già storicizzate.

  1. Quali libri di poesia consiglierebbe a un adolescente che desideri avvicinarsi a questo genere ma che se ne senta intimorito?

Potrei fare molti nomi di poeti italiani e stranieri, conosciuti e non, di varia natura, collocazione cronologica ed estrazione. Forse inizierei con il suggerire il Giorgio Caproni di Il seme del piangere e Guido Gozzano, da cui risalire a Leopardi. E, su altri registri, perché non Aldo Palazzeschi, Toti Scialoja, Fosco Maraini, Vivian Lamarque (per corroborare fantasia e delicatezza). E poi Sandro Penna – e in tutt’altri campi Cesare Pavese e Primo Levi (Ad ora incerta). Per i più ‘filosofici’, anche le prime due raccolte di Valerio Magrelli potrebbero costituire un interessante accostamento. Fra le voci antiche suggerirei di provare a ‘sentire’ cos’hanno da dirci ancora almeno Saffo e Catullo. Fra gli stranieri, penso che sia assolutamente indispensabile Jorge Luis Borges. A lui accosterei per differenti ragioni Federico García Lorca, Ramon Jiménez, Edgard Lee Masters, Kostantinos Kavafis, Wisława Szymborska, Vladimir Majakowskij, le Lettere di compleanno di Ted Hughes, le poche poesie tradotte in italiano di Thomas Hardy. Parallelamente, inviterei però anche a non impigrirsi nel trito ricorrere ad alcuni tipici poeti usualmente ritenuti ‘facili’ – e proprio per questo generalmente imbanditi agli adolescenti –, che finiscono per depistare, orientando non alla poesia ma al «poetichese». Penso a voci come Jacques Prévert, Paul Éluard o Paolo Neruda. Ma se si vorrà condurre anche solo una breve esplorazione fra i registri degli altri che ho ricordato come possibile ‘accesso’, credo che difficilmente si resterà impermeabili al fascino – così ricco e multiforme – della poesia.

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