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diretto da Romano Luperini

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Tra mito, epica ed ermeneutica. Un'esperienza nella scuola secondaria di primo grado

cavadini Berlin 2349 Prof. quando facciamo epica?

Chi falla in appuntar primo bottone,
mezzani né l'ultimo indovina.

Giordano Bruno Candelaio

Classe prima, scuola media di periferia, Como, un passo dalla Svizzera e due da Milano: i miei ragazzi sono divisi in gruppetti da tre, stanno lavorando sulla carta d’identità di Eracle e sullo storyboard della sua giovinezza. Ho spiegato la storia dell’eroe per 25 minuti, proiettando solo immagini di statue e dipinti, è stato come visitare una mostra digitale: in un colpo solo abbiamo goduto di bellezza, decodificato simboli e immagini, raccontato storie. E già questo è un obiettivo raggiunto: svelare lentamente, a mo’ di scoperta, la bellezza di un racconto che acquista forza grazie alle immagini. Il mito va narrato, usando il suo lessico arcaico e potente: mano mano che la narrazione scivola via, grazie alla forza della parola, i ragazzi staccano gli occhi dal foglio e mi guardano; avverto la loro emozione, la paura, lo sconcerto e il sollievo quando arrivo alla fine, credo che aspettino le nostre ore di epica anche per quello. Poi, alla fine della spiegazione, comincia il “salta dentro il racconto”, ovvero i nostri esercizi di ermeneutica, lo smontaggio e rimontaggio del testo: io la chiamo officina del lettore, dello scrittore e del poeta, perché “lavoriamo e costruiamo coi testi”.

Insegno in una scuola media, le tecniche che uso derivano da esperienza e osservazione e dalla consapevolezza che, per insegnare italiano in questo ordine di scuola, sia necessario coniugare il rigoroso approccio filologico e di studio con la dimensione ludica e sperimentale. Ho il vantaggio di avere tante ore a disposizione e di poter sfruttare anche la nostra piattaforma di classe (sul social learning www.fidenia.com) per farli discutere sui testi ed esercitare in bozze, riscritture, analisi, perché l’allenamento, la familiarità con questo tipo di lavoro, è fondamentale.

Non è possibile insegnare ai preadolescenti senza tenere in considerazione una peculiarità della loro età: il gusto per scarabocchiare, disegnare, costruire, scrivere, il loro privilegiare la concretezza all’astrazione, la narrazione  e l’azione alla riflessione e all’introspezione. E’ un’età in cui la curiosità e il gusto per la scoperta sono ancora altissime, ma si scontrano con la confusione provocata dalle mille sollecitazioni che ricevono: un testo letterario, scelto con cura, li aiuta a lavorare con lentezza, ma affinché li catturi è necessario che possano farlo loro, che esso possa farsi spazio nel loro caos e ciò avviene solo se il testo viene decodificato, manipolato e masticato, non guardato con timore e deferenza. Giusto ieri, mentre raccontavo della mia officina del poeta, un collega mi ha detto “parli dei ragazzi come se fossero liceali, ma con il livello con cui abbiamo a che fare, io non mi arrischio nemmeno ad affrontare la poesia. Non la possono capire, la rovinano e svalutano. Se devo insegnare chi non sa nemmeno cosa vuol dire garofano come posso fare poesia in classe?” Vero, i ragazzi delle medie non sono liceali, come la scuola media non è la scuola superiore più facile, ma una scuola con una sua identità ben precisa e che necessita un preciso stile d’insegnamento, basato sul metodo induttivo ed euristico.

Ma torniamo in classe. Mentre spiego prendono appunti sul loro taccuino dello scrittore: ai miei tempi si sarebbe chiamato “quaderno di brutta”, ma mi sembrava ingrato chiamare brutte le bozze e i pensieri sparsi, senza i quali molti dei nostri testi non esisterebbero. Ormai sono abituati: appena finisco di parlare si dispongono in quelle che chiamo “isole del pensiero” che son poi gruppi da tre: propongo loro esercizi e compiti di realtà per entrare dentro il testo, per fissare gli argomenti. Nel caso del giovane Eracle compilano la carta d’identità, come facciamo per ogni personaggio mitologico: si tratta rappresentare l’eroe,  scrivere i genitori, la stirpe, il carattere, i segni particolari. E’ poi la volta di costruire lo storyboard: suddividere il racconto in sequenze, dar loro un titolo e rappresentarle con un disegno di fianco. Se racconto un episodio, dopo avermi ascoltato, devono metterlo per iscritto, raccontandolo da vari punti di vista: così lo scontro tra Eracle e Anteo è stato raccontato da Eracle, da Anteo, da una vecchina che passava di lì, e da un narratore esterno. Solo così, a questa età, io credo, le informazioni si trasformano in conoscenza, condizione senza la quale non può esserci competenza.

Euripide entra in classe: tra silenzio e fiato sospeso.

La narrazione del docente, quindi, deve unirsi alla scelta di testi letterari di genere diverso, senza paura di volare troppo alto: perché lì interveniamo noi, i docenti mediatori, che hanno letto il libro intero, scelgono il brano da proporre e conoscono i ragazzi e, dunque, sanno far entrare in relazione questi due mondi.

Dal momento che si parla della follia di Eracle, questa mattina ho scelto la rielaborazione che ne fa Euripide nella tragedia “Eracle”.

“Poi si mosse: non c’era cocchio e lui affermava d’averlo e di salire sul seggiolino, e come se vibrasse il pugnale, menava con la mano colpi. Riso e paura insieme presero i servi[1].”

Lui è Eracle, tornato dagli inferi dopo aver soggiogato il Cerbero, lo attendono a Tebe la moglie Megara, i figli e il vecchio padre Anfitrione. I bambini indossano abiti funebri, triste presagio di quel che sarà: Lico, usurpatore del trono, sta per ucciderli. Eracle irrompe sulla scena, abbraccia la moglie e i figli e uccide l’usurpatore ma, si sa, quando gli dei vogliono punire gli uomini esaudiscono i loro desideri. Per volere di Era, Lissa, figlia della Notte e del sangue d’Urano, “corre dentro il petto di Eracle” così che: “quello si fermò, muto, e non era più lo stesso, gli occhi stralunati, dalle orbite usciva il bulbo venato di sangue, stillava bava sulla barba folta e parlò con un riso allucinato.” Eracle, pazzo furioso con la bava alla bocca,  “tiene pronta contro i figli la faretra e l’arco, immaginando di ammazzare i figli di Euristeo. Quelli terrorizzati, sgomenti, balzano chi qua chi là, chi verso le vesti della madre sventurata, chi all’ombra di un pilastro, chi all’altare si accovaccia al pari di un uccello.[…] Eracle strappando il figlio dal pilastro con un ruotare pauroso del piedi, gli si piazza davanti e lo colpisce nel fegato: il ragazzo esala l’anima riverso e tinge di sangue lo zoccolo” L’altro figlio, nascosto dietro l’altare del dio, viene trafitto dalla lancia; al più piccolo che gli urla  “Non mi uccidere sono tuo figlio, è me che ammazzi non il figlio di Euristeo”, Eracle rivolge uno  sguardo furioso e selvaggio, alza la clava e fracassa il cranio; sta già per sgozzare il terzo quando la madre lo mette in salvo riparandosi dietro una porta. L’eroe, fuori di sé, scalza i battenti, scardina gli stipiti e stende a terra con un sol colpo la moglie e i figli. Giunge poi Pallade Atena che gli lancia una pietra nel petto; stramazza  al suolo, come una quercia divelta dal vento, e viene legato a una colonna dai servi: al risveglio non ricorda più nulla.

Ho appena finito di leggere e raccontare, l’aria è pesante: Margherita mi guarda con gli occhi sgranati, Andrea che per una mosca che passa si perde in infiniti mondi è rimasto sospeso alle mie labbra tutto il tempo, Aurora si è un po’ spaventata, Samuele spalanca la bocca, Arianna tira un sospiro di sollievo, Matteo scrive le sue impressioni sul taccuino. Partono le domande:

“Ma prof. se Era è mamma di latte di Eracle perché  gli vuole fare ancora male?

“Ma se proprio voleva farlo impazzire non poteva evitare di prendersela con i figli? Che colpa avevano?”

“Ma Atena non poteva arrivare prima?”

Sono domande fondamentali, ne discutiamo per un’ora, sottolineando nel testo i passaggi più cruenti, le scelte lessicali, la climax di terrore e la conclusione secca e repentina con l’arrivo di Atena, ma soprattutto domandandoci perché l’autore usi queste parole e non altre.

Sono pagine forti e complesse: ma dobbiamo leggerle coi ragazzi? Non è meglio dare una visione edulcorata del mito? Evitare i testi letterari e rifarci ai racconti in prosa per ragazzi, che tanto spazio trovano nelle antologie scolastiche? Io sono profondamente contraria, penso lo stesso per le fiabe: il lupo deve fare il lupo, mangiare i sette capretti, altrimenti diventa un’altra storia, con un altro scopo (e nulla vieta di farci lavorare i ragazzi su una riscrittura in tal senso). La follia di Eracle è reale e profonda, nulla come il teatro la può trasmettere, quindi ho scelto Euripide.

E’ giusto che da solo il ragazzo legga storie scritte per lui, penso ad esempio al Circo di Zeus di Piumini, ma poi la scuola deve presentare il mito per come si è sviluppato nella letteratura, attraverso testi originali.

Dopo l’analisi chiedo loro la sintesi o la misurazione dell’acquisizione delle competenze, non attraverso l’interrogazione tradizionale, ma mediante un compito di realtà: mostro loro il servizio di un telegiornale che riporta la triste notizia di un femminicidio e in gruppo dovranno creare un servizio giornalistico all’interno del nostro tg Olimpico, in cui raccontare quanto successo, rispettando la sequenza dei fatti e le caratteristiche del genere televisivo. Il percorso è quindi completo: spiegazione dell’argomento, analisi di un testo d’autore, rielaborazione del contenuto attraverso un medium diverso.

Del perché scegliere il mito e l’epica per due ore a settimana

Mi rendo conto che mentre scrivo ho lasciato in sospeso alcune domande: perché usare il mito? E perché concentrarsi solo sulla mitologia greca e latina? Non sarebbe più semplice raggiungere il medesimo scopo di lavoro sul testo, scegliendo brani più vicini ai ragazzi e al loro vissuto?

Uno dei compiti primari della scuola resta per me aiutare i ragazzi a confrontarsi con il canone occidentale, con i testi che hanno costituto un modello: senza lo studio del mito classico e del cristianesimo non è possibile comprendere la nostra letteratura, perché le nostre radici sono lì, checché se ne dica. Questo è il principale motivo per cui dedico due ore alla settimana in prima media allo studio della mitologia classica, dell’epica e del teatro classico. Il nostro programma è vasto: cosmogonia e teogonia, gli eroi (Eracle, Teseo, Perseo), le metamorfosi poi l’Iliade e l’Odissea e se avanza tempo un po’ di Eneide, anche se è opera troppo introspettiva per essere appresa appieno a undici anni, molto meglio Achille e la sua ira monolitica. Per fare ciò impiego molti generi e autori diversi: non spiego certo chi sia Euripide e la sua poetica, ma di Euripide leggiamo brani della “Medea” quando spiego Giasone; non spiego Aristofane, ma la scena di Eracle crapulone negli Uccelli li fa sbellicare dalle risate; se racconto Ulisse non posso fare a meno di Dante e di Pascoli per colmare la loro sete di “quel che succede dopo”. Così cominciano a familiarizzare con il lessico epico e con gli autori classici, poi quando saranno grandi potranno affrontare complessi discorsi di poetica, noi per ora ci godiamo il racconto e le emozioni che esso ci suscita, impariamo a conoscere come si sviluppa la vicenda e il principio fondamentale per cui una storia può essere raccontata con tante tipologie testuali diverse che influiscono sul messaggio. Dal momento che spesso di mitologia hanno le idee confuse (beh la materia non è proprio codificata, visto il gran numero di tradizioni diverse), anche in conseguenza di ciò che viene passato loro dai film, dai cartoni animati e da  serie fortunate come Percy Jackson, il mio primo obiettivo è ricostruire come si svolgono i fatti e chi sono i personaggi: devono sapere, ad esempio, come si sviluppa la cosmogonia greca e la teogonia, non tanto il significato filosofico esso sotteso, poi il lavoro sul testo li aiuterà a fissare i contenuti.

Affrontare il mito in classe mi permette, dunque, di porre i ragazzi di  fronte alla straordinaria bellezza e molteplicità dei classici e di metterli alla prova con un intreccio narrativo talmente avvincente, fondato sulla mimesi che non li lascia indifferenti. Il mito è misterioso e oscuro, complesso e ricco di intrecci e rimandi, non è pacificante, raramente c’è un lieto fine: in una parola è trasgressivo. E io insegno a preadolescenti, perché piaccia a loro il mito è presto detto. La letteratura è un serbatoio di esperienze simboliche, è l’occasione per vivere la vita degli altri, è un sedimento di tutte le emozioni dell’uomo, ma emozioni mediate dalla ragione, dal pensiero; il mito, oltre ciò, possiede un livello tale di creatività che seduce: sono racconti stupefacenti, eccessivi, terribili e bizzarri.

Il mito classico nasce, si sviluppa (perché non è fisso) e si inserisce in una cultura ben precisa, quella greca: l’eroe è molto diverso dall’eroe cristiano e moderno, è un eroe ambiguo, prodigioso e smisurato. Eracle è vitale, nasce da un inganno e un tradimento, uccide il suo maestro, è iracondo, forte, mosso dal desiderio e dall’appetito sessuale, crapulone, subisce la follia e viene ucciso dall’inganno di un morto; Teseo sconfigge il Minotauro, è il salvatore di Atene ma poi rapisce Elena adolescente e se la gioca a dadi con Piritoo; Achille soffre alla morte dell’amico Patroclo ma gode nel vedere altri compagni uccisi come mosche dai Troiani per l’offesa ricevuta da Agamennone; Perseo uccide Medusa salva Andromeda ma ne uccide il padre. Nessuno tra gli eroi greci è morale e etico come potremmo pensarlo noi: si tratta di uomini che hanno tutti i vizi e le virtù degli altri uomini ma estremizzati, in balia del fato come ciascuno di noi.

I ragazzi parteggiano per un eroe o per l’altro, ma non si identificano: gli eroi contengono molti lati oscuri annidati nello splendore delle loro imprese che fanno sì che l’empatia sia difficile, ma conoscere il mito diventa anche l’occasione di un viaggio alla scoperta di sé e di tutte le emozioni umane. E il mito anche a questo serve, ad emozionarci.


[1] [1] Euripide, Eracle. Torino, 2002


Fotografia: G. Biscardi, Pergamon Museum, Berlino 2015.

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