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Dialogo sulla poesia. Cinque domande a Dario Bertini

000000000000000Bertini A cura di Daniele Lo Vetere

Il poeta Dario Bertini ha incontrato alcuni studenti e studentesse di un liceo senese, per un dialogo sulla sua poesia. Pubblichiamo l'intervista che gli è stata fatta in quell'occasione dal nostro collaboratore Daniele Lo Vetere

1. La tua poesia, in particolare la tua ultima raccolta Prove di nuoto nella birra scura (Edizioni del Foglio Clandestino, 2014), è – come mi hai detto e come hai avuto modo di ribadire durante l’incontro con gli studenti – pensata per la pagina ma anche per per la lettura ad alta voce, per la performance dal vivo. Infatti mi hai anche chiesto di accompagnarti con la chitarra per improvvisare le tue poesie come se fossero un blues. Per fare solo un esempio molto semplice, a volte tratti certi tuoi versi come un ritornello, ripetendoli nell’esecuzione anche se sulla pagina li si trova solo una volta. Sei molto interessato al legame tra poesia e oralità, poesia e voce?

Sì, la poesia nasce sempre come testo scritto, ma la mia è anche una scrittura pensata per la lettura ad alta voce. La voce non viene dopo, non è un’aggiunta, un surplus di interpretazione per accattivarsi il pubblico, ma accompagna e sottolinea le scelte stilistiche e ritmiche del poeta. Un testo deve arrivare al lettore, deve provocare una reazione, positiva o negativa, non importa, ma deve suscitarla. La reazione di chi legge o ascolta è parte integrante della poesia. La poesia ha bisogno di divertimento, non nel senso che debba cercare di arruffianarsi il pubblico come se fosse cabaret, ma nel senso dello sforzo di  coinvolgere le persone alle quali si rivolge. Il primo nemico della poesia è la noia.

2. Infatti sei anche il promotore di un reading nella città in cui vivi, Pavia...

Sì lo organizzo da sette anni. Si chiama “Poesie al tavolino” e si svolge ogni ultimo sabato del mese, all’ora dell’aperitivo. Il contesto è infatti quello di un pub, dove ci si incontra, si chiacchiera, si beve birra. Ormai vengono molte persone, anche da Genova, Milano, addirittura qualcuno dalla Svizzera. Però non si tratta di un poetry slam o di un evento “a microfoni aperti”. Anche quelli vanno bene, per carità, ma capita spesso che le persone non vadano lì con l’idea di ascoltare la poesia, di rendersi disponibili a quanto gli altri dicono e leggono, ma con quella di esibirsi, di mettere se stessi al centro. L’idea è invece quella della lettura e della condivisione: non un palco dove mettersi in mostra, ma un’occasione per condividere una forte passione e per fare della lettura il banco di prova della forza dei versi che si leggono, che sono quelli di poeti contemporanei importanti, italiani e internazionali. In questi ultimi due anni sono riuscito anche a portare qui Mircea Cărtărescu e Jack Hirschman e la formula dell’incontro è stata la stessa, solo che eravamo alla presenza fisica dei due autori.

3. Il rapporto tra poesia e musica è un rapporto di cui si potrebbe parlare a lungo: è complesso, è discusso. Il tuo accompagnare poesie e musica blues è erede di pratiche diffuse soprattutto in America, penso ovviamente alla Beat Generation e al jazz. 

Certamente i poeti della Beat generation sono molto importanti per me, anche per il loro uso dello straniamento, che è proprio l’effetto che riesce a provocare quella reazione in chi legge o ascolta di cui parlavo sopra. Lo straniamento è al centro anche dei testi dei surrealisti francesi; per me in particolare sono importanti André Breton e Benjamin Peret. I poeti beat scrivevano poesie negli anni nei quali in America suonavano i musicisti del be bop: poesia beat e be bop sono stati entrambi fenomeni di rottura della tradizione e questi poeti e questi musicisti hanno collaborato, leggendo e suonando insieme sul palco.

4. Quali altri autori ti hanno segnato come lettore di poesia?

Sono molto legato alla scuola di Liverpool, Adrian Henri, Brian Patten.  Aggiungerei anche gli americani Frank O’Hara e Kenneth Rexroth, che è stato il primo a farsi accompagnare da jazzisti. Tra gli italiani gli autori che amo di più sono Dario Villa, Ferruccio Benzoni, Adriano Spatola. Ma la poesia deve comunque reggere anche sulla pagina e c’è bisogno di un’educazione paziente a questo, di una frequentazione di lungo corso con i poeti della nostra tradizione: per me sono soprattutto Giovanni Raboni e Vittorio Sereni. C’è poi Piero Ciampi, un cantautore che ha voluto stare ed è stato messo ai margini del sistema della produzione musicale proprio negli anni in cui nasceva. Ciampi scriveva per prima cosa i suoi testi, che infatti funzionano benissimo anche scritti. Ma diventavano canzoni memorabili quando passavano attraverso la sua voce.

5. Quali poeti consiglieresti a un adolescente che volesse avvicinarsi alla poesia?

C’è sempre il rischio di suggerire nomi adatti a lettori adulti, a noi che sappiamo già che cosa sia la poesia. Per avvicinare a questo genere un adolescente che non lo legge penso che sia essenziale cercare qualcosa che accattivi senza troppe mediazioni, qualcosa che non lasci indifferenti e che coinvolga, come ho già detto prima.

Perciò consiglierei Mircea Cărtărescu per la grande visionarietà, Charles Bukoswski perché è diretto e calato nella concreta quotidianità; tra gli italiani Simone Cattaneo, per il linguaggio certo a volte crudo, ma sempre vivo.


Fotografia: G. Biscardi, Palermo 2017, ombra

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