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Preferirei di no. Il dibattito sull'Appello sulla scuola pubblica/6

prefer1Ho firmato l’appello perché ne condivido lo spirito e gran parte delle tesi. Insegno all’università, quindi alcune questioni specifiche sfuggono al raggio della mia esperienza diretta. Ma conosco bene altri aspetti che coinvolgono tutti gli ambiti della formazione (e forse dell’intera società). Apprezzo soprattutto la rivendicazione politica di questo documento, a partire dall’aggettivo che campeggia nel titolo, «Scuola Pubblica», e dagli articoli della Costituzione citati in esergo (3, 33 e 34). Perfettamente centrato, lucido e inoppugnabile l’allarme contro il «processo pluridecennale», «riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista». Chi derubrica tali posizioni a «ideologia», «corporativismo», «nostalgie conservatrici», «lamento apocalittico» o addirittura «comunismo» (!) è vittima solo della sua malafede, o forse proprio di quell’insieme di rappresentazioni immaginarie, di quel sistema inconscio di giudizi di valore che si definisce ideologia, e che nel nostro mondo ha ormai un unico nome: mercato. Quella che Fredric Jameson, in Postmodernismo, chiama «logica culturale del tardo capitalismo» si basa infatti su una concezione totalizzante del mercato, che si impone non solo come struttura economica materiale ma come una sorta di a priori biologico («il mercato è nella natura dell’uomo»), un dato naturale che preesiste a qualunque determinazione storica e che plasma mentalità, abitudini, narrazioni, forme della percezione e modalità di pensiero. È lo slogan con cui sono state imposte le politiche neoliberiste di Margaret Thatcher nell’Inghilterra degli anni Ottanta, ma molto attuale anche oggi: «There is no alternative».
Ci vorrebbe un’analisi lunga e articolata per collocare questi processi di “riforma” delle istituzioni educative nell’evoluzione storica, economica e culturale delle società occidentali negli ultimi decenni. In questo quadro l’Italia non è ovviamente sola, ma anzi si mette in coda a processi che altri paesi hanno intrapreso da decenni, giungendo talvolta a fare (almeno parzialmente) marcia indietro. Noi invece andiamo avanti a testa bassa, con lo zelo entusiasta dei neofiti, incuranti degli errori irreversibili che stiamo commettendo. Mi limito comunque ad alcune note su un tema strategico, il vero campo di battaglia in cui si gioca e si giocherà concretamente, non nei proclami astratti ma nelle pratiche quotidiane, la lotta per modelli alternativi di scuola, università, sapere e società: la valutazione (punti 5 e 6 dell’appello).
Qui lo storytelling (per usare un termine di moda) è potentissimo: vogliamo farci valutare; la valutazione è cosa buona e giusta; valutare permette di premiare il merito e l’eccellenza, gli altri due fondamentali dispositivi ideologici del nostro tempo. Peccato che tutta questa retorica sia fondata su una mistificazione semantica: quella che spacciano per valutazione, cioè per giudizio qualitativo, non è altro che misurazione quantitativa. Posso misurare (cioè tradurre in numeri) un tavolo, una lampadina o le citazioni di un articolo scientifico, ma non il valore effettivo di quell’articolo o i giudizi nel merito di chi lo cita (magari dicendo che l’autore è un cretino, ma anche il giudizio negativo fa numero, e dunque ne aumenta il ranking). Anche se esistono discipline specifiche (docimologia, scientimetria), non si può trasformare esattamente il valore qualitativo di un ricercatore o di uno studente in una quantità numerica, come si fa per la lunghezza, il peso o l’intensità luminosa. È una banalità che chi fa questo lavoro non vorrebbe nemmeno dover ricordare. Eppure l’«ossessione quantitativa» – così gli estensori dell’appello – alimenta un tipico, devastante fenomeno che chiunque lavori a scuola o all’università sperimenta ogni giorno: lo scollamento tra le parole e le cose, tra ciò che si mostra di fare e ciò che si fa realmente, tra i numeri branditi dalle agenzie di valutazione o dagli uffici della Quality Assurance e la realtà vera dell’esperienza.

C’è poi il capitolo fondamentale, nascosto dietro la cortina fumogena di numeri, parametri, classifiche, coefficienti e algoritmi, che è la pragmatica della valutazione, ossia: perché? A cosa serve tutto questo? Anche qui ci vorrebbe un discorso lungo e complesso, ma la risposta di fondo è molto semplice: serve a legittimare pubblicamente il taglio delle risorse, in un quadro di progressivo definanziamento dei servizi pubblici che nell’ultimo decennio ha subito un’accelerazione vertiginosa. Serve a promuovere con una parvenza di efficienza e di razionalità le logiche competitive, la distribuzione ineguale delle risorse, la classificazione gerarchica dei saperi, degli studiosi, delle strutture, degli studenti e anche – visto come è fatto questo Paese – delle aree geografiche (è appena uscita la classifica dei cosiddetti «dipartimenti di eccellenza»: leggere per credere). I bravi cittadini che pagano le tasse non si illudano: i fannulloni non c’entrano nulla.
Lo ribadisco: ho firmato l’appello con piena convinzione, grato agli estensori di avere rimesso la scuola «al centro del dibattito», con tutti gli auspici che anch’io considero essenziali, non da ultimo per ricucire il nesso tra mondo scolastico e mondo universitario: parlare, fare fronte comune, lottare in modo cosciente e resistente in difesa della scuola. Confesso però di aver perso fiducia nell’efficacia degli appelli e dei documenti che molti di noi hanno prodotto negli anni. Sembrerà velleitario in questi tempi di desertificazione politica, in cui gli spazi dell’agency sono sempre più risicati. Ma penso che l’unica risposta possibile ai processi in atto stia nelle pratiche e nelle azioni quotidiane: sottrarsi alle logiche più aberranti, praticare modelli alternativi di ricerca e insegnamento, al limite opporsi, rallentare, non collaborare (proprio come Bartleby: «preferirei di no»), appellarsi a quelle che la giurisprudenza chiama «forme di lotta diverse dallo sciopero». Ovviamente non sempre è possibile farlo, e non per tutti: sappiamo bene come funzionano i rapporti di forza. Ma forse bisognerebbe davvero cominciare.

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