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La scuola, la governance, gli uomini di buona volontà dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà

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 Il 30 settembre il nostro blog ha proposto un Manifesto per la scuola intorno alle idee forti della «mobilitazione» e del «senso critico». Questo intervento del nostro collaboratore Daniele Lo Vetere è un contributo a una sua declinazione entro il discorso pubblico sulle politiche scolastiche.

«Ma il neoliberismo […] non si capisce se, oltre a riflettere su chi ha concepito certe idee, non ci si occupa anche di esse in quanto progetto politico, promosso da particolari attori (l’élite dominante, nella definizione di [David] Harvey) e del modo in cui sono state diffuse, cercando di ottenere su di esse il consenso», Antonio Cobalti, Globalizzazione e istruzione, 2006

Un episodio estivo

Il 14 agosto sul Corriere della sera si leggeva:

«È nostra convinzione che per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica possa essere efficace l’introduzione della metodologia didattica delle non-cognitive skills (amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale) nel percorso didattico delle scuole medie e delle scuole superiori. È questo il contenuto di una nostra prima proposta di legge. È infatti puntando sul superamento di una visione solo cognitiva dell’apprendimento e facendo leva sull’educazione della personalità e della consapevolezza dei ragazzi che si può contrastare la loro disaffezione verso la scuola e migliorare la qualità del sistema scolastico. A partire da significative esperienze internazionali, proponiamo una sperimentazione che unisce e non divide, che valorizza sia le autonomie dei territori sia quelle delle singole scuole sia il carattere nazionale del sistema, e da realizzare in collegamento con il disegno di legge sull’educazione alla cittadinanza/educazione civica approvato in maggio alla Camera dei deputati e ancora fermo in commissione Cultura al Senato»;

«L’attuale mismatch tra richiesta e competenze evidenzia quindi come il “capitale umano” sia un elemento fondamentale non solo del sistema formativo ma anche per l’impresa. La nostra seconda proposta di legge vuole invertire il paradigma di riferimento attuale basato solo su inserimento scuola-lavoro a quello continuo lavoro-scuola: anche durante le fasi critiche (di inserimento e/o cambiamento) della vita professionale-lavorativa. Punti cruciali di questa proposta sono il cosiddetto capitale umano 4.0 (capitalizzazione degli investimenti in formazione per persone sotto i 40 anni stabilendo quanto di questo investimento può definire redditi futuri per l’azienda e una conseguente tassazione agevolata); e la proposta di un Erasmus del lavoro per gli italiani che si formano all’estero e per gli stranieri che si formano in Italia a spese dell’azienda, mantenendo il posto di lavoro e con il vincolo di rimanere in azienda alcuni anni».

Si tratta dei passaggi dedicati alla scuola contenuti in una lettera al giornale firmata dall’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Tale Intergruppo, esattamente un anno fa e sullo stesso quotidiano, aveva pubblicato un «Manifesto per il Bene Comune» (che ora si può reperire, e la fonte è significativa, sulla pagina web di Maurizio Lupi).

Le firme che si leggono in calce alla lettera di quest’anno sono prevalentemente di parlamentari del Partito democratico (un paio confluiti poi in Italia viva di Renzi), di Fratelli d’Italia, della Lega, di Forza Italia, ma ci sono anche un Cinque stelle, Paolo Lattanzio, e l’attuale ministro della Salute, Roberto Speranza, appartenente a quell’ondivaga area politica che di volta in volta è la sinistra del Pd o sta a sinistra del Pd. Coloro che in questi anni hanno avuto incarichi legati all’istruzione non sono pochi, e sono anch’essi bipartisan: Maria Stella Gelmini, Gabriele Toccafondi, Paola Frassinetti, Simona Malpezzi.

Solidarietà alla libreria «La pecora elettrica», si può combattere a colpi di poesia

poesia pecora La Redazione di «La letteratura e noi» esprime la propria solidarietà alla libreria «La pecora elettrica», incendiata nuovamente lo scorso mercoledì, e a tutta la comunità del quartiere romano di Centocelle. Come noto la libreria, divenuta un importante centro di aggregazione e di confronto, avrebbe dovuto riprendere a pieno le attività dopo il precedente rogo del 25 aprile. Nel clima di desertificazione culturale e di sostanziale decadenza che caratterizza ormai la capitale, come la gran parte del paese, realtà come «La pecora elettrica» rappresentano spesso l'ultimo presidio alla definitiva trasformazione dei quartieri in luoghi di brutale prevaricazione, dove fa legge la violenza. Fortunatamente le comunità, come nel caso specifico quella di Centocelle, mostrano di saper ancora elaborare risposte umanamente condivise, arrabbiate ma non rabbiose. Consapevoli e decise. Una forza che non bisogna dimenticare, sotto la consueta coltre di silenzio che sistematicamente cala su ciascuna di queste vicende dopo gli iniziali raid mediatici, ma che va alimentata con continuità e dedizione, a Roma come in ogni luogo in cui le comunità locali tentano faticosamente di recuperare spazi, fisici e culturali, alla propria esistenza. Colpisce e commuove il fatto che la libreria abbia deciso di affidare il proprio messaggio all'esterno a una poesia, affissa alla serranda purtroppo di nuovo abbassata del locale. Per la nostra Redazione è la conferma che la letteratura e la poesia sono ancora oggi tra le più potenti armi non convenzionali che si possano usare contro la barbarie che ci minaccia. Noi ci crediamo! Un abbraccio caloroso, non mollate!

Il mestiere del tradurre/ 9: tradurre Alt/America di David Neiwert

image Quando l’anno scorso con una telefonata Luca Briasco mi ha proposto la traduzione della monumentale inchiesta giornalistica di David Neiwert, ho accettato immediatamente e con entusiasmo. Amo la cultura americana e sono come la gran parte di noi stupefatto dall’attuale amministrazione, e tradurre questo libro mi avrebbe permesso di capire qualcosa in più sulla situazione. In Alt-America (uscito a settembre per Minimum fax), infatti, Neiwert fa confluire anni e anni di inchieste giornalistiche sull’estrema destra americana e sui suoi altalenanti rapporti con il Partito Repubblicano e con l’establishment, dai primi anni Novanta del secolo scorso fino praticamente ai giorni nostri.

Entrare nel testo non è stato facile, per diversi motivi. Innanzitutto, un saggio politico che parla dell’attualità azzera necessariamente ogni spazio tra il presente appena vissuto e il suo tentativo di storicizzazione. È cronaca, per la gran parte, non è storia. È una traccia di un presente in divenire, che non abbiamo ancora avuto la fortuna di poter osservare da una distanza sufficiente e che in qualche modo è giunto di rimando fino a noi, perlomeno nelle manifestazioni che potevano essere di un qualche interesse per noi europei. Quindi si scrive, e si traduce, a caldo. Che conseguenze ha questo sulla lingua? Nessuna, forse. Se è vero che la lingua e lo stile sono giornalistici – con le abituali difficoltà che tradurre un testo giornalistico americano comporta: a partire dalle ripetizioni, innanzitutto – va detto che a essi si aggiungono i rimandi o le citazioni a una serie enorme di documenti: parliamo di filmati, estratti da programmi televisivi e talk show radiofonici, esternazioni sui social network e così via. Un esempio su tutti: le dichiarazioni di Trump nel corso della conferenza stampa con cui annunciava la sua candidatura, tratte dalla trascrizione pubblicata dal Washington Post, una trascrizione giustamente asciutta, non editata, in pratica una sbobinatura della prosa zoppicante, infarcita di frasi fatte e di espressioni di uso comune, dell’attuale presidente. Ovviamente non poteva funzionare come testo scritto, ma andando su YouTube per rivedere per l’ennesima volta i filmati di quel giorno, mi sono convinto che il testo andasse trattato proprio in quel modo, senza toccare le pause di sospensione, le ripetizioni, le espressioni ambigue e le offese violente e volgari tout-court, ovviamente.

Joker, la violenza irredenta di una civiltà impotente (contiene spoiler)

 

JOKER Foto Uno due tre. Quanti joker hai lasciato cadere? Quattro cinque sei. A quanti hai negato lo sguardo? Sette otto nove. Quanti ancora ne ignorerai domani...? Se c'è una potenza nel Joker di Todd Phillips sta forse nel fatto che attraverso la reinterpretazione di questo personaggio il regista ha colto l'opportunità di rappresentare, in termini del tutto visionari, la forza distruttiva di ciascun essere umano e dei conflitti di cui è portatore come essere sociale. Quella distruttività che rischia di essere sollecitata da ogni processo di rimozione, da ogni irresponsabile dimenticanza, tutte le volte che ostinatamente non si vuole guardare ciò che ha bisogno di essere guardato. Visto. Riconosciuto. Dunque, un film sulla nostra epoca, una critica alla società contemporanea occidentale come è stato detto e scritto, a patto però di riconoscere in noi stessi, nella tendenza delle nostre attitudini quotidiane, i primi destinatari di questa critica. A ben guardare infatti ogni lettura che muova dalla ricerca di simmetrie troppo stringenti tra la società Gotham City e l'Occidente appare forzata e in fondo insufficiente a chiarire non solo i presupposti di quella che è tra l'altro anche una gigantesca e riuscitissima operazione commerciale (che si fonda sulla riedizione di un fumetto, circostanza che ha il suo peso), ma anche a mettere a fuoco le implicazioni potenzialmente più produttive del film. È vero, Todd Phillips ci presenta una realtà metropolitana degenerata, nella quale si ammassano moltitudini di diseredati, poveri apertamente colpevolizzati dai ricchi detentori del potere per il fatto di essere poveri. Certo, si tratta di tendenze che albergano nel nostro mondo, sono dati di fatto. La retorica dei meritevoli che spesso imperversa ne è solo un esempio ben riconoscibile, il passo immediatamente precedente alla messa in croce del povero. Le infelici battute sugli analfabeti funzionali e sull'opportunità di limitare il diritto di voto ne sono un'altra deprecabile manifestazione. Del resto ormai si vive in un mondo sostanzialmente percepito attraverso le forme semplificate delle narrazioni pubbliche — sempre manchevoli di parti fondamentali — dalle quali germinano prese di posizione più o meno calcolate a seconda dei casi, le più disparate, talvolta becere, talvolta esasperate fino al limite del ricatto nel proporsi come politically correct, ma pur sempre anch'esse parziali e semplificate. Il dibattito pubblico colpevolmente occulta la complessità del mondo, fornisce chiavi di lettura che non rappresentano alcuna autentica mediazione con la realtà. Smesso di mediare, i media si sono o asserviti o inconsapevolmente piegati a un'operazione di ri-costruzione al ribasso del mondo, finché questo mondo depauperato di significati non finisce anch'esso per diventare reale e calarsi dentro una complessità che però non ha cessato di esistere per il solo fatto di non essere esplicitata. La Gotham City di Phillips parrebbe riflettere questo mondo. Parrebbe, dal momento che dietro questa constatazione sembra difficile scorgere un intento consapevole. Non si intravede infatti nel film alcun punto di frattura dal quale si intuiscano la consistenza e la dimensione dei problemi sociali di Gotham City, a fare da contrappunto alle forme di una realtà cupa che in definitiva il regista rende attraverso la bidimensionalità del fumetto. O meglio, il punto di frattura c'è, ma si colloca su un altro piano, sta nella preminenza che Phillips accorda con un rilievo indiscutibile al personaggio Arthur/ Joker, anche attraverso la giustamente celebrata interpretazione che ne ha reso Joaquin Phoenix. A fronte di questo Gotham City è alquanto sfumata sullo sfondo, la scelta del regista è radicale. Qualunque linea interpretativa si segua, quindi, non si può non tenere conto di questa macroscopica constatazione. E cioè della vicinanza che Phillips vuole creare con Joker e del fatto che questo punto di osservazione interno, intimo, relazionale implica lo spettatore in modo diretto. Di qui discendono anche le eventuali conseguenze che se ne possono trarre sul piano sociale.

Chat, instagram stories, compiti in classe e test d’ingresso. Quali competenze comunicative chiediamo ai ragazzi di oggi?

 

buen uso de las redes sociales 668x400x80xX 1.Dalla parte dell’apprendente

I ragazzi d’oggi, si sa, sono comunicatori inesausti, multimodali, creativi e criticatissimi. Si esprimono in chiave pluricodice e spesso plurilingue e così facendo destabilizzano noi comunicatori tradizionali, seguaci del pensiero e delle espressioni sequenziali, devoti alla grammatica come porto sicuro di fronte ai procellosi mari dell’italiano contemporaneo, spazio comunicativo attraversato da linee di alta tensione in diamesia, in diastratia oltre che, come sempre, in diatopia. Lo sappiamo tutti, l’italiano è una lingua che ha conosciuto tardivamente rispetto alle altre lingue europee gli impetuosi movimenti semplificatori degli utenti e per le sue caratteristiche storico-sociolinguistiche presenta mille ostacoli per l’apprendente poco avanzato o mediamente avanzato, sia come madrelingua, sia come L2. A ben guardare, fenomeni di interlingua a livello fonografemico, morfosintattico, lessicale, e problemi di comprensione fine dei testi complessi, scientifici e non, riguardano noi stessi, i nostri politici, i nostri professionisti oltre che i nostri ragazzi. Le ragioni sociolinguistiche di questi fatti sono ben note a tutti dopo gli studi di De Mauro (1971, 2014), Berruto (1987 e 2012), Sabatini (1985, 2018), Serianni (1989, 2010), di tutti i linguisti che si sono occupati del repertorio linguistico degli italiani, e dopo le Dieci Tesi del 1975 e quelle del 2000. Eppure ci preoccupiamo dei risultati INVALSI o OCSE-PISA, invece di proporre soluzioni mirate per un lifelong learning della nostra lingua, a tutti i livelli di decodificazione e di codificazione.

In effetti, questo non è del tutto vero se l’Accademia della Crusca, l’ADI, l’ASLI, il GISCEL, i Lincei/Scuola la SLI, le Università (uso un ordine alfabetico) promuovono corsi di aggiornamento per i docenti sul tema sempre scottante dell’educazione linguistica, se i Dipartimenti di italiano delle Scuole progettano itinerari di approfondimento linguistico e se l’utente medio scrive a proposito dei suoi dubbi linguistici alle stesse associazioni e agli stessi enti per avere risposte sul tema della lingua, e se, infine, nei nuovi salotti digitali si discute spesso sul buon uso dell’italiano. Tuttavia il problema della comprensione del testo, dell’argomentazione sui testi, della codificazione efficace di un testo, parlato, trasmesso o scritto in italiano permane e chiede idee da discutere e prassi da verificare.

L’agente letterario sì o no?

L agente letterario sempre accanto allo scrittore articleimage Gli agenti letterari, nel nostro paese, si sono diffusi con più forza soprattutto a partire dagli anni Novanta e per motivi ben precisi. Prima c'era solo il leggendario Erich Linder, che lavorò per l'Agenzia Letteraria Internazionale fin dal 1950. Non aveva rivali, a parte pochi concorrenti, ed ebbe l'innegabile ruolo di imprimere un'accelerazione negli anni sessanta/settanta, quando «il sistema editoriale stava completando il passaggio definitivo dall'artigianato all'industrialesimo».[1] Per lui, la produzione di libri non faceva parte di un otium disinteressato da sistema gentilizio, quanto di «un negotium, un lavoro produttivo qualificato, da inserire nel mercato librario e da remunerare in misura adeguata ai profitti che l'editore possa ricavare».[2] Una rivoluzione culturale, dunque, e per certi versi una bestemmia, nel tempio umanistico che ha sempre visto il letterato estraneo ai fini di lucro e ha imposto l'ideologia rentier del «vissi d'arte, vissi d'amore» anche alla civiltà urbano-borghese. L'egemonia di Linder era dovuta al fatto di operare, con criteri capitalistici internazionali, in un mercato ridotto ma d'improvviso aperto alle novità come quello italiano del secondo dopoguerra. Già nel '58 amministrava settemila autori; nel '79, diecimila. Sul suo tavolo si rovesciava una media di duecento titoli nuovi la settimana, ma i suoi principali clienti resteranno quasi sempre autori stranieri: nel novero degli italiani troviamo nomi come Leonardo Sciascia, Giorgio Bassani, Riccardo Bacchelli, Mario Soldati, Elsa Morante, Alberto Arbasino, Romano Bilenchi. Dunque parliamo di un agente letterario che operava soprattutto per la cosiddetta «editoria di cultura»[3] e per il mercato estero: era difficile, improbabile, che potesse rappresentare un autore esordiente o poco conosciuto in Italia, poiché il suo obiettivo era quello di vendere all'estero i diritti di autori nazionali affermati, mentre il vero scouting consisteva nella ricerca di autori stranieri da proporre sul mercato interno: qui, tutto all’opposto di quanto accadeva con gli autori nazionali, Linder lavorava coi meno conosciuti, visto che quelli affermati li trattava direttamente l’agente straniero con l’editore italiano. Fino ai sessanta le pratiche per l'acquisizione e la traduzione di opere straniere erano in generale lunghissime, macchinose, affidate esclusivamente agli editori – che di solito erano nel contempo proprietari, gestori, e direttori editoriali della casa editrice, tre funzioni oggi per lo più divise – e prive di grosse garanzie, per tutte le parti in rapporto. Poi arriva Linder e il cambiamento ha inizio. Con il portafoglio di autori internazionali che acquisisce man mano, ha la forza contrattuale per condizionare gli equilibri italiani. Arriverà a controllare il 7 % del mercato e perfino a stabilire i ruoli culturali di ciascun editore: la Mondadori per i best seller di grande livello, come Gallimard in Francia; Rizzoli per la letteratura medio-bassa; Adelphi ed Einaudi per le cose più raffinate; Feltrinelli per le pubblicazioni di sinistra. Otteneva il rispetto delle consegne, non sempre gradite, grazie al suo potere, ossia un misto di seduzione e deterrenza, che rendeva il suo ruolo non dissimile da quello che svolge oggi la promozione, e in parte la distribuzione: l'«editore ombra». Il settore, d'altronde, in Italia era costituito da tre o quattro grossi gruppi a conduzione familiare – ovvero compagini assai fragili anche in rapporto alla continuità d'impresa transgenerazionale, vecchio problema dell'imprenditoria italiana – in alcuni casi eredi di imprese economiche più floride, come i Feltrinelli; per il resto, lo popolavano famiglie di librai-stampatori-editori che avevano fatto fortuna con le bancarelle da ambulanti o le tipografie, come da tradizione lunigianese.[4]

Franco Fortini, Un discorso di Nenni

Fortini Lenzini La casa editrice Quodlibet ha ripubblicato Dieci inverni di Franco Fortini. Ne offriamo ai nostri lettori un estratto, accompagnato da una nota del curatore Sabatino Peluso, scritta per il nostro blog. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.

«Non esistono che diari pubblici». Così annotava Franco Fortini, nel 1954, inaugurando le sue Cronache della vita breve su «Nuovi Argomenti», spazio dove vide la luce per la prima volta e nello stesso anno Un discorso di Nenni. Pagine, queste, in cui le domande che si agitavano al fondo della biografia politica e intellettuale di Fortini si confrontano direttamente con la generale condizione di impotenza degli intellettuali di fronte alla guerra fredda, e ne immaginano una via d’uscita in nuove forme di partecipazione. Ed è proprio la consapevolezza del doppio volto di scritti come questo, e dunque della loro importantissima funzione di testimonianza privata e insieme di documento pubblico, a rendere Dieci inverni – prima raccolta di saggi di Fortini – una delle rappresentazioni più fedeli ed essenziali del contributo dato da un poeta e critico marxista al socialismo italiano negli anni ’47-’57.

Pubblicato per la prima volta nel 1957 da Feltrinelli, poi ristampato da De Donato nel 1973 e oggi riproposto da Quodlibet dopo anni di circolazione quasi clandestina, Dieci inverni torna a mostrare, attraverso l’esemplarità del suo metodo critico, le possibili forme di un discorso per l’avvenire. Tra fulminanti e pionieristiche analisi sull’industria culturale e sulla funzione della critica, accanto a pagine di rigoroso e affilato smontaggio degli errori politici compiuti in Italia dalla cultura ufficiale in nome dello stalinismo o degli ideali progressisti, in Dieci inverni Fortini convoglia tutto il suo «odio del presente» e lo traduce – lezione valida ancora per oggi – nella strada per immaginare la speranza.

Sabatino Peluso

Trentanove cadaveri + tre

 

kanafani cover 1 Merce cinese

25 ottobre 2019: «Sono di nazionalità cinese le 39 vittime ritrovate ieri dalla polizia britannica a Grays, nell'Essex all'interno del container frigorifero di un tir appena sbarcato nel Regno Unito. Lo riferisce la Bbc.» (ANSA)

La cronaca tritura un numero impressionante di cadaveri. Forse tanti quanti la distopia di Cavalli ne ha immaginati (di Carnaio, su questo blog si veda qui ). E di questi 39 ci dimenticheremo, come abbiamo dimenticato i 58 morti a Dover nel 2000, i 366 a Lampedusa nel 2013. Anzi, questa orribile contabilità suscita in molti una reazione di difesa: un’impermeabile diabolica indifferenza. La feroce noncuranza nei confronti di una persona, come è stato ognuno di quei 39 cadaveri, è il crimine contro l’umanità più comunemente diffuso oggi. La smemoratezza ci difende dalla responsabilità. Cancelliamo la sofferenza di gente in fuga, dimenticando dei numeri.

Questo sciupìo di cifre diventa un modo per rimuovere, per rendere astratto il dolore vero, la bruciante umiliazione, la disperazione.

Uomini sotto il sole

Era rimasto sedimentato nella mia memoria, ma poi il racconto è balzato netto alla mia coscienza agganciato dall’analogia (il camion) oppositiva (frigorifero) e nel leggere la notizia, inaspettatamente, ho recuperato un libro: Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani, uscito in lingua araba nel 1963, pubblicato da Sellerio nel 1991. È  una storia semplice e crudele che allora mi ha svelato, senza alcuna possibilità di scampo, cosa prova una persona che decide di attraversare un confine da clandestino. Ho capito, grazie a quei personaggi, il meccanismo del contrabbando di uomini e l’inganno che le vittime temono e tuttavia subiscono pur di avere la speranza di una possibilità.

Per la mobilitazione e il senso critico degli insegnanti: manifesto per la scuola

579177 210572445744555 1100723872 n Ripubblichiamo il nostro manifesto per la scuola con, in calce, l’elenco dei primi sottoscrittori. Invitiamo i nostri lettori a firmarlo e a farlo firmare a questo indirizzo: https://sites.google.com/view/manifestoperlascuola/home

 I. La Scuola e lo stato presente delle cose

Chi insegna non può svolgere il suo lavoro senza porsi, in ogni proprio singolo atto educativo, domande oneste e profonde circa lo stato presente delle cose. La cosiddetta “complessità” del mondo globale non può più essere il pretesto per rimuovere queste domande, pena la superficialità o il cinismo nella pratica didattica. Un filosofo del diritto (Luigi Ferrajoli) ha usato efficacemente il concetto di “crimini di sistema” per dare un nome ai contenuti di questa rimozione: le leggi e le pratiche adottate in Italia, come in molti altri paesi, contro l’immigrazione clandestina – dice - sono responsabili del silenzioso massacro prodotto dai respingimenti alle frontiere. Lo stesso può dirsi per i milioni di morti per fame, sete e per devastazione ambientale: non si tratta di inevitabili catastrofi naturali ma di esodi e di omissioni di soccorso imputabili ai poteri selvaggi dei mercati. Senza la stigmatizzazione di questi crimini di sistema e l’attivazione nel dibattito pubblico di proposte dirette a impedirli non può più maturare il fondamento civile e culturale di ogni educazione. (cfr. L. Ferrajoli, Crimini di sistema, in L’ospite ingrato).

II. Il governo Salvini: una parentesi?

In questa situazione sarebbe sbagliato pensare che i 14 mesi di “salvinismo” imperante rappresentino una eccezione, un caso destinato a restare senza sviluppi ulteriori. Il fenomeno è più serio e più grave di un casuale incidente di percorso. È un monito e un annuncio di quanto può accaderci in un futuro non lontano.

III. Contro la legittimazione della disparità

Anche per la cultura sarebbe “finita la pacchia”, come ha affermato l’ex ministro della polizia nel candidarsi a nuovo “capo” degli italiani. Con ciò viene proclamata in corso di dismissione la garanzia dei diritti elementari e per tutti. Alcuni grandi e piccoli sintomi, nei territori, sembrano variamente provarlo: espulsione di bambini “stranieri” dalle classi e dalle mense delle scuole, rimozione di panchine dai centri storici per non far riposare gli “stranieri”, estendersi delle violenze contro le donne e riesumazione delle crociate a favore della “Famiglia”, tagli di fondi a associazioni culturali impegnate nel mutualismo e nell’accoglienza perché “troppo di nicchia”, messa al bando di libri dalle biblioteche comunali perché gli autori hanno idee politicamente o sessualmente sgradite, scrittori insultati dai rappresentanti dello Stato perché “professoroni”. La legittimazione pop del privilegio e della disparità, l’allergia al pensiero critico e la colpevolizzazione della povertà sono veleni che si respirano ogni giorno e a ogni livello del corpo sociale: si traducono, come già è accaduto, nel razzismo e nella guerra tra poveri.

Le leggi del mercato e la resistenza della scuola

 

Tadeusz Kantor La classe morta Museo Paqualino Noto Palermo 2015 4 Il 30 settembre 2019 la redazione di LN ha pubblicato un «Manifesto per la mobilitazione e il senso critico degli insegnanti». Dopodomani, lunedì 28 ottobre 2019, lo ripubblicheremo con le prime sottoscrizioni e con un link per raccogliere le firme di chi voglia aderire. Nei prossimi mesi il manifesto sarà supportato da una serie di interventi dei nostri redattori e di chiunque volesse contribuire al dibattito critico intorno alle sue idee. Cominciamo la serie con un intervento del nostro direttore Romano Luperini, già presentato a Pisa il 13 settembre 2019 al convegno nazionale dell’ADI.

La crisi della scuola è crisi della trasmissione del sapere. Non svolgono più questa funzione le due agenzie educative tradizionalmente predisposte a questo scopo, la famiglia e la scuola. Secondo la psicoanalisi si è verificata una evaporazione della figura e della autorità paterna, mentre l’educazione scolastica è stata inquinata alle radici dal mercato e dalle sue leggi. In altri termini: la mediazione culturale è stata assunta in gran parte dal mercato. Non per nulla il linguaggio economico ha permeato da cima a fondo la istituzione scolasica (crediti, capitale umano, la famiglia considerata come cliente ecc.). Mentre tradizionalmente la scuola voleva formare ed educare il futuro cittadino, ora, hs scritto Bauman, vuole formare l’homo oeconomicus, il produttore/consumatore; in Italia al posto dei valori etici e civili fissati dalla Costituzione vengono posti al centro i valori pratici, economici, egoistici.

È venuta meno la centralità della figura dell’insegnante, ridotto a un disciplinato burocrate, a cui è tolto il tempo persino di studiare e di preparare le lezioni. Mentre sino a poco tempo fa la scuola era contraddistinta da un tempo improduttivo, era un intervallo sottratto alla produzione, ora non solo il linguaggio della sua gestione è diventato quasi esclusivamente economico, ma in parte anche la pratica dell’insegnamento: attraverso le varie forme di attuazione del paradigma della scuola-lavoro anche il tempo della scuola viene ricondotto infatti sotto il segno produttivo. Mentre sino a poco te fa la scuola poteva anticipare un tipo di società fondata sui valori “disinteressati” della educazione e del rispetto dell’altro ora anche la scuola viene permeata da una logica che dovrebbe esserle costitutivamente estranea. Si pensi, per esempio, alle conseguenze che potrebbero avere i piani di regionalizzazione o di autonomia differenziata, e soprattutto la conseguente territorializzazione delle competenze, volte ad adeguarsi alle diverse esigenze produttive. Nel caso del Veneto, per esempio, alla regione verrebbe data la possibilità di definire «le finalità e le funzioni» dell’istruzione, e cioè il cosa, il perché e il come dell’insegnamento, così disgregando la missione unitaria della scuola pubblica.

Il mestiere del traduttore /8: Il traduttore alle prese con l’Autore Reticente: appunti su Leviatano o L’inutile traversata e altri racconti dell'inquietudine di Julien Green

 

the mask of the red death 1883 e14239987361531 Quando Filippo Tuena, che all’epoca dirigeva la collana “Tusitala” per l’editore romano Nutrimenti, ci propose un progetto di traduzione cooperativa dei racconti più noti di Julien Green, accettammo subito con entusiasmo. L’idea di partenza era quella di offrire al lettore una traduzione a più voci, nella speranza di approdare a un testo polifonico, ma al tempo stesso omogeneo e privo di sbavature (soprattutto per quanto atteneva alla coerenza delle scelte lessicali). L’editore ha accettato (coraggiosamente) di pubblicare, in appendice, delle ampie note abbastanza tecniche, utili a illustrare i principali problemi affrontati dai singoli traduttori: qui di seguito offriamo un testo che riprende, in parte, quelle note, ma in un’ottica focalizzata su un tema dominante: la reticenza dell’autore – e quella, che inevitabilmente ne consegue, della voce narrante.

È questa una caratteristica che sembra connotare in toto la scrittura di Julien Green – e che, senz’altro, attraversa tutti i suoi racconti. Ce ne siamo accorti in corso d’opera, e poi confrontando le nostre note di lettura, trasformatesi strada facendo in veri e propri saggi che si leggono ora in appendice al volume J. Green, Viaggiatore in terra, Nutrimenti, Roma 2015.[1]

L’approccio che ha ispirato questa traduzione a più mani (un’esperienza che si è ripetuta nel 2017, per Vertigine, dello stesso Green, ancora una volta per Nutrimenti) è ben illustrato dalle considerazioni conclusive di Scala:

Trasportare i personaggi, attraverso le parole, da un sistema di riferimento linguistico all’altro, senza variarne troppo le posizioni reciproche; fare la stessa cosa con i grandi temi toccati […], mirando a mantenerli intatti, facendoli slittare da un sistema di riferimento all’altro senza che si perdessero troppe sfumature o troppe corrispondenze: questo è ciò che si è cercato di fare. A volte è stato possibile, a volte ci è parso che non lo fosse. Ma per fortuna, a porre rimedio a uno scarto talora inevitabile, è arrivata la nota del traduttore. Con l’ulteriore, pregevole effetto collaterale di favorire in chi legge una presa di coscienza: ciò che leggiamo in traduzione è qualcosa che altri hanno già letto prima di noi, è la lettura di un altro, è in qualche modo una lettura di seconda mano. Il che potrebbe far pensare a una diminuzione dell’aura sacrale che circonfonde la scrittura e potrebbe indurre a concludere che si voglia qui sminuire lo statuto dell’autore. Nient’affatto. Ci si rallegra al contrario di poter aumentare la consapevolezza di tutti gli altri.